Ilva, la supplenza dei pm

Salute o lavoro? Da tempo l’industria europea ha risolto il dilemma: investe nella sicurezza garantendo la salute degli operai, la salvaguardia del territorio, l’introduzione delle nuove tecnologie e la produttività delle fabbriche. In Italia non sempre, invece, è così. Molte volte gli imprenditori puntano ad alti profitti, trascurando o ignorando la salute dei lavoratori.
L’Ilva di Taranto fa testo. Il centro siderurgico pugliese, o quel che ne resta, da anni è sotto accusa e con l’incubo della chiusura. L’assemblea del Senato entro dopodomani dovrebbe votare con la fiducia l’ennesimo decreto legge salva-Ilva, incorporato in quello sulle nuove procedure fallimentari; è l’ottavo secondo i conti del M5S e di Sel. Il decreto del governo Renzi tenta la scommessa, persa finora, di garantire la sicurezza dei posti di lavoro, di bonificare l’impianto e di rilanciare la produzione.
La crisi ambientale-economico-giudiziaria scoppiò cinque anni fa. Il 13 agosto 2010 il governo Berlusconi varò un decreto legge battezzato ‘salva-Ilva’. Da allora oltre a Silvio Berlusconi, altri tre presidenti del Consiglio (Mario Monti, Enrico Letta, Matteo Renzi) sono intervenuti a ripetizione a colpi di decreti. Uno dei momenti più drammatici è stato vissuto tre anni fa. Il 30 novembre 2012 Monti deliberò un decreto salva Ilva contro i sequestri degli impianti deciso dalla magistratura di Taranto.
L’alto livello delle malattie tumorali tra i lavoratori e a Taranto, gli scarsi o nulli investimenti nella sicurezza del lavoro e contro l’inquinamento industriale provocarono l’intervento della procura della Repubblica del capoluogo pugliese. Il presidente del Consiglio tecnico commentò soddisfatto il decreto: «Abbiamo una creatura blindata dal punto di vista della sua effettiva applicazione. Viene chiamato ‘salva-Ilva’, ma dovremmo chiamarlo salva-ambiente, salute e lavoro». Ma non era così. Così non la pensavano i magistrati. Il Gip di Taranto Patrizia Todisco immediatamente suonò un’altra musica: l’attività produttiva dell’Ilva è «tuttora, allo stato attuale degli impianti e delle aree in sequestro, altamente pericolosa».
In tre anni è successo di tutto. Monti, Letta e Renzi, come Berlusconi, si sono cimentati nell’impresa del risanamento e del rilancio, finora senza grande fortuna. L’Ilva di Taranto, il più grande centro siderurgico italiano e un tempo europeo, 15 mila dipendenti, l’1% del Pil nazionale, costruita nel 1961 dall’Iri come leva per lo sviluppo del sud Italia, acquisita nel 1995 dalla famiglia Riva, è entrata sempre di più nella tempesta produttiva-giudiziaria.
Sequestri e dissequestri d’impianti e della produzione di acciaio si sono susseguiti. Governo e magistratura sono entrati in rotta di collisione sulle terapie da adottare. I salari hanno rischiato di non essere pagati, le ricevute dei fornitori sono rimaste in molti casi inevase, i debiti sono saliti, la produzione di acciaio è fortemente calata. La famiglia Riva, proprietaria dell’impianto, è uscita di scena nel 2013 e la fabbrica, definita dal governo di “interesse strategico nazionale”, è stata commissariata per impedirne la chiusura. Di fatto è divenuta un’azienda pubblica perché nessun gruppo siderurgico italiano o internazionale se l’è sentita di subentrare ai Riva.
E’ un continuo, drammatico, ping pong. Renzi il 31 marzo scorso, dopo l’approvazione dell’ennesimo decreto dell’esecutivo da parte del Parlamento, ha scritto: «Per Taranto (e per l’Ilva) riparte la speranza». Tuttavia non è bastato il settimo decreto per salvare l’Ilva e ne è seguito un altro, l’ottavo. E’ stato approvato la scorsa settimana dalla Camera con il voto di fiducia, e adesso è all’esame del Senato: ha evitato lo spegnimento dell’altoforno 2, deciso dalla procura della Repubblica di Taranto dopo la morte di un operaio a giugno. Ma il duello magistratura-governo prosegue ancora. I pm di Taranto hanno fatto ricorso alla Corte costituzionale ed hanno mandato i carabinieri per identificare gli operai che lavoravano nell’impianto. La vicenda ricorda altri casi: la Fincantieri di Monfalcone e il molo d’imbarco D dell’aeroporto di Fiumicino hanno subito vicissitudini simili.
Cesare Mirabelli, ex vice presidente del Csm (Consiglio superiore della magistratura), è allarmato dalla contesa tra il governo e le toghe: «È uno scontro di potere che non fa bene a nessuno». Ha precisato: non bisogna «eccedere nell’uso dello strumento del sequestro degli impianti».
In gioco è la politica industriale: va decisa dal governo o dai pubblici ministeri? In Europa la decisione è dei governi, in Italia non è più così. Dal 1992, l’anno nel quale scoppiò Tangentopoli e segnò il crollo della Prima Repubblica, la confusione è tanta. Lo scontro tra politica e giustizia è proseguito senza soste. Anche nella Seconda Repubblica la corruzione pubblica ha continuato a demolire la fiducia nei partiti, forse più di prima: anche gli ultimi scandali (Mafia Capitale, Mose a Venezia, Expo a Milano, Calciopoli) hanno avuto e stanno avendo effetti politici dirompenti.
Più i partiti si sono indeboliti e più la magistratura ha acquisito un ruolo di supplenza politica: pm come Antonio Di Pietro, Luigi De Magistris, Antonio Ingroia hanno deciso la discesa in politica, ma con scarsi risultati. Michele Emiliano, invece, ha avuto più fortuna e due mesi fa è stato eletto con una valanga di voti governatore della Puglia, la regione scossa da tangenti, arresti e processi legati alla sua fabbrica simbolo.
In vent’anni di Seconda Repubblica i tentativi di supplenza politica si sono moltiplicati: oltre ai magistrati, si sono proposti imprenditori come Berlusconi, fondatore del Pdl e di Forza Italia, e tecnici come l’economista Monti, presidente del Consiglio di un governo di grande coalizione tra centrosinistra e centrodestra. Poi è arrivato il ciclone del comico Beppe Grillo, fondatore del Movimento 5 Stelle, alfiere dell’opposizione anti sistema.
Tuttavia il rinnovamento stenta, lo scontro politica-toghe prosegue. Quando il Senato ha bocciato alcuni giorni fa la richiesta di arresto del senatore Antonio Azzollini, Ncd, Renzi ha respinto le critiche della sinistra del Pd e delle opposizioni: «Non siamo dei passacarte della Procura di Trani». I partiti restano deboli, delegittimati, dimezzati e lo scontro con la magistratura continua e va ben oltre le scelte industriali, per tracimare anche nelle strategie politiche. Massimo D’Alema nel 1995 lanciò un progetto per trasformare l’Italia in “un Paese normale”. Ma la battaglia dell’allora segretario del Pds, poi divenuto presidente del Consiglio, non ha avuto successo. Il “Paese normale” ancora non si vede.

