Regge la tregua tra i due Pd

L’espressione magica è “in conformità”. La maggioranza e la minoranza del Pd, dopo alcuni mesi di laceranti scontri e tre settimane di trattative sul filo del rasoio, sono riuscite a trovare l’intesa su come modificare la riforma costituzionale del governo all’esame del Senato. La corsa della macchina del Pd è stata bloccata ad un passo dal burrone. Così Matteo Renzi può affrontare da mercoledì prossimo la battaglia con le opposizioni nelle votazioni ad oltranza a Palazzo Madama con maggiore tranquillità.
Sono tre gli emendamenti frutto della riuscita mediazione arrivata l’altro ieri. Il primo,l’emendamento vincente chiave, stabilisce che i nuovi senatori saranno individuati “in conformità alle scelte espresse dagli elettori per i candidati consiglieri” quando si svolgeranno le elezioni regionali. Tradotto: i futuri senatori saranno eletti dai consigli regionali sulla base delle scelte degli elettori.
La mediazione ha risolto un problema quasi insolubile: la sinistra del Pd chiedeva l’elezione diretta dei senatori da parte dei cittadini, la maggioranza renziana insisteva su quella indiretta da parte dei consiglieri regionali. Altri due emendamenti al disegno di legge Boschi hanno sciolto anche i contrasti sulle competenze del futuro Senato e sull’elezione dei giudici costituzionali. Quasi tutti sono soddisfatti. Il Senato, come voleva Renzi, sarà differenziato dalla Camera, avrà una missione “territoriale”, avrà una composizione e compiti ridotti (solo 100 senatori e solo Montecitorio potrà dare la fiducia al governo) e il processo legislativo sarà più snello e rapido. I dissidenti democratici cantano vittoria perché Palazzo Madama avrà comunque una base d’investitura popolare e avrà funzioni di controllo e di garanzia.
C’è una tregua nel duro braccio di ferro con Renzi. La sinistra Pd tira un sospiro di sollievo. Bersani è soddisfatto: «È un bel successo del Pd e spero che in questo clima nuovo tutti assieme e senza più strappi si possa lavorare ancora per perfezionare la riforma». I toni sono diversi rispetto al passato. L’ex segretario democratico prima, tra riforma elettorale e costituzionale, temeva rischi per “l’equilibrio democratico” perché vedeva troppo potere concentrarsi nelle mani del presidente del Consiglio. Il senatore Vannino Chiti, strenuo sostenitore delle “scelte affidate ai cittadini”, apprezza “una ritrovata unità nel partito”, mentre durante lo scontro frontale avvertiva Renzi: «La logica praticata di comando e obbedienza fa male al Paese e al Pd».
Anche Gianni Cuperlo, battuto dall’ex sindaco di Firenze nelle elezioni primarie per la segreteria democratica, promuove la mediazione sulla riforma costituzionale, ma i contrasti politici restano. Ha precisato a la Repubblica: «Io non cerco nessuna scissione, ma come non vedere il terremoto che scuote tutta la sinistra? Una sinistra che va reinventata». La minoranza del Pd accusa Renzi, in particolare, di spostare verso il centro la linea del partito, con scelte liberiste sul lavoro, la scuola, la sanità. Si tratta di accuse analoghe a quelle lanciate al presidente del Consiglio da Stefano Fassina, Pippo Civati e Sergio Cofferati che hanno lasciato il Partito democratico. Tuttavia nella sinistra Pd c’è chi conferma il voto contrario alla riforma. Walter Tocci dirà no perché la mediazione «non cancella la valutazione negativa». Corradino Mineo è netto: «La riforma del Senato non la voto assolutamente, non ci penso proprio». A chi parla di cedimento a Renzi replica Massimo Mucchetti. In una intervista al Fatto Quotidiano l’invito del senatore del pacchetto di mischia della minoranza democratica è a fare i conti con la realtà: «Nessuna resa, volevamo l’elezione diretta del Senato e nella sostanza l’abbiamo ottenuta. La politica è anche l’arte del possibile».
Il giovane “rottamatore” di Firenze loda l’accordo e ha messo da parte le accuse alla minoranza democratica. In passato aveva attaccato “la sinistra masochista”, “i gufi”, “i frenatori” che fanno vincere la destra e bloccano le riforme strutturali del governo. Nella direzione del Pd di lunedì, invece, aveva lanciato un appello al dialogo sulla riforma costituzionale evitando “diktat” da parte di tutti. Certo i contrasti politici probabilmente risorgeranno tra i due Pd, quello di Renzi e quello di Bersani. Il presidente del Consiglio “vuole cambiare” e “far ripartire” l’Italia con le riforme strutturali dopo vent’anni di immobilismo. La sinistra del Pd contesta “la subalternità” al modello liberista della destra. Per adesso, però, è stata siglata una tregua e regge.
Renzi, superate le divisioni nel partito, si attrezza per ottenere il voto finale del Senato sul disegno di legge Boschi entro il 13 ottobre. Se ci saranno i sì dei senatori di Ala, il neonato gruppo verdiniano, e di altri parlamentari delle opposizioni tanto meglio, anche perché saranno voti aggiuntivi e non sostitutivi della maggioranza politica di governo.
Certo il presidente del Consiglio e segretario del Pd dovrà fare i conti con il no delle opposizioni e con il diluvio di emendamenti ridotti, si fa per dire, a 75 milioni dagli iniziali 85 milioni da Roberto Calderoli. L’imprevedibile senatore leghista li ha fabbricati al computer tramite un algoritmo che, ha spiegato, introduce “una quarta dimensione”. Tuttavia tutto è pronto nella maggioranza per battere l’ostruzionismo elettronico e quello tradizionale con il contingentamento dei tempi di discussione, le “ghigliottine”, i “canguri” e i “super canguri”, diretti a cancellare la marea di emendamenti elettronici ripetitivi.
Il presidente del Consiglio adesso potrà affrontare la “guerra” del Senato con alle spalle un Pd, tranne qualche voce discordante, di nuovo unito e un governo rafforzato. Ha accettato di discutere con i ribelli democratici e di modificare il disegno di legge Boschi che, in un anno di battaglie alle Camere, ha già ottenuto due voti, dal Senato e da Montecitorio, ed ora deve affrontare altre quattro difficili letture parlamentari, in quanto legge di revisione costituzionale. Ora fanno anche meno paura i possibili voti a scrutinio segreto nei quali potrebbero ricomparire i “franchi tiratori”. Vasco Rossi canta: «Non si può solo spingere l’acceleratore…Si può solo perdere». Renzi, in nome della flessibilità, ha frenato per non rischiare di andare a sbattere.

