Handicap “zero virgola”

Più 0,9%, 0,8%, 0,7%. No, più 0,8%. Le previsioni dell’Istat e del governo sull’aumento del reddito nazionale (Pil) nel 2015 sono incerte, ma sempre in discesa. Alla fine, quella che è arrivata quest’anno non è la tanto attesa ripresa economica, ma una ripresina. Matteo Renzi ne ha preso atto: «Alcune previsioni segnalano un potenziale rallentamento della ripresa». Le cause sono soprattutto due per il presidente del Consiglio e segretario del Pd: i tragici attentati del terrorismo islamico a Parigi e la crisi dei Paesi emergenti, che pesano sui mercati e «non sono due buone notizie».Tuttavia Renzi è fiducioso: «Dopo tre anni di recessione siamo ripartiti» e «l’Italia ha tutto per tornare ad essere una locomotiva. Abbiamo stabilità, stiamo facendo le riforme, abbiamo margini di miglioramento notevoli».

La recessione internazionale ha colpito duro sull’Italia. Dal 2007 il nostro Paese ha perso il 10% del reddito nazionale e il 25% della produzione industriale. La Grande crisi ha chiuso fabbriche, ha aumentato la disoccupazione fino a quasi il 13% e solo nell’ultimo anno i senza lavoro si sono ridotti al di sopra dell’11%. Il merito è, secondo il presidente del Consiglio, delle riforme strutturali realizzate dal governo e, in particolare, di quelle del mercato del lavoro, fiscali e costituzionali. Ma non basta. Occorre una ripresa economica più forte, almeno dell’1-2% nel 2016, in modo da far ripartire l’occupazione, far salire salari e pensioni congelati da anni, ridurre le tasse sul lavoro, ridare fiato allo Stato sociale, restituire un futuro ai giovani (la disoccupazione dei ragazzi è quasi al 40%), abbassare l’enorme debito pubblico. Poi c’è il “buco nero” del Sud. Il Mezzogiorno d’Italia va sempre peggio e si sente abbandonato. La crescita “dello zero virgola”, dunque, non basta. Giuseppe De Rita, il fondatore del Censis (Centro studi e investimenti sociali), ha puntato il dito contro il pantano dell’immobilismo, contro “il letargo esistenziale e collettivo”, contro “l’Italia dello zero virgola”. Renzi ha usato e usa tre parole per cercare d’invertire la rotta: “Coraggio”, “fiducia”, “speranza”. Sono la premessa per far “decollare l’Italia”.

Ha ripetuto: se c’è la fiducia i consumatori italiani spenderanno una parte dei loro grandi risparmi, ci saranno nuovi investimenti «e allora altro che Grecia: faremo meglio della Germania». Gli ostacoli sulla sua strada sono tanti. Il Parlamento deve votare la riforma costituzionale e della Rai, il disegno di legge di Stabilità 2016 che cancella le tasse sulla prima casa, il provvedimento sul riconoscimento dei diritti delle unioni civili. C’è il problema dei rimborsi ai tanti piccoli risparmiatori finiti quasi sul lastrico per la crisi di Banca Etruria, Cassa Marche, CariFerrara e CariChieti, un problema che potrebbe contagiare anche altre banche. Le Camere, inoltre, devono eleggere tre nuovi giudici costituzionali, un impegno ostico che si trascina senza esiti da circa un anno. Il 14 dicembre è fissata la trentesima votazione; è necessario superare almeno la soglia molto alta di 571 voti, il quorum di 3/5 di deputati e senatori. Si cerca un difficile accordo tra la maggioranza e le opposizioni (finora i “franchi tiratori” nei voti segreti hanno affondato l’intesa tra la maggioranza e Forza Italia). È un percorso ad ostacoli per il presidente del Consiglio. Una pioggia di critiche arriva dalle opposizioni, dai sindacati, dalle stesse minoranze del Pd (alcuni esponenti della sinistra, come Fassina, Civati e Cofferati hanno lasciato il partito). A giugno ci sarà la sfida delle amministrative: si dovrà eleggere il nuovo sindaco a Roma, Milano, Torino, Napoli, Bologna, Cagliari. Renzi ha tenuto a levare ogni valore politico alle prossime elezioni argomentando: si vota per eleggere i sindaci e non per il Parlamento. Se la ripresina muterà in ripresa tutto diventerà meno arduo. L’ex sindaco di Firenze deve superare l’handicap dello “zero virgola”.

Italicum,traballa il ballottaggio

 

È maturata sottotraccia. È la proposta di legge numero 3385: vuole modificare l’Italicum abolendo il ballottaggio, nel caso in cui nessuna lista ottenga il 40% dei voti per incassare il premio di maggioranza. Il progetto l’ha presentato alla Camera Giuseppe Lauricella, deputato del Pd, che da mesi indica la necessità di rivedere la legge elettorale per le politiche.

È il cosiddetto “ritocchino” all’Italicum approvato dal Parlamento nei primi giorni dello scorso maggio. Ma il ballottaggio non è stato sempre un cavallo di battaglia del Pd? Lauricella invita a distinguere: «In Francia il secondo turno è di collegio e non nazionale». Indica la necessità di evitare il rischio di “forzature” con ricadute come “l’effetto Parma”.  È il richiamo alla città emiliana che fu una bruttissima sorpresa per il Pd: è divenuta un caso perché lì al primo turno era nettamente in testa il candidato sindaco del centrosinistra mentre al secondo vinse il M5S, raccogliendo tutti i voti di protesta a sinistra, nel centrodestra e tra quelli prima rifugiatisi nell’astensione.

Dunque sì al premio di maggioranza alla lista che ottenga almeno il 40% dei voti (dà diritto al 55% dei seggi della Camera), sì alla soglia di sbarramento del 3%, no al ballottaggio e no al premio alle coalizioni. Lauricella argomenta: «Va garantita la stabilità politica e anche la rappresentanza delle forze minori, ma se il premio di maggioranza si desse alla coalizione elettorale e non alla lista, si rischierebbero le dinamiche ‘ricattatorie’ dei piccoli partiti». Ma se nessun partito raggiungesse il 40% dei voti e non scattasse il premio di maggioranza, non arriverebbe l’ingovernabilità? La risposta è no: «Si formerebbe un governo di coalizione. Lo ha fatto la Merkel in Germania e ha seguito questa strada Cameron in Gran Bretagna nella precedente legislatura».

Le pressioni per cambiare l’Italicum sono sempre più ampie, stanno diventando fortissime. Il Coordinamento democrazia costituzionale ha avanzato ricorso contro la legge elettorale presso 15 Corti d’appello: nel mirino c’è il ballottaggio e il premio di maggioranza. Silvio Berlusconi, la sinistra del Pd, i partiti minori della maggioranza e delle opposizioni da tempo sono sul piede di guerra per assegnare il premio di maggioranza alla coalizione e non al partito più forte.

Ad insistere è soprattutto Angelino Alfano, presidente del Nuovo Centrodestra, il maggiore alleato di governo di Matteo Renzi.  Il motivo è semplice: il Ncd, nato alla fine del 2013 da una scissione di Forza Italia, oscilla intorno al 4% dei voti. Ora gli addii, come quelli di Gaetano Quagliariello e Nunzia De Girolamo, si stanno moltiplicando e rischia l’estinzione se nelle elezioni politiche non potrà contare su un accordo di coalizione. Riccardo Nencini, segretario del Psi, rilancia: «Chi sostiene la coalizione vincente non può che godere del premio di maggioranza».