Seconda Repubblica in frantumi

Il senatore Denis Verdini, dopo molte incertezze, dice addio a Silvio Berlusconi anche se lo strappo lo “addolora”. L’ex coordinatore del Pdl e di Forza Italia, le due creature politiche del Cavaliere, alla fine oggi ha rotto i ponti e ha dato vita a Palazzo Madama ad Alleanza liberal-popolare e autonomie (Ala), l’ennesimo gruppo parlamentare e partito della Seconda Repubblica. Poi seguirà la costruzione del nuovo gruppo anche alla Camera. L’attenzione è rivolta verso il presidente del Consiglio Matteo Renzi.
È l’ennesima scissione subita dal Cavaliere: nel dicembre 2012 i primi a prendere il largo furono Giorgia Meloni e Ignazio La Russa, che diedero vita a Fratelli d’Italia; nell’ottobre 2013 Angelino Alfano divorziò fondando il Nuovo centrodestra (restò nel governo Letta mentre Berlusconi passò all’opposizione); nel maggio scorso è uscito Raffaele Fitto, costruendo Conservatori e riformisti; adesso è il turno di Verdini, alfiere del Patto del Nazareno con Renzi sulle riforme istituzionali, accordo sconfessato dal leader del centrodestra alla fine dello scorso gennaio. Non solo. In questi due anni Berlusconi ha perso altri importanti dirigenti storici di Forza Italia, fortemente legati a lui anche sul piano umano: Fabrizio Cicchitto, ex capogruppo alla Camera; Renato Schifani, ex presidente del Senato e già capogruppo a Palazzo Madama, Paolo Bonaiuti, ex portavoce, Sandro Bondi, ex coordinatore del partito (tutti hanno aderito al Ncd di Alfano).
Ma è tutta la Seconda Repubblica a frantumarsi. Si sono liquefatti o hanno subito scissioni praticamente tutti i partiti. Sono cambiate le coalizioni e sono mutati gli equilibri politici usciti due anni fa dalle urne. Si è sfaldata Scelta civica, il partito centrista fondato da Mario Monti che raccolse oltre il 10% dei voti nelle elezioni politiche del 2013. È stato lo stesso ex presidente del Consiglio del governo tecnico ad abbandonare per primo la sua creatura politica nell’ottobre del 2013, poi è seguita una fuga in tutte le direzioni e, in particolare, verso il Pd. Stefania Giannini, ministra della Pubblica istruzione, ha lasciato la segreteria di Scelta civica ed ha aderito al Pd nel febbraio di quest’anno. Da allora Enrico Zanetti, sottosegretario all’Economia, è alla guida del partito centrista ridotto al lumicino per l’esodo di deputati e senatori.
La crisi della Lega Nord è iniziata durante la campagna elettorale per le amministrative dello scorso maggio. Flavio Tosi è entrato in rotta di collisione con Matteo Salvini. Lo scorso marzo c’è stata la scissione. Il sindaco di Verona se ne è andato sbattendo la porta dopo il no di Salvini a farlo correre come governatore del Veneto. Con Tosi sono passati diversi parlamentari veneti del Carroccio.
Il Pd di Renzi è stato un “magnete” per molti parlamentari centristi e di sinistra, soprattutto dopo il grande successo nelle elezioni europee del maggio 2014 (ottenne il 40,8% dei voti). Sinistra ecologia e libertà ha subito l’uscita di molti dirigenti a vantaggio del Pd, in testa Gennaro Migliore, ex capogruppo alla Camera. Tuttavia, il presidente del Consiglio e segretario democratico negli ultimi tempi ha subito dei brutti colpi. Diversi personaggi di rilievo della sinistra del partito, dopo un lungo dissenso, hanno detto addio: prima se ne è andato Sergio Cofferati (a gennaio 2015), poi Pippo Civati (a maggio) e quindi Stefano Fassina (a giugno). Fassina, Civati e Cofferati sono impegnati a dare vita con Sel a “un nuovo grande partito della sinistra di governo alternativo”.
Anche Beppe Grillo ha subito più di un dispiacere per le “rotture” nel Movimento 5 Stelle, la forza politica da lui fondata nel 2009 e che raccolse oltre il 25% dei voti nel 2013 su posizioni di opposizione totale di sinistra-destra. Tra espulsioni e addii, oltre 30 parlamentari hanno lasciato il M5S sui 160 eletti nel 2013. I deputati e senatori dissidenti ex cinquestelle sono andati in diverse direzioni, verso sinistra e verso il centro, ma soprattutto sono approdati nei gruppi di Montecitorio e di Palazzo Madama.
Il Gruppo Misto della Camera, punto di raccolta di identità politiche e programmatiche molteplici, è cresciuto a dismisura: ora è salito a 42 deputati e potrebbe ampliarsi ancora con l’ingresso dei deputati di Verdini. Nella Prima Repubblica il Gruppo Misto raccoglieva pochi parlamentari, su posizioni di rottura con i partiti di origine, lì confluiti in attesa di scelte definitive. In genere erano pochi i parlamentari in contrasto con i rispettivi partiti e non riuscivano a formare dei gruppi autonomi (a Montecitorio occorrono almeno 20 deputati e a Palazzo Madama almeno 10 senatori). Di qui la scelta di confluire nel Gruppo Misto. Ora invece il Misto è diventato una miscela di tante forze ed identità diverse, un crocevia importante nella nuova mappa politica che sta emergendo da scissioni, fratture e ricomposizioni.
Gli occhi sono puntati sul boom del Gruppo Misto. Pino Pisicchio vede una situazione in rapido mutamento: «Questa legislatura passerà alla storia come quella del disfacimento della forma partito e della continua movimentazione dei deputati». Il presidente del Gruppo Misto della Camera riflette sui possibili nuovi equilibri politici: «Non è un problema di turismo parlamentare, ma di superamento della fotografia che è stata scattata in occasione delle politiche del 2013, lontane ormai anni luce dai nostri giorni. Che un gruppo di parlamentari che fanno capo a Verdini decida di uscire da Forza Italia per praticare vie nuove è nell’ordine delle cose che questa legislatura ci ha abituato a vedere». Riflette sul nuovo quadro parlamentare: «Il giudizio politico non va dato alle intenzioni ma al come, concretamente, questi colleghi vorranno attestarsi di fronte all’attività parlamentare». Cosa succedera? Perché l’implosione e le fratture in tanti partiti? Il tenente Colombo dice in uno dei suoi telefilm: «C’è una spiegazione plausibile per tutto al mondo».

Renzi si smarca sull’Imu

Isi, Ici, Imu, Tasi. Qualunque sia il nome, agli italiani non piacciono le tasse sulla casa. Silvio Berlusconi lo aveva capito benissimo. Il 3 aprile 2006 annunciò ai telespettatori di Porta a Porta su Rai1: «Avete capito bene: aboliremo l’Ici su tutte le prime case, quindi anche sulla vostra». Allora il leader del centrodestra perse la sfida nelle elezioni politiche di quell’anno con Romano Prodi, ma per appena 24 mila voti. Tuttavia quando più tardi tornò presidente del Consiglio realizzò quella promessa a costo di accantonare le altre, cominciando da quella sul taglio dell’Irpef, l’imposta personale sul reddito, un’altra tassa per niente amata dagli italiani.

