Fassina sfida Renzi e Grillo

Immediatamente un’opposizione intransigente in Parlamento al governo di Matteo Renzi. Poi riunioni, incontri, programmi. Stefano Fassina e Nichi Vendola stanno preparando il decollo di Sinistra italiana, in sigla Si: un’assemblea a gennaio avvierà la fase costituente lunga un anno del nuovo partito. Quindi a giugno ci sarà la sfida per i sindaci da eleggere a Roma, Milano, Torino, Napoli, Bologna, Cagliari. Una vera prova del nove. Una competizione importante con possibili ricadute politiche.

Alla Camera e al Senato Si, che nelle scorse settimane ha costituito i nuovi gruppi parlamentari, mettendo insieme i deputati e senatori di Sel e quelli ex minoranza del Pd (come Fassina e D’Attorre), stanno dando battaglia sul disegno di legge di Stabilità 2016 e sulle riforme costituzionali. La tesi è secca: il Pd di Renzi ha subito “una mutazione genetica” ed è divenuta una forza centrista, che ha assunto posizioni e proposte della destra nelle scelte sociali, economiche ed istituzionali. Fassina va ripetendo: «C’è un vasto spazio a sinistra. Noi siamo alternativi a Renzi, lui è il nostro competitor». Ed indica la strada: «Va costruita una sinistra di governo larga basata sulla difesa dei diritti dei lavoratori e dei più deboli, aggregante, non minoritaria ed non antagonista. Occorre rappresentare il disagio sociale».

Tuttavia Si non deve affrontare solo la concorrenza del presidente del Consiglio e segretario del Pd. Dovrà anche sfidare prima di tutto il M5S, una forza in parte di sinistra e in parte di destra, schierata su una posizione di totale opposizione. O meglio, secondo una definizione del blog di Beppe Grillo: «Il Movimento 5 Stelle non è di sinistra (e neppure di destra). È un movimento di italiani». Eppure ha occupato gran parte dello spazio elettorale e politico un tempo della sinistra, con battaglie come il reddito di cittadinanza, contro l’austerità prodotta dall’euro, la lotta alle banche, lo sviluppo sostenibile, la tutela dell’ambiente. Ma i cinquestelle si sono fatti spazio anche a destra, alzando le bandiere della sicurezza e anti immigrati. Nelle elezioni politiche del 2013 ha raccolto il 25% dei voti e ora, nei sondaggi, starebbe tallonando il Pd sempre al primo posto nei consensi.

Fassina vuole pescare consensi tra gli elettori di sinistra delusi da Renzi, in parte rifugiatisi nell’astensione. Ma guarda anche all’elettorato grillino, intende anche dialogare con i pentastellati. Si è detto disponibile sia ad appoggiare un candidato del M5S a sindaco di Roma sia a scendere in campo in prima persona per cercare di conquistare il Campidoglio. Di qui le riunioni nelle disastrate periferie romane, iniziando da Ostia insidiata dai crimini di Mafia copitale, per capire bisogni e soluzioni. Tuttavia è arrivato un secco stop da Grillo. Dal blog del garante dei cinquestelle è arrivato un «no a intrusi di destra e sinistra» sulle candidature a Roma.

Il tandem Fassina-Vendola di Si rischia di trovarsi in una situazione difficile. Secondo gli analisti potrebbe contare su un bacino elettorale potenziale del 15% dei voti a livello nazionale, ma alle urne potrebbe restare bloccato al 4-5%.  C’è una pericolosa morsa. Da una parte ci sono i cinquestelle, che su una linea di opposizione anti sistema e anti partiti tradizionali, si sono fortemente insediati anche tra l’elettorato di sinistra e rifiutano ogni tipo di alleanza. Da anni hanno messo un’ipoteca sui voti a sinistra, da una posizione di protesta populista.

Dall’altra parte c’è “il nuovo Pd” di Renzi, il maggiore partito italiano di centrosinistra, fortemente contestato da Si con l’accusa di voler costruire “il Partito della nazione” aperto alle forze moderate, scosso dal dilemma tra le intese con il centrosinistra o con il Nuovo centrodestra di Angelino Alfano. Per Sinistra italiana, però, è difficilissimo non siglare delle alleanze per i sindaci, da eleggere con un sistema maggioritario, basato sui ballottaggi tra i due candidati che hanno raccolto più voti al primo turno.

