Psi, “Una Lunga Marcia”

 

Appunti, ricordi, documenti, giornali, resoconti di riunioni di direzioni e di congressi. Carlo Correr pubblica “Una Lunga Marcia. I socialisti italiani dopo il 1993”. Il libro, stampato da “Nuova Editrice Mondoperaio”, è composto da 278 pagine dettagliate e sofferte. L’autore è un giornalista socialista che prima ha visto il Psi di Bettino Craxi e poi quello di Enrico Boselli e di Riccardo Nencini. Ferreo sui principi, preciso, pragmatico, metodico, è uno dei protagonisti di quella storia sconosciuta e tribolata dei socialisti dopo Tangentopoli. Correr prima è capo ufficio stampa di Boselli e direttore dell’Avanti! della domenica e poi è caporedattore dell’Avantionline con il Psi di Nencini. Non si risparmia, è un socialdemocratico modello nord europeo. È pronto a tutti i lavori: si alza le maniche della camicia e fa anche il trasloco di scrivanie, archivi del giornale, computer nelle varie peregrinazioni di sedi nelle vie del centro di Roma cercando affitti meno cari.

Correr racconta e scandisce 22 anni di storia tormentata: quella del dopo Craxi. Scorre la vicenda della diaspora socialista ma anche quella della sinistra italiana fatta di scontri, di scissioni, di ricerca di nuove identità e strade. Una ricerca che raramente porta all’unità. Parla dei tentativi di rinnovamento e di ricostruzione del Partito socialista annichilito da Tangentopoli. Per la prima volta c’è un fascio di luce informativa su una vicenda storica e politica drammatica e oscurata.

Sono oltre due decenni di battaglie in gran parte perse, di misteri politici svelati e di rebus irrisolti. Cerca di spiegare perché l’Italia, unico paese europeo, non ha più un Partito socialista degno di questo nome. Il Psi di Nencini alza una bandiera gloriosa, quella di Filippo Turati e Pietro Nenni, ma ha un ruolo marginale e veleggia appena attorno all’1% dei voti. Invece il Pd, nato dal matrimonio tra gli eredi del Pci e della Dc, non ha una identità politica precisa, e comunque non ha né un nome né un programma socialdemocratico. Di qui gli scontri tra l’anima di centro e quella di sinistra del Pd, che in diversi casi hanno causato delle rotture (Stefano Fassina, Pippo Civati, Sergio Cofferati, Corradino Mineo hanno detto addio uno dopo l’altro nell’ultimo anno).

Si vede di tutto: Matteo Renzi è uomo di matrice cattolica e democristiana, ma è stato lui a far aderire Il Pd al Partito socialista europeo e non i predecessori Walter Veltroni e Pier Luigi Bersani, ex Pci-Pds-Ds. Il presidente del Consiglio e segretario democratico, conquistato il 40,8% dei voti nelle elezioni europee dello scorso anno, ha definito il Pd “il più grande partito riformista d’Europa”, ma si è guardato bene dal pronunciare parole come “socialista” o “socialdemocratico”.

Un fatto è sicuro: il Psi nelle elezioni politiche del 1992 ebbe il 13,62% dei voti, in quelle del 1994 crollò al 2,19% e adesso veleggia attorno all’1%. Cifre da micro partito. Correr scrive: «È un vaso di coccio tra vasi di ferro».

Sono molte le cause del disastro: il ricordo nell’opinione pubblica di Tangentopoli, la fuga di gran parte degli elettori socialisti (e democristiani) verso Silvio Berlusconi, la frammentazione dei socialisti tra centrosinistra (Enrico Boselli) e centrodestra (Gianni De Michelis). Il sistema elettorale maggioritario della Seconda Repubblica leaderistica e bipolare, cara a Berlusconi, a Massimo D’Alema e a Walter Veltroni, ha chiuso il cerchio.

Il partito cambia nome più volte: Si (Socialisti italiani), Sdi (Socialisti democratici italiani), Ps (Partito socialista) e infine si torna a Psi. Boselli, Ottaviano Del Turco, Roberto Villetti, Ugo Intini, Gino Giugni, Alberto La Volpe realizzano varie intese preservando la sopravvivenza e l’autonomia del partito. I rapporti con il Pds-Ds-Pd oscillano tra l’alleanza e lo scontro. Correr precisa: le relazioni sono contrastate con D’Alema, buone con Fassino e Bersani, pessime con Veltroni.

La segreteria di Boselli è lunga, dura 14 anni, dal 1994 al 2008. Combatte contro Berlusconi e il centrodestra, cerca di ricomporre “la diaspora socialista”, realizza battaglie per i diritti civili e per la difesa dei lavoratori, sancisce intese con le forze laiche e i radicali, lancia la costituente socialista alla quale aderiscono De Michelis, Claudio Martelli, Valdo Spini, Bobo Craxi e anche ex Ds come Gavino Angius. Vara la Rosa nel pugno, una lista elettorale con i radicali di Marco Pannella basata sui diritti civili, di libertà e di tutela delle minoranze. Rinasce la speranza. Nel 2007 gli iscritti salgono a 70 mila, in alcune elezioni amministrative arriva il 4% dei voti.

Poi c’è la doccia fredda. Le elezioni politiche del 2008 sono un disastro. I post comunisti hanno fatto di tutto, scrive Correr, per favorire “un suicidio assistito” e far sparire il simbolo socialista dalle schede elettorali. Rievoca un drammatico incontro nel loft del Pd tra Boselli e Angius, da una parte, con Veltroni e Bettini, dall’altra. Sottolinea: «Nello splendido ufficio con vista sul Circo Massimo, a Piazza Sant’Anastasia, a Roma» si consuma «la definitiva rottura con i socialisti».

Veltroni, il fondatore del Pd, concede l’apparentamento elettorale solo all’Italia dei valori di Antonio Di Pietro, ma lo rifiuta al Psi e offre solo una manciata di parlamentari da eleggere nelle liste democratiche. Boselli rifiuta, si presenta da solo al voto e perde non superando la soglia di sbarramento né la trincea del 2%. Il segretario del Psi spiega il no all’assorbimento voluto dal segretario democratico: «I socialisti non potevano accettare il diktat di Veltroni salvando qualche posto di parlamentare in cambio di uno scioglimento del partito». Commenta: «Veltroni ha asfaltato la strada del ritorno al potere del Cavaliere».

Correr ricorda i tragici esiti delle elezioni: «Il Partito socialista resta sotto l’1%» e «per la prima volta nella storia della Repubblica i socialisti non sono presenti in Parlamento». Il Pdl di Berlusconi conquista il 40,1% dei voti e stravince le elezione assieme alla Lega Nord di Umberto Bossi. Veltroni, con il Pd “autosufficiente”, incassa il 33,5% dei voti e perde azzerando il centrosinistra e lasciando fuori delle Camere il Psi e la Sinistra arcobaleno. Trionfa non il bipolarismo pluralista, ma “il bipartitismo coatto e illiberale”: Pdl e Pd insieme, facendo appello anche al “voto utile” e dilagando su giornali e tv, ottengono oltre il 70% dei consensi. Boselli si assume la responsabilità della sconfitta e con grande dignità subito si dimette da segretario; gli succede Nencini.