Mario Monti, presidente del Consiglio tecnico, ripristinò la tassa sulla prima casa nel 2012 per evitare il collasso dei conti pubblici, e Berlusconi rifece la stessa promessa nella campagna elettorale per le politiche del 2013: il 16 gennaio di due anni fa proclamò a Radio Anch’io, su Radio Rai1: «Nel primo Consiglio dei ministri elimineremo l’Imu. L’Imu ha portato una perdita di credibilità di Monti». La carta dell’Imu impedì il pieno successo del centrosinistra. Pier Luigi Bersani spuntò, sia pure di poco, la maggioranza alla Camera, ma non la ottenne al Senato. La “non vittoria”, come la definì Bersani, portò alla presidenza del Consiglio Enrico Letta, alla guida di un governo politico di “larghe intese” tra centrosinistra e centrodestra. L’Imu sulla prima casa fu cancellata, ma poi tornò con il nome di Tasi per contenere il deficit pubblico.

Adesso è Matteo Renzi ad alzare la bandiera della cancellazione della tassa sulla prima casa: la abolirà nel 2016, nel 2017 ridurrà le imposte alle imprese (Irap e Ires) e nel 2018 diminuirà le aliquote Irpef su stipendi e pensioni. Il presidente del Consiglio e segretario del Pd ha annunciato “la rivoluzione copernicana sulle tasse” sabato 18 luglio all’assemblea nazionale dei democratici a Milano. Carlo Padoan, ministro dell’Economia, ora è alle prese con il reperimento delle risorse nella legge di Stabilità 2016 per cancellare l’imposta sulla prima abitazione. Si parla di una lievitazione della manovra economica da 20 a 25 miliardi di euro. Il taglio delle tasse aiuta la ripresa economica se “è credibile”, cioè se “è permanente”, ha avvertito Padoan.

Se non è “una rivoluzione copernicana” certamente di una rivoluzione si tratta per la sinistra e il centrosinistra: il taglio delle tasse, in particolare quella sulla casa, è sempre stato un vessillo del centrodestra. Su “meno tasse, meno leggi e meno sindacati” Berlusconi ha costruito le sue campagne elettorali, teorizzando “la rivoluzione liberale” e guidando quattro governi di centrodestra dal 1994 al 2011.

La sinistra e il centrosinistra si sono sempre caratterizzati, invece, su altri temi: per la costruzione dello Stato sociale, per l’intervento pubblico nell’economia o per misure severe di contenimento del deficit per entrare e restare nell’euro, fortemente voluto da Romano Prodi. Le tasse sono sempre state viste come un male necessario. Il 7 aprile 2007 Tommaso Padoa Schioppa, ministro dell’Economia nel secondo governo Prodi, si espresse con un clamoroso paradosso: «Le tasse sono una cosa bellissima, un modo civilissimo di contribuire tutti insieme a beni indispensabili quali l’istruzione, sicurezza, ambiente e salute».

Renzi si smarca da questa impostazione, “cambia verso” come egli stesso diceva tempo fa. Ha già ridotto le imposte sugli stipendi dei lavoratori a basso reddito varando il bonus fiscale di 80 euro al mese e riducendo in parte l’Irap. Tuttavia la pressione tributaria in Italia continua ad essere tra le più alte nel mondo, rendendo più difficile la competitività delle imprese e il sostegno alla sospirata e, per ora ancora debole, ripresa economica. Di qui anche il deludente risultato del Pd nelle elezioni amministrative di quasi due mesi fa, la discesa nei sondaggi elettorali dal quale non si salva il presidente del Consiglio. La cancellazione della tassa sulla prima casa nel 2016 può aiutare un recupero elettorale l’anno prossimo, quando si voterà per i sindaci in diverse importanti città. L’intento è di pescare voti anche tra gli elettori del centrodestra e del M5S. Del resto oltre l’80% delle persone, in Italia, è proprietario della casa nella quale abita ed è l’ancora sulla quale il ceto medio ha riposto gran parte delle sue sicurezze ora andate in frantumi.

Ma a sinistra riesplodono i problemi per Renzi, accusato di “copiare” Berlusconi. Stefano Fassina, che a giugno ha lasciato il Pd dopo Pippo Civati e Sergio Cofferati, ha considerato “immorale” eliminare la tassa sulla prima casa per tutti. Gran parte della sinistra Pd è favorevole al taglio, ma solo per i redditi più bassi. La tensione è altissima. Bersani oggi ha polemizzato con Renzi su La7: «Io voglio far pagare la case di lusso, sono fatto così perché sono di sinistra». Ha definito “una stupidaggine” considerare il Pd il partito delle tasse. Ha ricordato i governi Amato e Prodi: «Noi le tasse le abbiamo abbassate, Berlusconi no. Se anche Renzi dice che siamo il partito delle tasse… » .

L’ex segretario del Pd ha sollecitato il presidente del Consiglio ad avere rispetto per la minoranza del partito, per persone come Speranza e Cuperlo: «Non deve trattarli come ‘musi lunghi’». Perciò «non si insultano. Anzi, li si apprezza».

La stoccata è a una battuta lanciata da Renzi contro i dissidenti interni all’assemblea nazionale del partito a Milano: il Pd è tra i partiti più votati in Europa, «ci dovrebbero essere entusiasmo e gioia e invece non è così, anzi torna la tribù dei musi lunghi». Il “rottamatore” di Firenze si era detto pronto a dare battaglia: «Non ho in mente nessun cambio di valori o generico di ideali, ma sulle tasse sì: saremo il primo partito che le tasse le riduce davvero».

Samantha Cristoforetti, astronauta e capitano dell’Aeronautica militare italiana, alcuni giorni fa ha consegnato a Renzi un vessillo con su scritto il motto dell’Arma azzurra: “Con valore verso le stelle”. Dante Alighieri scrive nella Divina Commedia, nell’ultimo verso dell’Inferno: «E quindi uscimmo a riveder le stelle». Il sommo poeta descrive il sollievo per essere riuscito a vedere e ad uscire indenne dall’Inferno, uno dei perni della sua Commedia. Anche Renzi lavora per “rivedere le stelle” l’anno prossimo.

Rodolfo Ruocco

Serbatoio dei sindaci “in rosso”

I sindaci di Roma e Milano sono sempre di più in bilico. Le due giunte di centrosinistra traballano proprio mentre a Milano è in corso l’Esposizione universale sul cibo e a Roma mancano cinque mesi all’avvio del Giubileo della Misericordia, voluto da papa Francesco: due grandi occasioni internazionali di riscatto e di rilancio per le due metropoli.

È una pericolosissima miscela. Contrasti politici, veleni, arresti e avvisi di garanzia per corruzione e tangenti su appalti da tempo non fanno più dormire sonni tranquilli i sindaci.  Ignazio Marino e a Giuliano Pisapia, i sindaci della capitale e del capoluogo lombardo, sono bombardati da una pioggia di brutte notizie.

Le ultime due “tegole” cadute sulla testa di Marino e di Pisapia sono le dimissioni, quasi in contemporanea, dei rispettivi vice sindaci: Luigi Nieri a Roma e Ada Lucia De Cesaris a Milano. Nella capitale è subito scattata la mobilitazione per cercare di trovare un altro numero due di Marino e scongiurare le elezioni comunali anticipate: Nichi Vendola, presidente di Sel ed ex governatore della Puglia, è catapultato nella corsa contro la sua volontà.  A Milano Pisapia, invece, ha lanciato un appello alla sua ex vice: «Spero ci ripensi». Ma l’appello a restare è caduto nel vuoto, almeno per ora. Nei prossimi giorni potrebbe essere sciolto il rebus delle due sostituzioni, tuttavia l’esito può riservare sorprese imprevedibili.