Renzi tra Bersani e Verdini

Da una parte Pier Luigi Bersani e dall’altra Denis Verdini e Flavio Tosi. Matteo Renzi cerca di allargare i consensi alla riforma costituzionale del governo, sanando la rottura con la sinistra del Pd e raccogliendo al Senato anche i voti degli ex berlusconiani e degli ex leghisti.

La partita è difficile per il presidente del Consiglio e segretario del Pd. E’ in discussione anche la sorte dell’esecutivo. Roberto Calderoli, effervescente leghista che ha presentato oltre 500 mila emendamenti al disegno di legge Boschi  e ne ha preannunciati ben altri 8 milioni, ha ripetuto l’analisi delle opposizioni: Renzi «non ha i numeri al Senato» per approvare la riforma costituzionale. Sia la minoranza del Pd sia le opposizioni chiedono il cambiamento della riforma introducendo l’elezione diretta dei nuovi senatori.

Lo scontro con il governo è frontale. Renzi difende l’impostazione “territoriale” del nuovo Senato, il superamento del bicameralismo paritario per velocizzare la macchina legislativa e l’elezione indiretta dei senatori da parte dei consiglieri regionali, ma cerca una mediazione da proporre nella riunione della direzione Pd di lunedì. Spunta l’ipotesi di “un intervento chirurgico” per scongiurare une pericolosa e definitiva spaccatura. La senatrice Doris Lo Moro, esponente della sinistra democratica, protagonista della rottura con la maggioranza renziana di qualche giorno fa, in un intervento a Palazzo Madama oggi si è detta a favore di un’intesa per difendere l’unità del partito, tuttavia ha messo in guardia su mediazioni tecniche avventate: «Non potrei mai votare una soluzione pasticciata».

