Euro, Renzi unico alfiere

Panico in Grecia, paura in Italia e in Europa. Il clima in Grecia è da “guerra finanziaria”. Da oggi le banche elleniche e la Borsa di Atene, come ha deciso ieri il governo guidato da Alexis Tsipras, restano con la porta sbarrata per una settimana. Il premier ellenico vuole evitare il terrore e il tracollo finanziario: le code ai bancomat, le file in banca dei greci impauriti dal rischio di perdere i propri risparmi. Decine di miliardi di euro nelle ultime settimane sono fuggiti dalla Grecia, sono negli ultimi giorni 4 miliardi sono stati ritirati dai conti correnti. L’alta borghesia ha trasferito da tempo i suoi capitali nei paradisi fiscali in Svizzera, in Lussemburgo, nell’isola di Man, nell’arcipelago delle Cayman; il ceto medio ha portato i risparmi a casa, sotto il materasso. Tuttavia in molti non hanno prelevato i loro depositi e sono terrorizzati.
Cinque mesi di dure trattative sui nuovi aiuti alla Grecia sono finite male. Tsipras ha convocato un referendum per domenica prossima, 5 luglio. Il premier della sinistra radicale ellenica ha chiesto ai concittadini di dire sì o no alle condizioni poste dai creditori (Commissione europea, Banca centrale europea, Fondo monetario internazionale) per concedere altri aiuti. Domani era prevista la scadenza del termine per concludere un accordo. La Grecia domani avrebbe dovuto ricevere altri 7,2 miliardi di euro di crediti e avrebbe dovuto rimborsare 1,6 miliardi di debiti al Fmi. Invece è saltata ogni ipotesi d’intesa. Ora il referendum può trasformarsi in un sì o un no all’euro.
Può accadere di tutto tra domani e domenica 5 luglio: il salvataggio in extremis della Grecia o il fallimento, l’uscita del paese di Pericle e di Aristotele dall’euro con conseguenze imprevedibili per la tenuta dell’Unione europea, degli altri 18 stati aderenti alla moneta unica e per l’Italia. Il dissesto finanziario greco è lo spettro che sta avanzando. L’onda lunga della paura oggi ha causato il cedimento delle Borse europee e l’aumento dei tassi d’interesse sui titoli del debito pubblico dei paesi più esposti di Eurolandia (in testa l’Italia).
In molti puntano il dito contro l’euro per i guai dell’Italia: la Grande recessione economica cominciata nel 2008, la disoccupazione di massa, la chiusura di un quarto delle fabbriche, l’impoverimento dei ceti popolari. Da tempo molti, nel centrodestra e nel centrosinistra, fanno il tifo per dire addio all’euro o, comunque, sono critici verso la moneta comune europea ad egemonia tedesca. Beppe Grillo da anni sta dando spallate all’euro. Il leader del M5S l’altro giorno, in un comizio a Ostia, si è spellato le mani negli applausi per il premier ellenico: «Tsipras straordinario! Sta dando l’ultima parola al popolo greco! Anche noi vogliamo il referendum sull’euro! E lo faremo se ci aiuterete!». Ha ripetuto: «Siamo tutti in default da anni, anche l’Italia».
Matteo Salvini è tra i più decisi fautori della cancelalzione dell’euro. Il segretario delle Lega Nord ha rilanciato la sua battaglia: «L’Europa è fallita. L’euro è una moneta sbagliata». Ha accusato dai microfoni di Rainews24 : «Stanno buttando via 80 miliardi di euro per non risolvere nulla. Questa è un’Europa da abbattere e ricostruire. Tsipras fa bene a tenere alta la testa, ma i greci hanno speso ciò che non avevano in tasca». Perciò «è uno scontro tra due errori», l’Europa e la Grecia.