Roma e Milano sono lo specchio di una crisi più generale della Seconda Repubblica, leaderistica e maggioritaria, nata vent’anni fa dopo il crollo della Prima sotto i colpi di Tangentopoli. Anzi le due metropoli, più esattamente, fanno emergere la crisi del “modello dei sindaci”, l’elemento più innovativo e dinamico della Seconda Repubblica, prima caratterizzata da Romano Prodi, Silvio Berlusconi ed Umberto Bossi e ora da Matteo Renzi, Beppe Grillo e Matteo Salvini. La stagione dei sindaci eletti direttamente dai cittadini, al primo turno o al ballottaggio, aprì nel 1993 la Seconda Repubblica carica di speranze di rinnovamento. Valentino Castellani a Torino, Francesco Rutelli a Roma, Antonio Bassolino a Napoli, Leoluca Orlando a Palermo ed Enzo Bianco a Catania erano i giovani sindaci di centrosinistra simbolo di una nuova classe politica, apprezzata dagli elettori per competenza ed onestà.

È un’epoca lontana, qualche nome è stato dimenticato con le dovute eccezioni: Orlando e Bianco, dopo vent’anni e altre esperienze politiche nazionali, sono ancora in sella come sindaci di Palermo e di Catania.

Da lì, dal tornado dei sindaci di vent’anni fa, è arrivato il ciclone del cambiamento anche della classe politica nazionale dell’Italia. Matteo Renzi, il più giovane presidente del Consiglio della storia della Repubblica italiana, è stato sindaco di Firenze dal 2009 all’inizio del 2014, quando lasciò Palazzo Vecchio per andare a Palazzo Chigi a Roma.

Tuttavia la crisi riguarda anche le regioni e i governatori. Oggi è entrata nell’occhio del ciclone la regione Sicilia e il presidente Rosario Crocetta. Tutto è partito da una telefonata intercettata di Matteo Tutino, medico personale di Crocetta. Secondo ‘l’Espresso’ il medico, arrestato nei giorni scorsi, avrebbe pronunciato una frase shock qualche mese fa: Lucia Borsellino «va fatta fuori. Come suo padre». Il riferimento è a Paolo Borsellino, il magistrato ucciso dalla mafia a Palermo nel 1992. Crocetta ha negato di aver mai sentito questa terribile considerazione di Tutino, comunque si è autosospeso dall’incarico di governatore. Lucia Borsellino qualche giorno fa si è dimessa da assessore alla Sanità della regione Sicilia.

La classe dirigente locale, forse anche di più di quella nazionale, ha perduto credibilità. Ora “il serbatoio” dei sindaci è andato “in rosso”, non sembra più un’alternativa valida alla classe dirigente nazionale. La crisi di Roma e Milano suona l’allarme per tutta la Seconda Repubblica, da tempo in affanno e in cerca di una strada nuova per dare una risposta ai gravi problemi economici, sociali ed istituzionali del paese.

Anzi, in alcuni casi, il degrado politico ed etico a livello locale, soprattutto dei gruppi dirigenti delle regioni, è molto più grave di quello nazionale (gli scandali sull’appropriazione e lo sperpero dei fondi pubblici, soprattutto nel Lazio durante la giunta Polverini, per mesi hanno dominato le prime pagine dei giornali). Le difficoltà nelle quali navigano Roma e Milano «segnalano, oltre al disagio dei due governi locali, anche l’estinzione di un serbatoio di classe dirigente cui poter attingere», ha osservato Pino Pisicchio. Le speranze del cambiamento sono andate deluse per il presidente del Gruppo Misto della Camera: «Sembra davvero lontana la stagione dei sindaci che si proponevano come alternativa ad un ceto politico nazionale bloccato».

L’Italia ha dovuto sempre fare i conti con un sistema politico difficile a livello nazionale e locale. Nicola Amore, grande sindaco liberale di Napoli alla fine del 1800, disse con tono ironico a un giornalista del ‘Times’: «Governare Napoli non è difficile, è inutile».

Certo se salta “il serbatoio di riserva” dei sindaci insieme a quello quasi “a secco” dei partiti il problema si fa serio. C’è un’incertezza di soggetti, di sedi e di selezione di classe politica. È la scommessa di rinnovamento della democrazia italiana.

Sinistra Pd alza il tiro su Renzi

Il percorso è sempre più accidentato e a rischio per “il maratoneta” Matteo Renzi. Il presidente del Consiglio e segretario del Pd qualche mese fa ha lasciato i panni dello “sprinter” ed ha indossato quelli del “maratoneta”, ma forse non si aspettava di dover passare su un tracciato così scivoloso e pericoloso.

I problemi si sommano: la turbolenze provocate dalla possibile uscita della Grecia dall’euro, gli sbarchi in Italia dei migranti provenienti dall’Africa e dal Medio Oriente in fiamme, le minacce del terrorismo islamico,  la debole ripresa economica, le deludenti elezioni amministrative di un mese fa, la contestazione sempre più dura delle minoranze del Pd alle sue scelte.

Ogni votazione alla Camera e al Senato sulle “riforme strutturali” è una scommessa. La minoranza del Pd ha alzato il tiro. Renzi alla fine ha portato a casa “la Buona scuola” dopo l’Italicum (la nuova legge elettorale) e il Jobs act, ma il Pd si è pericolosamente spaccato. La riforma della scuola, obiettivo centrale del “rottamatore” di Firenze, ieri non è stata votata da gran parte della sinistra interna: 5 deputati hanno schiacciato il pulsante del “no” e 24 non hanno partecipato al voto (tra questi big come Bersani, Cuperlo, Speranza).

La “Buona scuola”, contestata dai sindacati a suon di scioperi e di manifestazioni di protesta, è passata alla Camera con appena 277 voti a favore, 173 contrari e 4 astenuti. In teoria la maggioranza poteva contare su ben 395 “sì”, così all’appello sono mancati circa 120 voti tra assenze, critici e “mal di pancia” anche di diversi deputati centristi. Quattro deputati di Forza Italia, “verdiniani” di stretta osservanza (l’ala dialogante con Renzi del partito di Berlusconi), hanno invece lasciato l’opposizione e hanno votato “sì”, ma l’apporto provvisorio non fa bene all’immagine dell’esecutivo.

Le prossime sfide saranno al cardiopalma. Sarà dura quando il presidente del Consiglio la prossima settimana dovrà affrontare la prova del Senato sulla riforma della Rai (il governo qui poggia su una maggioranza risicata) e alla Camera sarà da votare il riassetto della pubblica amministrazione. La tensione è così alta che ha consigliato di rinviare a settembre l’esame al Senato della riforma costituzionale (inizialmente la discussione era prevista a luglio).  Alcuni giorni fa 25 senatori della sinistra del Pd hanno puntato i piedi: in un documento hanno chiesto al presidente del Consiglio di cambiare la riforma costituzionale, inserendo l’elezione diretta dei senatori, il cavallo di battaglia di Vannino Chiti (come mediazione si parla di un listino apposito da votare assieme a quello dei consiglieri nelle elezioni regionali).