Anche Berlusconi, ferito dalle scissioni di Alfano, Giorgia Meloni, Denis Verdini, Raffaele Fitto, punta ad ottenere il premio di maggioranza per le coalizioni: «Sono abbastanza fiducioso che si possa cambiare la legge elettorale nel senso di dare il premio di maggioranza non alla lista, ma alla coalizione». Il presidente di Forza Italia ha spiegato il motivo: «Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia insieme superano di un punto percentuale il Pd. Possiamo tornare a vincere».

La sinistra Pd una volta considerava un rischio autoritario “il combinato disposto” tra Italicum e riforma costituzionale, perché concentrava troppo potere nelle mani del presidente del Consiglio. Adesso i dissidenti democratici, dopo aver spuntato da Renzi nella riforma costituzionale l’elezione dei futuri senatori “in conformità” con le scelte dei cittadini, hanno aggiustato il tiro anche se dei “ribelli” restano.  Per Vannino Chiti «ora diventa prioritaria la legge elettorale per il nuovo Senato» che deve essere approvata «il prima possibile» senza attendere il referendum sulla riforma costituzionale previsto per l’autunno del 2016. L’esponente della minoranza democratica, invece, per quanto riguarda l’Italicum ha previsto tempi più lunghi: «Realisticamente una riconsiderazione potrà aver luogo dopo il referendum, al termine dell’iter della riforma costituzionale».

Beppe Grillo, invece, non spinge per cambiare l’Italicum che diventerà operativo dal prossimo luglio. Chiede sempre le elezioni politiche anticipare e vede «il tacchino del Pd nel forno». Il leader del Movimento 5 Stelle ha detto ai giornalisti: «L’Italicum? Probabilmente penalizza più chi l’ha scritta che noi». Sembra piacergli il premio alla lista e non alla coalizione perché, se nessuno conseguisse il 40% dei voti, ci sarebbe il ballottaggio e «se andremo al ballottaggio vedremo». Grillo rifiuta le alleanze: in un ballottaggio tra Pd e M5S conta di vincere.

Renzi, però, per ora conferma il no a cambiare l’Italicum. Vuole realizza le riforme strutturali per far risvegliare “la bella addormentata”, come ha definito l’Italia. Punta a far svolgere le elezioni politiche regolarmente nel 2018, alla fine della legislatura. E niente modifiche all’Italicum perché  garantirà la stabilità politica:  “Qualcuno ha avanzato questa idea. Mi sembra assurdo…A me, peraltro, la legge piace così com’è”.

 

 

 

 

 

Ilva, la supplenza dei pm

Salute o lavoro? Da tempo l’industria europea ha risolto il dilemma: investe nella sicurezza garantendo la salute degli operai, la salvaguardia del territorio, l’introduzione delle nuove tecnologie e la produttività delle fabbriche. In Italia non sempre, invece, è così. Molte volte gli imprenditori puntano ad alti profitti, trascurando o ignorando la salute dei lavoratori.
L’Ilva di Taranto fa testo. Il centro siderurgico pugliese, o quel che ne resta, da anni è sotto accusa e con l’incubo della chiusura. L’assemblea del Senato entro dopodomani dovrebbe votare con la fiducia l’ennesimo decreto legge salva-Ilva, incorporato in quello sulle nuove procedure fallimentari; è l’ottavo secondo i conti del M5S e di Sel. Il decreto del governo Renzi tenta la scommessa, persa finora, di garantire la sicurezza dei posti di lavoro, di bonificare l’impianto e di rilanciare la produzione.
La crisi ambientale-economico-giudiziaria scoppiò cinque anni fa. Il 13 agosto 2010 il governo Berlusconi varò un decreto legge battezzato ‘salva-Ilva’. Da allora oltre a Silvio Berlusconi, altri tre presidenti del Consiglio (Mario Monti, Enrico Letta, Matteo Renzi) sono intervenuti a ripetizione a colpi di decreti. Uno dei momenti più drammatici è stato vissuto tre anni fa. Il 30 novembre 2012 Monti deliberò un decreto salva Ilva contro i sequestri degli impianti deciso dalla magistratura di Taranto.
L’alto livello delle malattie tumorali tra i lavoratori e a Taranto, gli scarsi o nulli investimenti nella sicurezza del lavoro e contro l’inquinamento industriale provocarono l’intervento della procura della Repubblica del capoluogo pugliese. Il presidente del Consiglio tecnico commentò soddisfatto il decreto: «Abbiamo una creatura blindata dal punto di vista della sua effettiva applicazione. Viene chiamato ‘salva-Ilva’, ma dovremmo chiamarlo salva-ambiente, salute e lavoro». Ma non era così. Così non la pensavano i magistrati. Il Gip di Taranto Patrizia Todisco immediatamente suonò un’altra musica: l’attività produttiva dell’Ilva è «tuttora, allo stato attuale degli impianti e delle aree in sequestro, altamente pericolosa».
In tre anni è successo di tutto. Monti, Letta e Renzi, come Berlusconi, si sono cimentati nell’impresa del risanamento e del rilancio, finora senza grande fortuna. L’Ilva di Taranto, il più grande centro siderurgico italiano e un tempo europeo, 15 mila dipendenti, l’1% del Pil nazionale, costruita nel 1961 dall’Iri come leva per lo sviluppo del sud Italia, acquisita nel 1995 dalla famiglia Riva, è entrata sempre di più nella tempesta produttiva-giudiziaria.
Sequestri e dissequestri d’impianti e della produzione di acciaio si sono susseguiti. Governo e magistratura sono entrati in rotta di collisione sulle terapie da adottare. I salari hanno rischiato di non essere pagati, le ricevute dei fornitori sono rimaste in molti casi inevase, i debiti sono saliti, la produzione di acciaio è fortemente calata. La famiglia Riva, proprietaria dell’impianto, è uscita di scena nel 2013 e la fabbrica, definita dal governo di “interesse strategico nazionale”, è stata commissariata per impedirne la chiusura. Di fatto è divenuta un’azienda pubblica perché nessun gruppo siderurgico italiano o internazionale se l’è sentita di subentrare ai Riva.
E’ un continuo, drammatico, ping pong. Renzi il 31 marzo scorso, dopo l’approvazione dell’ennesimo decreto dell’esecutivo da parte del Parlamento, ha scritto: «Per Taranto (e per l’Ilva) riparte la speranza». Tuttavia non è bastato il settimo decreto per salvare l’Ilva e ne è seguito un altro, l’ottavo. E’ stato approvato la scorsa settimana dalla Camera con il voto di fiducia, e adesso è all’esame del Senato: ha evitato lo spegnimento dell’altoforno 2, deciso dalla procura della Repubblica di Taranto dopo la morte di un operaio a giugno. Ma il duello magistratura-governo prosegue ancora. I pm di Taranto hanno fatto ricorso alla Corte costituzionale ed hanno mandato i carabinieri per identificare gli operai che lavoravano nell’impianto. La vicenda ricorda altri casi: la Fincantieri di Monfalcone e il molo d’imbarco D dell’aeroporto di Fiumicino hanno subito vicissitudini simili.
Cesare Mirabelli, ex vice presidente del Csm (Consiglio superiore della magistratura), è allarmato dalla contesa tra il governo e le toghe: «È uno scontro di potere che non fa bene a nessuno». Ha precisato: non bisogna «eccedere nell’uso dello strumento del sequestro degli impianti».
In gioco è la politica industriale: va decisa dal governo o dai pubblici ministeri? In Europa la decisione è dei governi, in Italia non è più così. Dal 1992, l’anno nel quale scoppiò Tangentopoli e segnò il crollo della Prima Repubblica, la confusione è tanta. Lo scontro tra politica e giustizia è proseguito senza soste. Anche nella Seconda Repubblica la corruzione pubblica ha continuato a demolire la fiducia nei partiti, forse più di prima: anche gli ultimi scandali (Mafia Capitale, Mose a Venezia, Expo a Milano, Calciopoli) hanno avuto e stanno avendo effetti politici dirompenti.
Più i partiti si sono indeboliti e più la magistratura ha acquisito un ruolo di supplenza politica: pm come Antonio Di Pietro, Luigi De Magistris, Antonio Ingroia hanno deciso la discesa in politica, ma con scarsi risultati. Michele Emiliano, invece, ha avuto più fortuna e due mesi fa è stato eletto con una valanga di voti governatore della Puglia, la regione scossa da tangenti, arresti e processi legati alla sua fabbrica simbolo.
In vent’anni di Seconda Repubblica i tentativi di supplenza politica si sono moltiplicati: oltre ai magistrati, si sono proposti imprenditori come Berlusconi, fondatore del Pdl e di Forza Italia, e tecnici come l’economista Monti, presidente del Consiglio di un governo di grande coalizione tra centrosinistra e centrodestra. Poi è arrivato il ciclone del comico Beppe Grillo, fondatore del Movimento 5 Stelle, alfiere dell’opposizione anti sistema.
Tuttavia il rinnovamento stenta, lo scontro politica-toghe prosegue. Quando il Senato ha bocciato alcuni giorni fa la richiesta di arresto del senatore Antonio Azzollini, Ncd, Renzi ha respinto le critiche della sinistra del Pd e delle opposizioni: «Non siamo dei passacarte della Procura di Trani». I partiti restano deboli, delegittimati, dimezzati e lo scontro con la magistratura continua e va ben oltre le scelte industriali, per tracimare anche nelle strategie politiche. Massimo D’Alema nel 1995 lanciò un progetto per trasformare l’Italia in “un Paese normale”. Ma la battaglia dell’allora segretario del Pds, poi divenuto presidente del Consiglio, non ha avuto successo. Il “Paese normale” ancora non si vede.