Silvio Berlusconi usa toni più morbidi, ma la sostanza non cambia di molto. Il presidente di Forza Italia tempo fa ha ripetuto la sua analisi a Radio anch’io, la prima rete radio della Rai: «Oggi uscire dall’euro sarebbe avventuroso perché nessuno conosce quali sarebbero le conseguenze, ma se non dovessimo riuscire a cambiare la politica della Bce e dell’Unione europea, sarà la realtà a imporre a noi, alla Francia, alla Grecia, all’Irlanda, al Portogallo, l’uscita dall’euro per tornare alla nostra moneta nazionale».
Anche una parte della sinistra la pensa in un modo analogo. È stato un errore aderire all’euro? Stefano Fassina, l’economista che la settimana scorsa ha lasciato il Pd, in una intervista di marzo a Il Giornale, ha considerato un errore l’ingresso nell’euro: «Allora abbiamo fatto tanti errori politici» perché «si è sognato un’integrazione politica che non c’è stata». L’ex esponente della sinistra del Pd lo scorso febbraio, in una intervista a La Stampa, aveva previsto tempi bui per la Grecia: «Se vuole sopravvivere, e se la sinistra greca vuole sopravvivere, dati i vincoli che vi sono oggi nell’Eurozona, temo che per la Grecia non vi sia altra possibilità che uscire».
Matteo Renzi, invece, critica la linea dell’austerità finanziaria e “la tecnocrazia” europea, sostiene la necessità di puntare sulla crescita economica e sugli investimenti, ma ha sempre sottolineato la necessità di restare nell’euro. In una riunione della direzione del Pd ha avvertito: «Bisogna entrare in Europa con più forza e determinazione. Chi dice usciamo dall’euro propone code ai bancomat e imprese fallite». Il presidente del Consiglio e segretario del Pd ha respinto tutte le accuse di essere un populista. Resta da solo a difendere la bontà dell’euro, rivedendo però molte regole europee. Nella sua Enews del 20 giugno si è posto come l’alfiere del riformismo da tutti gli attacchi: «Se sei al Governo e vuoi sconfiggere il populismo e l’antipolitica l’unica strada che hai davanti è fare le riforme. Farle presto, farle bene, farle tutte. E su questo non ci fermeremo mai».
Ben altra musicano suonano, in particolare, Salvini e Grillo. Il segretario del Carroccio, inventore della metafora della “ruspa” contro i rom e l’euro, non si sposta di un millimetro: «L’accusa di populismo mi inorgoglisce». Il fondatore del Movimento 5 Stelle non ha cambiato rotta: «Sono orgoglioso di essere un populista».
Europa, nella mitologia dell’antica Grecia, era una bellissima fanciulla che passeggiava in riva al mare. Zeus la vide, se ne innamorò, si trasformò in un toro e la rapì. Europa diede il suo nome al nostro continente e, quindi, all’euro. Sarebbe singolare l’euro senza i discendenti degli inventori del mito di Europa, i costruttori della civiltà europea. Ora ad essere rapita potrebbe essere la Grecia, non da Zeus ma dalla Russia o dalla Cina, pronte ad aprire i loro forzieri per Atene.