L’aula del Senato ieri si è trasformata quasi in un’arena: urla, cori, sberleffi, contumelie, hanno dominato la scena. Calderoli ha attaccato la riforma indicando perfino il rischio di “un ritorno del fascismo”.  Ma dalle opposizioni arrivano anche delle aperture al governo operate da Verdini, ex coordinatore di Forza Italia e del Pdl, e fondatore di Ala (Alleanza liberalpopolare autonomie) e da Flavio Tosi, sindaco di Verona, ex leghista, fondatore di Fare. Il senatore verdiniano Vincenzo D’Anna ha annunciato la disponibilità a votare sì alla riforma: «È una fetenzia», ma se ci sarà il rischio di una crisi di governo «mi turerò il naso…». Tosi ha smentito patti con Renzi ma ha precisato: “E’ da irresponsabili” far saltare la riforma.

La sinistra Pd ha giudicato “un orrore” il possibile sostegno di Verdini e ha paventato una virata “a destra” del partito. Bersani è pronto a dare battaglia: “Se arriva Verdini va fuori lui non io”. Ha contestato la riforma: «Capirei i senatori che votano contro». Per l’ex segretario del Pd sui temi costituzionali «non c’è disciplina di partito». Comunque oggi ha apprezzato «la disponibilità»  di Renzi a varare dei cambiamenti «seppur chirurgicamente». Tuttavia ha ribadito:  «In modo inequivocabile» devono essere «i cittadini-elettori a decidere e questo può essere solo affermato dentro l’articolo 2». Ha confermato il no a ogni ipotesi di scissione. Si è espresso anche con il suo linguaggio colorito: rimarrà nel partito «con tutti e tre i piedi» e non dirà addio come hanno fatto Fassina, Civati e Cofferati.

Anche nel partito di Angelino Alfano c’è forte fibrillazione. Si sommano i dissensi sulla riforma e le delusioni per gli ultimi risultati elettorali. Carlo Giovanardi ha annunciato il suo no all’elezione indiretta dei senatori e la pensano così, ha sottolineato,  «almeno una decina di senatori» centristi. Gaetano Quagliariello, coordinatore del Ncd, ha insistito invano con Renzi per modificare l’Italicum ed attribuire il premio di maggioranza elettorale alla coalizione e non alla lista del partito che ottiene più voti.

I pericoli di un colpo al governo esistono, ma Renzi è fiducioso: «I numeri ci sono» al Senato. Il ddl Boschi ieri ha superato il primo scoglio a Palazzo Madama: le pregiudiziali di costituzionalità delle opposizioni sono state respinte con 171 voti contro, 86 a favore e 8 astenuti.  Il presidente del Consiglio dovrebbe presentare la sua mediazione lunedì alla direzione democratica e punta a far approvare la riforma entro il 15 di ottobre. Cerca “un punto d’incontro” con i dissidenti democratici perché «una soluzione si può trovare».

Niente imbarazzo per gli eventuali voti di Verdini: «Il gruppo di Verdini ha già votato le riforme  al primo giro» quando disse sì tutta Forza Italia all’epoca del Patto del Nazareno. C’è, però, un particolare non di poco conto. Bisognerà vedere se i voti dei verdiniani e di eventuali altre opposizioni saranno aggiuntivi o sostitutivi di quelli della sinistra Pd. Se i sì provenienti dalle file delle opposizioni fossero determinanti, cambierebbero i connotati della maggioranza politica di governo. Il filosofo ed economista britannico del 1800 John Stuart Mill sosteneva: «Io sono sempre un po’ del parere del mio avversario».

Dialoghi, scontri, incontri, proposte, mediazioni si intrecciano nella confusione. E’ anche circolato l’ipotesi di una abolizione del Senato, lasciando in piedi solo la Camera. Renzi ha smentito di pensare ad una simile possibilità. Pino Pisicchio vede a portata di mano  «una dignitosa intesa». Il presidente del Gruppo Misto della Camera ha sottolineato:  «Sono convinto che la ‘quadra’ sulla riforma si troverà. L’alternativa è solo l’abolizione del Senato. Senza se  e senza ma».

