Seconda Repubblica in frantumi

Il senatore Denis Verdini, dopo molte incertezze, dice addio a Silvio Berlusconi anche se lo strappo lo “addolora”. L’ex coordinatore del Pdl e di Forza Italia, le due creature politiche del Cavaliere, alla fine oggi ha rotto i ponti e ha dato vita a Palazzo Madama ad Alleanza liberal-popolare e autonomie (Ala), l’ennesimo gruppo parlamentare e partito della Seconda Repubblica. Poi seguirà la costruzione del nuovo gruppo anche alla Camera. L’attenzione è rivolta verso il presidente del Consiglio Matteo Renzi.
È l’ennesima scissione subita dal Cavaliere: nel dicembre 2012 i primi a prendere il largo furono Giorgia Meloni e Ignazio La Russa, che diedero vita a Fratelli d’Italia; nell’ottobre 2013 Angelino Alfano divorziò fondando il Nuovo centrodestra (restò nel governo Letta mentre Berlusconi passò all’opposizione); nel maggio scorso è uscito Raffaele Fitto, costruendo Conservatori e riformisti; adesso è il turno di Verdini, alfiere del Patto del Nazareno con Renzi sulle riforme istituzionali, accordo sconfessato dal leader del centrodestra alla fine dello scorso gennaio. Non solo. In questi due anni Berlusconi ha perso altri importanti dirigenti storici di Forza Italia, fortemente legati a lui anche sul piano umano: Fabrizio Cicchitto, ex capogruppo alla Camera; Renato Schifani, ex presidente del Senato e già capogruppo a Palazzo Madama, Paolo Bonaiuti, ex portavoce, Sandro Bondi, ex coordinatore del partito (tutti hanno aderito al Ncd di Alfano).
Ma è tutta la Seconda Repubblica a frantumarsi. Si sono liquefatti o hanno subito scissioni praticamente tutti i partiti. Sono cambiate le coalizioni e sono mutati gli equilibri politici usciti due anni fa dalle urne. Si è sfaldata Scelta civica, il partito centrista fondato da Mario Monti che raccolse oltre il 10% dei voti nelle elezioni politiche del 2013. È stato lo stesso ex presidente del Consiglio del governo tecnico ad abbandonare per primo la sua creatura politica nell’ottobre del 2013, poi è seguita una fuga in tutte le direzioni e, in particolare, verso il Pd. Stefania Giannini, ministra della Pubblica istruzione, ha lasciato la segreteria di Scelta civica ed ha aderito al Pd nel febbraio di quest’anno. Da allora Enrico Zanetti, sottosegretario all’Economia, è alla guida del partito centrista ridotto al lumicino per l’esodo di deputati e senatori.
La crisi della Lega Nord è iniziata durante la campagna elettorale per le amministrative dello scorso maggio. Flavio Tosi è entrato in rotta di collisione con Matteo Salvini. Lo scorso marzo c’è stata la scissione. Il sindaco di Verona se ne è andato sbattendo la porta dopo il no di Salvini a farlo correre come governatore del Veneto. Con Tosi sono passati diversi parlamentari veneti del Carroccio.
Il Pd di Renzi è stato un “magnete” per molti parlamentari centristi e di sinistra, soprattutto dopo il grande successo nelle elezioni europee del maggio 2014 (ottenne il 40,8% dei voti). Sinistra ecologia e libertà ha subito l’uscita di molti dirigenti a vantaggio del Pd, in testa Gennaro Migliore, ex capogruppo alla Camera. Tuttavia, il presidente del Consiglio e segretario democratico negli ultimi tempi ha subito dei brutti colpi. Diversi personaggi di rilievo della sinistra del partito, dopo un lungo dissenso, hanno detto addio: prima se ne è andato Sergio Cofferati (a gennaio 2015), poi Pippo Civati (a maggio) e quindi Stefano Fassina (a giugno). Fassina, Civati e Cofferati sono impegnati a dare vita con Sel a “un nuovo grande partito della sinistra di governo alternativo”.
Anche Beppe Grillo ha subito più di un dispiacere per le “rotture” nel Movimento 5 Stelle, la forza politica da lui fondata nel 2009 e che raccolse oltre il 25% dei voti nel 2013 su posizioni di opposizione totale di sinistra-destra. Tra espulsioni e addii, oltre 30 parlamentari hanno lasciato il M5S sui 160 eletti nel 2013. I deputati e senatori dissidenti ex cinquestelle sono andati in diverse direzioni, verso sinistra e verso il centro, ma soprattutto sono approdati nei gruppi di Montecitorio e di Palazzo Madama.
Il Gruppo Misto della Camera, punto di raccolta di identità politiche e programmatiche molteplici, è cresciuto a dismisura: ora è salito a 42 deputati e potrebbe ampliarsi ancora con l’ingresso dei deputati di Verdini. Nella Prima Repubblica il Gruppo Misto raccoglieva pochi parlamentari, su posizioni di rottura con i partiti di origine, lì confluiti in attesa di scelte definitive. In genere erano pochi i parlamentari in contrasto con i rispettivi partiti e non riuscivano a formare dei gruppi autonomi (a Montecitorio occorrono almeno 20 deputati e a Palazzo Madama almeno 10 senatori). Di qui la scelta di confluire nel Gruppo Misto. Ora invece il Misto è diventato una miscela di tante forze ed identità diverse, un crocevia importante nella nuova mappa politica che sta emergendo da scissioni, fratture e ricomposizioni.
Gli occhi sono puntati sul boom del Gruppo Misto. Pino Pisicchio vede una situazione in rapido mutamento: «Questa legislatura passerà alla storia come quella del disfacimento della forma partito e della continua movimentazione dei deputati». Il presidente del Gruppo Misto della Camera riflette sui possibili nuovi equilibri politici: «Non è un problema di turismo parlamentare, ma di superamento della fotografia che è stata scattata in occasione delle politiche del 2013, lontane ormai anni luce dai nostri giorni. Che un gruppo di parlamentari che fanno capo a Verdini decida di uscire da Forza Italia per praticare vie nuove è nell’ordine delle cose che questa legislatura ci ha abituato a vedere». Riflette sul nuovo quadro parlamentare: «Il giudizio politico non va dato alle intenzioni ma al come, concretamente, questi colleghi vorranno attestarsi di fronte all’attività parlamentare». Cosa succedera? Perché l’implosione e le fratture in tanti partiti? Il tenente Colombo dice in uno dei suoi telefilm: «C’è una spiegazione plausibile per tutto al mondo».