La disfatta elettorale del 2008 è uno dei passaggi centrali del libro. Nencini cerca di risalire la china, raggiunge una intesa con Bersani e il presidente di Sel Nichi Vendola sulla piattaforma di “Italia Bene Comune”: la coalizione di centrosinistra, sia pure per pochi voti, conquista la presidenza del Consiglio nelle elezioni del 2013. Il Psi elegge un pugno di parlamentari nelle liste del Pd di Bersani. La difficile scommessa, è storia di oggi, è di ricostruire all’insegna dell’equità il sistema economico e sociale italiano devastato dalla Grande crisi internazionale iniziata nel 2008.

Correr confessa: «Da tempo pensavo di scrivere questo libro. È una sfida difficile. Da tempo raccoglievo carte, appunti; rammentavo avvenimenti, incontri. Forse involontariamente ho commesso degli errori, se fosse così me ne scuso. Ma è un lavoro che andava fatto». Ha colmato un vuoto informativo. Nenni avvertiva: «Il vuoto in politica non esiste». Ovvero: prima o poi qualcuno lo occupa, rappresentando i bisogni dei lavoratori, degli emarginati, dei più deboli. Adesso questa partita si è aperta tra Renzi, il fondatore del M5S Beppe Grillo, il tandem Berlusconi-Salvini nel centrodestra e la galassia dispersa della nuova sinistra in cerca di unità.

 

I due Pd in “stanze separate”

Lavoro, scuola, fisco, pubblica amministrazione, giustizia, Rai. E poi: legge elettorale, superamento del bicameralismo paritario. In venti mesi di governo le “riforme strutturali” di Matteo Renzi in gran parte sono andate in porto, dopo scontri incandescenti in Parlamento e in piazza con le opposizioni e i sindacati. Sono stati durissimi anche i bracci di ferro con le minoranze di sinistra del Pd.

Le riforme «sono oggettivamente storiche per l’Italia», ha commentato Renzi parlando a metà ottobre alla Camera e indicando l’obiettivo di andare avanti fino alle elezioni politiche del 2018. Il presidente del Consiglio e segretario del Pd è uscito vittorioso dalla sfida, tuttavia ha accusato dei colpi nel suo stesso partito: Stefano Fassina, Pippo Civati e Sergio Cofferati, in tempi diversi, hanno detto addio contestando «una deriva di destra».

Adesso si apre una stagione di altri scontri e di nuovi difficili traguardi. Il Senato, dopo dieci giorni di attesa e di lettura di bozze provvisorie, riceve in esame la manovra economica 2016. Riesplodono le accuse. Nell’occhio del ciclone c’è il disegno di legge di Stabilità economica  e lo stesso Renzi. Sono volate e volano pesantissime contestazioni. Per le opposizioni si tratta di “spot” e di “favole” in vista delle elezioni amministrative della prossima primavera. Il fondatore del M5S Beppe Grillo ha imputato a Renzi «una dittatura morbida di un uomo solo al comando». Il presidente di Forza Italia Silvio Berlusconi ha paventato il rischio di “regime” mentre «il Paese è in una emergenza democratica grave».  Il presidente di Sel Nichi Vendola ha imputato al governo “una deriva autoritaria” e insidia il Pd cercando di costruire una ‘Cosa rossa’, cioè “una sinistra del futuro” aggregando i dissidenti anti Renzi.

Il “combinato disposto” tra riforma elettorale maggioritaria e revisione costituzionale, è l’accusa,  concentrerà troppi poteri nelle mani del presidente del Consiglio, senza adeguati contrappesi democratici. Anche la sinistra del Pd non è tenera. Alfredo D’Attorre, deputato bersaniano, ha accusato Renzi di “abbraccio della destra” e della “mutazione genetica” del partito. D’Attorre ha annunciato il suo “no” al disegno di legge di Stabilità e la sua possibile uscita dal Pd senza sostanziali modifiche. Franco Monaco, deputato prodiano del Pd, ha invitato a prendere atto «di differenze non componibili» , così  «ci si separi da buoni amici tra un centro renziano e una sinistra di governo». Ha aggiunto: in futuro si potrà dare vita «a un centro-sinistra ‘con il trattino’, al modo del centrosinistra storico imperniato sull’asse Dc-Psi».

Il “nuovo Pd” di Renzi e il “vecchio Pd” di Pier Luigi Bersani sono in rotta di collisione.  I renziani e le minoranze vivono “in due stanze separate” del partito. L’ex segretario democratico ha attaccato Renzi per aver cancellato le tasse sulla prima casa anche ai proprietari di “ castelli e ville” e di aver alzato l’uso del contante da mille a tremila euro e questo è «un segnale molto preoccupante» agli evasori fiscali. Ha chiosato: «È un dato di fatto»: il presidente del Consiglio copia le parole d’ordine di Berlusconi. Ha svolto un’autocritica: «Quando cadde il muro di Berlino noi abbiamo inseguito la scorciatoia dell’uomo solo al comando, del mago». Critiche pesanti. Finora Bersani, comunque, ha sempre confermato il no ad ogni ipotesi di scissione  della “ditta”, come ha definito il Pd nella versione cara a gran parte degli eredi del Pci-Pds-Ds.

L’attacco è al tipo di leadership, all’identità politica e alle scelte del Pd. Il giovane “rottamatore” di Firenze è corso ai ripari. Ha modificato la bozza del ddl di Stabilità ripristinando, sia pure con uno “sconto”, la tassazione di abitazioni di lusso, di “castelli e ville” catalogati come prima casa. Ha ribadito, però, l’innalzamento dell’uso del contante a tremila euro, perché così si aiuta la ripresa economica.

Nessuno sbandamento a “destra”: ridurre le tasse non è né di sinistra né di destra ma “è giusto”. Anzi, la manovra economica è di sinistra perché l’anima «è l’investimento sociale: soldi in più contro la povertà, soldi in più per il sociale». Nessuna “dittatura”. Ha respinto l’accusa di puntare ad essere “un uomo solo al comando” perché «nessun potere del presidente del Consiglio viene modificato» con la riforma costituzionale. Ha ironizzato: «Al ritornello del golpe contro la democrazia verrebbe da rispondere con una sonora risata».  Dal Perù ha ribadito di voler combattere l’evasione fiscale e di voler andare avanti: «Stiamo facendo le riforme perché la certezza delle regole del gioco è condizione di sviluppo».

La detective Pearson dice in Tre volte all’alba, un libro di Alessandro Baricco: «È l’uomo della mia vita e io sono la donna della sua vita, tutto lì, solo che non siamo riusciti a vivere insieme». Renzi invece finora, tra dissensi e qualche addio, è riuscito a convivere con Bersani e le sinistre del Pd.