Sinistra versione Fassina

Una serie di piccole scissioni e la prova del fuoco ci sarà sabato 4 luglio, festa dell’indipendenza degli Stati Uniti d’America dall’Inghilterra. Stefano Fassina, dopo aver lasciato il Pd, sta preparando l’assemblea al teatro Palladium di Roma con Pippo Civati, Sergio Cofferati e Luca Pastorino, tre uomini chiave usciti nei mesi scorsi dal partito di Matteo Renzi. Il teatro Palladium non è una scelta casuale, è alla Garbatella, un quartiere dell’antica periferia di Roma nel quale Fassina è di casa.

È una scelta simbolica: ha divorziato da Renzi lo scorso martedì nel
circolo Pd di Capannelle, un’altra periferia della capitale: «Lì ci sono le mie radici, le persone che dobbiamo rappresentare, a cui devo dare delle risposte». Fassina, 49 anni, economista, deputato, vice ministro nel governo di Enrico Letta, vuole costruire «una sinistra unitaria di governo alternativa», prima dialogando con chi ha detto addio nei mesi scorsi al Pd e poi allargando il confronto: «Con Sel intesseremo discorsi».

L’occasione dello “strappo” con Matteo Renzi, effettuato in tandem con la deputata Monica Gregori, è stata la scuola. Il presidente del Consiglio e segretario del Pd, ha obiettato Fassina, ha chiuso la porta «alle nostre quattro proposte di profonde correzioni» e ha chiesto e ottenuto il voto di fiducia al Senato sulla riforma per realizzare “la Buona scuola”.

La critica di Fassina alle riforme strutturali del governo Renzi è fortissima. Quelle sul lavoro e scuola, ha accusato qualche tempo fa, sono mutuate «dalla proposta della destra», mentre la nuova legge elettorale battezzata Italicum e la revisione costituzionale poggiano su «un disegno plebiscitario». Dà qualche elemento su come immagina la sua sinistra alternativa di governo. Punta a rappresentare i lavoratori, i ceti deboli, popolari, le piccole e medie imprese «che non si sentono più rappresentati», così in gran parte nelle elezioni «si rifugiano nell’astensione».

Respinge le accuse di conservatorismo: «Noi vogliamo un cambiamento progressivo, non regressivo». Ha in mente un progetto di sinistra «basata sui territori» quasi opposto a quello del giovane “rottamatore” fiorentino. L’obiettivo è creare «una sinistra non subalterna», vicina ai  lavoratori e critica «con Marchionne e la finanza internazionale».  Critiche piovono anche sui partiti socialisti-laburisti europei messi alle corde da nuove formazioni come Podemos in Spagna e Syriza in Grecia: «La sinistra socialista europea è sempre più in crisi e inadeguata».  Ribatte agli scettici: «La sinistra non è finita». Comunque nessuna “guerra” con il Pd, non passerà all’opposizione. D’ora in poi in Parlamento voterà sui provvedimenti «caso per caso».

Pippo Civati allarga le braccia a un accordo: «Ora potremo lavorare insieme». Si rivolge anche agli esponenti delle minoranze del Pd, che pur criticando Renzi, non rompono con la “Ditta”, come chiama il Pd con una metafora Pier Luigi Bersani. L’ex segretario democratico però ha avvertito: «Oggi il Pd è un po’ più povero, spero non si facciano spallucce».

Nei giorni scorsi Renzi ha respinto le accuse di essere di destra, ribadendo: «Io sono di sinistra» ed ha criticato “i frenatori”, l’Italia ha bisogno delle «riforme strutturali per ripartire». Lorenzo Guerini, braccio destro del presidente del Consiglio, ha commentato con rammarico l’addio di Fassina: «Credo che la scelta sia sbagliata anche se la giudico con rispetto, perché tutte le voci possono farsi sentire in un grande partito riformista». Il vice segretario del Pd si è detto scettico sulle prospettive dell’uscita: «Altre avventure mi sembrano velleitarie» e «mi auguro che Fassina non sia seguito da altri».

Fassina, Civati, Cofferati, probabilmente Nichi Vendola (Sel), c’è chi fa i conti sui possibili voti: il 5%, il 10%, il 15%? Si vedrà, ancora i tempi sono prematuri per ipotizzare un possibile consenso elettorale. Fassina dovrà fare i conti anche con il M5S: Beppe Grillo ha più volte attaccato «la peste rossa» del Pd ed è riuscito ad intercettare molti voti degli elettori di sinistra su battaglie populiste come quelle contro l’euro,  gli immigrati e per il reddito di cittadinanza. La grave crisi economica e la corruzione pubblica hanno rafforzato le lotte antisistema dei cinquestelle che stanno recuperando consensi nei sondaggi mentre il Pd scende.

Centro o sinistra? Il dilemma Pd

Identità politica e programmi sono elementi strettamente legati. Sulla scrivania di Matteo Renzi si moltiplicano i problemi: barra al centro o a sinistra? L’elenco delle sfide è lungo: troppe tasse; disoccupazione di massa soprattutto tra i giovani; cancellazione del 25% del sistema industriale; impoverimento del ceto medio; mercati finanziari di nuovo in allarme per la possibile uscita della Grecia dall’euro (con imprevedibili conseguenze per l’Italia e sulla debole ripresa economica nazionale).

