Renzi affronta l'”assedio”

Un diluvio di accuse da sinistra e da destra. Il bersaglio è Matteo Renzi. Le opposizioni e anche le minoranze del Pd non danno tregua. Gli attacchi e le contestazioni riguardano tutti i principali impegni del governo: il crac di quattro banche con il dissolvimento dei risparmi di migliaia di piccoli risparmiatori, le mozioni di sfiducia parlamentari delle opposizioni contro il “conflitto d’interessi” del governo e della ministra delle Riforme Maria Elena Boschi (figlia dell’ex vice presidente della Banca Etruria, uno degli istituti di credito dissestati).

Il presidente del Consiglio e segretario democratico ha tanti fronti aperti: la valanga degli immigrati, le misure di sicurezza contro il terrorismo islamico, la disoccupazione, la debole ripresa economica, i servizi dello Stato sociale tagliati, Mafia Capitale (l’inchiesta sulla corruzione pubblica che ha colpito anche esponenti del Pd di Roma), gli irrequieti gruppi parlamentari della maggioranza (i “franchi tiratori” della sinistra del Pd e centristi da un anno impediscono l’elezione dei tre nuovi giudici costituzionali da parte del Parlamento). E ancora: la revisione costituzionale, la riforma della Rai, il riconoscimento dei diritti delle unioni civili.

Renzi è nell’occhio del ciclone. Le accuse sono pesantissime. Per Silvio Berlusconi il presidente del Consiglio e segretario del Pd «è abusivo» e «il governo è illegittimo». Il presidente di Forza Italia lo ha bollato come «un uomo solo al comando» e l’Italia rischia «un regime». Il presidente di Sel Nichi Vendola ha attaccato: «Il centrosinistra è morto, l’ha ucciso Renzi che governa con pezzi della destra». Beppe Grillo, fondatore del M5S, lo ha considerato via via «un burattino», «un ebetino», «un personaggetto», «un moralmente ritardato». Al presidente del Consiglio ha imputato pure dei «colpi di Stato».

Anche la sinistra del Pd non è tenera con il suo premier e segretario. Roberto Speranza ha sparato contro il partito sempre più «una sommatoria di comitati e potentati elettorali» e in molte città «le porte girevoli del trasformismo sono spalancate, altro che rottamazione». Matteo Salvini, segretario della Lega Nord, ha tirato colpi micidiali soprattutto sul crollo delle banche: «Quell’infame di Renzi parla di sciacalli che si approfittano dei morti: lo vada a dire alla vedova del pensionato che si è suicidato. La morte del pensionato è colpa sua».

L’Italia deve fare i conti con una Unione europea sempre a trazione tedesca e rigorista sui conti pubblici e con una mappa internazionale insanguinata in Medio oriente, in Africa e in Libia, paese distante poche centinaia di chilometri dalle coste nazionali. I terribili attacchi dei terroristi islamici a Parigi, poi, potrebbero essere replicati in Italia e, in particolare, a Roma per il Giubileo della Misericordia e a Milano.

Di fatto la campagna elettorale per eleggere in primavera i sindaci di Milano, Roma, Torino, Napoli, Bologna e Cagliari è già partita. La cornice è molto difficile. Il governo rischia il logoramento, ma Renzi è sul chi vive e replica colpo su colpo, affronta e cerca di rompere l’”assedio”. Il presidente del Consiglio sulla Consulta naviga su un accordo con i cinquestelle e i centristi mollando Forza Italia, protagonista della precedente intesa. Ha negato ogni valore politico alle elezioni amministrative, ma si è mostrato sicuro: «Se si votasse oggi per le politiche sono sicuro che vinceremmo al primo turno, con percentuali superiori a quelle europee». Oltre il 41% dei voti del 2014, dunque. Ha insistito sulla necessità di raccogliere voti non solo a sinistra, ma anche tra gli elettori delusi del centrodestra e dei pentastelalti. Martella: in Italia «è ripartita» la ripresa economica anche se debole; la riforma del lavoro e della scuola hanno combattuto «il precariato e la disoccupazione».