Euro, Renzi unico alfiere

Panico in Grecia, paura in Italia e in Europa. Il clima in Grecia è da “guerra finanziaria”. Da oggi le banche elleniche e la Borsa di Atene, come ha deciso ieri il governo guidato da Alexis Tsipras, restano con la porta sbarrata per una settimana. Il premier ellenico vuole evitare il terrore e il tracollo finanziario: le code ai bancomat, le file in banca dei greci impauriti dal rischio di perdere i propri risparmi. Decine di miliardi di euro nelle ultime settimane sono fuggiti dalla Grecia, sono negli ultimi giorni 4 miliardi sono stati ritirati dai conti correnti. L’alta borghesia ha trasferito da tempo i suoi capitali nei paradisi fiscali in Svizzera, in Lussemburgo, nell’isola di Man, nell’arcipelago delle Cayman; il ceto medio ha portato i risparmi a casa, sotto il materasso. Tuttavia in molti non hanno prelevato i loro depositi e sono terrorizzati.
Cinque mesi di dure trattative sui nuovi aiuti alla Grecia sono finite male. Tsipras ha convocato un referendum per domenica prossima, 5 luglio. Il premier della sinistra radicale ellenica ha chiesto ai concittadini di dire sì o no alle condizioni poste dai creditori (Commissione europea, Banca centrale europea, Fondo monetario internazionale) per concedere altri aiuti. Domani era prevista la scadenza del termine per concludere un accordo. La Grecia domani avrebbe dovuto ricevere altri 7,2 miliardi di euro di crediti e avrebbe dovuto rimborsare 1,6 miliardi di debiti al Fmi. Invece è saltata ogni ipotesi d’intesa. Ora il referendum può trasformarsi in un sì o un no all’euro.
Può accadere di tutto tra domani e domenica 5 luglio: il salvataggio in extremis della Grecia o il fallimento, l’uscita del paese di Pericle e di Aristotele dall’euro con conseguenze imprevedibili per la tenuta dell’Unione europea, degli altri 18 stati aderenti alla moneta unica e per l’Italia. Il dissesto finanziario greco è lo spettro che sta avanzando. L’onda lunga della paura oggi ha causato il cedimento delle Borse europee e l’aumento dei tassi d’interesse sui titoli del debito pubblico dei paesi più esposti di Eurolandia (in testa l’Italia).
In molti puntano il dito contro l’euro per i guai dell’Italia: la Grande recessione economica cominciata nel 2008, la disoccupazione di massa, la chiusura di un quarto delle fabbriche, l’impoverimento dei ceti popolari. Da tempo molti, nel centrodestra e nel centrosinistra, fanno il tifo per dire addio all’euro o, comunque, sono critici verso la moneta comune europea ad egemonia tedesca. Beppe Grillo da anni sta dando spallate all’euro. Il leader del M5S l’altro giorno, in un comizio a Ostia, si è spellato le mani negli applausi per il premier ellenico: «Tsipras straordinario! Sta dando l’ultima parola al popolo greco! Anche noi vogliamo il referendum sull’euro! E lo faremo se ci aiuterete!». Ha ripetuto: «Siamo tutti in default da anni, anche l’Italia».
Matteo Salvini è tra i più decisi fautori della cancelalzione dell’euro. Il segretario delle Lega Nord ha rilanciato la sua battaglia: «L’Europa è fallita. L’euro è una moneta sbagliata». Ha accusato dai microfoni di Rainews24 : «Stanno buttando via 80 miliardi di euro per non risolvere nulla. Questa è un’Europa da abbattere e ricostruire. Tsipras fa bene a tenere alta la testa, ma i greci hanno speso ciò che non avevano in tasca». Perciò «è uno scontro tra due errori», l’Europa e la Grecia.
Silvio Berlusconi usa toni più morbidi, ma la sostanza non cambia di molto. Il presidente di Forza Italia tempo fa ha ripetuto la sua analisi a Radio anch’io, la prima rete radio della Rai: «Oggi uscire dall’euro sarebbe avventuroso perché nessuno conosce quali sarebbero le conseguenze, ma se non dovessimo riuscire a cambiare la politica della Bce e dell’Unione europea, sarà la realtà a imporre a noi, alla Francia, alla Grecia, all’Irlanda, al Portogallo, l’uscita dall’euro per tornare alla nostra moneta nazionale».
Anche una parte della sinistra la pensa in un modo analogo. È stato un errore aderire all’euro? Stefano Fassina, l’economista che la settimana scorsa ha lasciato il Pd, in una intervista di marzo a Il Giornale, ha considerato un errore l’ingresso nell’euro: «Allora abbiamo fatto tanti errori politici» perché «si è sognato un’integrazione politica che non c’è stata». L’ex esponente della sinistra del Pd lo scorso febbraio, in una intervista a La Stampa, aveva previsto tempi bui per la Grecia: «Se vuole sopravvivere, e se la sinistra greca vuole sopravvivere, dati i vincoli che vi sono oggi nell’Eurozona, temo che per la Grecia non vi sia altra possibilità che uscire».
Matteo Renzi, invece, critica la linea dell’austerità finanziaria e “la tecnocrazia” europea, sostiene la necessità di puntare sulla crescita economica e sugli investimenti, ma ha sempre sottolineato la necessità di restare nell’euro. In una riunione della direzione del Pd ha avvertito: «Bisogna entrare in Europa con più forza e determinazione. Chi dice usciamo dall’euro propone code ai bancomat e imprese fallite». Il presidente del Consiglio e segretario del Pd ha respinto tutte le accuse di essere un populista. Resta da solo a difendere la bontà dell’euro, rivedendo però molte regole europee. Nella sua Enews del 20 giugno si è posto come l’alfiere del riformismo da tutti gli attacchi: «Se sei al Governo e vuoi sconfiggere il populismo e l’antipolitica l’unica strada che hai davanti è fare le riforme. Farle presto, farle bene, farle tutte. E su questo non ci fermeremo mai».
Ben altra musicano suonano, in particolare, Salvini e Grillo. Il segretario del Carroccio, inventore della metafora della “ruspa” contro i rom e l’euro, non si sposta di un millimetro: «L’accusa di populismo mi inorgoglisce». Il fondatore del Movimento 5 Stelle non ha cambiato rotta: «Sono orgoglioso di essere un populista».
Europa, nella mitologia dell’antica Grecia, era una bellissima fanciulla che passeggiava in riva al mare. Zeus la vide, se ne innamorò, si trasformò in un toro e la rapì. Europa diede il suo nome al nostro continente e, quindi, all’euro. Sarebbe singolare l’euro senza i discendenti degli inventori del mito di Europa, i costruttori della civiltà europea. Ora ad essere rapita potrebbe essere la Grecia, non da Zeus ma dalla Russia o dalla Cina, pronte ad aprire i loro forzieri per Atene.