E ancora: mezzo milione di nuovi immigrati clandestini in possibile fuga dall’Africa e dal Medio Oriente verso le nostre coste; il Pd romano flagellato dall’inchiesta giudiziaria di Mafia Capitale; la richiesta di arresto del senatore Antonio Azzollini, Ncd, che destabilizza il partito di Angelino Alfano, fondamentale alleato di governo.

I problemi più urgenti, comunque, sono l’euro e la scuola: lunedì un vertice straordinario europeo cercherà una soluzione per non far uscire la Grecia dalla moneta comune; martedì riprenderà al Senato la battaglia sulla scuola. Sono tre le riforme del governo alle prese con l’infuocata navigazione parlamentare di Palazzo Madama: la scuola, il superamento del bicameralismo perfetto, la Rai. Lo scontro ci sarà nell’afa della prossima settimana di giugno e proseguirà fino alla fine di luglio. Renzi cercherà di portare a casa queste tre fondamentali riforme dell’esecutivo, sulla scuola è possibile anche il ricorso all’ennesimo voto di fiducia.

La modernizzazione dell’economia e dell’apparato pubblico, fortissimamente voluta dal presidente del Consiglio e segretario del Pd, sono a rischio soprattutto dopo le recenti elezioni amministrative. Il risultato del Pd ha deluso: non c’è stato il trionfo del 40,8% dei voti ottenuto un anno fa alle elezioni europee; la perdita della Liguria e di Venezia, tradizionali roccaforti rosse, sono state sconfitte brucianti.

Il dilemma è: al Pd serve più benzina di sinistra o di centro? Le minoranze del Pd chiedono a Renzi di “cambiare rotta” e di virare a sinistra. Gianni Cuperlo, uno dei leader della sinistra del partito, ha ammonito in una intervista a Repubblica: «Le urne dicono che il Pd sta perdendo una parte delle sue radici sociali» e «qua l’allarme è suonato per tutti» perché «un pezzo della sinistra ha scioperato». Massimo D’Alema oggi ha indicato al Corriere della Sera il rischio di «alimentare nel popolo della sinistra un sentimento di estraneità». Secondo l’ex presidente del Consiglio, già segretario del Pds-Ds, Tony Blair «fu capace di andare verso il centro, ma mantenendo il radicamento tradizionale del Partito laburista».

Cuperlo, D’Alema, Pier Luigi Bersani, Roberto Speranza, Alfredo D’Attorre, Stefano Fassina hanno puntato il dito contro la riforma del mercato del lavoro (realizzata) e su quella della scuola (votata solo dalla Camera) mutuate dalla “proposta liberista della destra”. Le minoranze di sinistra del Pd chiedono “una svolta” con toni più o meno accesi, tuttavia escludono per ora scissioni. Pippo Civati e Sergio Cofferati, invece, nei mesi scorsi hanno rotto i ponti con Renzi e adesso stanno studiando nuove possibili aggregazioni a sinistra. Secondo alcuni calcoli una nuova forza di sinistra per “difendere i diritti” dei lavoratori, con dentro anche Sel di Nichi Vendola e il sindacalista Maurizio Landini, potrebbe arrivare al 10% dei voti. Secondo altri quello spazio ormai è stato conquistato dai Cinquestelle di Beppe Grillo.

Renzi la pensa in maniera diversa. Da quando è diventato segretario del Pd, 18 mesi fa, teorizzò l’obiettivo di attrarre i voti degli elettori delusi del centrodestra e del Movimento 5 Stelle. Sottolineò la necessità di dare vita al “Partito della nazione” allargando i confini del Pd. Un anno fa ottenne il trionfo delle elezioni europee; poi, però, è arrivata la caduta delle amministrative tra fine maggio e l’inizio di giugno.