Ha difeso Maria Elena Boschi e il governo: nessun conflitto d’interessi, il decreto del governo sulle banche ha salvato «il 99% dei risparmiatori» ed ha evitato «il caos». Ha accusato Salvini di «strumentalizzare» il suicidio del pensionato per raccogliere più voti. Ha bollato come «meschinità» le offensive accuse contro di lui e ha messo in guardia contro «l’odio». Ha promesso giustizia: «Chi ha truffato dovrà pagare e chi è stato truffato sarà risarcito». Ha confermato di voler «cambiare l’Italia».

In ogni caso è pronto a tutto: «Io non sono fatto per vivacchiare, o si fanno le cose o vado a casa». È pronto ad affrontare possibili “spallate” come ha avvertito un mese fa: «Destra e sinistra hanno passato l’ultimo anno ad assaltare il governo con ogni tono e ogni mezzo. Non ce l’hanno fatta: e dunque oggi indietreggiano, serrano le file e si riorganizzano».

Handicap “zero virgola”

Più 0,9%, 0,8%, 0,7%. No, più 0,8%. Le previsioni dell’Istat e del governo sull’aumento del reddito nazionale (Pil) nel 2015 sono incerte, ma sempre in discesa. Alla fine, quella che è arrivata quest’anno non è la tanto attesa ripresa economica, ma una ripresina. Matteo Renzi ne ha preso atto: «Alcune previsioni segnalano un potenziale rallentamento della ripresa». Le cause sono soprattutto due per il presidente del Consiglio e segretario del Pd: i tragici attentati del terrorismo islamico a Parigi e la crisi dei Paesi emergenti, che pesano sui mercati e «non sono due buone notizie».Tuttavia Renzi è fiducioso: «Dopo tre anni di recessione siamo ripartiti» e «l’Italia ha tutto per tornare ad essere una locomotiva. Abbiamo stabilità, stiamo facendo le riforme, abbiamo margini di miglioramento notevoli».

La recessione internazionale ha colpito duro sull’Italia. Dal 2007 il nostro Paese ha perso il 10% del reddito nazionale e il 25% della produzione industriale. La Grande crisi ha chiuso fabbriche, ha aumentato la disoccupazione fino a quasi il 13% e solo nell’ultimo anno i senza lavoro si sono ridotti al di sopra dell’11%. Il merito è, secondo il presidente del Consiglio, delle riforme strutturali realizzate dal governo e, in particolare, di quelle del mercato del lavoro, fiscali e costituzionali. Ma non basta. Occorre una ripresa economica più forte, almeno dell’1-2% nel 2016, in modo da far ripartire l’occupazione, far salire salari e pensioni congelati da anni, ridurre le tasse sul lavoro, ridare fiato allo Stato sociale, restituire un futuro ai giovani (la disoccupazione dei ragazzi è quasi al 40%), abbassare l’enorme debito pubblico. Poi c’è il “buco nero” del Sud. Il Mezzogiorno d’Italia va sempre peggio e si sente abbandonato. La crescita “dello zero virgola”, dunque, non basta. Giuseppe De Rita, il fondatore del Censis (Centro studi e investimenti sociali), ha puntato il dito contro il pantano dell’immobilismo, contro “il letargo esistenziale e collettivo”, contro “l’Italia dello zero virgola”. Renzi ha usato e usa tre parole per cercare d’invertire la rotta: “Coraggio”, “fiducia”, “speranza”. Sono la premessa per far “decollare l’Italia”.