Renzi si smarca sull’Imu

Isi, Ici, Imu, Tasi. Qualunque sia il nome, agli italiani non piacciono le tasse sulla casa. Silvio Berlusconi lo aveva capito benissimo. Il 3 aprile 2006 annunciò ai telespettatori di Porta a Porta su Rai1: «Avete capito bene: aboliremo l’Ici su tutte le prime case, quindi anche sulla vostra». Allora il leader del centrodestra perse la sfida nelle elezioni politiche di quell’anno con Romano Prodi, ma per appena 24 mila voti. Tuttavia quando più tardi tornò presidente del Consiglio realizzò quella promessa a costo di accantonare le altre, cominciando da quella sul taglio dell’Irpef, l’imposta personale sul reddito, un’altra tassa per niente amata dagli italiani.

Mario Monti, presidente del Consiglio tecnico, ripristinò la tassa sulla prima casa nel 2012 per evitare il collasso dei conti pubblici, e Berlusconi rifece la stessa promessa nella campagna elettorale per le politiche del 2013: il 16 gennaio di due anni fa proclamò a Radio Anch’io, su Radio Rai1: «Nel primo Consiglio dei ministri elimineremo l’Imu. L’Imu ha portato una perdita di credibilità di Monti». La carta dell’Imu impedì il pieno successo del centrosinistra. Pier Luigi Bersani spuntò, sia pure di poco, la maggioranza alla Camera, ma non la ottenne al Senato. La “non vittoria”, come la definì Bersani, portò alla presidenza del Consiglio Enrico Letta, alla guida di un governo politico di “larghe intese” tra centrosinistra e centrodestra. L’Imu sulla prima casa fu cancellata, ma poi tornò con il nome di Tasi per contenere il deficit pubblico.