Magnete Landini su sinistre Pd

Scioperi e manifestazioni del sindacato contro un governo di sinistra una volta erano fatti impensabili, eventi da fantascienza. La Cgil, invece, da un anno attua manifestazioni di protesta, scioperi generali ed articolati contro Matteo Renzi, presidente del Consiglio e segretario del Pd, il maggiore partito di centrosinistra in Italia. Ma in campo c’è anche e soprattutto Maurizio Landini, oltre a Susanna Camusso.

Landini ha assunto negli ultimi mesi un ruolo centrale di antagonista verso Renzi.  Ha accusato: «Il governo riduce i diritti di tutte le forme di lavoro».  Il segretario della Fiom è su posizioni molto più intransigenti della segretaria della Cgil, con la quale non sono mancati contrasti. Landini domani organizzerà a piazza del Popolo a Roma una manifestazione dei metalmeccanici della Cgil contro il governo di taglio per metà sindacale e per metà politico. Il programma di Landini è ampio: «La lotta» è contro la riforma del mercato del lavoro (Jobs act) e delle pensioni («Se abbassiamo l’età pensionabile aiutiamo l’occupazione»); è contro l’evasione fiscale e la corruzione pubblica; è per salvaguardare il diritto alla salute e allo studio. Non solo. Propone anche di introdurre il reddito minimo.

Landini è andato oltre il perimetro sindacale. Lancia “la coalizione sociale”, cercando punti in comune con movimenti ed associazioni. Non esclude anche «il ricorso ai referendum per abrogare le leggi sbagliate» proposte dal governo ed approvate dal Parlamento. Rivendica il diritto del sindacato a fare politica, ma ha smentito ogni ipotesi di voler fondare un partito.

Sel e le molteplici e spezzettate sinistre italiane sono attratte. Il “magnete” Landini funziona anche verso una parte delle sinistre del Pd.  Stefano Fassina, uno dei leader delle minoranze del partito, ha annunciato a Libero: «Andrò alla manifestazione della Fiom e ci sarà certamente un pezzo del popolo democratico».  Andrà anche Pippo Civati, leader di un’altra delle minoranze del Pd: «Ho già detto che sarò in piazza, come ogni anno, però trovo fuori luogo certe parole di Landini».

Pier Luigi Bersani, invece, apprezza l’iniziativa, ma non ci sarà. L’ex segretario del Pd, nettamente contrario ad ogni ipotesi di scissione, limita gli obiettivi di Landini a quelli sindacali: «Non mi pare che stia nascendo un soggetto politico».  Così la pensa anche la segretaria della Cgil. La Camusso, che pure domani andrà alla manifestazione della Fiom, ha invocato “l’autonomia” del sindacato: «La Cgil o una sua categoria non possono rappresentare una domanda politica».

Una parte consistente degli italiani, però, sembra favorevole ad un impegno in politica del segretario della Fiom. Secondo un sondaggio di Ixe’ per Agorà, Rai3,  il 57% è per il “no” e il 27% è per il “sì”.

Renzi prevede l’impegno in politica di Landini. Il presidente del Consiglio un mese fa ha detto a In Mezz’ora, Rai3: «Ha perso con la Fiom e si dà alla politica». Ha fatto riferimento alle battaglie sindacali nelle quali Landini è stato sconfitto, come nel caso della Fiat: «Non credo che Landini abbandoni il sindacato, è il sindacato che ha abbandonato Landini».  Un sindacalista che opta per la politica non è una novità, “non è il primo”.

La lista dei sindacalisti entrati in politica è lunga, soprattutto a sinistra. Guglielmo Epifani, lasciato il timone  della Cgil, è divenuto “segretario reggente” del Pd prima di Renzi e deputato. Fausto Bertinotti lasciò la Cgil e divenne segretario di Rifondazione comunista e presidente della Camera. Sergio Garavini, già segretario confederale della Cgil, divenne prima deputato del Pci e poi segretario di Rifondazione comunista. Luciano Lama, dopo la guida della Cgil, passò al Pci e  divenne vice presidente del Senato. Ottaviano Del Turco, segretario generale aggiunto della Cgil, diventò segretario del Psi e poi ministro delle Finanze.

Giorgio Benvenuto, passata la mano alla Uil, fu eletto segretario del Psi, poi divenne deputato dei Ds. Franco Marini, numero 1 della Cisl, divenne prima deputato della Dc, poi divenne segretario del Ppi e successivamente presidente del Senato. Savino Pezzotta lasciò la segreteria della Cisl e fu eletto deputato dell’Udc. Sergio D’Antoni si dimise da numero 1  della Cisl,  prima divenne vice segretario dell’Udc e poi deputato della Margherita. Pierre Carniti lasciò il timone della Cisl e diventò eurodeputato del Psi e poi dei Ds.  Renata Polverini, segretaria dell’Ugl, fu successivamente presidente della regione Lazio per il Pdl e poi deputato di Forza Italia.

Quasi tutti i sindacalisti, però, in politica non hanno sfondato, non hanno raggiunto il ruolo di primo piano, a volte prestigioso, conosciuto nelle confederazioni sindacali. Un antico proverbio cinese dice: «La montagna è alta e l’imperatore è lontano».