Alla ricerca del nuovo centro

«Penso che ci sia ancora spazio per i moderati in Italia». E ancora: «In tanti come me ritengono di non poter aderire né a una lista lepenista né tanto meno a una lista socialdemocratica». Gaetano Quagliariello da mesi, prima di dimettersi da coordinatore nazionale del Nuovo Centrodestra, manifestava la sua insofferenza verso un’alleanza deludente con il Pd di Matteo Renzi. Adesso, votata la riforma costituzionale, ha detto basta al “governo di emergenza” con il centrosinistra perché «se l’alleanza continuasse diventerebbe strutturale». Se Angelino Alfano non romperà con il presidente del Consiglio e segretario del Pd uscendo dal governo, probabilmente fonderà un nuovo gruppo con una decina di senatori e cercherà un’intesa con Raffaele Fitto e Flavio Tosi: il primo ha lasciato Forza Italia e il secondo la Lega Nord. Alfano, presidente del Ncd e ministro dell’Interno, ha replicato: «Non trattengo nessuno».
Il partito centrista di Alfano, nato alla fine del 2013 da una scissione di Forza Italia, è in una situazione difficile: le ultime elezioni amministrative sono state deludenti e veleggia appena intorno al 4% dei voti. Sono tante le difficoltà iniziando dal nome: si chiama Nuovo Centrodestra ed è al governo con il centrosinistra di Renzi. È, per consistenza parlamentare, il secondo gruppo della maggioranza, ma conta sempre di meno; è in crisi profonda e in molti stanno tornando da Silvio Berlusconi, scelta già compiuta da Nunzia De Girolamo, ex capogruppo alla Camera. Altri hanno fatto e fanno rotta verso la Lega Nord di Matteo Salvini.
L’Italicum è un altro spauracchio. La nuova legge elettorale per eleggere i deputati, approvata a maggio, assegna il premio di maggioranza non alla coalizione, ma alla lista che raccoglie almeno il 40% dei voti. Finora inutilmente Alfano, Quagliariello e i partiti minori della maggioranza e delle opposizioni hanno chiesto al presidente del Consiglio e segretario del Pd di cambiare l’Italicum, premiando la coalizione e non la lista elettorale del partito più forte. Analoga richiesta ha sollevato, sempre inutilmente, la sinistra del Pd. Quagliariello teme l’estinzione: «Un sistema che bandisce le coalizioni e le alleanze, bandisce la cultura liberale, cattolica e laica moderata». Teme di «smarrire identità e sovranità per andare dove solo ci porta Renzi», mentre «io preferisco stare nel campo del centrodestra».
Quagliariello, però, vuole “un centrodestra moderato” e non quello “lepenista e populista” di Salvini. Ha annunciato battaglia perché, citando Mao Tse Tung, «la lotta di identità, di autonomia politica non è un pranzo di gala». Fabrizio Cicchitto fa un discorso analogo e diverso. Ha chiesto la riunione della direzione del Ncd per svolgere «una riflessione seria». Ed ha indicato la strada da seguire: «Va costruito un nuovo centro, una larga aggregazione fra tutti coloro che si riconoscono nell’azione del governo, ma non hanno alcuna intenzione di finire nel Pd». È una scommessa difficile. Lo spazio indicato da Quagliariello è quello di centro nel centrodestra. Cicchitto, invece, sostiene la soluzione di un centro nel centrosinistra.
Solidarietà, equilibrio, riformismo cattolico. La Dc, partito centrista per identità, vocazione e programmi, per circa 50 anni governò l’Italia, ma c’era la Prima Repubblica, c’erano i partiti democratici di massa e il sistema elettorale proporzionale che spingeva verso gli esecutivi di coalizione. Lo scudocrociato prima governò con i partiti laici centristi, poi con il centrosinistra e il Psi, poi con gli esecutivi di unità nazionale sostenuti anche dal Pci. Nel 1994 nacque la Seconda Repubblica basata, invece, sul sistema elettorale maggioritario e il bipolarismo: il centro sparì. O meglio, si trasformò. Berlusconi riuscì a costruire Forza Italia, partito leaderista perno dell’intesa di centrodestra, con gli alleati Gianfranco Fini (Msi poi An), Umberto Bossi (Lega) e Pierferdinando Casini (Udc).
Con l’agonia della Seconda Repubblica, colpita dalla crisi economica e dagli scandali politici, si sono affacciati nuovi protagonisti con i quali fare i conti: il Pd di Renzi e il Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo. I centristi, nel centrodestra e nel centrosinistra, si sono ridotti al lumicino come presenza e ruolo. Nelle elezioni del 2013 si è visto comparire solo il Centro Democratico, fondato da Pino Pisicchio e da Bruno Tabacci, alzando la bandiera e il nome del riformismo centrista. Pisicchio e Tabacci (tutti e due ex democristiani), alleati del Pd, hanno ottenuto un pugno di deputati e poi si sono divisi. Anche il tecnico Mario Monti nel 2013 ha lanciato una forza centrista, Scelta Civica: ha conseguito il 10% dei voti, un consistente numero di parlamentari, ma immediatamente dopo tutto è naufragato. Il professor Monti ha detto addio alla sua creatura politica e Scelta Civica in parte si è frantumata in diversi tronconi centristi e in parte ha visto emigrare i suoi parlamentari verso il Pd del giovane “rottamatore” di Firenze.
Renzi, con le “riforme strutturali”, ha conquistato vasti spazi al centro, acquisendo molti elettori moderati. La sinistra del Pd lo ha accusato di “deriva centrista”, ma il presidente del Consiglio ha replicato: “Io sono di sinistra” ma la battaglia è per raccogliere anche i voti degli elettori delusi del centrodestra e dei cinquestelle. Arnaldo Forlani, penultimo segretario scudocrociato, grande cultore dell’equilibrio centrista, diceva: «Io sono come quel condottiero francese che sta per partire e al quale il figlio dice: stai attento a destra e a sinistra».

Verdini lacera le coalizioni

Prima soffiava un forte vento, ora contro di lui si è scatenata una tempesta. Denis Verdini non è mai stato amato, ma da quando ha lasciato Silvio Berlusconi e, da metà settembre, ha cominciato a votare al Senato la riforma costituzionale di Matteo Renzi, si sprecano attacchi, lazzi e insulti. Il segretario della Lega Nord Matteo Salvini è perentorio: «Mi fanno schifo i ‘Verdini’». Il capogruppo cinquestelle al Senato Gianluca Castaldi è liquidatorio: «La riforma Renzi-Verdini più che una riforma costituzionale è una riforma prostituzionale».

Il senatore Verdini, che ha fondato Ala (Alleanza Liberalpopolare e Autonomie), è un prezioso alleato per il presidente del Consiglio e segretario del Pd. L’ex coordinatore di Forza Italia e del Pdl, assieme ad altri 11 senatori del suo nuovo partito, ha votato e vota la riforma costituzionale del governo, mettendo in un angolo la sinistra del Pd, critica verso più punti del disegno di legge Boschi per cancellare il bicameralismo paritario.

Strappi con il centrodestra ed intese con Renzi. L’uscita di Verdini da Forza Italia è stato un duro colpo per Berlusconi: si somma a tanti altri addii come quelli di Angelino Alfano, di Giorgia Meloni e di Raffaele Fitto (il primo ha fondato il Nuovo Centrodestra, la seconda Fratelli d’Italia e il terzo Conservatori e Riformisti). Il Cavaliere ha cercato di smorzare danni e dispiacere, tuttavia non ha nascosto l’amarezza: «Tutti i professionisti della politica che hanno usato il nostro partito come un taxi per il loro interesse personale se ne sono andati e ora c’è la possibilità di allargare enormemente il numero di candidati da presentare alle prossime elezioni politiche». Il presidente di Forza Italia ha proclamato: «Io non mollo!».

Pier Luigi Bersani è furente per l’allargamento della maggioranza istituzionale a Verdini, ex braccio destro di Berlusconi: «Attendo da Renzi un chiarimento sul ‘delirio trasformista’ in cui vedo il senatore Verdini e compagnia, con gli amici di Cosentino e compagnia, che stanno cercando di entrare nel giardino di casa nostra per fare la coalizione della nazione o il partito della nazione». L’esponente della minoranza del Pd teme un cambiamento dell’identità politica e del programma del partito in chiave centrista: «Sembra che valori, ideali e programmi di centrosinistra si sviliscano in trasformismi, giochi di potere e canzoncine. Sembra, e non da oggi, che ci sia una circolazione extracorporea rispetto al Pd e alla maggioranza di governo».