Ha ripetuto: se c’è la fiducia i consumatori italiani spenderanno una parte dei loro grandi risparmi, ci saranno nuovi investimenti «e allora altro che Grecia: faremo meglio della Germania». Gli ostacoli sulla sua strada sono tanti. Il Parlamento deve votare la riforma costituzionale e della Rai, il disegno di legge di Stabilità 2016 che cancella le tasse sulla prima casa, il provvedimento sul riconoscimento dei diritti delle unioni civili. C’è il problema dei rimborsi ai tanti piccoli risparmiatori finiti quasi sul lastrico per la crisi di Banca Etruria, Cassa Marche, CariFerrara e CariChieti, un problema che potrebbe contagiare anche altre banche. Le Camere, inoltre, devono eleggere tre nuovi giudici costituzionali, un impegno ostico che si trascina senza esiti da circa un anno. Il 14 dicembre è fissata la trentesima votazione; è necessario superare almeno la soglia molto alta di 571 voti, il quorum di 3/5 di deputati e senatori. Si cerca un difficile accordo tra la maggioranza e le opposizioni (finora i “franchi tiratori” nei voti segreti hanno affondato l’intesa tra la maggioranza e Forza Italia). È un percorso ad ostacoli per il presidente del Consiglio. Una pioggia di critiche arriva dalle opposizioni, dai sindacati, dalle stesse minoranze del Pd (alcuni esponenti della sinistra, come Fassina, Civati e Cofferati hanno lasciato il partito). A giugno ci sarà la sfida delle amministrative: si dovrà eleggere il nuovo sindaco a Roma, Milano, Torino, Napoli, Bologna, Cagliari. Renzi ha tenuto a levare ogni valore politico alle prossime elezioni argomentando: si vota per eleggere i sindaci e non per il Parlamento. Se la ripresina muterà in ripresa tutto diventerà meno arduo. L’ex sindaco di Firenze deve superare l’handicap dello “zero virgola”.