Renzi ha indicato “tre avversari” da battere: «Il populismo del M5S, la sinistra radicale e la destra becera della Lega Nord». Il presidente del Consiglio ha respinto le accuse: «Le riforme funzionano e fanno diminuire la disoccupazione e il precariato. Questo significa essere di sinistra». Ha rincarato: «La nascita di ‘Sinistra italiana’ è la certificazione di una sconfitta: la loro» ed «è anche la prova del fallimento del lungo assalto teso a screditare me e a far cadere il governo».

Grillo lascia e raddoppia

Comizi nelle piazze e dal palcoscenico dei teatri, sorprendenti viaggi elettorali con effetti a sorpresa (tipo la traversata a nuoto dello Stretto di Messina), interventi a raffica dal suo seguitissimo blog su internet, interviste a televisioni e a quotidiani. È un’attività frenetica coronata da successi impensabili quella di Beppe Grillo: il suo blog nato nel 2005 si trasforma nel Movimento 5 Stelle nel 2009. La linea della protesta anti sistema raccoglie una valanga di consensi. Riesce a conquistare anche i sindaci di città importanti come Parma e Livorno.

Dal nulla ottiene il 25% dei voti nelle elezioni politiche del 2013 e il 21% in quelle europee del 2014. La politica del “vaffa…” contro Pier Luigi Bersani e Matteo Renzi (centrosinistra) e contro Silvio Berlusconi (centrodestra) paga, anche se il presidente del Consiglio e segretario del Pd gli sbarra la strada con il 40,8% dei voti incassati nelle europee dello scorso anno.

Poi, a sorpresa, la svolta. Esattamente un anno fa, nel novembre del 2014, mentre i cinquestelle accusano un appannamento alle elezioni amministretive, scossi dalle espulsioni e dagli addii di diversi parlamentari, annuncia: «Sono un po’ stanchino». E lancia l’idea di cancellare Beppe Grillo, il suo nome, dal simbolo del Movimento 5 Stelle, la forza politica che lui ha fondato sei anni fa assieme a Gianroberto Casaleggio. Subito dopo, con una consultazione sul web, è eletto un “direttorio” di cinque garanti per affiancare lui e Casaleggio nella direzione.

La “monarchia” di Grillo non è più assoluta. Tra il serio e il faceto ipotizza la candidatura alla presidenza del Consiglio di Luigi Di Maio, giovane componente del direttorio e vice presidente della Camera: «Maledetto, sei il leader!». Seguono consensi ed altolà. Quindi lo scorso 17 novembre annuncia dal suo blog: «Voglio cambiare il simbolo eliminando il mio nome». I cinquestelle gli danno ragione e sulla rete votano “sì” alla sua proposta. Lo stesso Grillo spiega la mossa: «Oggi che il Movimento 5 Stelle è diventato adulto e si appresta a governare l’Italia, credo che sia corretto non associarlo più a un nome, ma a tutte le persone che ne fanno parte».

Il comico genovese, carismatica guida del M5S, non scomparirà. Alessandro Di Battista, componente del direttorio cinquestelle, ha confermato: «Grillo resta il garante e il proprietario del simbolo, poi vedremo nei prossimi mesi e nei prossimi anni cosa accadrà». Nei sondaggi elettorali i pentastellati risultano in ascesa al secondo posto, all’inseguimento dei democratici. Adesso Grillo si pone il problema di governare, e non solo di svolgere un’opposizione totale contro i partiti tradizionali, senza stabilire alleanze con nessuno. A febbraio ha programmato di tornare a calcare il palcoscenico dei teatri di Milano e di Roma, alla vigilia delle elezioni amministrative.

Tra la paura degli attentati dei terroristi islamici, in primavera si voterà per eleggere i sindaci a Roma, Milano, Torino, Napoli, Bologna, Cagliari e Grillo punta al colpo grosso di piazzare sindaci pentastellati nella maggiori città italiane, approfittando dello scontento provocato tra i cittadini dalla crisi economica e da numerosi episodi di corruzione pubblica. Cercherà soprattutto di vincere a Roma, città traumatizzata dal processo contro Mafia capitale (ha coinvolto esponenti del centrosinistra e del centrodestra) e dalla caduta del sindaco Ignazio Marino, determinata dal Pd, il suo partito.