Il centro è un universo devastato composto da alfaniani, ex montiani ed ex berlusconiani in crisi. Verdini pratica e teorizza “la disgregazione” delle coalizioni per poter ricomporre un centro moderato ormai privo di leadership: «Io credo che ci siano grandi movimenti al centro e credo che si possano fare grandi cose senza andare nei giardini altrui». Loda il presidente del Consiglio, ma rassicura Bersani perché non vuole bussare per entrare nella sua casa: «Renzi è un leader della sinistra, una sinistra riformista, non è il nostro leader». Ritiene di avere un ruolo importante ed ha lanciato la metafora del taxi: «Tutti mi chiedono cosa ci guadagnano a venire con me. Gli rispondo che sono il taxi. Solo io li conduco in dieci minuti da Berlusconi e Renzi».

L’aiuto di Verdini è importante per Renzi, ma non sono mancati brividi di paura al Senato. Il giorno più buio per il governo è stato oggi. Due subemendamenti del M5S e della Lega, votati a scrutinio segreto, sono stati respinti con 142 no, 107 sì e 5 astenuti. La maggioranza ha retto, ma 142 è stato il livello più basso dall’inizio delle votazioni. La maggioranza ha perso oltre 30 voti rispetto alla punta di 177 incassati nei giorni precedenti. Sono ricomparsi i “franchi tiratori” (sinistra Pd, centristi alfaniani della maggioranza, verdiniani?) e hanno colpito nel segreto dell’urna.

Nell’aula del Senato è scoppiata una baraonda. Urla, proteste, caos. Ad accendere la miccia è stata Elena Fattori, M5S, quando è intervenuta nell’assemblea di Palazzo Madama: «Questa riforma nasce da lontano, nasce dalla valigia di Licio Gelli, dal programma della P2». Ha gridato: «Verdini! Si può dire Verdini? ». Ha attaccato la minoranza del Pd: «Vi siete venduti per un piatto di lenticchie». Pietro Grasso l’ha richiamata per le offese. Luigi Zanda, capogruppo del Pd, ha invitato Grasso a sanzionare queste frasi «altamente offensive». E ha chiesto al presidente del Senato «una applicazione rigorosa” del regolamento per decidere delle sanzioni. Vannino Chiti si è alzato, ha preso la parola, è ha ribattuto punto per punto: «Basta con le falsità». L’esponente della sinistra del Pd, ha chiosato: «Il compromesso è una parola nobile. Ci sono stati passi avanti con le modifiche fatte alla riforma».

L’ultimo accordo tra Renzi e i dissidenti del partito è arrivato l’altro ieri su un emendamento alla norma transitoria per la composizione del nuovo Senato. Si aggiungeva alla precedente intesa sull’elezione dei futuri senatori da parte dei consiglieri regionali “in conformità” con le scelte elettorali dei cittadini. Così si è ricomposta la frattura tra i democratici. Il presidente del Consiglio e segretario del Pd ha tirato un sospiro di sollievo: oggi pomeriggio Palazzo Madama ha approvato tutti gli articoli della riforma e martedì ci sarà il voto finale.

Il giovane “rottamatore” di Firenze punta a tenere unito il Pd e ad allargare la maggioranza istituzionale per approvare le riforme: «Chi appoggia le riforme aiuta l’Italia. I senatori che stanno con Verdini le riforme le avevano già votate: l’incoerenza non è di chi sta votando le riforme, ma di chi ha cambiato idea». Il presidente del Consiglio è riuscito a raggiungere una intesa con la sinistra del Pd sulle modifiche da apportare alla riforma costituzionale che, salvo qualche dissidente, tiene alla prova dei voti al Senato.

I voti dei verdiniani sulle riforme, ecco il suo problema, devono essere aggiuntivi e non sostituivi della maggioranza politica di governo. Per ora è riuscito nell’impresa: «Verdini e i suoi non fanno parte della maggioranza di governo. Votano le riforme non la fiducia». Difende con una battuta l’ex coordinatore di Forza Italia dalle accuse: «Verdini ormai è diventato il paravento per qualsiasi paura…ormai è raffigurato come una sorta di mostro di Lochness nostrano».

Il capogruppo del Carroccio Gian Marco Centinaio se l’è presa con il presidente del Senato Pietro Grasso: «Voi dicevate di essere ostaggio dello tsunami di emendamenti della Lega, invece siete ostaggio del Giano Bifronte Renzi-Verdini». Giano Bifronte, per gli antichi romani, era un potente dio dalla “doppia scienza”: quella del passato e del futuro. Secondo il poeta latino Publio Ovidio Nasone possedeva un doppio volto identico, avanti e dietro la testa, in quanto esercitava il suo potere sia sulla Terra sia nei Cieli. Non sarebbe certo poco per il “Giano Bifronte Renzi-Verdini”.

Regolamento, Canguri e Mannaie

Trappole e controtrappole. Al Senato lo scontro tra maggioranza e le opposizioni sulla riforma costituzionale si svolge anche a colpi di regolamento parlamentare. Maggioranza e opposizioni parlano e battagliano nell’aula di Palazzo Madama con il regolamento aperto sui rispettivi scranni e spulciano complicati articoli e commi. Compaiono nomi strani: “Canguro”, “Mannaia”, “Tagliola”. E ancora: “Ghigliottina”, “Sega”, “Grimaldello”.

La storia comincia il 29 settembre. Pietro Grasso considera “irricevibili” circa 72 milioni di emendamenti fabbricati al computer dall’effervescente Roberto Calderoli, Lega Nord. Il presidente del Senato usa una specie di “Super Mannaia” perché “l’abnorme numero” non permette di vagliare il contenuto degli emendamenti e vuole impedire di “bloccare il Parlamento”. Anzi, precisa, facendo riferimento agli iniziali 85 milioni: “Abbiamo calcolato che occorrerebbero 17 anni per leggerli tutti”. Comunque restano sul tappeto oltre 382 mila richieste di modifica del disegno di legge Boschi, sempre in gran parte provenienti dal Carroccio.

Urla, cori,  proteste. L’aula del Senato diventa una bolgia. Tra maggioranza e opposizioni si sfiora la rissa. Calderoli difende il suo ostruzionismo: “E’ abnorme il numero di 85 milioni di emendamenti? Può darsi, ma non è abnorme un governo che si rifiuta di parlare con la sua stessa maggioranza e con l’opposizione?”. Quindi il vice presidente leghista del Senato accusa Palazzo Chigi:  “Fissare la convocazione della capigruppo o la data dell’approvazione finale di una legge”. Poi cita un film con Alberto Sordi e fa partire una stoccata: “Da quest’oggi in Aula è vigente il regolamento del Marchese del Grillo: ‘Io sono io e voi non siete un c…’”.

Poi si arriva al “Canguro” di oggi. Grasso ammette un emendamento di Roberto Cociancich, Pd. Se approvato “rende preclusi, assorbiti e inammissibili” tutti gli emendamenti all’articolo 1 sulle funzioni del futuro Senato. L’emendamento Cociancich passa con 177 voti a favore, 57 contro e 2 astenuti. I senatori verdiniani di Ala votano sì, con la maggioranza, i cinquestelle e i leghisti non partecipano al voto per protesta. Corradino Mineo e Walter Tocci, sinistra Pd, votano contro. Così vengono cancellati centinai di emendamenti delle opposizioni, compresi i 19 da votare a scrutinio segreto. Scoppia una bolgia nell’assemblea di Palazzo Madama. Giovanni Endrizzi, M5S, va giù duro: “E’  una porcheria”. Anna Finocchiaro, Pd, replica: le riforme servono, “c’è un clima avvelenato”.