Gli ultimi mesi sono stati pesanti per l’emorragia a sinistra. Prima hanno detto addio a Renzi Pippo Civati, Sergio Cofferati e Luca Pastorino. Poi a giugno, proprio contestando la riforma della scuola, hanno lasciato il Pd Stefano Fassina e Monica Gregori, attaccando “le scelte plebiscitarie” sulle riforme istituzionali e quelle “liberiste, subalterne alla destra” in economia. Fassina, Civati e Cofferati, dopo la scissione, puntano a creare “un nuovo partito unitario della sinistra di governo alternativa”. Dialogano con Sel di Nichi Vendola e nelle elezioni del 2016 vorrebbero presentare delle liste per il sindaco nelle grandi città. Proprio domani l’assemblea nazionale di Sel a Roma manderà dei “segnali” a Fassina e a chi ha lasciato il Pd sulla «necessità  di aprire una nuova stagione a sinistra in Italia».

Bersani, Cuperlo, Speranza per ora tacciono, ma Davide Zoggia, tra i deputati della sinistra Pd che non hanno votato a Montecitorio la “Buona scuola” ha detto oggi a la Repubblica: la riforma «ci farà perdere un sacco di simpatie. E quindi, e di voti». Il “colonnello” della minoranza democratica è allarmato: quando alla Camera è stata votata la legge  «sono anche scoppiati gli applausi della destra…Ci perdiamo la sinistra ma il nostro futuro non può essere l’Ncd».

Pier Luigi Bersani, leader della sinistra del partito, è corteggiato dagli scissionisti, tuttavia è molto difficile che lasci il Pd, “la ditta”, come lo chiama lui: «La parola scissione non fa parte del mio vocabolario». L’ex segretario democratico da tempo critica il presidente del Consiglio. Ha sparato pesanti bordate: «L’Italicum apre un’autostrada per le pulsioni plebiscitarie e populiste», si rischia «un presidenzialismo senza contrappesi, una sorta di democrazia d’investitura». La presa di distanze è stata netta: questa «non è più la ditta che ho costruito io. Questa è un’altra cosa, un altro partito».

Il presidente del Consiglio e segretario del Pd  valuta le contromosse. Ieri ha ringraziato «la straordinaria maggioranza» che  ha permesso il varo della “Buona scuola”, l’assunzione di centomila docenti precari e la valorizzazione del merito degli insegnanti. Oggi, incontrando a Palazzo Chigi il premier irlandese Enda Kerry, ha commentato con soddisfazione i positivi dati sulla ripresa dell’occupazione e della produzione industriale in Italia: «E’ l’ulteriore dimostrazione che facendo le riforme le cose cambiano».

Subito dopo il deludente risultato delle amministrative ha annunciato: «Il Pd dovrà riflettere perché i cittadini non sbagliano mai». Ma ha bocciato le critiche di essere subalterno alla destra e ha confermato la volontà di andare avanti sulla sua linea di riforme strutturali e di modernizzazione dell’Italia: «L’unica sinistra che in Europa ha ancora un risultato è la nostra». Ha respinto gli inviti a cambiare rotta: «La sinistra che si ritiene più a sinistra fa vincere la destra». Ha attaccato “i gufi” e ha avvertito: «Se poi deputati e senatori si sono stancati di noi, basta togliere la fiducia delle Camere e vediamo chi prenderà quella dei cittadini». Nel libro Una donna senza importanza Oscar Wilde scrive: «Il grande vantaggio di giocare col fuoco è che non ci si scotta mai. Sono solo coloro che non sanno giocarci che si bruciano del tutto».

 

 

 

Berlusconi tenta doppio dribbling

Silvio Berlusconi tenta il brivido di un doppio dribbling: nel calcio e in politica. Assediato dai processi e alle prese con la crisi di Forza Italia, tenta il rilancio. Il presidente del Milan prende spunto dall’arrivo di Siniša Mihajlovic nel Milan e commenta: ora la squadra “può competere” con la Juventus per lo scudetto.  Nella conferenza stampa oggi a Milano canta le lodi del nuovo allenatore rossonero e arriva anche una sorpresa: non parla solo del fuoriclasse serbo e delle ambizioni calcistiche mondiali del Milan; improvvisamente vira verso la politica e si sofferma su Diego Della Valle, imprenditore come lui.

Berlusconi si leva la maglietta del Milan e indossa quella di presidente di Forza Italia: «Evviva c’è bisogno di gente nuova. Della Valle è un ottimo imprenditore ed è nuovo come politico». Apprezza il progetto, avanzato dal proprietario della Tod’s, di costruire “Noi italiani”. Commenta: il governo di Renzi ha fallito, «il successo può venire da gente che viene dalla vita vera e non da gente che fa la politica di mestiere». Il colpo mira al presidente del Consiglio e segretario del Pd: «Anche Renzi è un professionista della politica». Berlusconi conferma l’obiettivo di ricomporre il centrodestra, da  anni diviso in mille frammenti, dopo essere stato unito e vincente per quasi 20 anni sotto la sua guida.  Vuole ricominciare a lavorare sul 50% degli italiani che ormai diserta le elezioni: «A me basterebbe convincere tutti quelli che non votano ad andare a votare».

Della Valle, presidente della Fiorentina, in due anni si è trasformato da amico e sostenitore del presidente del Consiglio in suo irriducibile avversario. L’amministratore delegato di Hogan e Tod’s  boccia i risultati dell’esecutivo diretto dal “rottamatore” di Firenze. Ha fatto partire la bordata l’altro ieri: «Credo che questa sia un’esperienza di governo arrivata un po’ alla fine». Ha invitato perfino Sergio Mattarella a voltare pagina: «Credo che il presidente della Repubblica debba prendere atto che c’è un governo non votato dal popolo e in assoluto affanno, ma non si può andare a votare ora».

Ha spinto per varare un nuovo esecutivo «che ci porti al 2018» quando ci saranno le elezioni politiche. Ha usato un linguaggio simile a quello di Berlusconi: «C’è bisogno di gente competente con dei curricula validi, non mettiamo amici e amici degli amici». Strane le vicende della vita: Renzi e Della Valle nel febbraio del 2014 si vedevano a Firenze e si parlava di quest’ultimo come possibile ministro nel governo del giovane “rottamatore”.

C’è aria di alleanza in politica tra i due imprenditori. È aperta la sfida per la leadership del centrodestra. Matteo Salvini dall’anno scorso ha posto la sua candidatura alla guida del centrodestra contestando quella del presidente di Forza Italia. Il segretario della Lega Nord ha rivendicato: «Sono io il competitor di Renzi». All’assemblea di Pontida di un mese fa ha ricordato i suoi successi elettorali alle elezioni amministrative: «Ho portato il partito dal 4% al 14% dei voti». Ha polemizzato con Berlusconi che “resta in campo” ed ha sottolineato il “sorpasso” elettorale del Carroccio su Forza Italia. I vertici tra l’ex presidente del Consiglio e il segretario del Carroccio si sono succeduti negli ultimi mesi, tuttavia i contrasti  sulla leadership e le alleanze per le elezioni politiche non sono stati superati.

Il centrodestra è diviso tra Lega, Forza Italia, Nuovo centrodestra di Angelino Alfano, Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni. Salvini sta cercando un rapporto privilegiato con la Meloni. Oggi si sono incontrati alla Camera concordando sulla necessità di costruire «una valida alternativa al renzismo». L’arrivo in pista di Della Valle potrebbe cambiare tutto. L’ex presidente del Consiglio ha precisato qualche tempo fa di voler assumere il ruolo di “regista”, di padre nobile del centrodestra riunificato.