Adesso è Matteo Renzi ad alzare la bandiera della cancellazione della tassa sulla prima casa: la abolirà nel 2016, nel 2017 ridurrà le imposte alle imprese (Irap e Ires) e nel 2018 diminuirà le aliquote Irpef su stipendi e pensioni. Il presidente del Consiglio e segretario del Pd ha annunciato “la rivoluzione copernicana sulle tasse” sabato 18 luglio all’assemblea nazionale dei democratici a Milano. Carlo Padoan, ministro dell’Economia, ora è alle prese con il reperimento delle risorse nella legge di Stabilità 2016 per cancellare l’imposta sulla prima abitazione. Si parla di una lievitazione della manovra economica da 20 a 25 miliardi di euro. Il taglio delle tasse aiuta la ripresa economica se “è credibile”, cioè se “è permanente”, ha avvertito Padoan.

Se non è “una rivoluzione copernicana” certamente di una rivoluzione si tratta per la sinistra e il centrosinistra: il taglio delle tasse, in particolare quella sulla casa, è sempre stato un vessillo del centrodestra. Su “meno tasse, meno leggi e meno sindacati” Berlusconi ha costruito le sue campagne elettorali, teorizzando “la rivoluzione liberale” e guidando quattro governi di centrodestra dal 1994 al 2011.

La sinistra e il centrosinistra si sono sempre caratterizzati, invece, su altri temi: per la costruzione dello Stato sociale, per l’intervento pubblico nell’economia o per misure severe di contenimento del deficit per entrare e restare nell’euro, fortemente voluto da Romano Prodi. Le tasse sono sempre state viste come un male necessario. Il 7 aprile 2007 Tommaso Padoa Schioppa, ministro dell’Economia nel secondo governo Prodi, si espresse con un clamoroso paradosso: «Le tasse sono una cosa bellissima, un modo civilissimo di contribuire tutti insieme a beni indispensabili quali l’istruzione, sicurezza, ambiente e salute».

Renzi si smarca da questa impostazione, “cambia verso” come egli stesso diceva tempo fa. Ha già ridotto le imposte sugli stipendi dei lavoratori a basso reddito varando il bonus fiscale di 80 euro al mese e riducendo in parte l’Irap. Tuttavia la pressione tributaria in Italia continua ad essere tra le più alte nel mondo, rendendo più difficile la competitività delle imprese e il sostegno alla sospirata e, per ora ancora debole, ripresa economica. Di qui anche il deludente risultato del Pd nelle elezioni amministrative di quasi due mesi fa, la discesa nei sondaggi elettorali dal quale non si salva il presidente del Consiglio. La cancellazione della tassa sulla prima casa nel 2016 può aiutare un recupero elettorale l’anno prossimo, quando si voterà per i sindaci in diverse importanti città. L’intento è di pescare voti anche tra gli elettori del centrodestra e del M5S. Del resto oltre l’80% delle persone, in Italia, è proprietario della casa nella quale abita ed è l’ancora sulla quale il ceto medio ha riposto gran parte delle sue sicurezze ora andate in frantumi.

Ma a sinistra riesplodono i problemi per Renzi, accusato di “copiare” Berlusconi. Stefano Fassina, che a giugno ha lasciato il Pd dopo Pippo Civati e Sergio Cofferati, ha considerato “immorale” eliminare la tassa sulla prima casa per tutti. Gran parte della sinistra Pd è favorevole al taglio, ma solo per i redditi più bassi. La tensione è altissima. Bersani oggi ha polemizzato con Renzi su La7: «Io voglio far pagare la case di lusso, sono fatto così perché sono di sinistra». Ha definito “una stupidaggine” considerare il Pd il partito delle tasse. Ha ricordato i governi Amato e Prodi: «Noi le tasse le abbiamo abbassate, Berlusconi no. Se anche Renzi dice che siamo il partito delle tasse… » .

L’ex segretario del Pd ha sollecitato il presidente del Consiglio ad avere rispetto per la minoranza del partito, per persone come Speranza e Cuperlo: «Non deve trattarli come ‘musi lunghi’». Perciò «non si insultano. Anzi, li si apprezza».

La stoccata è a una battuta lanciata da Renzi contro i dissidenti interni all’assemblea nazionale del partito a Milano: il Pd è tra i partiti più votati in Europa, «ci dovrebbero essere entusiasmo e gioia e invece non è così, anzi torna la tribù dei musi lunghi». Il “rottamatore” di Firenze si era detto pronto a dare battaglia: «Non ho in mente nessun cambio di valori o generico di ideali, ma sulle tasse sì: saremo il primo partito che le tasse le riduce davvero».