Si avvicina la battaglia in vista delle elezioni amministrative, ma anche per il possibile voto politico anticipato. Grillo alza i toni della polemica su tutti i temi. Sul suo blog pubblica un intervento dei cinquestelle alla Camera e la domanda al presidente del Consiglio: «L’Italia ha aiutato l’Isis? ». Le elezioni legislative sono previste nel 2018, tuttavia tutto è possibile e il garante del M5S da tempo chiede di andare a votare “prima possibile”. Mike Bongiorno, celebre presentatore televisivo della Rai, all’esordio della tv in Italia quasi 60 anni fa, lanciò un famosissimo programma a premi: Lascia o raddoppia?. Grillo lascia cadere il suo nome dal simbolo, ma vorrebbe raddoppiare. Si tratta di una nuova sfida a Renzi.

Sinistra cerca spazio a sinistra

Prima c’è stata la rottura. Stefano Fassina, Alfredo D’Attorre, Pippo Civati e Sergio Cofferati hanno detto addio a Matteo Renzi uno dopo l’altro. Le accuse al presidente del Consiglio e segretario dei democratici sono state e sono pesanti: il Pd ha subito una “mutazione genetica”, ha assunto una fisionomia “di forza centrista” e ora guarda “più a destra che a sinistra”.

Adesso Fassina e D’Attorre scommettono sull’esistenza di uno spazio politico a sinistra per la nascita di un nuovo partito. Hanno rotto gli indugi: sabato 7 novembre hanno deciso la nascita di Sinistra italiana in un’affollata assemblea tenuta al Teatro Quirino di Roma. Hanno aderito al progetto anche altri ex parlamentari democratici e Sinistra ecologia e libertà, il partito guidato da Nichi Vendola. I nuovi gruppi parlamentari di Sinistra italiana saranno all’opposizione: 31 deputati alla Camera (26 di Sel e 5 ex Pd) e una decina di senatori a Palazzo Madama. A gennaio si svolgerà una assemblea per lanciare una fase costituente per dare vita nell’autunno 2016 al nuovo partito di Sinistra italiana, Si (l’acronimo è lo stesso di Socialisti italiani, il nuovo nome scelto da Enrico Boselli per il Psi nel 1994 dopo il ciclone di Tangentopoli).

Per Fassina «la sinistra non è finita, non è stata cancellata. C’è l’esigenza di esprimere le necessità e di dare rappresentanza a vaste aree di sofferenza sociale». Lo spazio elettorale «è molto ampio» perché «vanno recuperati i tantissimi elettori delusi e quelli rifugiatesi nell’astensione anche nelle regioni tradizionalmente rosse come l’Emila Romagna». Al centro del «nuovo inizio» c’è la tutela del lavoro, dei diritti dei precari, delle minoranze, la difesa dello stato sociale, delle «riforme vere, progressive e non regressive». Il progetto è di creare «una sinistra larga, non identitaria, non antagonista, ma di governo». Fassina ha attaccato «le riforme strutturali» di Renzi perché quelle economiche sono liberiste e quelle istituzionali plebiscitarie, insomma «sono le proposte della destra».

La prossima battaglia in Parlamento sarà contro il disegno di legge di Stabilità presentato dal governo: «Questa manovra economica è iniqua e sinergica al Partito della nazione. Renzi ha detto che attua il programma che Berlusconi non è riuscito ad attuare». Previsione: «Molti altri arriveranno dal Pd».

L’ex vice ministro del governo Letta per la prima volta ha polemizzato anche con la sinistra del Pd, la minoranza in cui ha militato a lungo. Ha criticato soprattutto Pier Luigi Bersani: «Dispiace per le parole di Bersani: il gioco della destra lo fa la destra con il Jobs act, con l’intervento sulla scuola, con l’Italicum, con la riforma del Senato e della Rai». Fassina, D’Attorre e Vendola marciano assieme e rimangono in attesa di Civati, Cofferati, dei militanti dissidenti della sinistra Pd e di quelli del M5S critici con Beppe Grillo.

Tuttavia per ora la scissione è contenuta e gran parte della minoranza del Pd resta con Bersani. L’ex segretario democratico ha dato ragione a Fassina e D’Attore sul no «a un partito neocentrista» e al “Partito della nazione” delineato da Renzi, ma «l’alternativa noi dobbiamo costruirla nel Pd». Bersani non vede spazi politici per nuove formazioni a sinistra del Pd. A la Repubblica ha argomentato: «Senza il Pd il centrosinistra non lo fai più» e se sono cancellati i democratici «la nostra gente va prima da Grillo che nella sinistra nascente».