Mattarellum per metà Magrellum

 

Sergio Mattarella e Lucio Magri si videro nel Transatlantico della Camera, davanti all’ingresso dell’aula, quasi di fronte alla sala di lettura, e lì raggiunsero la difficile intesa. Nacque il Mattarellum, la legge elettorale per il 75% maggioritaria e per il 25% proporzionale, che durò fino al 2005, quando fu sostituita dal Porcellum (altro sistema con premio di maggioranza e soglie di sbarramento).
Erano i giorni successivi al 18 aprile del 1993. Giorni infuocati e drammatici. La Prima
Repubblica stava cadendo sotto i colpi di Tangentopoli e a fatica stava sorgendo la Seconda,
caricata di grandi speranze di palingenesi. Il referendum di Mario Segni aveva appena cancellato la
legge elettorale proporzionale, sulla quale per quasi cinquant’anni si era retta la Prima Repubblica.
Dall’opinione pubblica spirava un fortissimo vento in favore di un rinnovamento politico. Grandi
speranze erano riposte sulla “stagione” del sistema elettorale maggioritario e su quella dei sindaci
(Rutelli a Roma, Bassolino a Napoli, Orlando a Palermo e Castellani a Torino, Formentini a
Milano).
Mattarella all’epoca era un deputato Dc, relatore del disegno di legge per mettere fine al
proporzionale e varare un nuovo sistema maggioritario, un modello inedito per l’Italia repubblicana
nata dalla resistenza anti fascista. Magri, invece, era allora capogruppo di Rifondazione comunista
alla Camera. Erano due uomini molto diversi ma pronti al dialogo.
Le trattative tra le forze politiche furono difficili, ma rapide. Così il 4 agosto 1993 nacque il
Mattarellum, come battezzò il vulcanico Giovanni Sartori, la nuova legge elettorale maggioritaria,
latinizzando alla meglio il nome di Mattarella. La denominazione di Mattarellum, lanciata dal
professor Sartori in un articolo sul Corriere della Sera, ebbe grande fortuna e divenne di uso
comune nel linguaggio giornalistico e politico.
Ora invece si scopre l’esistenza di due padri per il Mattarellum: l’attuale presidente della
Repubblica e Magri, comunista irregolare, tra i fondatori del Manifesto e del Pdup, scomparso
alcuni anni fa. Il Mattarellum, in realtà, per metà è un Magrellum. Della doppia paternità del
Mattarellum ha accennato oggi Famiano Crucianelli in un convegno alla Camera, un incontro
dedicato alla presentazione di due volumi sull’attività parlamentare di Magri. «Mattarella e Magri
raggiunsero un punto di mediazione poi accettato da tutti», rivela Crucianelli, ex deputato del Pdup-
Pci-Prc-Pds. Crucianelli ha parlato dopo Laura Boldrini, presidente della Camera, e alla presenza di
Mattarella, da poco più di un mese nuovo capo dello Stato. «Magri con quella legge voleva dare
valore alle coalizioni programmatiche e non a quelle elettorali. Poi è finita in un modo diverso»,
osserva. Gli obiettivi erano due con il sistema elettorale misto: assicurare stabilità ai governi con la
quota maggioritaria (75% dei seggi) e garantire la rappresentanza politica anche ai partiti minori
con la parte proporzionale (25% dei seggi).
Negli anni della Prima Repubblica la centralità politica del Parlamento era assoluta. Tutte le grandi
decisioni politiche venivano prese alla Camera e al Senato e il sistema elettorale proporzionale
rappresentava tutti, anche le minoranze più piccole. Non a caso anche il Mattarellum nacque da una
travagliata discussione a Montecitorio.
Fino a Tangentopoli la credibilità dei partiti storici rinati nel 1945 dopo la dittatura fascista era
forte, così il Parlamento era altrettanto autorevole. Poi il degrado della politica e dei partiti, in
termini di incapacità di dare una risposta ai gravi problemi dell’Italia e alla corruzione pubblica, ha
provocato un terremoto. È crollata la Prima Repubblica e ora anche la Seconda sta vivendo una
lunga agonia. Il sistema maggioritario e leaderistico non è riuscito ad assicurare governi stabili,
progresso economico e sociale.
La Seconda Repubblica, sorta all’insegna del bipolarismo e della netta distinzione tra maggioranza
e opposizione, è dovuta invece ricorrere a governi di grande coalizione (esecutivi di “larghe intese”
di Mario Monti ed Enrico Letta e di “piccole intese” con Matteo Renzi) per cercare di combattere la
grave crisi economica internazionale e rinnovare le istituzioni. Anche la frammentazione politica
non è stata ridotta, anzi è cresciuta. Nella Prima Repubblica, con il sistema proporzionale, c’erano
7-8 gruppi parlamentari a Montecitorio; oggi, con la Seconda Repubblica maggioritaria, si sono
contati fino ad oltre 40 partiti con quasi altrettanti gruppi, sottogruppi e microgruppi nelle Camere.
Nonostante grandi sforzi, la ripresa economica ancora non è partita e dei fenomeni di corruzione
esplodono a ripetizione. Arrivano anche accuse al Parlamento. Per Laura Boldrini il Parlamento va
concepito «come il centro nevralgico della vita democratica del Paese» e va rafforzato perché
adesso «il dibattito politico si svolge altrove: sulla stampa, in tv, nei social media». La presidente
della Camera indica una cura: il Parlamento deve rispondere alle domande dell’opinione pubblica
dando «prova di efficienza, di tempestività e capacità decisionale». Riccardo Lombardi, uno dei
dirigenti storici del Psi, sosteneva: «La vita mi ha insegnato che anche non raggiungendo gli scopi,
ciò che si è fatto non è stato inutile e serve nella ininterrotta fatica del provare e riprovare».

Renzi scommette sulla ripresa

La sperata e annunciata ripresa economica non si è vista nel 2014, anzi si è rivelato un altro anno difficilissimo di recessione e il Pil (Prodotto interno lordo) ha perso ancora lo 0,4%. Matteo Renzi ora, però, vuole finalmente agganciare la ripresa e scommette sul 2015. Sono emersi alcuni timidi segnali positivi: gli ordinativi dell’industria sono in crescita, il Pil (Prodotto interno lordo) recupera lievemente nei primi tre mesi dell’anno, la fiducia delle imprese e delle famiglie italiane sta risalendo da un profondo baratro, gli analisti nazionali ed esteri per quest’anno stimano una crescita dell’economia del Belpaese tra lo 0,5% e l’1%.

La disoccupazione è in lenta diminuzione. A gennaio è scesa al 12,6% dal 13,2% dello scorso novembre; quella giovanile invece è diminuita in un anno al 41,2% dal 43,2%. Sono ancora cifre pesantemente negative, ma indicano la possibilità di uscire dalla peggiore crisi degli ultimi cento anni: i senza lavoro sono quasi raddoppiati rispetto al 2007, l’ultimo anno positivo prima dell’arrivo della Grande recessione internazionale, che ha cancellato il 25% della produzione industriale nazionale e circa il 10% del reddito del Paese.

Il presidente del Consiglio e segretario del Pd, fin dalla nascita del suo governo nel febbraio del 2014, ha indicato nell’occupazione “la priorità” della sua azione. Adesso qualcosa sembra essersi rimesso in moto, grazie anche a tre favorevoli fattori internazionali: 1) il crollo dei prezzi del petrolio (riduce i costi di produzione), 2) la svalutazione dell’euro (incrementa la concorrenzialità delle esportazioni italiane), 3) l’acquisto da oggi dei titoli del debito pubblico dei Paesi di Eurolandia deciso da Mario Draghi, presidente della Banca centrale europea (i tassi d’interesse pagati dall’Italia sono calati all’1,30%).