I cinquestelle, sostenuti dalla Lega, tentano un blitz, regolamento alla mano: propongono un subemendamento per cambiare quello Cociancich votato da Palazzo Madama.  Vito Crimi, M5S, chiede una votazione a scrutinio segreto. Ma Grasso boccia la richiesta. I cinquestelle attaccano: “Lei sta violando il regolamento”. Il presidente del Senato ribatte: “I regolamenti vanno aggiornati, ma anche applicati”. Sel replica: “E’ lei che non convoca la Giunta del regolamento”.

Ma non finisce qui. Loredana De Petris, presidente dei senatori di Sel, annuncia un altro “Cangurino”. Il senatore Cociancich starebbe preparando un altro emendamento all’articolo 21 (elezione del presidente della Repubblica) per far decadere le richieste di modifica avanzate dalle opposizioni.  Alle volte l’uso sapiente di un regolamento può aiutare una vittoria o determinare una sconfitta. Matteo Renzi punta a far votare il superamento del bicameralismo paritario, una riforma centrale  del governo, entro il 13 ottobre come stabilito dal calendario parlamentare.

 

 

 

 

Regge la tregua tra i due Pd

L’espressione magica è “in conformità”. La maggioranza e la minoranza del Pd, dopo alcuni mesi di laceranti scontri e tre settimane di trattative sul filo del rasoio, sono riuscite a trovare l’intesa su come modificare la riforma costituzionale del governo all’esame del Senato. La corsa della macchina del Pd è stata bloccata ad un passo dal burrone. Così Matteo Renzi può affrontare da mercoledì prossimo la battaglia con le opposizioni nelle votazioni ad oltranza a Palazzo Madama con maggiore tranquillità.
Sono tre gli emendamenti frutto della riuscita mediazione arrivata l’altro ieri. Il primo,l’emendamento vincente chiave, stabilisce che i nuovi senatori saranno individuati “in conformità alle scelte espresse dagli elettori per i candidati consiglieri” quando si svolgeranno le elezioni regionali. Tradotto: i futuri senatori saranno eletti dai consigli regionali sulla base delle scelte degli elettori.
La mediazione ha risolto un problema quasi insolubile: la sinistra del Pd chiedeva l’elezione diretta dei senatori da parte dei cittadini, la maggioranza renziana insisteva su quella indiretta da parte dei consiglieri regionali. Altri due emendamenti al disegno di legge Boschi hanno sciolto anche i contrasti sulle competenze del futuro Senato e sull’elezione dei giudici costituzionali. Quasi tutti sono soddisfatti. Il Senato, come voleva Renzi, sarà differenziato dalla Camera, avrà una missione “territoriale”, avrà una composizione e compiti ridotti (solo 100 senatori e solo Montecitorio potrà dare la fiducia al governo) e il processo legislativo sarà più snello e rapido. I dissidenti democratici cantano vittoria perché Palazzo Madama avrà comunque una base d’investitura popolare e avrà funzioni di controllo e di garanzia.
C’è una tregua nel duro braccio di ferro con Renzi. La sinistra Pd tira un sospiro di sollievo. Bersani è soddisfatto: «È un bel successo del Pd e spero che in questo clima nuovo tutti assieme e senza più strappi si possa lavorare ancora per perfezionare la riforma». I toni sono diversi rispetto al passato. L’ex segretario democratico prima, tra riforma elettorale e costituzionale, temeva rischi per “l’equilibrio democratico” perché vedeva troppo potere concentrarsi nelle mani del presidente del Consiglio. Il senatore Vannino Chiti, strenuo sostenitore delle “scelte affidate ai cittadini”, apprezza “una ritrovata unità nel partito”, mentre durante lo scontro frontale avvertiva Renzi: «La logica praticata di comando e obbedienza fa male al Paese e al Pd».
Anche Gianni Cuperlo, battuto dall’ex sindaco di Firenze nelle elezioni primarie per la segreteria democratica, promuove la mediazione sulla riforma costituzionale, ma i contrasti politici restano. Ha precisato a la Repubblica: «Io non cerco nessuna scissione, ma come non vedere il terremoto che scuote tutta la sinistra? Una sinistra che va reinventata». La minoranza del Pd accusa Renzi, in particolare, di spostare verso il centro la linea del partito, con scelte liberiste sul lavoro, la scuola, la sanità. Si tratta di accuse analoghe a quelle lanciate al presidente del Consiglio da Stefano Fassina, Pippo Civati e Sergio Cofferati che hanno lasciato il Partito democratico. Tuttavia nella sinistra Pd c’è chi conferma il voto contrario alla riforma. Walter Tocci dirà no perché la mediazione «non cancella la valutazione negativa». Corradino Mineo è netto: «La riforma del Senato non la voto assolutamente, non ci penso proprio». A chi parla di cedimento a Renzi replica Massimo Mucchetti. In una intervista al Fatto Quotidiano l’invito del senatore del pacchetto di mischia della minoranza democratica è a fare i conti con la realtà: «Nessuna resa, volevamo l’elezione diretta del Senato e nella sostanza l’abbiamo ottenuta. La politica è anche l’arte del possibile».
Il giovane “rottamatore” di Firenze loda l’accordo e ha messo da parte le accuse alla minoranza democratica. In passato aveva attaccato “la sinistra masochista”, “i gufi”, “i frenatori” che fanno vincere la destra e bloccano le riforme strutturali del governo. Nella direzione del Pd di lunedì, invece, aveva lanciato un appello al dialogo sulla riforma costituzionale evitando “diktat” da parte di tutti. Certo i contrasti politici probabilmente risorgeranno tra i due Pd, quello di Renzi e quello di Bersani. Il presidente del Consiglio “vuole cambiare” e “far ripartire” l’Italia con le riforme strutturali dopo vent’anni di immobilismo. La sinistra del Pd contesta “la subalternità” al modello liberista della destra. Per adesso, però, è stata siglata una tregua e regge.
Renzi, superate le divisioni nel partito, si attrezza per ottenere il voto finale del Senato sul disegno di legge Boschi entro il 13 ottobre. Se ci saranno i sì dei senatori di Ala, il neonato gruppo verdiniano, e di altri parlamentari delle opposizioni tanto meglio, anche perché saranno voti aggiuntivi e non sostitutivi della maggioranza politica di governo.
Certo il presidente del Consiglio e segretario del Pd dovrà fare i conti con il no delle opposizioni e con il diluvio di emendamenti ridotti, si fa per dire, a 75 milioni dagli iniziali 85 milioni da Roberto Calderoli. L’imprevedibile senatore leghista li ha fabbricati al computer tramite un algoritmo che, ha spiegato, introduce “una quarta dimensione”. Tuttavia tutto è pronto nella maggioranza per battere l’ostruzionismo elettronico e quello tradizionale con il contingentamento dei tempi di discussione, le “ghigliottine”, i “canguri” e i “super canguri”, diretti a cancellare la marea di emendamenti elettronici ripetitivi.
Il presidente del Consiglio adesso potrà affrontare la “guerra” del Senato con alle spalle un Pd, tranne qualche voce discordante, di nuovo unito e un governo rafforzato. Ha accettato di discutere con i ribelli democratici e di modificare il disegno di legge Boschi che, in un anno di battaglie alle Camere, ha già ottenuto due voti, dal Senato e da Montecitorio, ed ora deve affrontare altre quattro difficili letture parlamentari, in quanto legge di revisione costituzionale. Ora fanno anche meno paura i possibili voti a scrutinio segreto nei quali potrebbero ricomparire i “franchi tiratori”. Vasco Rossi canta: «Non si può solo spingere l’acceleratore…Si può solo perdere». Renzi, in nome della flessibilità, ha frenato per non rischiare di andare a sbattere.