Anche Renzi è scettico sulle prospettive elettorali di una forza alla sinistra del Pd: li rispetta «ma se pensano di poter intercettare magari i delusi dal Pd, credo che abbiano sbagliato i conti: il contenitore di quelle delusioni non sono loro, ma Grillo e i suoi cinquestelle». Il presidente del Consiglio e segretario del Pd a La Stampa ha difeso le riforme del governo che hanno aiutato la ripresa e fatto aumentare l’occupazione. Ha respinto «le offese e gli insulti» lanciati contro di lui, come di attentare alla democrazia: «La nascita di ‘Sinistra italiana’ è la certificazione di una sconfitta: la loro» ed «è anche la prova del fallimento del lungo assalto teso a screditare me e a far cadere il governo».

Considera un fallimento anche la manifestazione del centrodestra a Bologna con Salvini e Berlusconi sullo stesso palco: «Destra e sinistra hanno passato l’ultimo anno ad assaltare il governo con ogni tono e ogni mezzo. Non ce l’hanno fatta: e dunque oggi indietreggiano, serrano le file e si riorganizzano». La dirittura di marcia non cambia. La prossima battaglia è far approvare dal Parlamento la manovra economica, che è «di sinistra».

L’obiettivo è di allargare i consensi. Il vice segretario democratico Lorenzo Guerini ha ricordato i successi: «Da quando Renzi è segretario mi pare che l’obiettivo fondamentale di conquistare nuovi elettori lo abbiamo centrato». Il riferimento è al 40,8% dei voti conquistato dal “rottamatore” di Firenze nelle elezioni europee dello scorso anno.

Presto cominceranno le nuove sfide elettorali. In primavera ci sarà la battaglia per eleggere i sindaci in molte importanti città, qualcuno avanza l’ipotesi della candidatura di Fassina a sindaco di Roma ed egli per ora dice: «Valuteremo programmi e candidature e poi si vedrà». Aggiunge anche ad a Agorà su Rai3: se ci fosse accordo sul programma «non precludo la possibilità di sostenere un candidato del Movimento 5 stelle».

La vera partita si giocherà nel voto politico previsto nel 2018, ma c’è anche chi ipotizza urne anticipate l’anno prossimo. Sel nel 2013, alleata con il Pd di Bersani e il Psi di Riccardo Nencini, raccolse il 3,2% dei voti. La coalizione di centrosinistra “Italia Bene Comune” ottenne una «non vittoria», come la definì Bersani, perché conquistò la maggioranza alla Camera, ma non al Senato e così nacque il governo di “larghe intese” guidato da Enrico Letta con il centrodestra di Silvio Berlusconi. Gira una stima all’interno di Sinistra italiana: potenzialmente potrebbe ottenere il 15% dei voti. Sarebbe una cifra molto più alta di quella di Sel.

Italicum,traballa il ballottaggio

 

È maturata sottotraccia. È la proposta di legge numero 3385: vuole modificare l’Italicum abolendo il ballottaggio, nel caso in cui nessuna lista ottenga il 40% dei voti per incassare il premio di maggioranza. Il progetto l’ha presentato alla Camera Giuseppe Lauricella, deputato del Pd, che da mesi indica la necessità di rivedere la legge elettorale per le politiche.

È il cosiddetto “ritocchino” all’Italicum approvato dal Parlamento nei primi giorni dello scorso maggio. Ma il ballottaggio non è stato sempre un cavallo di battaglia del Pd? Lauricella invita a distinguere: «In Francia il secondo turno è di collegio e non nazionale». Indica la necessità di evitare il rischio di “forzature” con ricadute come “l’effetto Parma”.  È il richiamo alla città emiliana che fu una bruttissima sorpresa per il Pd: è divenuta un caso perché lì al primo turno era nettamente in testa il candidato sindaco del centrosinistra mentre al secondo vinse il M5S, raccogliendo tutti i voti di protesta a sinistra, nel centrodestra e tra quelli prima rifugiatisi nell’astensione.