“Sparano” i Franchi Tiratori

Ben 29 votazioni a vuoto. Laura Boldrini e Piero Grasso stamattina hanno parlato fitto per qualche minuto nell’atrio di Montecitorio, il volto tirato per la preoccupazione. I presidenti della Camera e del Senato nei giorni scorsi avevano lanciato invano un appello alla maggioranza e alle opposizioni per eleggere i tre nuovi giudici costituzionali. In tarda mattinata Pino Pisicchio, presidente del Gruppo Misto della Camera, ha detto basta «al tiro a segno come al luna park» e ha chiesto «una intesa corale». La trentesima votazione, in un primo tempo attesa per oggi, è slittata. Alla conferenza dei capigruppo del pomeriggio alla Camera la maggioranza la maggioranza ha proposto di riprendere a votare il 15 dicembre e una parte delle opposizioni ha chiesto di votare ad oltranza. Poi in serata è arrivata la decisione di fissare il nuovo appuntamento per il 14 dicembre. In caso di esito negativo seguirà una votazione al giorno. Deputati e senatori, riuniti in seduta comune a Montecitorio, non riescono ancora ad eleggere i tre nuovi giudici costituzionali. L’accordo tra la maggioranza e Forza Italia non ha retto. I “franchi tiratori” (sembra della sinistra del Pd, dei centristi della maggioranza e di Forza Italia) hanno “cecchinato” nei voti segreti Augusto Barbera (candidato dei democratici), Francesco Paolo Sisto (Forza Italia) e Giovanni Pitruzzella (Scelta Civica). Dopo il ritiro di Pitruzzella è stata affondata anche la candidatura sostitutiva di Ida Angela Nicotra (Nuovo centrodestra). Il Movimento 5 stelle ha continuato a votare per Franco Modugno, il suo candidato. Anche ieri tutti i candidati sono rimasti ben lontani da quota di 571 voti, il quorum previsto dei 3/5 dei parlamentari. Solo Barbera si è avvicinato di più alla meta ottenendo 545 voti in uno scrutinio. È scattato l’allarme rosso da parte di Grasso e della Boldrini. Da quasi un anno alla Consulta mancano 3 giudici su 15 e c’è il pericolo della “paralisi”: la Corte costituzionale rischia di non potersi più nemmeno riunire, in caso di malattie da influenza, per l’assenza del numero legale. La posta è alta. La Consulta, tra le altre importanti decisioni, dovrà anche pronunciarsi sull’Italicum, la nuova legge elettorale per le politiche elaborata dal governo Renzi, impugnata per incostituzionalità e fortemente criticata dalle opposizioni e dalle minoranze del Pd. Si rischia, soprattutto, la paralisi del Parlamento, il cuore del sistema democratico. Eleggere una parte dei giudici è uno dei compiti costituzionali delle Camere e ulteriori “fumate nere” potrebbero innescare un pericoloso processo di discredito del Parlamento, per l’incapacità ad assolvere alle proprie funzioni, con imprevedibili conseguenze democratiche. Di qui la necessità di non perdere più tempo, cercando una soluzione positiva al prossimo appuntamento del 14 dicembre per eleggere i giudici. La minoranza del Pd apre al dialogo con i cinquestelle. Roberto Speranza ha lanciato il sasso: «Basta picchiare la testa al muro sui giudici della Consulta. E’ il momento di riaprire un dialogo vero con tutte le forze politiche. Non funzionano i patti ad excludendum». Ettore Rosato ha detto sì «al dialogo con tutte le forze politiche ma teniamo ferma la nostra candidatura di Barbera». Il capogruppo del Pd alla Camera ha indicato il qualificato curriculum e profilo professionale del costituzionalista. I pentastellati sono pronti a discutere e pongono condizioni, Danilo Toninelli ha chiarito su come procedere: «Le condizioni non cambiano. I nomi devono essere buoni e terzi». Ha ribadito il no a Sisto e ha mezzo bocciato Barbera perché le votazioni non lo hanno giudicato idoneo». Ha precisato: «Ora più che mai siamo indispensabili, verranno certamente a bussarci». “Franchi tiratori” è una definizione di origine militare. Erano i volontari francesi, dei gruppi di partigiani, che attaccavano alle spalle le truppe tedesche nella guerra del 1870-1871. I “franchi tiratori” sono una vecchia conoscenza della Seconda e della Prima Repubblica. Compaiono nei momenti di crisi e di transizione politica. Colpiscono nel segreto dell’urna e, molte volte, cambiano gli equilibri parlamentari e politici. Possono segnare la fine di una fase politica e l’inizio di una nuova. Sono deputati e senatori senza nome e volto: negli scrutini segreti non votano i candidati decisi dal loro partito, dalla loro maggioranza. Non rispettano la disciplina di partito e di maggioranza. In genere il campo di battaglia è per la conquista del Quirinale. Nel 2013 Romano Prodi, l’inventore dell’Ulivo e del Pd, fu affondato nel segreto dell’urna per l’elezione a presidente della Repubblica da 101 “franchi tiratori”, in gran parte provenienti proprio dalle file dei democratici (sotto accusa fu l’ala dalemiana). Anche Franco Marini, ex segretario del Ppi, subì la stessa sorte. Così Giorgio Napolitano in una situazione di emergenza, fu confermato per un secondo mandato al Colle, un fatto senza precedenti. I “franchi tiratori”, alle volte, hanno cambiato il corso della storia. Nel 1992 Arnaldo Forlani, segretario della Dc, fu “impallinato” dagli andreottiani e poi, mentre la mafia uccideva il magistrato Giovanni Falcone e la sua scorta, fu eletto capo dello Stato il democristiano Oscar Luigi Scalfaro. Questi, mentre scoppiava Tangentopoli, non diede l’incarico di formare il governo al socialista Bettino Craxi, ma al suo vice Giuliano Amato. Nel 1971 subì la stessa sorte Amintore Fanfani, “cavallo di razza” della Dc, e al Quirinale andò Giovanni Leone. Nel 1948 fu eliminato Carlo Sforza, candidato da Alcide De Gasperi, presidente del Consiglio e fondatore della Democrazia cristiana. I “franchi tiratori” della sinistra Dc “impallinarono” Sforza e fu eletto presidente della Repubblica Luigi Einaudi. De Gasperi, amareggiato, non nascose la preoccupazione per il futuro: adesso «non ci si potrà fidare nemmeno tra di noi».