Renzi riconosce l’aiuto di questi tre importanti elementi internazionali, ma sottolinea anche “la conquista storica” della riforma del mercato del lavoro divenuta operativa. Ha assicurato al Tg1: «Il Jobs Act farà uscire l’Italia dalle secche della disoccupazione». Ha respinto le critiche delle opposizioni, della Cgil e delle minoranze di sinistra del Pd per i quali cresceranno i licenziamenti:

«Il Jobs Act è una grande rivoluzione. Quest’anno ci saranno molte più assunzioni che licenziamenti. Nel 2015, grazie alle legge di Stabilità, chi fa assunzioni ha un incentivo fiscale».

L’esecutivo prevede per il 2015 almeno 150 mila occupati in più con benefiche ripercussioni sulle condizioni di vita dei lavoratori e sugli stessi conti pubblici. Per il “rottamatore” di Firenze l’uscita dell’Italia dalla crisi sarebbe una bella carta da giocare durante la campagna elettorale per le elezioni regionali del prossimo maggio.

Tuttavia la strada del governo è ancora costellata di ostacoli in Parlamento. Per sostenere la ripresa vanno tagliate le tasse, soprattutto quelle sulla produzione e sul lavoro, arrivate a livelli vertiginosi.

Qualcosa si è fatto, ma poco. Non a caso molte imprese (come la Fiat Chrysler Automobiles) hanno trasferito la sede legale e il domicilio fiscale all’estero e l’esecutivo “entro qualche settimana” vuole realizzare la riforma tributaria.

Una sfida dietro l’altra. Domani l’aula della Camera, dopo gli scontri di febbraio degenerati in insulti e in scene di lotta libera, si pronuncerà nel voto finale sulla riforma costituzionale del governo. Il superamento del bicameralismo perfetto è contestato duramente dalle opposizioni e, per diversi aspetti, anche da molti deputati delle minoranze del Pd. Stesso discorso vale per l’Italicum, il progetto di riforma elettorale. Renzi intende far approvare la riforma da Montecitorio entro l’estate, tuttavia vari deputati democratici, in testa l’ex segretario del partito Pier Luigi Bersani, hanno annunciato che non la voteranno senza cambiamenti, soprattutto sul tema dei “capilista bloccati” (una scelta concordata con Forza Italia quando ancora non era saltato il Patto del Nazareno con Silvio Berlusconi sulle riforme istituzionali).

Berlusconi suona i tamburi di guerra dell’opposizione intransigente: Renzi «ha violato i patti» perciò «voteremo contro». Renato Brunetta ha domandato se il presidente del Consiglio si stia “innervosendo” e secondo vari giornali «chiede aiuto a Verdini. Che paura!». Alfredo D’Attore ha confermato le critiche delle minoranze democratiche: « La spaccatura nel Pd è profonda. Le riforme sono a rischio». Il deputato bersaniano ha rinnovato la richiesta di modificare l’Italicum ed ha puntato il dito contro l’ipotizzata intesa tra il premier-segretario del Pd e Denis Verdini, ala dialogante di Forza Italia, sulle riforme istituzionali: Renzi «pensa di sostituire la minoranza del suo partito con i verdiniani».

Ma il presidente del Consiglio non vuole sentire parlare di cambiamenti all’Italicum. Ha sollecitato maggioranza ed opposizioni ad andare avanti: «È la volta buona per rimettere in moto il Paese. Ma perché questo accada davvero, occorre continuare con le riforme». E i dissensi delle minoranze del Pd? È fiducioso: «Io sono assolutamente certo che i voti in Parlamento ci saranno». Cerca l’avallo del popolo sovrano: dopo il voto del Parlamento «puntiamo al referendum finale» sulla riforma costituzionale dando la parola ai cittadini «con buona pace di chi ci accusa di atteggiamento autoritario».

Canta Jovanotti, nome d’arte di Lorenzo Costantino Cherubini: «Come in un sabato sera italiano, che sembra tutto perduto poi ci rialziamo». Finora Renzi è riuscito a superare mille ostacoli, si è sempre rialzato.