Samantha Cristoforetti, astronauta e capitano dell’Aeronautica militare italiana, alcuni giorni fa ha consegnato a Renzi un vessillo con su scritto il motto dell’Arma azzurra: “Con valore verso le stelle”. Dante Alighieri scrive nella Divina Commedia, nell’ultimo verso dell’Inferno: «E quindi uscimmo a riveder le stelle». Il sommo poeta descrive il sollievo per essere riuscito a vedere e ad uscire indenne dall’Inferno, uno dei perni della sua Commedia. Anche Renzi lavora per “rivedere le stelle” l’anno prossimo.

Rodolfo Ruocco

Serbatoio dei sindaci “in rosso”

I sindaci di Roma e Milano sono sempre di più in bilico. Le due giunte di centrosinistra traballano proprio mentre a Milano è in corso l’Esposizione universale sul cibo e a Roma mancano cinque mesi all’avvio del Giubileo della Misericordia, voluto da papa Francesco: due grandi occasioni internazionali di riscatto e di rilancio per le due metropoli.

È una pericolosissima miscela. Contrasti politici, veleni, arresti e avvisi di garanzia per corruzione e tangenti su appalti da tempo non fanno più dormire sonni tranquilli i sindaci.  Ignazio Marino e a Giuliano Pisapia, i sindaci della capitale e del capoluogo lombardo, sono bombardati da una pioggia di brutte notizie.

Le ultime due “tegole” cadute sulla testa di Marino e di Pisapia sono le dimissioni, quasi in contemporanea, dei rispettivi vice sindaci: Luigi Nieri a Roma e Ada Lucia De Cesaris a Milano. Nella capitale è subito scattata la mobilitazione per cercare di trovare un altro numero due di Marino e scongiurare le elezioni comunali anticipate: Nichi Vendola, presidente di Sel ed ex governatore della Puglia, è catapultato nella corsa contro la sua volontà.  A Milano Pisapia, invece, ha lanciato un appello alla sua ex vice: «Spero ci ripensi». Ma l’appello a restare è caduto nel vuoto, almeno per ora. Nei prossimi giorni potrebbe essere sciolto il rebus delle due sostituzioni, tuttavia l’esito può riservare sorprese imprevedibili.

Roma e Milano sono lo specchio di una crisi più generale della Seconda Repubblica, leaderistica e maggioritaria, nata vent’anni fa dopo il crollo della Prima sotto i colpi di Tangentopoli. Anzi le due metropoli, più esattamente, fanno emergere la crisi del “modello dei sindaci”, l’elemento più innovativo e dinamico della Seconda Repubblica, prima caratterizzata da Romano Prodi, Silvio Berlusconi ed Umberto Bossi e ora da Matteo Renzi, Beppe Grillo e Matteo Salvini. La stagione dei sindaci eletti direttamente dai cittadini, al primo turno o al ballottaggio, aprì nel 1993 la Seconda Repubblica carica di speranze di rinnovamento. Valentino Castellani a Torino, Francesco Rutelli a Roma, Antonio Bassolino a Napoli, Leoluca Orlando a Palermo ed Enzo Bianco a Catania erano i giovani sindaci di centrosinistra simbolo di una nuova classe politica, apprezzata dagli elettori per competenza ed onestà.

È un’epoca lontana, qualche nome è stato dimenticato con le dovute eccezioni: Orlando e Bianco, dopo vent’anni e altre esperienze politiche nazionali, sono ancora in sella come sindaci di Palermo e di Catania.

Da lì, dal tornado dei sindaci di vent’anni fa, è arrivato il ciclone del cambiamento anche della classe politica nazionale dell’Italia. Matteo Renzi, il più giovane presidente del Consiglio della storia della Repubblica italiana, è stato sindaco di Firenze dal 2009 all’inizio del 2014, quando lasciò Palazzo Vecchio per andare a Palazzo Chigi a Roma.