 

 

 

 

Berlusconi gioca la carta Putin

Contatti ed incontri sono frequenti e cordiali. Silvio Berlusconi e Vladimir Putin si sono visti spesso negli ultimi 15 anni. Famosissime sono le foto con due enormi colbacchi di pelo in testa, i volti sorridenti, a 21° gradi sotto zero. Si tratta di istantanee scattate nel 2003 durante una cena nella foresta di Zavidovo, vicino a Mosca: il tema centrale dei colloqui era la guerra in Iraq della coalizione guidata dagli Usa contro Saddam Hussein.

Il presidente di Forza Italia oggi ha incontrato il presidente russo in Crimea, annessa dalla Russia l’anno scorso. Hanno deposto un mazzo di rose rosse sul memoriale, nei pressi del monte Hasfor, vicino a Sebastopoli, dedicato ai soldati del Regno di Sardegna morti nella guerra di Crimea nel 1853-1856. Il Cavaliere è partito per la visita privata in Russia mercoledì, è rimasto due giorni a Sochi, la calda città balneare russa sul Mar Nero. Il viaggio dovrebbe durare una settimana, sono in programma diversi colloqui con il presidente della Federazione Russa. Le guerre terroristiche dell’Isis in Siria ed Iraq, gli scontri in Ucraina, il caos in Libia, l’avanzata dell’integralismo islamico, la fuga in massa dei profughi dalle guerre verso l’Europa, la debole ripresa dell’economia mondiale. Sono tanti i problemi internazionali in agenda tra Berlusconi e Putin.

Il rapporto con Putin è forte. È “antistorico e controproducente” escludere la Russia dal G8 e dalla Nato, ha sottolineato tempo fa l’ex presidente del Consiglio. E ha invitato a rinnovare gli sforzi per includere «la Russia nel consesso delle democrazie occidentali». Berlusconi nel 2001, allora alla guida del governo italiano, lavorò per allargare il G7 al G8 con Mosca, nel vertice di Genova. L’anno successivo riuscì ad organizzare a Pratica di Mare una riunione tra la Nato e la Federazione Russa, per costruire una cooperazione tra gli antichi avversari della Guerra Fredda.

L’operazione riuscì, ma non durò a lungo. Successivamente, nel tempo, dalla collaborazione si ritornò alla conflittualità. È il caso, in particolare, della guerra civile in Ucraina. Gli Stati Uniti d’America e l’Unione Europea hanno deciso delle sanzioni economiche contro Mosca che ha inglobato la Crimea e sostenuto le ragioni dei rivoltosi filo russi nell’est dell’Ucraina, provocando reazioni economiche analoghe da parte russa.

Berlusconi e Putin dal 2001 si sono incontrati spesso: a Roma, in Sardegna (nella villa del Cavaliere), a Mosca e nella calda Sochi (nella residenza estiva del presidente russo). Sono stati incontri cordiali, alcune volte sono stati allargati anche alle rispettive famiglie. Diversi anni fa il leader del centrodestra sottolineò: «Mi sembra di andare a incontrare un vecchio amico».

Anche negli ultimi tempi il rapporto ha retto. Il presidente della Federazione Russa a giugno, quando giunse in Italia per incontrare il presidente del Consiglio Matteo Renzi e Papa Francesco, non rinunciò a vedere Berlusconi, sia pure brevemente, prima di ritornare in patria.

L’ex presidente del Consiglio in Italia è alle prese con tanti problemi: la crisi di Forza Italia, la concorrenza per la leadership nel centrodestra del segretario leghista Matteo Salvini, la contrastata relazione con Renzi, i guai giudiziari. Berlusconi può cercare di giocare la carta internazionale di Putin per cercare di risalire la china anche in Italia. In questi anni più volte in molti hanno dato per politicamente morto il presidente di Forza Italia, ma il Cavaliere è sempre in pista anche se non più con un ruolo di protagonista di primo piano. Renzi ha invitato alla cautela: «Occhio a sottovalutare Berlusconi, quell’uomo è come i gatti, ha sette vite».