Dunque sì al premio di maggioranza alla lista che ottenga almeno il 40% dei voti (dà diritto al 55% dei seggi della Camera), sì alla soglia di sbarramento del 3%, no al ballottaggio e no al premio alle coalizioni. Lauricella argomenta: «Va garantita la stabilità politica e anche la rappresentanza delle forze minori, ma se il premio di maggioranza si desse alla coalizione elettorale e non alla lista, si rischierebbero le dinamiche ‘ricattatorie’ dei piccoli partiti». Ma se nessun partito raggiungesse il 40% dei voti e non scattasse il premio di maggioranza, non arriverebbe l’ingovernabilità? La risposta è no: «Si formerebbe un governo di coalizione. Lo ha fatto la Merkel in Germania e ha seguito questa strada Cameron in Gran Bretagna nella precedente legislatura».

Le pressioni per cambiare l’Italicum sono sempre più ampie, stanno diventando fortissime. Il Coordinamento democrazia costituzionale ha avanzato ricorso contro la legge elettorale presso 15 Corti d’appello: nel mirino c’è il ballottaggio e il premio di maggioranza. Silvio Berlusconi, la sinistra del Pd, i partiti minori della maggioranza e delle opposizioni da tempo sono sul piede di guerra per assegnare il premio di maggioranza alla coalizione e non al partito più forte.

Ad insistere è soprattutto Angelino Alfano, presidente del Nuovo Centrodestra, il maggiore alleato di governo di Matteo Renzi.  Il motivo è semplice: il Ncd, nato alla fine del 2013 da una scissione di Forza Italia, oscilla intorno al 4% dei voti. Ora gli addii, come quelli di Gaetano Quagliariello e Nunzia De Girolamo, si stanno moltiplicando e rischia l’estinzione se nelle elezioni politiche non potrà contare su un accordo di coalizione. Riccardo Nencini, segretario del Psi, rilancia: «Chi sostiene la coalizione vincente non può che godere del premio di maggioranza».

Anche Berlusconi, ferito dalle scissioni di Alfano, Giorgia Meloni, Denis Verdini, Raffaele Fitto, punta ad ottenere il premio di maggioranza per le coalizioni: «Sono abbastanza fiducioso che si possa cambiare la legge elettorale nel senso di dare il premio di maggioranza non alla lista, ma alla coalizione». Il presidente di Forza Italia ha spiegato il motivo: «Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia insieme superano di un punto percentuale il Pd. Possiamo tornare a vincere».

La sinistra Pd una volta considerava un rischio autoritario “il combinato disposto” tra Italicum e riforma costituzionale, perché concentrava troppo potere nelle mani del presidente del Consiglio. Adesso i dissidenti democratici, dopo aver spuntato da Renzi nella riforma costituzionale l’elezione dei futuri senatori “in conformità” con le scelte dei cittadini, hanno aggiustato il tiro anche se dei “ribelli” restano.  Per Vannino Chiti «ora diventa prioritaria la legge elettorale per il nuovo Senato» che deve essere approvata «il prima possibile» senza attendere il referendum sulla riforma costituzionale previsto per l’autunno del 2016. L’esponente della minoranza democratica, invece, per quanto riguarda l’Italicum ha previsto tempi più lunghi: «Realisticamente una riconsiderazione potrà aver luogo dopo il referendum, al termine dell’iter della riforma costituzionale».

Beppe Grillo, invece, non spinge per cambiare l’Italicum che diventerà operativo dal prossimo luglio. Chiede sempre le elezioni politiche anticipare e vede «il tacchino del Pd nel forno». Il leader del Movimento 5 Stelle ha detto ai giornalisti: «L’Italicum? Probabilmente penalizza più chi l’ha scritta che noi». Sembra piacergli il premio alla lista e non alla coalizione perché, se nessuno conseguisse il 40% dei voti, ci sarebbe il ballottaggio e «se andremo al ballottaggio vedremo». Grillo rifiuta le alleanze: in un ballottaggio tra Pd e M5S conta di vincere.

Renzi, però, per ora conferma il no a cambiare l’Italicum. Vuole realizza le riforme strutturali per far risvegliare “la bella addormentata”, come ha definito l’Italia. Punta a far svolgere le elezioni politiche regolarmente nel 2018, alla fine della legislatura. E niente modifiche all’Italicum perché  garantirà la stabilità politica:  “Qualcuno ha avanzato questa idea. Mi sembra assurdo…A me, peraltro, la legge piace così com’è”.