Tuttavia la crisi riguarda anche le regioni e i governatori. Oggi è entrata nell’occhio del ciclone la regione Sicilia e il presidente Rosario Crocetta. Tutto è partito da una telefonata intercettata di Matteo Tutino, medico personale di Crocetta. Secondo ‘l’Espresso’ il medico, arrestato nei giorni scorsi, avrebbe pronunciato una frase shock qualche mese fa: Lucia Borsellino «va fatta fuori. Come suo padre». Il riferimento è a Paolo Borsellino, il magistrato ucciso dalla mafia a Palermo nel 1992. Crocetta ha negato di aver mai sentito questa terribile considerazione di Tutino, comunque si è autosospeso dall’incarico di governatore. Lucia Borsellino qualche giorno fa si è dimessa da assessore alla Sanità della regione Sicilia.

La classe dirigente locale, forse anche di più di quella nazionale, ha perduto credibilità. Ora “il serbatoio” dei sindaci è andato “in rosso”, non sembra più un’alternativa valida alla classe dirigente nazionale. La crisi di Roma e Milano suona l’allarme per tutta la Seconda Repubblica, da tempo in affanno e in cerca di una strada nuova per dare una risposta ai gravi problemi economici, sociali ed istituzionali del paese.

Anzi, in alcuni casi, il degrado politico ed etico a livello locale, soprattutto dei gruppi dirigenti delle regioni, è molto più grave di quello nazionale (gli scandali sull’appropriazione e lo sperpero dei fondi pubblici, soprattutto nel Lazio durante la giunta Polverini, per mesi hanno dominato le prime pagine dei giornali). Le difficoltà nelle quali navigano Roma e Milano «segnalano, oltre al disagio dei due governi locali, anche l’estinzione di un serbatoio di classe dirigente cui poter attingere», ha osservato Pino Pisicchio. Le speranze del cambiamento sono andate deluse per il presidente del Gruppo Misto della Camera: «Sembra davvero lontana la stagione dei sindaci che si proponevano come alternativa ad un ceto politico nazionale bloccato».

L’Italia ha dovuto sempre fare i conti con un sistema politico difficile a livello nazionale e locale. Nicola Amore, grande sindaco liberale di Napoli alla fine del 1800, disse con tono ironico a un giornalista del ‘Times’: «Governare Napoli non è difficile, è inutile».

Certo se salta “il serbatoio di riserva” dei sindaci insieme a quello quasi “a secco” dei partiti il problema si fa serio. C’è un’incertezza di soggetti, di sedi e di selezione di classe politica. È la scommessa di rinnovamento della democrazia italiana.

Sinistra Pd alza il tiro su Renzi

Il percorso è sempre più accidentato e a rischio per “il maratoneta” Matteo Renzi. Il presidente del Consiglio e segretario del Pd qualche mese fa ha lasciato i panni dello “sprinter” ed ha indossato quelli del “maratoneta”, ma forse non si aspettava di dover passare su un tracciato così scivoloso e pericoloso.

I problemi si sommano: la turbolenze provocate dalla possibile uscita della Grecia dall’euro, gli sbarchi in Italia dei migranti provenienti dall’Africa e dal Medio Oriente in fiamme, le minacce del terrorismo islamico,  la debole ripresa economica, le deludenti elezioni amministrative di un mese fa, la contestazione sempre più dura delle minoranze del Pd alle sue scelte.

Ogni votazione alla Camera e al Senato sulle “riforme strutturali” è una scommessa. La minoranza del Pd ha alzato il tiro. Renzi alla fine ha portato a casa “la Buona scuola” dopo l’Italicum (la nuova legge elettorale) e il Jobs act, ma il Pd si è pericolosamente spaccato. La riforma della scuola, obiettivo centrale del “rottamatore” di Firenze, ieri non è stata votata da gran parte della sinistra interna: 5 deputati hanno schiacciato il pulsante del “no” e 24 non hanno partecipato al voto (tra questi big come Bersani, Cuperlo, Speranza).

La “Buona scuola”, contestata dai sindacati a suon di scioperi e di manifestazioni di protesta, è passata alla Camera con appena 277 voti a favore, 173 contrari e 4 astenuti. In teoria la maggioranza poteva contare su ben 395 “sì”, così all’appello sono mancati circa 120 voti tra assenze, critici e “mal di pancia” anche di diversi deputati centristi. Quattro deputati di Forza Italia, “verdiniani” di stretta osservanza (l’ala dialogante con Renzi del partito di Berlusconi), hanno invece lasciato l’opposizione e hanno votato “sì”, ma l’apporto provvisorio non fa bene all’immagine dell’esecutivo.