 

Cercasi mediazione salva Pd

Per Matteo Renzi è massima allerta. A settembre può succedere di tutto sulla riforma costituzionale all’esame del Senato: scissione del Pd, crisi di governo, nuovo esecutivo, elezioni anticipate. Dall’8 settembre la minoranza del Pd e le opposizioni sono pronte a dare battaglia sugli emendamenti al disegno di legge costituzionale dell’esecutivo. Gli emendamenti, grazie alla straordinaria inventiva del leghista Roberto Calderoli, sono una cifra iperbolica: oltre 500 mila. Ma i più insidiosi per Renzi sono i circa 20 della minoranza democratica e quelli, in particolare, che mirano a chiedere il ritorno all’elezione diretta dei senatori (Palazzo Madama e la Camera hanno già votato un testo che stabilisce l’elezione indiretta da parte dei consiglieri regionali).

Le opposizioni fanno i conti e cantano vittoria: per il ritorno alla elezione diretta scommettono su una maggioranza di 166-176 senatori su 320 e il governo sarebbe battuto. Alle opposizioni si sommerebbero i 25 senatori, della minoranza democratica, che hanno presentato gli emendamenti per mantenere l’elezione diretta del Senato da parte dei cittadini.

Il presidente del Consiglio e segretario del Pd ha ribattuto di “avere i numeri” al Senato. Non vuole rinunciare al superamento del bicameralismo perfetto, è una riforma centrale del suo governo. Renzi è disponibile a dei “miglioramenti”, ma non intende cambiare il sistema elettorale indiretto, basato su un “radicamento regionale” del nuovo Senato.

Contatti, colloqui, incontri si susseguono per cercare una mediazione tesa a salvare l’unità del Pd. Una ipotesi è quella di un listino nel quale gli elettori possano indicare i consiglieri regionali destinati a divenire senatori. Tuttavia per ora prevale lo scontro. Pier Luigi Bersani, alla Festa dell’Unità di Milano, ha sollecitato una mediazione: «Renzi è segretario del partito e avrebbe il compito di cercare una sintesi nel Pd e non fare le riforme con i transfughi». L’ex segretario democratico è allarmato per l’insieme delle riforme dell’esecutivo: «È una deformazione seria del processo democratico. Non viene fuori un uomo solo al comando, ma un uomo solo al guinzaglio. Di chi? Di chi la le risorse economiche». Tuttavia ha ripetuto il no a ogni ipotesi di rottura: «Scissione? Tre volte mai».

Nel Pd ai primi di agosto c’è stato anche chi, a 40 anni dalla ritirata delle truppe Usa da Saigon, ha minacciato una guerriglia parlamentare al Senato stile Vietnam. Bersani ha picchiato duro: «Se qualcuno, a freddo e strumentalmente, si inventa dei Vietnam e dei vietcong, si è autorizzati a giustificare il napalm».

Una emorragia a sinistra nel Pd già è avvenuta e potrebbe proseguire con conseguenze pesanti. Stefano Fassina, Pippo Civati e Sergio Cofferati nei mesi scorsi hanno lasciato il Pd, accusando Renzi di “una deriva a destra”. Adesso qualcuno ha suonato l’allarme rosso. La minoranza del Pd è al bivio, sì o no alla scissione. Il deputato Alfredo D’Attorre non ha escluso una rottura in autunno. Gianni Cuperlo, uno dei leader della sinistra democratica, ha scritto una preoccupata lettera a l’Unità: teme che “ci si possa trovare distanti o separati senza neppure dirselo”.