Euro, Renzi unico alfiere

Panico in Grecia, paura in Italia e in Europa. Il clima in Grecia è da “guerra finanziaria”. Da oggi le banche elleniche e la Borsa di Atene, come ha deciso ieri il governo guidato da Alexis Tsipras, restano con la porta sbarrata per una settimana. Il premier ellenico vuole evitare il terrore e il tracollo finanziario: le code ai bancomat, le file in banca dei greci impauriti dal rischio di perdere i propri risparmi. Decine di miliardi di euro nelle ultime settimane sono fuggiti dalla Grecia, sono negli ultimi giorni 4 miliardi sono stati ritirati dai conti correnti. L’alta borghesia ha trasferito da tempo i suoi capitali nei paradisi fiscali in Svizzera, in Lussemburgo, nell’isola di Man, nell’arcipelago delle Cayman; il ceto medio ha portato i risparmi a casa, sotto il materasso. Tuttavia in molti non hanno prelevato i loro depositi e sono terrorizzati.
Cinque mesi di dure trattative sui nuovi aiuti alla Grecia sono finite male. Tsipras ha convocato un referendum per domenica prossima, 5 luglio. Il premier della sinistra radicale ellenica ha chiesto ai concittadini di dire sì o no alle condizioni poste dai creditori (Commissione europea, Banca centrale europea, Fondo monetario internazionale) per concedere altri aiuti. Domani era prevista la scadenza del termine per concludere un accordo. La Grecia domani avrebbe dovuto ricevere altri 7,2 miliardi di euro di crediti e avrebbe dovuto rimborsare 1,6 miliardi di debiti al Fmi. Invece è saltata ogni ipotesi d’intesa. Ora il referendum può trasformarsi in un sì o un no all’euro.
Può accadere di tutto tra domani e domenica 5 luglio: il salvataggio in extremis della Grecia o il fallimento, l’uscita del paese di Pericle e di Aristotele dall’euro con conseguenze imprevedibili per la tenuta dell’Unione europea, degli altri 18 stati aderenti alla moneta unica e per l’Italia. Il dissesto finanziario greco è lo spettro che sta avanzando. L’onda lunga della paura oggi ha causato il cedimento delle Borse europee e l’aumento dei tassi d’interesse sui titoli del debito pubblico dei paesi più esposti di Eurolandia (in testa l’Italia).
In molti puntano il dito contro l’euro per i guai dell’Italia: la Grande recessione economica cominciata nel 2008, la disoccupazione di massa, la chiusura di un quarto delle fabbriche, l’impoverimento dei ceti popolari. Da tempo molti, nel centrodestra e nel centrosinistra, fanno il tifo per dire addio all’euro o, comunque, sono critici verso la moneta comune europea ad egemonia tedesca. Beppe Grillo da anni sta dando spallate all’euro. Il leader del M5S l’altro giorno, in un comizio a Ostia, si è spellato le mani negli applausi per il premier ellenico: «Tsipras straordinario! Sta dando l’ultima parola al popolo greco! Anche noi vogliamo il referendum sull’euro! E lo faremo se ci aiuterete!». Ha ripetuto: «Siamo tutti in default da anni, anche l’Italia».
Matteo Salvini è tra i più decisi fautori della cancelalzione dell’euro. Il segretario delle Lega Nord ha rilanciato la sua battaglia: «L’Europa è fallita. L’euro è una moneta sbagliata». Ha accusato dai microfoni di Rainews24 : «Stanno buttando via 80 miliardi di euro per non risolvere nulla. Questa è un’Europa da abbattere e ricostruire. Tsipras fa bene a tenere alta la testa, ma i greci hanno speso ciò che non avevano in tasca». Perciò «è uno scontro tra due errori», l’Europa e la Grecia.
Silvio Berlusconi usa toni più morbidi, ma la sostanza non cambia di molto. Il presidente di Forza Italia tempo fa ha ripetuto la sua analisi a Radio anch’io, la prima rete radio della Rai: «Oggi uscire dall’euro sarebbe avventuroso perché nessuno conosce quali sarebbero le conseguenze, ma se non dovessimo riuscire a cambiare la politica della Bce e dell’Unione europea, sarà la realtà a imporre a noi, alla Francia, alla Grecia, all’Irlanda, al Portogallo, l’uscita dall’euro per tornare alla nostra moneta nazionale».
Anche una parte della sinistra la pensa in un modo analogo. È stato un errore aderire all’euro? Stefano Fassina, l’economista che la settimana scorsa ha lasciato il Pd, in una intervista di marzo a Il Giornale, ha considerato un errore l’ingresso nell’euro: «Allora abbiamo fatto tanti errori politici» perché «si è sognato un’integrazione politica che non c’è stata». L’ex esponente della sinistra del Pd lo scorso febbraio, in una intervista a La Stampa, aveva previsto tempi bui per la Grecia: «Se vuole sopravvivere, e se la sinistra greca vuole sopravvivere, dati i vincoli che vi sono oggi nell’Eurozona, temo che per la Grecia non vi sia altra possibilità che uscire».
Matteo Renzi, invece, critica la linea dell’austerità finanziaria e “la tecnocrazia” europea, sostiene la necessità di puntare sulla crescita economica e sugli investimenti, ma ha sempre sottolineato la necessità di restare nell’euro. In una riunione della direzione del Pd ha avvertito: «Bisogna entrare in Europa con più forza e determinazione. Chi dice usciamo dall’euro propone code ai bancomat e imprese fallite». Il presidente del Consiglio e segretario del Pd ha respinto tutte le accuse di essere un populista. Resta da solo a difendere la bontà dell’euro, rivedendo però molte regole europee. Nella sua Enews del 20 giugno si è posto come l’alfiere del riformismo da tutti gli attacchi: «Se sei al Governo e vuoi sconfiggere il populismo e l’antipolitica l’unica strada che hai davanti è fare le riforme. Farle presto, farle bene, farle tutte. E su questo non ci fermeremo mai».
Ben altra musicano suonano, in particolare, Salvini e Grillo. Il segretario del Carroccio, inventore della metafora della “ruspa” contro i rom e l’euro, non si sposta di un millimetro: «L’accusa di populismo mi inorgoglisce». Il fondatore del Movimento 5 Stelle non ha cambiato rotta: «Sono orgoglioso di essere un populista».
Europa, nella mitologia dell’antica Grecia, era una bellissima fanciulla che passeggiava in riva al mare. Zeus la vide, se ne innamorò, si trasformò in un toro e la rapì. Europa diede il suo nome al nostro continente e, quindi, all’euro. Sarebbe singolare l’euro senza i discendenti degli inventori del mito di Europa, i costruttori della civiltà europea. Ora ad essere rapita potrebbe essere la Grecia, non da Zeus ma dalla Russia o dalla Cina, pronte ad aprire i loro forzieri per Atene.