Renzi tra Bersani e Verdini

Da una parte Pier Luigi Bersani e dall’altra Denis Verdini e Flavio Tosi. Matteo Renzi cerca di allargare i consensi alla riforma costituzionale del governo, sanando la rottura con la sinistra del Pd e raccogliendo al Senato anche i voti degli ex berlusconiani e degli ex leghisti.

La partita è difficile per il presidente del Consiglio e segretario del Pd. E’ in discussione anche la sorte dell’esecutivo. Roberto Calderoli, effervescente leghista che ha presentato oltre 500 mila emendamenti al disegno di legge Boschi  e ne ha preannunciati ben altri 8 milioni, ha ripetuto l’analisi delle opposizioni: Renzi «non ha i numeri al Senato» per approvare la riforma costituzionale. Sia la minoranza del Pd sia le opposizioni chiedono il cambiamento della riforma introducendo l’elezione diretta dei nuovi senatori.

Lo scontro con il governo è frontale. Renzi difende l’impostazione “territoriale” del nuovo Senato, il superamento del bicameralismo paritario per velocizzare la macchina legislativa e l’elezione indiretta dei senatori da parte dei consiglieri regionali, ma cerca una mediazione da proporre nella riunione della direzione Pd di lunedì. Spunta l’ipotesi di “un intervento chirurgico” per scongiurare une pericolosa e definitiva spaccatura. La senatrice Doris Lo Moro, esponente della sinistra democratica, protagonista della rottura con la maggioranza renziana di qualche giorno fa, in un intervento a Palazzo Madama oggi si è detta a favore di un’intesa per difendere l’unità del partito, tuttavia ha messo in guardia su mediazioni tecniche avventate: «Non potrei mai votare una soluzione pasticciata».

L’aula del Senato ieri si è trasformata quasi in un’arena: urla, cori, sberleffi, contumelie, hanno dominato la scena. Calderoli ha attaccato la riforma indicando perfino il rischio di “un ritorno del fascismo”.  Ma dalle opposizioni arrivano anche delle aperture al governo operate da Verdini, ex coordinatore di Forza Italia e del Pdl, e fondatore di Ala (Alleanza liberalpopolare autonomie) e da Flavio Tosi, sindaco di Verona, ex leghista, fondatore di Fare. Il senatore verdiniano Vincenzo D’Anna ha annunciato la disponibilità a votare sì alla riforma: «È una fetenzia», ma se ci sarà il rischio di una crisi di governo «mi turerò il naso…». Tosi ha smentito patti con Renzi ma ha precisato: “E’ da irresponsabili” far saltare la riforma.

La sinistra Pd ha giudicato “un orrore” il possibile sostegno di Verdini e ha paventato una virata “a destra” del partito. Bersani è pronto a dare battaglia: “Se arriva Verdini va fuori lui non io”. Ha contestato la riforma: «Capirei i senatori che votano contro». Per l’ex segretario del Pd sui temi costituzionali «non c’è disciplina di partito». Comunque oggi ha apprezzato «la disponibilità»  di Renzi a varare dei cambiamenti «seppur chirurgicamente». Tuttavia ha ribadito:  «In modo inequivocabile» devono essere «i cittadini-elettori a decidere e questo può essere solo affermato dentro l’articolo 2». Ha confermato il no a ogni ipotesi di scissione. Si è espresso anche con il suo linguaggio colorito: rimarrà nel partito «con tutti e tre i piedi» e non dirà addio come hanno fatto Fassina, Civati e Cofferati.

Anche nel partito di Angelino Alfano c’è forte fibrillazione. Si sommano i dissensi sulla riforma e le delusioni per gli ultimi risultati elettorali. Carlo Giovanardi ha annunciato il suo no all’elezione indiretta dei senatori e la pensano così, ha sottolineato,  «almeno una decina di senatori» centristi. Gaetano Quagliariello, coordinatore del Ncd, ha insistito invano con Renzi per modificare l’Italicum ed attribuire il premio di maggioranza elettorale alla coalizione e non alla lista del partito che ottiene più voti.

I pericoli di un colpo al governo esistono, ma Renzi è fiducioso: «I numeri ci sono» al Senato. Il ddl Boschi ieri ha superato il primo scoglio a Palazzo Madama: le pregiudiziali di costituzionalità delle opposizioni sono state respinte con 171 voti contro, 86 a favore e 8 astenuti.  Il presidente del Consiglio dovrebbe presentare la sua mediazione lunedì alla direzione democratica e punta a far approvare la riforma entro il 15 di ottobre. Cerca “un punto d’incontro” con i dissidenti democratici perché «una soluzione si può trovare».

Niente imbarazzo per gli eventuali voti di Verdini: «Il gruppo di Verdini ha già votato le riforme  al primo giro» quando disse sì tutta Forza Italia all’epoca del Patto del Nazareno. C’è, però, un particolare non di poco conto. Bisognerà vedere se i voti dei verdiniani e di eventuali altre opposizioni saranno aggiuntivi o sostitutivi di quelli della sinistra Pd. Se i sì provenienti dalle file delle opposizioni fossero determinanti, cambierebbero i connotati della maggioranza politica di governo. Il filosofo ed economista britannico del 1800 John Stuart Mill sosteneva: «Io sono sempre un po’ del parere del mio avversario».

Dialoghi, scontri, incontri, proposte, mediazioni si intrecciano nella confusione. E’ anche circolato l’ipotesi di una abolizione del Senato, lasciando in piedi solo la Camera. Renzi ha smentito di pensare ad una simile possibilità. Pino Pisicchio vede a portata di mano  «una dignitosa intesa». Il presidente del Gruppo Misto della Camera ha sottolineato:  «Sono convinto che la ‘quadra’ sulla riforma si troverà. L’alternativa è solo l’abolizione del Senato. Senza se  e senza ma».

 

 

 

 

Berlusconi gioca la carta Putin

Contatti ed incontri sono frequenti e cordiali. Silvio Berlusconi e Vladimir Putin si sono visti spesso negli ultimi 15 anni. Famosissime sono le foto con due enormi colbacchi di pelo in testa, i volti sorridenti, a 21° gradi sotto zero. Si tratta di istantanee scattate nel 2003 durante una cena nella foresta di Zavidovo, vicino a Mosca: il tema centrale dei colloqui era la guerra in Iraq della coalizione guidata dagli Usa contro Saddam Hussein.