Barra al centro o a sinistra? Oppure un po’ più al centro o un po’ più a sinistra? E’ il dilemma sorto da quando nacque nel 2007 il Pd, frutto della fusione tra i Ds (forza di sinistra) e la Margherita (partito di centro). Walter Veltroni, il primo segretario, teorizzò “la vocazione maggioritaria” del partito. Puntò a creare un partito all’americana, kennedyano, d’ispirazione liberaldemocratica, ma andò male. Renzi a La Stampa qualche giorno fa ha indicato la strada per recuperare: «Questo è un Paese moderato, vince chi occupa il centro».

Il presidente del Consiglio e segretario del Pd sembra intenzionato ad indossare di nuovo i panni del ‘rottamatore’ di Firenze: «Queste elezioni dicono con chiarezza che con Renzi 2 non si vince. Devo tornare a fare il Renzi 1. Infischiarmene dei D’Attorre e dei Fassina e riprendere in mano il partito». Ha ribadito la volontà di «cambiare l’Italia e l’Europa». Da tempo respinge le accuse: si definisce “di sinistra” e contro “i frenatori”, vuole rinnovare l’Italia con le riforme strutturali. All’assemblea dei deputati democratici dell’altro giorno si è mostrato pronto ad affrontare pericolose turbolenze politiche: «È il momento più difficile e più affascinante dell’intera legislatura. Questa legislatura, che finirà nel 2018, fa venire i brividi». Alcide De Gasperi, presidente del Consiglio e segretario della Democrazia Cristiana dopo la Seconda Guerra Mondiale, centrista per vocazione, diceva: «La Dc è una forza di centro che guarda a sinistra».

Per Renzi tre scogli

Avanti con attenzione tra molti pericoli da schivare. Il fronte giudiziario a Roma e quello del Senato saranno impegnativi per Matteo Renzi. Martedì la giunta delle immunità del Senato comincerà a discutere sulla richiesta di arresto di Antonio Azzollini (Ncd), che ha gettato in allarme il partito centrista di Angelino Alfano; mercoledì la commissione istruzione di Palazzo Madama inizierà a votare gli emendamenti sulla riforma della scuola del governo, contestata dalle opposizioni e dalle minoranze del Pd. Il sindaco Marino barcolla sotto i colpi di Mafia Capitale che hanno raggiunto anche diversi esponenti democratici.

Il governo deve superare tre scogli per proseguire nella sua navigazione. Renzi ripete: massimo garantismo, ma deve andare in carcere “chi ruba” e avanti sulle riforme strutturali per aiutare la ripresa economica, appena avviata dopo 7 anni di Grande crisi. Il “rottamatore” di Firenze oggi ha piazzato una prima contromossa:commissariare il Giubileo a Roma per prevenire altri episodi di corruzione pubblica.

Il presidente del Consiglio è in allarme per molte “paludi”, ma quella più insidiosa è il Senato. L’esecutivo conta su una maggioranza risicata a Palazzo Madama e ogni tensione nella coalizione può provocare un patatrac. Questa settimana il governo è stato battuto due volte: nella commissione affari costituzionali su un parere relativo alla riforma della scuola e in aula in due voti per emendamenti sull’omicidio stradale.  Sulle due sconfitte del governo aleggia lo scontento del Ncd, che è già stato costretto ad accantonare tre parlamentari per vicende giudiziarie (Lupi, De Girolamo, Gentile) ed ha perso un importante ministero come quello delle Infrastrutture. In più il sottosegretario Antonio Castiglione, altro esponente del partito di Alfano, rischia grosso nell’inchiesta di Mafia Capitale. Nella prima sconfitta è stato nettissimo  lo “zampino” del Ncd: tre senatori centristi della commissione non si sono presentati per votare e il governo è stato battuto.

Suona l’allarme rosso. Fabrizio Cicchitto, stratega dei centristi, ha tirato le somme: per “colpire” il governo e Renzi «alcune forze giudiziarie di sinistra e alcuni gruppi mediatici di destra stanno concentrando il fuoco sul Ncd». Tuttavia Alfano tranquillizza: non ci sarà la crisi, l’esecutivo “arriverà” al 2018, alla fine della legislatura.