Sul tavolo c’è anche l’ipotesi di modificare l’Italicum, la riforma elettorale maggioritaria del governo legata alla revisione costituzionale. Tra i “ribelli” del Pd, nei centristi al governo e in Forza Italia c’è chi sollecita di assegnare il premio di maggioranza non alla lista elettorale, ma alla coalizione che conquisti il 40% dei voti alle politiche. Le due modifiche, elezione diretta dei senatori e premio di maggioranza alla coalizione e non al partito più grande, punterebbero a non concentrare troppi poteri nelle mani del premier. Non solo. In questo modo Silvio Berlusconi avrebbe maggiori possibilità di riaggregare il centrodestra frammentato in sette pezzi: Forza Italia, Lega Nord, Nuovo Centrodestra, Fratelli d’Italia, Conservatori e Riformisti (fittiani), Ala (verdiniani), La Destra. Anche tra i renziani c’è chi vede di buon occhio la modifica pro coalizione perché adesso, se nessun partito raggiungesse il 40% dei voti, si andrebbe al ballottaggio e potrebbe vincere a sorpresa il M5S o la Lega Nord.

Ma Renzi vuole “tenere botta” ed andare avanti. Qualche giorno fa è tornato a bocciare l’elezione popolare dei senatori: «Mi fanno ridere quelli che dicono che se non c’è l’elezione diretta non c’è democrazia. Non è che se si vota di più c’è più democrazia: quello è il Telegatto». Ha ironizzato sugli oltre 500 mila emendamenti: «Ci portano mezzo milione di emendamenti: una risata li seppellirà».

Il presidente del Consiglio e segretario del Pd cerca una mediazione come Bersani, ma ha lasciato pochi spazi a dei cambiamenti: «Siamo aperti al confronto, a una discussione. Ma senza permettere di mettere veti». Ha lanciato una sfida: «La presentazione di emendamenti sulla riforma costituzionale non cambia niente. Si voteranno e vedremo chi ha i numeri». Vuole realizzare la riforma costituzionale per velocizzare le decisioni parlamentari (viene ridotto il ruolo politico e il numero dei senatori). Intende modernizzare la macchina istituzionale battendo “i gufi” e “la palude”.

Respinge le accuse di voler essere “un uomo solo al comando” e chiede “lealtà” alla minoranza del partito. Punta ad affrontare il referendum confermativo sulla riforma costituzionale nel 2016. Comunque, è pronto ad ogni evenienza. Sun Tzu, il generale e filosofo dell’impero cinese vissuto intorno al V secolo Avanti Cristo, sosteneva nel trattato di strategia militare Arte della Guerra: «Sconfiggere il nemico senza combattere è la massima abilità».

Modello De Gasperi da Galantino

Prima gli imprenditori, poi i pubblici ministeri, i tecnici, i comici e ora i vescovi. La Chiesa cattolica striglia la politica italiana sugli immigrati, il lavoro, la famiglia, l’etica, le riforme istituzionali. Papa Francesco oggi, in occasione del Giubileo della Misericordia, ha auspicato «una grande amnistia». Ha precisato: sarà «destinata a coinvolgere tante persone che, pur meritevoli di pena, hanno tuttavia preso coscienza dell’ingiustizia compiuta e desiderano sinceramente inserirsi di nuovo nella società portando il loro contributo onesto».

Monsignor Nunzio Galantino, negli ultimi mesi, ha picchiato duro sulla classe politica: «Piazzisti da quattro soldi» e «un piccolo harem di cooptati e di furbi». Il segretario generale della Conferenza Episcopale Italiana (Cei), organismo che riunisce tutti i vescovi d’Italia, insediato due anni fa dal papa nel suo incarico pastorale, ha usato toni dirompenti. Ha utilizzato un linguaggio senza precedenti rispetto al passato, sollevando una valanga di critiche, formali o sottotraccia, da parte del Pd e delle opposizioni, in testa la Lega Nord. Galantino, parlando il linguaggio ruvido del pontefice argentino, se l’è presa sia con “l’assenza” del governo sia con “i populismi” delle opposizioni sul tema dell’immigrazione.