Il presidente di Forza Italia oggi ha incontrato il presidente russo in Crimea, annessa dalla Russia l’anno scorso. Hanno deposto un mazzo di rose rosse sul memoriale, nei pressi del monte Hasfor, vicino a Sebastopoli, dedicato ai soldati del Regno di Sardegna morti nella guerra di Crimea nel 1853-1856. Il Cavaliere è partito per la visita privata in Russia mercoledì, è rimasto due giorni a Sochi, la calda città balneare russa sul Mar Nero. Il viaggio dovrebbe durare una settimana, sono in programma diversi colloqui con il presidente della Federazione Russa. Le guerre terroristiche dell’Isis in Siria ed Iraq, gli scontri in Ucraina, il caos in Libia, l’avanzata dell’integralismo islamico, la fuga in massa dei profughi dalle guerre verso l’Europa, la debole ripresa dell’economia mondiale. Sono tanti i problemi internazionali in agenda tra Berlusconi e Putin.

Il rapporto con Putin è forte. È “antistorico e controproducente” escludere la Russia dal G8 e dalla Nato, ha sottolineato tempo fa l’ex presidente del Consiglio. E ha invitato a rinnovare gli sforzi per includere «la Russia nel consesso delle democrazie occidentali». Berlusconi nel 2001, allora alla guida del governo italiano, lavorò per allargare il G7 al G8 con Mosca, nel vertice di Genova. L’anno successivo riuscì ad organizzare a Pratica di Mare una riunione tra la Nato e la Federazione Russa, per costruire una cooperazione tra gli antichi avversari della Guerra Fredda.

L’operazione riuscì, ma non durò a lungo. Successivamente, nel tempo, dalla collaborazione si ritornò alla conflittualità. È il caso, in particolare, della guerra civile in Ucraina. Gli Stati Uniti d’America e l’Unione Europea hanno deciso delle sanzioni economiche contro Mosca che ha inglobato la Crimea e sostenuto le ragioni dei rivoltosi filo russi nell’est dell’Ucraina, provocando reazioni economiche analoghe da parte russa.

Berlusconi e Putin dal 2001 si sono incontrati spesso: a Roma, in Sardegna (nella villa del Cavaliere), a Mosca e nella calda Sochi (nella residenza estiva del presidente russo). Sono stati incontri cordiali, alcune volte sono stati allargati anche alle rispettive famiglie. Diversi anni fa il leader del centrodestra sottolineò: «Mi sembra di andare a incontrare un vecchio amico».

Anche negli ultimi tempi il rapporto ha retto. Il presidente della Federazione Russa a giugno, quando giunse in Italia per incontrare il presidente del Consiglio Matteo Renzi e Papa Francesco, non rinunciò a vedere Berlusconi, sia pure brevemente, prima di ritornare in patria.

L’ex presidente del Consiglio in Italia è alle prese con tanti problemi: la crisi di Forza Italia, la concorrenza per la leadership nel centrodestra del segretario leghista Matteo Salvini, la contrastata relazione con Renzi, i guai giudiziari. Berlusconi può cercare di giocare la carta internazionale di Putin per cercare di risalire la china anche in Italia. In questi anni più volte in molti hanno dato per politicamente morto il presidente di Forza Italia, ma il Cavaliere è sempre in pista anche se non più con un ruolo di protagonista di primo piano. Renzi ha invitato alla cautela: «Occhio a sottovalutare Berlusconi, quell’uomo è come i gatti, ha sette vite».

 

Cercasi mediazione salva Pd

Per Matteo Renzi è massima allerta. A settembre può succedere di tutto sulla riforma costituzionale all’esame del Senato: scissione del Pd, crisi di governo, nuovo esecutivo, elezioni anticipate. Dall’8 settembre la minoranza del Pd e le opposizioni sono pronte a dare battaglia sugli emendamenti al disegno di legge costituzionale dell’esecutivo. Gli emendamenti, grazie alla straordinaria inventiva del leghista Roberto Calderoli, sono una cifra iperbolica: oltre 500 mila. Ma i più insidiosi per Renzi sono i circa 20 della minoranza democratica e quelli, in particolare, che mirano a chiedere il ritorno all’elezione diretta dei senatori (Palazzo Madama e la Camera hanno già votato un testo che stabilisce l’elezione indiretta da parte dei consiglieri regionali).

Le opposizioni fanno i conti e cantano vittoria: per il ritorno alla elezione diretta scommettono su una maggioranza di 166-176 senatori su 320 e il governo sarebbe battuto. Alle opposizioni si sommerebbero i 25 senatori, della minoranza democratica, che hanno presentato gli emendamenti per mantenere l’elezione diretta del Senato da parte dei cittadini.

Il presidente del Consiglio e segretario del Pd ha ribattuto di “avere i numeri” al Senato. Non vuole rinunciare al superamento del bicameralismo perfetto, è una riforma centrale del suo governo. Renzi è disponibile a dei “miglioramenti”, ma non intende cambiare il sistema elettorale indiretto, basato su un “radicamento regionale” del nuovo Senato.

Contatti, colloqui, incontri si susseguono per cercare una mediazione tesa a salvare l’unità del Pd. Una ipotesi è quella di un listino nel quale gli elettori possano indicare i consiglieri regionali destinati a divenire senatori. Tuttavia per ora prevale lo scontro. Pier Luigi Bersani, alla Festa dell’Unità di Milano, ha sollecitato una mediazione: «Renzi è segretario del partito e avrebbe il compito di cercare una sintesi nel Pd e non fare le riforme con i transfughi». L’ex segretario democratico è allarmato per l’insieme delle riforme dell’esecutivo: «È una deformazione seria del processo democratico. Non viene fuori un uomo solo al comando, ma un uomo solo al guinzaglio. Di chi? Di chi la le risorse economiche». Tuttavia ha ripetuto il no a ogni ipotesi di rottura: «Scissione? Tre volte mai».

Nel Pd ai primi di agosto c’è stato anche chi, a 40 anni dalla ritirata delle truppe Usa da Saigon, ha minacciato una guerriglia parlamentare al Senato stile Vietnam. Bersani ha picchiato duro: «Se qualcuno, a freddo e strumentalmente, si inventa dei Vietnam e dei vietcong, si è autorizzati a giustificare il napalm».

Una emorragia a sinistra nel Pd già è avvenuta e potrebbe proseguire con conseguenze pesanti. Stefano Fassina, Pippo Civati e Sergio Cofferati nei mesi scorsi hanno lasciato il Pd, accusando Renzi di “una deriva a destra”. Adesso qualcuno ha suonato l’allarme rosso. La minoranza del Pd è al bivio, sì o no alla scissione. Il deputato Alfredo D’Attorre non ha escluso una rottura in autunno. Gianni Cuperlo, uno dei leader della sinistra democratica, ha scritto una preoccupata lettera a l’Unità: teme che “ci si possa trovare distanti o separati senza neppure dirselo”.

Sul tavolo c’è anche l’ipotesi di modificare l’Italicum, la riforma elettorale maggioritaria del governo legata alla revisione costituzionale. Tra i “ribelli” del Pd, nei centristi al governo e in Forza Italia c’è chi sollecita di assegnare il premio di maggioranza non alla lista elettorale, ma alla coalizione che conquisti il 40% dei voti alle politiche. Le due modifiche, elezione diretta dei senatori e premio di maggioranza alla coalizione e non al partito più grande, punterebbero a non concentrare troppi poteri nelle mani del premier. Non solo. In questo modo Silvio Berlusconi avrebbe maggiori possibilità di riaggregare il centrodestra frammentato in sette pezzi: Forza Italia, Lega Nord, Nuovo Centrodestra, Fratelli d’Italia, Conservatori e Riformisti (fittiani), Ala (verdiniani), La Destra. Anche tra i renziani c’è chi vede di buon occhio la modifica pro coalizione perché adesso, se nessun partito raggiungesse il 40% dei voti, si andrebbe al ballottaggio e potrebbe vincere a sorpresa il M5S o la Lega Nord.