Le prossime sfide saranno al cardiopalma. Sarà dura quando il presidente del Consiglio la prossima settimana dovrà affrontare la prova del Senato sulla riforma della Rai (il governo qui poggia su una maggioranza risicata) e alla Camera sarà da votare il riassetto della pubblica amministrazione. La tensione è così alta che ha consigliato di rinviare a settembre l’esame al Senato della riforma costituzionale (inizialmente la discussione era prevista a luglio).  Alcuni giorni fa 25 senatori della sinistra del Pd hanno puntato i piedi: in un documento hanno chiesto al presidente del Consiglio di cambiare la riforma costituzionale, inserendo l’elezione diretta dei senatori, il cavallo di battaglia di Vannino Chiti (come mediazione si parla di un listino apposito da votare assieme a quello dei consiglieri nelle elezioni regionali).

Gli ultimi mesi sono stati pesanti per l’emorragia a sinistra. Prima hanno detto addio a Renzi Pippo Civati, Sergio Cofferati e Luca Pastorino. Poi a giugno, proprio contestando la riforma della scuola, hanno lasciato il Pd Stefano Fassina e Monica Gregori, attaccando “le scelte plebiscitarie” sulle riforme istituzionali e quelle “liberiste, subalterne alla destra” in economia. Fassina, Civati e Cofferati, dopo la scissione, puntano a creare “un nuovo partito unitario della sinistra di governo alternativa”. Dialogano con Sel di Nichi Vendola e nelle elezioni del 2016 vorrebbero presentare delle liste per il sindaco nelle grandi città. Proprio domani l’assemblea nazionale di Sel a Roma manderà dei “segnali” a Fassina e a chi ha lasciato il Pd sulla «necessità  di aprire una nuova stagione a sinistra in Italia».

Bersani, Cuperlo, Speranza per ora tacciono, ma Davide Zoggia, tra i deputati della sinistra Pd che non hanno votato a Montecitorio la “Buona scuola” ha detto oggi a la Repubblica: la riforma «ci farà perdere un sacco di simpatie. E quindi, e di voti». Il “colonnello” della minoranza democratica è allarmato: quando alla Camera è stata votata la legge  «sono anche scoppiati gli applausi della destra…Ci perdiamo la sinistra ma il nostro futuro non può essere l’Ncd».

Pier Luigi Bersani, leader della sinistra del partito, è corteggiato dagli scissionisti, tuttavia è molto difficile che lasci il Pd, “la ditta”, come lo chiama lui: «La parola scissione non fa parte del mio vocabolario». L’ex segretario democratico da tempo critica il presidente del Consiglio. Ha sparato pesanti bordate: «L’Italicum apre un’autostrada per le pulsioni plebiscitarie e populiste», si rischia «un presidenzialismo senza contrappesi, una sorta di democrazia d’investitura». La presa di distanze è stata netta: questa «non è più la ditta che ho costruito io. Questa è un’altra cosa, un altro partito».

Il presidente del Consiglio e segretario del Pd  valuta le contromosse. Ieri ha ringraziato «la straordinaria maggioranza» che  ha permesso il varo della “Buona scuola”, l’assunzione di centomila docenti precari e la valorizzazione del merito degli insegnanti. Oggi, incontrando a Palazzo Chigi il premier irlandese Enda Kerry, ha commentato con soddisfazione i positivi dati sulla ripresa dell’occupazione e della produzione industriale in Italia: «E’ l’ulteriore dimostrazione che facendo le riforme le cose cambiano».

Subito dopo il deludente risultato delle amministrative ha annunciato: «Il Pd dovrà riflettere perché i cittadini non sbagliano mai». Ma ha bocciato le critiche di essere subalterno alla destra e ha confermato la volontà di andare avanti sulla sua linea di riforme strutturali e di modernizzazione dell’Italia: «L’unica sinistra che in Europa ha ancora un risultato è la nostra». Ha respinto gli inviti a cambiare rotta: «La sinistra che si ritiene più a sinistra fa vincere la destra». Ha attaccato “i gufi” e ha avvertito: «Se poi deputati e senatori si sono stancati di noi, basta togliere la fiducia delle Camere e vediamo chi prenderà quella dei cittadini». Nel libro Una donna senza importanza Oscar Wilde scrive: «Il grande vantaggio di giocare col fuoco è che non ci si scotta mai. Sono solo coloro che non sanno giocarci che si bruciano del tutto».