Sinistra versione Fassina

Una serie di piccole scissioni e la prova del fuoco ci sarà sabato 4 luglio, festa dell’indipendenza degli Stati Uniti d’America dall’Inghilterra. Stefano Fassina, dopo aver lasciato il Pd, sta preparando l’assemblea al teatro Palladium di Roma con Pippo Civati, Sergio Cofferati e Luca Pastorino, tre uomini chiave usciti nei mesi scorsi dal partito di Matteo Renzi. Il teatro Palladium non è una scelta casuale, è alla Garbatella, un quartiere dell’antica periferia di Roma nel quale Fassina è di casa.

È una scelta simbolica: ha divorziato da Renzi lo scorso martedì nel
circolo Pd di Capannelle, un’altra periferia della capitale: «Lì ci sono le mie radici, le persone che dobbiamo rappresentare, a cui devo dare delle risposte». Fassina, 49 anni, economista, deputato, vice ministro nel governo di Enrico Letta, vuole costruire «una sinistra unitaria di governo alternativa», prima dialogando con chi ha detto addio nei mesi scorsi al Pd e poi allargando il confronto: «Con Sel intesseremo discorsi».

L’occasione dello “strappo” con Matteo Renzi, effettuato in tandem con la deputata Monica Gregori, è stata la scuola. Il presidente del Consiglio e segretario del Pd, ha obiettato Fassina, ha chiuso la porta «alle nostre quattro proposte di profonde correzioni» e ha chiesto e ottenuto il voto di fiducia al Senato sulla riforma per realizzare “la Buona scuola”.

La critica di Fassina alle riforme strutturali del governo Renzi è fortissima. Quelle sul lavoro e scuola, ha accusato qualche tempo fa, sono mutuate «dalla proposta della destra», mentre la nuova legge elettorale battezzata Italicum e la revisione costituzionale poggiano su «un disegno plebiscitario». Dà qualche elemento su come immagina la sua sinistra alternativa di governo. Punta a rappresentare i lavoratori, i ceti deboli, popolari, le piccole e medie imprese «che non si sentono più rappresentati», così in gran parte nelle elezioni «si rifugiano nell’astensione».

Respinge le accuse di conservatorismo: «Noi vogliamo un cambiamento progressivo, non regressivo». Ha in mente un progetto di sinistra «basata sui territori» quasi opposto a quello del giovane “rottamatore” fiorentino. L’obiettivo è creare «una sinistra non subalterna», vicina ai  lavoratori e critica «con Marchionne e la finanza internazionale».  Critiche piovono anche sui partiti socialisti-laburisti europei messi alle corde da nuove formazioni come Podemos in Spagna e Syriza in Grecia: «La sinistra socialista europea è sempre più in crisi e inadeguata».  Ribatte agli scettici: «La sinistra non è finita». Comunque nessuna “guerra” con il Pd, non passerà all’opposizione. D’ora in poi in Parlamento voterà sui provvedimenti «caso per caso».

Pippo Civati allarga le braccia a un accordo: «Ora potremo lavorare insieme». Si rivolge anche agli esponenti delle minoranze del Pd, che pur criticando Renzi, non rompono con la “Ditta”, come chiama il Pd con una metafora Pier Luigi Bersani. L’ex segretario democratico però ha avvertito: «Oggi il Pd è un po’ più povero, spero non si facciano spallucce».

Nei giorni scorsi Renzi ha respinto le accuse di essere di destra, ribadendo: «Io sono di sinistra» ed ha criticato “i frenatori”, l’Italia ha bisogno delle «riforme strutturali per ripartire». Lorenzo Guerini, braccio destro del presidente del Consiglio, ha commentato con rammarico l’addio di Fassina: «Credo che la scelta sia sbagliata anche se la giudico con rispetto, perché tutte le voci possono farsi sentire in un grande partito riformista». Il vice segretario del Pd si è detto scettico sulle prospettive dell’uscita: «Altre avventure mi sembrano velleitarie» e «mi auguro che Fassina non sia seguito da altri».

Fassina, Civati, Cofferati, probabilmente Nichi Vendola (Sel), c’è chi fa i conti sui possibili voti: il 5%, il 10%, il 15%? Si vedrà, ancora i tempi sono prematuri per ipotizzare un possibile consenso elettorale. Fassina dovrà fare i conti anche con il M5S: Beppe Grillo ha più volte attaccato «la peste rossa» del Pd ed è riuscito ad intercettare molti voti degli elettori di sinistra su battaglie populiste come quelle contro l’euro,  gli immigrati e per il reddito di cittadinanza. La grave crisi economica e la corruzione pubblica hanno rafforzato le lotte antisistema dei cinquestelle che stanno recuperando consensi nei sondaggi mentre il Pd scende.

Centro o sinistra? Il dilemma Pd

Identità politica e programmi sono elementi strettamente legati. Sulla scrivania di Matteo Renzi si moltiplicano i problemi: barra al centro o a sinistra? L’elenco delle sfide è lungo: troppe tasse; disoccupazione di massa soprattutto tra i giovani; cancellazione del 25% del sistema industriale; impoverimento del ceto medio; mercati finanziari di nuovo in allarme per la possibile uscita della Grecia dall’euro (con imprevedibili conseguenze per l’Italia e sulla debole ripresa economica nazionale).

E ancora: mezzo milione di nuovi immigrati clandestini in possibile fuga dall’Africa e dal Medio Oriente verso le nostre coste; il Pd romano flagellato dall’inchiesta giudiziaria di Mafia Capitale; la richiesta di arresto del senatore Antonio Azzollini, Ncd, che destabilizza il partito di Angelino Alfano, fondamentale alleato di governo.

I problemi più urgenti, comunque, sono l’euro e la scuola: lunedì un vertice straordinario europeo cercherà una soluzione per non far uscire la Grecia dalla moneta comune; martedì riprenderà al Senato la battaglia sulla scuola. Sono tre le riforme del governo alle prese con l’infuocata navigazione parlamentare di Palazzo Madama: la scuola, il superamento del bicameralismo perfetto, la Rai. Lo scontro ci sarà nell’afa della prossima settimana di giugno e proseguirà fino alla fine di luglio. Renzi cercherà di portare a casa queste tre fondamentali riforme dell’esecutivo, sulla scuola è possibile anche il ricorso all’ennesimo voto di fiducia.

La modernizzazione dell’economia e dell’apparato pubblico, fortissimamente voluta dal presidente del Consiglio e segretario del Pd, sono a rischio soprattutto dopo le recenti elezioni amministrative. Il risultato del Pd ha deluso: non c’è stato il trionfo del 40,8% dei voti ottenuto un anno fa alle elezioni europee; la perdita della Liguria e di Venezia, tradizionali roccaforti rosse, sono state sconfitte brucianti.

Il dilemma è: al Pd serve più benzina di sinistra o di centro? Le minoranze del Pd chiedono a Renzi di “cambiare rotta” e di virare a sinistra. Gianni Cuperlo, uno dei leader della sinistra del partito, ha ammonito in una intervista a Repubblica: «Le urne dicono che il Pd sta perdendo una parte delle sue radici sociali» e «qua l’allarme è suonato per tutti» perché «un pezzo della sinistra ha scioperato». Massimo D’Alema oggi ha indicato al Corriere della Sera il rischio di «alimentare nel popolo della sinistra un sentimento di estraneità». Secondo l’ex presidente del Consiglio, già segretario del Pds-Ds, Tony Blair «fu capace di andare verso il centro, ma mantenendo il radicamento tradizionale del Partito laburista».