Nel Pd c’è una specie di clima di “non belligeranza” in attesa dei risultati dei ballottaggi di domenica prossima per i sindaci (il più atteso è Venezia) e per i cambiamenti, chiesti dalle minoranze del partito e annunciati da Renzi, sulla riforma della scuola e del bicameralismo perfetto.  Vannino Chiti, uno dei leader della minoranza Pd al Senato, chiede «un approfondimento serio» sulla riforma del bicameralismo, della legge elettorale e della scuola. Corradino Mineo, effervescente ribelle della minoranza, propone «di procedere subito» con le 100 mila assunzioni di insegnanti  precari e «di esaminare con più calma» la riforma. Stefano Fassina è più intransigente: chiede una svolta perché «abbiamo preso la posizione» della destra sul lavoro. Comunque, dopo l’addio a Renzi di Pippo Civati e Sergio Cofferati, per ora sono escluse altre scissioni.

Il presidente del Consiglio e segretario del Pd è pronto a dialogare con tutti, ma respinge ogni tentativo di bloccare le riforme strutturali per far ripartire la crescita economica in Italia ferma da 20 anni. Oggi ha sollecitato ad affrontare la sfida della globalizzazione: «Nel mondo di oggi ci sono tanti che abbaiano alla luna, vivono sulle paure e pensano che l’unica dimensione sia rinchiudersi in casa. Non è così». Vuole andare avanti con determinazione per far uscire l’Italia dal “cantuccio” perché «è una grande potenza nel mondo». La sfida è aperta. Qualche giorno fa ha avvertito: chi vuole bloccare il governo «mi tolga la fiducia» in Parlamento o nella direzione del Pd. L’imperatore bizantino Marciano mandò un messaggio ad Attila che premeva ai confini dell’impero:  «Oro e doni se se ne sta tranquillo, uomini e armi se strilla più di tanto».

Milan, la Cina è vicina

Industria e calcio. Da sempre l’accoppiata vincente degli imprenditori italiani di successo è questa. La quadratura del cerchio arriva aggiungendo i giornali. Stampa e pallone sono due straordinari strumenti per garantire immagine, pubblicità e mercati per ogni tipo di prodotti industriali e finanziari. Gli Agnelli con la Juventus e Berlusconi con il Milan hanno mietuto, tra qualche disavventura, ogni sorta di straordinari successi. Anzi, Silvio Berlusconi ha realizzato “una potenza di fuoco” maggiore sommando anche le televisioni ai giornali e al calcio.

Adesso però c’è una importante novità. Il Milan, uno dei gioielli dell’impero Berlusconi, si avvia a diventare un po’ asiatico dopo 29 anni di dominio assoluto del proprietario della Fininvest. Entro agosto la squadra rosso-nera sembra destinata a diventare per il 48% thailandese. Bee Taechaubol, un magnate di Bangkok con un cognome impronunciabile e perciò chiamato più semplicemente “Mr. Bee”, venerdì scorso si è impegnato in una trattativa in esclusiva di otto settimane per acquistare l’importante quota di minoranza.

Berlusconi resterà presidente del Milan con la maggioranza del 52% ed incasserà 470 milioni di euro. In questo modo arriveranno i capitali per costruire un nuovo stadio a Milano e rilanciare la squadra, ultimamente appannata dopo gli antichi trionfi.

Cosa ha in mente mister Bee? Dietro la Thailandia potrebbe spuntare la Cina. Il magnate dell’Estremo oriente compra e vende aziende e qualcosa anticipa: è in programma una Ipo (offerta pubblica iniziale) su una Borsa asiatica (probabilmente Hong Kong) alla quale è interessata anche la banca cinese Citic Securities. Mister Bee ha sottolineato: «Mi propongo come investitore unico con l’appoggio di banche importanti come la statale cinese Citic Securities».