Sindrome del tiranno a sinistra

Perfino l’accusa di “dittatura”. Poco rispetto per il Parlamento, le opposizioni, i sindacati, la democrazia interna del Pd. Sulla testa di Matteo Renzi piovono una valanga di critiche da destra e da sinistra. Sotto accusa sono soprattutto tre riforme strutturali del giovane “rottamatore” di Firenze: della Costituzione, elettorale e del mercato del lavoro. Nelle battaglie parlamentari delle scorse settimane sono volate accuse pesantissime contro il presidente del Consiglio e segretario del Pd.
È scoppiato un putiferio contro la “seduta fiume”, voluta dalla maggioranza alla Camera, per battere l’ostruzionismo delle opposizioni e votare la riforma costituzionale. I capigruppo della Lega Nord alla Camera e al Senato, Massimo Fedriga e Gian Marco Centinaio, hanno bollato Renzi come un “piccolo dittatore” da fermare, andando a protestare al Quirinale con il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Luigi Di Maio, cinquestelle, vice presidente della Camera, ha attaccato la “dittatura della maggioranza” e i metodi “golpisti” del governo. Renato Brunetta, capogruppo di Forza Italia alla Camera, ha protestato con Mattarella. Il Mattinale, la pubblicazione supervisionata da Brunetta, ha tuonato contro la “deriva autoritaria” e i comportamenti “da despota” del presidente del Consiglio.
Sono accuse infuocate. Tuttavia, quelle che fanno più male arrivano da sinistra al presidente del Consiglio e segretario del Pd, il maggiore partito di centrosinistra. Maurizio Landini, segretario dei metalmeccanici della Fiom Cgil, ha bocciato senza appello il Jobs Act, la riforma del mercato del lavoro sulla quale punta Renzi per combattere la disoccupazione: «Oggi è a rischio la tenuta democratica del Paese», il governo «sta cancellando tutti i corpi intermedi, non solo i sindacati».
A Laura Boldrini, deputata di Sel eletta presidente della Camera nel 2013, non è piaciuto che i decreti attuativi del Jobs Act, varati dal governo, non abbiano tenuto conto del parere non vincolante del Parlamento a “frenare” sui licenziamenti. Di qui la reprimenda contro Renzi: «L’idea di avere un uomo solo al potere, contro tutti e in barba a tutto, a me non piace, non mi piace».
Nichi Vendola ha puntato il dito contro la valanga di decreti legge e di voti di fiducia chiesti da Renzi alle Camere: «Siamo arrivati a un Parlamento al guinzaglio e con la museruola». Il presidente di Sel ha segnalato “l’inaccettabile degenerazione” al capo dello Stato. Ha messo Renzi sullo stesso piano di Silvio Berlusconi, avversario storico della sinistra, per vent’anni leader del centrodestra: «Se le stesse cose le avesse fatte Berlusconi, avremmo parlato di deriva autoritaria».
La “ferita sanguinante” è aperta anche all’interno del Pd: riguarda l’abolizione per i nuovi assunti dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori in difesa dei licenziamenti. Roberto Speranza, capogruppo del Pd alla Camera, ha respinto il “teorema dell’uomo solo al comando”, ma ha invitato a rispettare il Parlamento: «Ritengo sia stato un errore non seguire l’indicazione che le commissioni di Camera e Senato avevano dato sul tema dei licenziamenti collettivi».
Le minoranze di sinistra del Pd hanno rotto l’”armonia” faticosamente raggiunta con Renzi a gennaio, siglando l’intesa di eleggere Mattarella presidente della Repubblica. Pier Luigi Bersani, Stefano Fassina, Pippo Civati, Rosy Bindi venerdì non sono andati all’assemblea dei parlamentari democratici convocata da Renzi per fare il punto su vari temi caldi. Bersani è stato durissimo in una intervista ad Avvenire: il Jobs Act si pone “fuori dell’ordinamento costituzionale”; egli non farà parte dei “figuranti di un film”. L’ex segretario del Pd ha lanciato l’allarme sulla riforma costituzionale e quella elettorale: «Il combinato disposto» tra i due testi «rompe l’equilibrio democratico. Se la riforma della Costituzione va avanti così io non accetterò mai di votare la legge elettorale».
La tensione sale. Area Rifomista, la corrente di Speranza, si riunirà il 14 marzo, i bersaniani si vedranno il 21. Dal 19 marzo ci sarà una settimana di mobilitazione e di scioperi per l’occupazione della Fiom e il 28 Landini parlerà ad una manifestazione a Roma. Le nuove sfide parlamentari sono molte a marzo. La Camera domani voterà il decreto legge per salvare l’Ilva di Taranto, la prossima settimana sarà il turno della riforma costituzionale ed entro marzo toccherà alla legge elettorale. Il capogruppo del M5S al Senato, Andrea Cioffi, ha ricordato su Facebook la fine del conquistatore della Gallia: «Il bullo di Firenze si crede Giulio Cesare? Bene, lo attendono le idi di marzo». Il riferimento è al 15 marzo del 44 avanti Cristo, quando Gaio Giulio Cesare, il vincitore dei galli e dei germani, fu assassinato a pugnalate nel Senato romano da un gruppo di congiurati che lo accusarono di voler instaurare una dittatura.
Un uomo solo al comando, dittatura, cesarismo, bonapartismo. Queste sono le infamanti accuse lanciate in 150 anni di storia dalla sinistra contro le svolte autoritarie della destra, ma anche dalla sinistra massimalista contro quella riformista. A sinistra riemerge la paura del tiranno, un’antica sindrome. I renziani respingono tutti gli attacchi. Graziano Delrio in una intervista a Repubblica ha replicato: «Non esiste un solo uomo al comando. Esiste un leader» e «non ha la volontà di umiliare le Camere e i sindacati». Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio ha sottolineato: «Abbiamo il massimo rispetto del Parlamento, però non rovesciamo la frittata. Il parere sul Jobs Act non era vincolante, non esisteva alcun obbligo di recepirlo». Ha puntato al cuore del problema: «Se la sinistra è spaventata dalla leadership» allora «ha un problema di modernità».
Renzi vuole procedere con determinazione sulla strada imboccata delle “riforme radicali”. Su Facebook ha parlato dei “piccoli ma importanti segnali” di ripresa economica e di uscita dell’Italia dalla recessione. Ha indicato la rotta: «Abbiamo preso l’Italia per mano e la portiamo fuori della palude, nessuno si senta escluso». Già nei mesi scorsi ha respinto le critiche di essere un uomo di destra, espressione dei cosiddetti ‘poteri forti’: al governo «non c’è un uomo solo al comando, c’è un popolo che chiede di cambiare per sempre». I prossimi obiettivi sono la riforma elettorale e costituzionale, strettamente legate. Canta Marco Mengozzi: «Io sono guerriero… Vinceremo contro tutti e resteremo in piedi».

Euro, ricetta democratica di Tsipras

Contano di più gli utili delle banche o gli interessi dei cittadini europei? Pesano di più le speculazioni internazionali sui titoli del debito pubblico dei paesi dell’euro o trovare un lavoro ai disoccupati? E ancora. È meglio mantenere il rigore sui bilanci pubblici o aprire il rubinetto degli investimenti per aiutare consumi e crescita economica europea? Valgono di più i parametri tecnici per ridurre deficit e debito pubblico o le scelte elettorali dei cittadini? La sfida è tra i mercati finanziari e la democrazia.  Da 7 anni la più grave crisi economica internazionale dalla Grande depressione del 1929, sta devastando l’Europa: lo scontro è aperto sulle terapie da adottare per far ripartire lo sviluppo e porre fine alla recessione.

Tutto, ancora una volta, sembra legato alle sorti della Grecia.  Il Paese che inventò la democrazia, nel 2008 fu il primo Stato dell’Unione europea ad accusare i colpi della crisi finanziaria partita dagli Stati Uniti d’America. Dopo una cura lacrime e sangue di tagli alla spesa pubblica, Atene ha detto basta con l’austerità. Alexis Tsipras lo scorso 25 gennaio ha vinto le elezioni politiche, dicendo sì all’euro, ma no agli accordi sottoscritti dai precedenti governi greci e ai controlli della cosiddetta Troika (Banca Centrale Europea, Commissione Europea, Fondo Monetario Internazionale) sui conti pubblici ellenici.

Tsipras non vuole cancellare, ma rinegoziare l’enorme debito pubblico greco, allungandone i tempi del rimborso. Il nuovo premier ellenico ha fatto asse con il presidente del Consiglio Matteo Renzi e con il presidente della Repubblica francese François Hollande. Da quasi un mese ha avviato un duro braccio di ferro con la Commissione Europea e con la Germania, il paese campione del rispetto puntuale della politica di austerità e di riforme strutturali da parte delle nazioni indebitate. Alla fine venerdì è arrivata una intesa di “principio” tra i ministri delle Finanze dei 18 paesi del “club” dell’euro. La Grecia ha evitato la bancarotta, ha ottenuto lo sblocco del prestito richiesto con un’estensione di 4 mesi, ma gli aiuti saranno vincolati alle riforme; il primo “pacchetto” è atteso ad ore.. La partita, però, è appena cominciata.  Nei prossimi 4 mesi dovrà essere discusso e concordato un nuovo piano di salvataggio della Grecia.

Tsipras ha cantato vittoria: «Abbiamo fatto un passo decisivo, lasciando l’austerità, i piani di salvataggio e la Troika». Tuttavia il premier greco sa che lo scontro decisivo con i vertici della Ue e con la Germania è solo rinviato alla prossima estate: «In questo modo abbiamo raggiunto il nostro principale obiettivo. Abbiamo vinto una battaglia, non la guerra. Le difficoltà, le vere difficoltà … sono davanti a noi».

Il ministro delle Finanze tedesco, il “falco” Wolfgang Schäuble, ha accettato la mediazione, ma si prepara alla nuova battaglia dicendo: la Grecia «si impegna» a rispettare i patti. Da tempo ripete: «Gli impegni vanno mantenuti» perché altrimenti arriverebbero «tempi difficili per la Grecia e per l’Europa».