Ma Renzi vuole “tenere botta” ed andare avanti. Qualche giorno fa è tornato a bocciare l’elezione popolare dei senatori: «Mi fanno ridere quelli che dicono che se non c’è l’elezione diretta non c’è democrazia. Non è che se si vota di più c’è più democrazia: quello è il Telegatto». Ha ironizzato sugli oltre 500 mila emendamenti: «Ci portano mezzo milione di emendamenti: una risata li seppellirà».

Il presidente del Consiglio e segretario del Pd cerca una mediazione come Bersani, ma ha lasciato pochi spazi a dei cambiamenti: «Siamo aperti al confronto, a una discussione. Ma senza permettere di mettere veti». Ha lanciato una sfida: «La presentazione di emendamenti sulla riforma costituzionale non cambia niente. Si voteranno e vedremo chi ha i numeri». Vuole realizzare la riforma costituzionale per velocizzare le decisioni parlamentari (viene ridotto il ruolo politico e il numero dei senatori). Intende modernizzare la macchina istituzionale battendo “i gufi” e “la palude”.

Respinge le accuse di voler essere “un uomo solo al comando” e chiede “lealtà” alla minoranza del partito. Punta ad affrontare il referendum confermativo sulla riforma costituzionale nel 2016. Comunque, è pronto ad ogni evenienza. Sun Tzu, il generale e filosofo dell’impero cinese vissuto intorno al V secolo Avanti Cristo, sosteneva nel trattato di strategia militare Arte della Guerra: «Sconfiggere il nemico senza combattere è la massima abilità».

Modello De Gasperi da Galantino

Prima gli imprenditori, poi i pubblici ministeri, i tecnici, i comici e ora i vescovi. La Chiesa cattolica striglia la politica italiana sugli immigrati, il lavoro, la famiglia, l’etica, le riforme istituzionali. Papa Francesco oggi, in occasione del Giubileo della Misericordia, ha auspicato «una grande amnistia». Ha precisato: sarà «destinata a coinvolgere tante persone che, pur meritevoli di pena, hanno tuttavia preso coscienza dell’ingiustizia compiuta e desiderano sinceramente inserirsi di nuovo nella società portando il loro contributo onesto».

Monsignor Nunzio Galantino, negli ultimi mesi, ha picchiato duro sulla classe politica: «Piazzisti da quattro soldi» e «un piccolo harem di cooptati e di furbi». Il segretario generale della Conferenza Episcopale Italiana (Cei), organismo che riunisce tutti i vescovi d’Italia, insediato due anni fa dal papa nel suo incarico pastorale, ha usato toni dirompenti. Ha utilizzato un linguaggio senza precedenti rispetto al passato, sollevando una valanga di critiche, formali o sottotraccia, da parte del Pd e delle opposizioni, in testa la Lega Nord. Galantino, parlando il linguaggio ruvido del pontefice argentino, se l’è presa sia con “l’assenza” del governo sia con “i populismi” delle opposizioni sul tema dell’immigrazione.

Ha indicato come cambiare radicalmente strada. Galantino ha sollecitato il recupero della «fiducia nella fede e nella politica» perché «senza la politica si muore». Ha invitato a guardare all’avvio della Prima Repubblica, ad Alcide De Gasperi, il fondatore della Dc, lo statista trentino principale artefice della rinascita della democrazia italiana dopo il disastro del fascismo e della Seconda guerra mondiale. In un discorso diffuso sulla stampa, poi non pronunciato il 18 agosto, ma mai smentito, in ricordo del leader democristiano, non ha usato mezzi termini: «De Gasperi è un modello». Ha indicato il coraggio, il disinteresse personale e la ricerca del consenso che permise la ricostruzione morale, politica ed economica dell’Italia. Ha esposto “i tre cardini” sui quali si basò la ricostruzione di De Gasperi: 1) “il rispetto” del Parlamento; 2) l’ispirazione “al bene comune” con la politica vista “come ordine supremo della carità”; 3) la “laicità” delle scelte politiche.

È l’indicazione di una precisa strada da seguire. I partiti, tra scandali pubblici e una grave crisi economica non risolta da una debole ripresa, sono scossi da una fortissima mancanza di credibilità. Da vent’anni perdono la fiducia dei cittadini e sono sempre più delegittimati. La Seconda Repubblica, via via, ha cercato di risolvere il problema con la supplenza politica di imprenditori (Silvio Berlusconi), pm (Antonio Di Pietro e Antonio Ingroia), economisti (Mario Monti e Lamberto Dini), comici (Beppe Grillo), giovani leader “rottamatori” (Matteo Renzi); tuttavia “la malattia” della sfiducia nella politica ancora debilita l’Italia.

De Gasperi è un leader citato poco negli ultimi anni. Solo il Pd, nato nel 2007 dalla fusione tra Ds (forza erede del Pci) e Margherita (partito formato in maggioranza da esponenti della sinistra Dc), mise De Gasperi nel suo pantheon politico assieme ad altri esponenti della Prima Repubblica. Ma poi il Pd entrò subito in crisi divorando quattro segretari in 6 anni (Veltroni, Franceschini, Bersani, Epifani), fino all’elezione, alla fine del 2013, del giovane sindaco di Firenze, Renzi.

Il segretario dei democratici e presidente del Consiglio ha varato e in parte realizzato un vasto programma di “riforme strutturali” per far “ripartire l’Italia”. L’anno scorso, nelle elezioni europee, ha portato il Pd al grande successo del 40,8% dei voti, ma adesso i consensi sono diminuiti e i sondaggi danno i democratici a circa il 30% dei voti, seguiti dal M5S di Grillo e dalla Lega Nord di Salvini. Grillo e Salvini mietono consensi soprattutto contestando l’euro e “l’invasione” dei profughi provenienti dai paesi del Medio Oriente e dell’Africa insanguinati dalle guerre.

Le differenze tra l’Italia di oggi e quella del 1945 sono enormi. Allora il paese era stato distrutto dal fascismo e dalla Seconda guerra mondiale, era segnato dalla “Guerra fredda” tra gli Stati Uniti d’America e l’Unione Sovietica. Il mondo era diviso tra Est (comunista) e Ovest (democratico) invece adesso la separazione passa tra Sud (povero) e Nord (ricco), mentre il terrorismo islamico pratica una guerra per metà politica e per metà religiosa.

Dopo la fine della Seconda guerra mondiale la Chiesa appoggiò De Gasperi e la Dc, il partito unitario dei cattolici italiani, per quasi cinquant’anni. Con il crollo del comunismo e la nascita della Seconda Repubblica nel 1994 la Chiesa, invece, ha puntato volta per volta sui partiti che hanno sposato le esigenze del mondo cattolico sui temi etici, sociali, della famiglia e del lavoro. L’Italia oggi ha gravi difficoltà da affrontare. Ma i problemi dell’Italia del 1945, quella di De Gasperi, Togliatti, Nenni, Saragat e La Malfa, non erano certo inferiori. Era l’Italia in rovina, quella dell’”anno zero”.

La Chiesa ha sempre avuto un ruolo importanti nei momenti di crisi, non solo in Italia. Il patriarca greco ortodosso di Costantinopoli Atenagora nell’incontro del 1965 a Gerusalemme con papa Paolo VI sottolineò la necessità d’incidere: «I capi delle Chiese fanno, i teologi spiegano».