L’obiettivo è valorizzare in Asia il marchio Milan, famoso in tutto il mondo. Il nome del club milanese è legato a tanti indimenticabili fuoriclasse del pallone. Gianni Rivera, l’antico geniale attaccante del Milan, è famoso quasi quanto John Kennedy, il presidente americano della “nuova frontiera”. Un comunicato congiunto Fininvest-Taechaubol ha precisato: «L’ipotesi di accordo ha come obiettivo la valorizzazione del brand Milan in particolare nei Paesi asiatici».

La Repubblica popolare cinese ormai primeggia in tutto tranne che nel calcio. Xi Jinping, altro grande presidente riformatore, vuole cancellare questa lacuna. In trent’anni Pechino è passata dalla povertà e dal sottosviluppo a conquistare la piazza di prima potenza economica del globo. L’artefice del “miracolo” fu Deng Xiaoping. Aprì la Cina comunista al libero mercato, mettendo da parte il dogma marxista della proprietà dello Stato dei beni e degli strumenti di produzione: il là lo diede nel 1978, due anni dopo la morte di Mao Tse Tung: “Arricchirsi è rivoluzionario”. Xi Jinping, nel Forum asiatico a Boao dello scorso marzo, ha alzato l’asticella delle ambizioni: «Il trend dei nostri tempi è l’avvento storico del secolo cinese, lo spostamento del baricentro del mondo verso Pechino».

Del piano fa parte anche il calcio. La massima cura è riservata allo sport mondiale di massa praticamente ignorato in Cina. L’agenzia di stampa cinese Xinhua ha rivelato i progetti calcistici del successore di Mao: «Il presidente Xi assicura che i cambiamenti saranno tangibili, perché questo è il disperato desiderio del popolo». C’è la volontà di voltare pagina: «Il football per anni è stato fonte di imbarazzo nazionale, per questo i vertici statali hanno varato un piano per promuovere la competenza calcistica».

L’impegno è serio, come quello di combattere la corruzione politica nei vertici del Partito comunista cinese. Scuole di calcio stanno diffondendosi e l’obiettivo è di avere calciatori e club famosi in tutto il mondo. Di qui le possibili mire su blasonati club occidentali, Milan in testa. Uno slogan degli studenti rivoluzionari italiani a cavallo del 1968 era: “La Cina è vicina!”. Una volta si parlava della rivoluzione, adesso del calcio.

Il Celeste impero è un enorme mercato di oltre un miliardo e trecento milioni di persone, con un potere d’acquisto immenso dopo il sofferto passaggio all’economia capitalista da quella pianificata. Berlusconi, abile presidente del Milan e di Forza Italia, due realtà in difficoltà, lo sa e cerca di risalire la china. Ma è molto affezionato alla squadra rosso-nera: «Ai miei figli ho sempre detto: potete vendere tutto tranne la villa di Arcore e il Milan». Per ora prevede di mantenere il ruolo di presidente e di socio di maggioranza.

 

M5S non è una tigre di carta

Qualcuno si aspettava una caduta pesante, una corsa verso la fine; invece il M5S ha smentito i “gufi”. Alle elezioni regionali di domenica scorsa in Liguria, Veneto, Toscana, Marche, Umbria, Campania, Puglia non è suonata la campana a morto. I cinquestelle, pur non conquistando nessuna regione (5 sono andate al centrosinistra e 2 al centrodestra), pur in discesa, hanno raccolto una valanga. di voti. Si sono piazzati al secondo posto con il 15,66% dei voti (calcoli dell’Istituto Cattaneo) dopo il Pd (25,19%) e prima della Lega (13,98%) e di Forza Italia (11,30%).

Il M5S, la forza antisistema nata del 2009, era entrata in sofferenza dopo l’ubriacatura di voti di due anni fa, ma ha smentito chi la riteneva una meteora passeggera nel firmamento della politica italiana, come L’Uomo Qualunque di Guglielmo Giannini. Il Movimento 5 Stelle, dal successo boom del 25,55% dei voti ottenuti nelle elezioni politiche del 2013, era sceso al 21,1% nelle europee dell’anno scorso, mentre il Pd di Matteo Renzi aveva scalato la vetta del 40,8%. Poi alcune tornate amministrative (come il voto in Emilia Romagna dello scorso anno) avevano deluso ulteriormente Beppe Grillo, 66 anni, grande comico genovese, il fondatore e leader carismatico dei pentastellati.