Ha indicato come cambiare radicalmente strada. Galantino ha sollecitato il recupero della «fiducia nella fede e nella politica» perché «senza la politica si muore». Ha invitato a guardare all’avvio della Prima Repubblica, ad Alcide De Gasperi, il fondatore della Dc, lo statista trentino principale artefice della rinascita della democrazia italiana dopo il disastro del fascismo e della Seconda guerra mondiale. In un discorso diffuso sulla stampa, poi non pronunciato il 18 agosto, ma mai smentito, in ricordo del leader democristiano, non ha usato mezzi termini: «De Gasperi è un modello». Ha indicato il coraggio, il disinteresse personale e la ricerca del consenso che permise la ricostruzione morale, politica ed economica dell’Italia. Ha esposto “i tre cardini” sui quali si basò la ricostruzione di De Gasperi: 1) “il rispetto” del Parlamento; 2) l’ispirazione “al bene comune” con la politica vista “come ordine supremo della carità”; 3) la “laicità” delle scelte politiche.

È l’indicazione di una precisa strada da seguire. I partiti, tra scandali pubblici e una grave crisi economica non risolta da una debole ripresa, sono scossi da una fortissima mancanza di credibilità. Da vent’anni perdono la fiducia dei cittadini e sono sempre più delegittimati. La Seconda Repubblica, via via, ha cercato di risolvere il problema con la supplenza politica di imprenditori (Silvio Berlusconi), pm (Antonio Di Pietro e Antonio Ingroia), economisti (Mario Monti e Lamberto Dini), comici (Beppe Grillo), giovani leader “rottamatori” (Matteo Renzi); tuttavia “la malattia” della sfiducia nella politica ancora debilita l’Italia.

De Gasperi è un leader citato poco negli ultimi anni. Solo il Pd, nato nel 2007 dalla fusione tra Ds (forza erede del Pci) e Margherita (partito formato in maggioranza da esponenti della sinistra Dc), mise De Gasperi nel suo pantheon politico assieme ad altri esponenti della Prima Repubblica. Ma poi il Pd entrò subito in crisi divorando quattro segretari in 6 anni (Veltroni, Franceschini, Bersani, Epifani), fino all’elezione, alla fine del 2013, del giovane sindaco di Firenze, Renzi.

Il segretario dei democratici e presidente del Consiglio ha varato e in parte realizzato un vasto programma di “riforme strutturali” per far “ripartire l’Italia”. L’anno scorso, nelle elezioni europee, ha portato il Pd al grande successo del 40,8% dei voti, ma adesso i consensi sono diminuiti e i sondaggi danno i democratici a circa il 30% dei voti, seguiti dal M5S di Grillo e dalla Lega Nord di Salvini. Grillo e Salvini mietono consensi soprattutto contestando l’euro e “l’invasione” dei profughi provenienti dai paesi del Medio Oriente e dell’Africa insanguinati dalle guerre.

Le differenze tra l’Italia di oggi e quella del 1945 sono enormi. Allora il paese era stato distrutto dal fascismo e dalla Seconda guerra mondiale, era segnato dalla “Guerra fredda” tra gli Stati Uniti d’America e l’Unione Sovietica. Il mondo era diviso tra Est (comunista) e Ovest (democratico) invece adesso la separazione passa tra Sud (povero) e Nord (ricco), mentre il terrorismo islamico pratica una guerra per metà politica e per metà religiosa.

Dopo la fine della Seconda guerra mondiale la Chiesa appoggiò De Gasperi e la Dc, il partito unitario dei cattolici italiani, per quasi cinquant’anni. Con il crollo del comunismo e la nascita della Seconda Repubblica nel 1994 la Chiesa, invece, ha puntato volta per volta sui partiti che hanno sposato le esigenze del mondo cattolico sui temi etici, sociali, della famiglia e del lavoro. L’Italia oggi ha gravi difficoltà da affrontare. Ma i problemi dell’Italia del 1945, quella di De Gasperi, Togliatti, Nenni, Saragat e La Malfa, non erano certo inferiori. Era l’Italia in rovina, quella dell’”anno zero”.

La Chiesa ha sempre avuto un ruolo importanti nei momenti di crisi, non solo in Italia. Il patriarca greco ortodosso di Costantinopoli Atenagora nell’incontro del 1965 a Gerusalemme con papa Paolo VI sottolineò la necessità d’incidere: «I capi delle Chiese fanno, i teologi spiegano».