Cuperlo, D’Alema, Pier Luigi Bersani, Roberto Speranza, Alfredo D’Attorre, Stefano Fassina hanno puntato il dito contro la riforma del mercato del lavoro (realizzata) e su quella della scuola (votata solo dalla Camera) mutuate dalla “proposta liberista della destra”. Le minoranze di sinistra del Pd chiedono “una svolta” con toni più o meno accesi, tuttavia escludono per ora scissioni. Pippo Civati e Sergio Cofferati, invece, nei mesi scorsi hanno rotto i ponti con Renzi e adesso stanno studiando nuove possibili aggregazioni a sinistra. Secondo alcuni calcoli una nuova forza di sinistra per “difendere i diritti” dei lavoratori, con dentro anche Sel di Nichi Vendola e il sindacalista Maurizio Landini, potrebbe arrivare al 10% dei voti. Secondo altri quello spazio ormai è stato conquistato dai Cinquestelle di Beppe Grillo.

Renzi la pensa in maniera diversa. Da quando è diventato segretario del Pd, 18 mesi fa, teorizzò l’obiettivo di attrarre i voti degli elettori delusi del centrodestra e del Movimento 5 Stelle. Sottolineò la necessità di dare vita al “Partito della nazione” allargando i confini del Pd. Un anno fa ottenne il trionfo delle elezioni europee; poi, però, è arrivata la caduta delle amministrative tra fine maggio e l’inizio di giugno.

Barra al centro o a sinistra? Oppure un po’ più al centro o un po’ più a sinistra? E’ il dilemma sorto da quando nacque nel 2007 il Pd, frutto della fusione tra i Ds (forza di sinistra) e la Margherita (partito di centro). Walter Veltroni, il primo segretario, teorizzò “la vocazione maggioritaria” del partito. Puntò a creare un partito all’americana, kennedyano, d’ispirazione liberaldemocratica, ma andò male. Renzi a La Stampa qualche giorno fa ha indicato la strada per recuperare: «Questo è un Paese moderato, vince chi occupa il centro».

Il presidente del Consiglio e segretario del Pd sembra intenzionato ad indossare di nuovo i panni del ‘rottamatore’ di Firenze: «Queste elezioni dicono con chiarezza che con Renzi 2 non si vince. Devo tornare a fare il Renzi 1. Infischiarmene dei D’Attorre e dei Fassina e riprendere in mano il partito». Ha ribadito la volontà di «cambiare l’Italia e l’Europa». Da tempo respinge le accuse: si definisce “di sinistra” e contro “i frenatori”, vuole rinnovare l’Italia con le riforme strutturali. All’assemblea dei deputati democratici dell’altro giorno si è mostrato pronto ad affrontare pericolose turbolenze politiche: «È il momento più difficile e più affascinante dell’intera legislatura. Questa legislatura, che finirà nel 2018, fa venire i brividi». Alcide De Gasperi, presidente del Consiglio e segretario della Democrazia Cristiana dopo la Seconda Guerra Mondiale, centrista per vocazione, diceva: «La Dc è una forza di centro che guarda a sinistra».

Per Renzi tre scogli

Avanti con attenzione tra molti pericoli da schivare. Il fronte giudiziario a Roma e quello del Senato saranno impegnativi per Matteo Renzi. Martedì la giunta delle immunità del Senato comincerà a discutere sulla richiesta di arresto di Antonio Azzollini (Ncd), che ha gettato in allarme il partito centrista di Angelino Alfano; mercoledì la commissione istruzione di Palazzo Madama inizierà a votare gli emendamenti sulla riforma della scuola del governo, contestata dalle opposizioni e dalle minoranze del Pd. Il sindaco Marino barcolla sotto i colpi di Mafia Capitale che hanno raggiunto anche diversi esponenti democratici.

Il governo deve superare tre scogli per proseguire nella sua navigazione. Renzi ripete: massimo garantismo, ma deve andare in carcere “chi ruba” e avanti sulle riforme strutturali per aiutare la ripresa economica, appena avviata dopo 7 anni di Grande crisi. Il “rottamatore” di Firenze oggi ha piazzato una prima contromossa:commissariare il Giubileo a Roma per prevenire altri episodi di corruzione pubblica.

Il presidente del Consiglio è in allarme per molte “paludi”, ma quella più insidiosa è il Senato. L’esecutivo conta su una maggioranza risicata a Palazzo Madama e ogni tensione nella coalizione può provocare un patatrac. Questa settimana il governo è stato battuto due volte: nella commissione affari costituzionali su un parere relativo alla riforma della scuola e in aula in due voti per emendamenti sull’omicidio stradale.  Sulle due sconfitte del governo aleggia lo scontento del Ncd, che è già stato costretto ad accantonare tre parlamentari per vicende giudiziarie (Lupi, De Girolamo, Gentile) ed ha perso un importante ministero come quello delle Infrastrutture. In più il sottosegretario Antonio Castiglione, altro esponente del partito di Alfano, rischia grosso nell’inchiesta di Mafia Capitale. Nella prima sconfitta è stato nettissimo  lo “zampino” del Ncd: tre senatori centristi della commissione non si sono presentati per votare e il governo è stato battuto.

Suona l’allarme rosso. Fabrizio Cicchitto, stratega dei centristi, ha tirato le somme: per “colpire” il governo e Renzi «alcune forze giudiziarie di sinistra e alcuni gruppi mediatici di destra stanno concentrando il fuoco sul Ncd». Tuttavia Alfano tranquillizza: non ci sarà la crisi, l’esecutivo “arriverà” al 2018, alla fine della legislatura.

Nel Pd c’è una specie di clima di “non belligeranza” in attesa dei risultati dei ballottaggi di domenica prossima per i sindaci (il più atteso è Venezia) e per i cambiamenti, chiesti dalle minoranze del partito e annunciati da Renzi, sulla riforma della scuola e del bicameralismo perfetto.  Vannino Chiti, uno dei leader della minoranza Pd al Senato, chiede «un approfondimento serio» sulla riforma del bicameralismo, della legge elettorale e della scuola. Corradino Mineo, effervescente ribelle della minoranza, propone «di procedere subito» con le 100 mila assunzioni di insegnanti  precari e «di esaminare con più calma» la riforma. Stefano Fassina è più intransigente: chiede una svolta perché «abbiamo preso la posizione» della destra sul lavoro. Comunque, dopo l’addio a Renzi di Pippo Civati e Sergio Cofferati, per ora sono escluse altre scissioni.

Il presidente del Consiglio e segretario del Pd è pronto a dialogare con tutti, ma respinge ogni tentativo di bloccare le riforme strutturali per far ripartire la crescita economica in Italia ferma da 20 anni. Oggi ha sollecitato ad affrontare la sfida della globalizzazione: «Nel mondo di oggi ci sono tanti che abbaiano alla luna, vivono sulle paure e pensano che l’unica dimensione sia rinchiudersi in casa. Non è così». Vuole andare avanti con determinazione per far uscire l’Italia dal “cantuccio” perché «è una grande potenza nel mondo». La sfida è aperta. Qualche giorno fa ha avvertito: chi vuole bloccare il governo «mi tolga la fiducia» in Parlamento o nella direzione del Pd. L’imperatore bizantino Marciano mandò un messaggio ad Attila che premeva ai confini dell’impero:  «Oro e doni se se ne sta tranquillo, uomini e armi se strilla più di tanto».