Il riferimento è ai micidiali colpi dello spread. Il differenziale dei tassi d’interesse tra i titoli del debito pubblico greco e tedesco, già altissimi, potrebbero diventare da collasso in caso di una rottura tra Atene e gli altri paesi europei. La Grecia potrebbe non essere più in grado di pagare i tassi d’interesse sui suoi titoli del debito pubblico e sarebbe il crac, con imprevedibili conseguenze anche sugli altri Stati europei. Dalle Borse europee arrivano segnali positivi sull’accordo di massima. L’uscita della Grecia dall’euro adesso sembra allontanarsi, ma c’è chi tifa ancora per questa ipotesi da apocalisse monetaria, economica e sociale.

Syriza, il partito di sinistra radicale guidato da Tsipras, ha vinto le elezioni alzando la bandiera della fine dell’austerità, che ha prodotto disoccupazione e impoverimento di massa. Syriza è il nuovo partito d’ispirazione socialdemocratica, nato e affermatosi negli ultimi anni interpretando la protesta sociale e dei lavoratori contro i durissimi tagli alla spesa pubblica e ai salari imposti dalla Troika. La contestazione del liberismo e la solidarietà sociale sono alla base del suo programma.

Ora il governo ellenico vuole far pesare la vittoria elettorale (Syriza è divenuto il primo partito greco con  il 36,3% dei voti). Il ministro delle Finanze greco, Yanis Varoufakis, ha fatto appello alla realizzazione della volontà popolare: l’intesa all’Eurogruppo ha collegato  «il rispetto delle regole con il rispetto della democrazia». Nelle scorse settimane Tsipras ha avvertito, facendo il giro delle capitali europee: «Il governo greco non accetterà alcun ricatto e ultimatum. È determinato ad onorare il suo mandato e la storia della democrazia in Europa». Ha sottolineato: «Noi onoreremo le nostre promesse di cambiamento fatte nella campagna elettorale». Tsipras, in un modo più intransigente di Renzi, vuole “cambiare verso” alla politica europea per l’euro. Non sarà semplice. Oltre ad affrontare gli avversari europei e nazionali, deve rispondere anche alle critiche levatesi dall’interno di Syriza, contro l’intesa vista come un cedimento.

I tecnici possono elaborare delle regole, ma se non funzionano vanno cambiate, prendendo atto di una  drammatica crisi economica e sociale e in ossequio alla volontà popolare.  «Qui ad Atene noi facciamo così» disse Pericle difendendo la democrazia in un celebre discorso agli ateniesi. Era l’anno 461 avanti Cristo.

 

 

 

 

Finisce l’era dei “tecnici”

«Io spero che torni presto il tempo nel quale non abbiate più bisogno dei professori, dei tecnici».  Mario Monti fu profetico, la sua speranza si è avverata: il ciclo dei tecnici in politica, in sostituzione dei partiti delegittimati, si è definitivamente concluso. Era il 13 dicembre 2011 quando il presidente del Consiglio-tecnico illustrò alla Camera, in un’atmosfera plumbea, la sua dura ricetta per evitare il crac finanziario dell’Italia: sanguinosi tagli alla spesa pubblica, aumento delle tasse, radicale riforma delle pensioni e del mercato del lavoro.

Monti da appena un mese era diventato prima senatore a vita e poi presidente del Consiglio di un governo tecnico. Il sistema politico italiano era paralizzato. Giorgio Napolitano, allora presidente della Repubblica, incaricò Monti di formare un esecutivo per affrontare l’emergenza economica. Il professore di economia, presidente dell’Università Bocconi di Milano, ex commissario europeo, compose un ministero di grande coalizione, appoggiato tra molte sofferenze sia dal centrodestra di Silvio Berlusconi e sia dal centrosinistra di Pier Luigi Bersani.

Il tecnico Monti, lodato da alcuni giornali americani come il “salvatore dell’euro”, sembrava destinato a grandi successi, ma non fu così. Nel febbraio del 2013 si presentò alle elezioni politiche con Scelta Civica, un partito da lui appena fondato; tuttavia la decisione di “salire” in politica non si rivelò un grande successo. Luca Cordero di Montezemolo, allora presidente della Fiat e della Ferrari, fondatore di Italia Futura, lo appoggiò a metà. Dopo tante promesse d’impegno in politica in nome della “società civile”, annunciò: «Scendo in campo ma non mi candido».

Scelta Civica ottenne al Senato il 9% dei voti e alla Camera l’8%. Fu un mezzo flop. Fu surclassata dal centrosinistra, dal centrodestra e dal Movimento 5 Stelle, la nuova forza politica di Beppe Grillo.

Subì un rapido declino. Alle elezioni europee di maggio 2014 Scelta Civica colò a picco: prese appena lo 0,71% dei voti contro il 40,8% del Pd di Matteo Renzi, il nuovo astro della politica italiana. Renzi è per ripristinare il primato dei partiti, non ha mai amato le supplenze politiche, né dei pubblici ministeri né dei tecnici. Nel febbraio dell’anno scorso varò un governo politico, annunciò riforme strutturali istituzionali ed economiche “per far ripartire l’Italia”. Il presidente del Consiglio e segretario del Pd attaccò “tecnocrati” e “burocrati” europei e italiani. Sottolineò: la politica deve dire la sua “con una visione alta d’indirizzo”.

Scoppiò una crisi a catena al vertice di Scelta Civica. Monti si dimise dalla presidenza e disse anche addio alla sua creatura politica. Aderì al Gruppo Misto come senatore a vita. Seguirono scissioni (in testa i Popolari per l’Italia di Lorenzo Dellai) e singole fughe di parlamentari verso il Pd. Alla guida del partito centrista si sono avvicendati in rapida successione Alberto Bombassei, Stefania Giannini, Renzo Balduzzi ed Enrico Zanetti.

Scelta Civica ieri è arrivata stremata al suo primo congresso, che ha eletto segretario Zanetti, sottosegretario all’Economia. Alla vigilia del congresso altri 8 parlamentari hanno detto addio e sono passati al Pd. Stefania Giannini, ministra dell’Istruzione, ha motivato l’adesione ai democratici perché il grande progetto di Monti «ora ha esaurito la sua funzione» e Renzi sta guidando un forte “processo riformista”.  Scelta Civica è gravemente ferita: non ha più senatori mentre i deputati sono calati a 23.  Adesso Zanetti non dà per scontato il sostegno al governo e ha polemizzato con chi è uscito: «Più che una diaspora è un trasloco». Ma anche altri deputati potrebbero lasciare il partito centrista nei prossimi giorni.

Bombassei, deputato, presidente della Brembo (un gruppo di eccellenza produttore di freni per le auto), non ha abbandonato Scelta Civica ma è sconfortato: «In qualche modo mi sento respinto dal mondo politico». Il musicista Giacomo Puccini diceva: «Il melodramma è finito. L’arte muore come gli esseri umani». È una regola valida anche per i partiti. Comunque Corrado Passera, ex ministro dello Sviluppo del governo Monti, già alla guida di Olivetti, Poste, Banca Intesa San Paolo, progetta di presentarsi alle elezioni con Italia Unica, movimento politico da lui fondato. Anche Diego Della Valle è orientato a fare la stessa scelta. L’amministratore delegato di Hogan e Tod’s tempo fa ha annunciato: «Se serve sono disponibile a dare una mano, a fare cose, anche domani mattina…» .  Sia Passera sia Della Valle hanno bersagliato di critiche Renzi. Critiche basate sulla capacità e le competenze degli imprenditori, dei tecnici, della società civile. Vogliono riuscire là dove ha fallito Monti.