 

 

 

Berlusconi tenta doppio dribbling

Silvio Berlusconi tenta il brivido di un doppio dribbling: nel calcio e in politica. Assediato dai processi e alle prese con la crisi di Forza Italia, tenta il rilancio. Il presidente del Milan prende spunto dall’arrivo di Siniša Mihajlovic nel Milan e commenta: ora la squadra “può competere” con la Juventus per lo scudetto.  Nella conferenza stampa oggi a Milano canta le lodi del nuovo allenatore rossonero e arriva anche una sorpresa: non parla solo del fuoriclasse serbo e delle ambizioni calcistiche mondiali del Milan; improvvisamente vira verso la politica e si sofferma su Diego Della Valle, imprenditore come lui.

Berlusconi si leva la maglietta del Milan e indossa quella di presidente di Forza Italia: «Evviva c’è bisogno di gente nuova. Della Valle è un ottimo imprenditore ed è nuovo come politico». Apprezza il progetto, avanzato dal proprietario della Tod’s, di costruire “Noi italiani”. Commenta: il governo di Renzi ha fallito, «il successo può venire da gente che viene dalla vita vera e non da gente che fa la politica di mestiere». Il colpo mira al presidente del Consiglio e segretario del Pd: «Anche Renzi è un professionista della politica». Berlusconi conferma l’obiettivo di ricomporre il centrodestra, da  anni diviso in mille frammenti, dopo essere stato unito e vincente per quasi 20 anni sotto la sua guida.  Vuole ricominciare a lavorare sul 50% degli italiani che ormai diserta le elezioni: «A me basterebbe convincere tutti quelli che non votano ad andare a votare».

Della Valle, presidente della Fiorentina, in due anni si è trasformato da amico e sostenitore del presidente del Consiglio in suo irriducibile avversario. L’amministratore delegato di Hogan e Tod’s  boccia i risultati dell’esecutivo diretto dal “rottamatore” di Firenze. Ha fatto partire la bordata l’altro ieri: «Credo che questa sia un’esperienza di governo arrivata un po’ alla fine». Ha invitato perfino Sergio Mattarella a voltare pagina: «Credo che il presidente della Repubblica debba prendere atto che c’è un governo non votato dal popolo e in assoluto affanno, ma non si può andare a votare ora».

Ha spinto per varare un nuovo esecutivo «che ci porti al 2018» quando ci saranno le elezioni politiche. Ha usato un linguaggio simile a quello di Berlusconi: «C’è bisogno di gente competente con dei curricula validi, non mettiamo amici e amici degli amici». Strane le vicende della vita: Renzi e Della Valle nel febbraio del 2014 si vedevano a Firenze e si parlava di quest’ultimo come possibile ministro nel governo del giovane “rottamatore”.

C’è aria di alleanza in politica tra i due imprenditori. È aperta la sfida per la leadership del centrodestra. Matteo Salvini dall’anno scorso ha posto la sua candidatura alla guida del centrodestra contestando quella del presidente di Forza Italia. Il segretario della Lega Nord ha rivendicato: «Sono io il competitor di Renzi». All’assemblea di Pontida di un mese fa ha ricordato i suoi successi elettorali alle elezioni amministrative: «Ho portato il partito dal 4% al 14% dei voti». Ha polemizzato con Berlusconi che “resta in campo” ed ha sottolineato il “sorpasso” elettorale del Carroccio su Forza Italia. I vertici tra l’ex presidente del Consiglio e il segretario del Carroccio si sono succeduti negli ultimi mesi, tuttavia i contrasti  sulla leadership e le alleanze per le elezioni politiche non sono stati superati.

Il centrodestra è diviso tra Lega, Forza Italia, Nuovo centrodestra di Angelino Alfano, Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni. Salvini sta cercando un rapporto privilegiato con la Meloni. Oggi si sono incontrati alla Camera concordando sulla necessità di costruire «una valida alternativa al renzismo». L’arrivo in pista di Della Valle potrebbe cambiare tutto. L’ex presidente del Consiglio ha precisato qualche tempo fa di voler assumere il ruolo di “regista”, di padre nobile del centrodestra riunificato.