Invece alle regionali del 31 maggio c’è stata una risalita. Grillo ha scritto soddisfatto sul suo potente blog su internet: Il Movimento 5 Stelle è «il primo partito in Liguria, Campania e Puglia e secondo in altre regioni» mentre è stato «ridimensionato il partito dell’innominabile» che ha preso «la metà rispetto alle europee».

L’artefice del M5S, ironicamente, ha detto “grazie” anche agli avversari. Ce l’ha sempre con Renzi, lo ha chiamato “innominabile”. Venerdì lo ha definito “ritardato morale” nel suo comizio di chiusura della campagna elettorale a Genova. Dal 12 aprile ha deciso di non citare più per nome nel suo blog “l’ebetino di Firenze” per non favorirlo, ha sostenuto, sul piano mediatico. Tuttavia, pur senza nominarlo, ha proseguito a bersagliarlo con sberleffi e insulti. Comunque qualcosa è cambiato: “Il capo politico e rappresentante” del M5S, come si è qualificato, ha evitato i toni truculenti di un tempo, ha abbandonato la politica del “vaffa…”. Non solo. Lo scorso novembre ha delegato un po’ le leve del comando, insediando “un direttorio” di cinque giovani deputati che collaborano a dirigere il Movimento 5 Stelle. Circa 30 parlamentari su 160 erano stati espulsi o avevano detto addio contestando la mancanza di democrazia interna. Grillo si era detto “un po’ stanchino” e aveva deciso il varo del “direttorio”.

Così c’è stato un recupero, un po’ per la rettifica di toni nella linea politica dell’opposizione antagonista, un po’ per la caduta di credibilità dei partiti tradizionali e del Pd di Renzi, un po’ per i perduranti pesanti effetti sociali della crisi economica: le urne si sono gonfiate di voti per il M5S alle regionali.

Adesso gli equilibri politici sono in movimento, chi prende voti è corteggiato. Michele Emiliano, Pd, che pure è stato eletto presidente della Puglia con una pioggia di voti, ha aperto la porta al dialogo come avevano già fatto in passato, con scarso successo, prima Pier Luigi Bersani e poi lo stesso Renzi. Emiliano ha offerto ai cinquestelle l’assessorato all’Ambiente nella regione che ospita il contestato ed importante centro siderurgico Ilva a Taranto. Grillo ha immediatamente risposto con un rifiuto: il M5S voterà «ogni proposta che sia contenuta nel suo programma» ma «le alleanze e gli inciuci non ci appartengono». Ha sfidato Renzi: «Il prossimo ringraziamento sarà alle politiche. Un giorno del ringraziamento con il tacchino del Pd nel forno».

La scelta è se proseguire sulla strada dell’opposizione ad oltranza o se pensare anche al traguardo del governo. Luigi Di Maio, 28 anni, vice presidente della Camera, componente del “direttorio”, fa parte dell’ala dialogante dei cinquestelle. E’ lui che ha guidato le trattative con il Pd, poi andate male, per cercare un’intesa sull’Italicum, il progetto di riforma elettorale del governo. Ha definito “un risultato fantastico” l’esito delle regionali.

Pensa a un futuro non solo di opposizione: «Con dati simili ci giochiamo la partita per il governo: a livello nazionale non ci sono le clientele e quindi potremmo sperare in un maggior numero di consensi». Ha smentito chi credeva in una parabola discendente, tipica dei movimenti di protesta populisti: «Credevano fossimo un fuoco di paglia. Ma il Movimento è di sana e robusta costituzione. Questo è il risultato dei cittadini che chiedono un reddito di cittadinanza, di abolire Equitalia, di tagliare i privilegi a cui solo noi abbiamo rinunciato». Ha sottolineato: «La rivoluzione gentile continua». Diceva Mao Tse Tung, artefice della rivoluzione comunista in Cina: «L’America è una tigre di carta».