Liguria, “spina rossa” per Renzi

Luca Pastorino è un nome poco noto nella politica nazionale, però Matteo Renzi sa benissimo chi sia e da due mesi sta tentando un marcamento stretto. Pastorino, per il presidente del Consiglio e segretario del Pd, è l’emblema della “sinistra masochista”, è l’uomo in grado di sfilare ai democratici la Liguria.

È infuocata la campagna elettorale per le amministrative di domenica prossima. Il 31 maggio si voterà per scegliere i presidenti di sette regioni italiane: Liguria, Veneto, Toscana, Marche, Umbria, Campania, Puglia. In gioco ci sono anche i sindaci di oltre mille comuni. E’ chiamato a votare circa un terzo degli elettori italiani.  Lo scontro, però, è particolarmente rovente in Liguria per tanti motivi. Pastorino, 43 anni, fino a due mesi fa era un deputato del Pd seguace della sinistra civatiana, poi a metà marzo ha rotto i ponti con Renzi e si è candidato a governatore della Liguria. Potrebbe spuntarla per due motivi: 1) la Liguria è la sola regione in cui il centrodestra non si è spaccato e, Lega Nord compresa, appoggia la candidatura di Giovanni Toti, Forza Italia, alla presidenza della regione; 2) qui il Pd si è diviso e Pastorino, appoggiato dai dissidenti del partito e da tutta la sinistra ligure, si contrappone a Raffaella Paita, candidata ufficiale dei democratici.

Insomma, l’ex Pd Pastorino, dividendo i voti del centrosinistra, potrebbe causare la sconfitta della democratica Paita e la vittoria del moderato Toti. La Liguria, regione tradizionalmente rossa, potrebbe passare al centrodestra. All’inizio Renzi riteneva improbabile un simile scenario e pensava di poter chiudere vittoriosamente la partita delle regionali con un secco 6 a 1 (assegnava al centrodestra solo il Veneto, anche se lì la Lega Nord aveva subito la scissione di Flavio Tosi, in pista contro Luca Zaia per la presidenza della regione).

Ma poi la situazione è cambiata.  Il presidente del Consiglio deve fare i conti con la “spina rossa” in Liguria:  sembra che i sondaggi elettorali diano un testa a testa tra Raffaella Paita e Giovanni Toti. Poi c’è l’incognita del M5S, di nuovo in espansione. In Liguria sono particolarmente forti i cinquestelle e Genova è la città di Beppe Grillo, il fondatore del Movimento di protesta anti sistema. Di qui la prudenza di Renzi.  Il presidente del Consiglio prima ha strigliato la “sinistra masochista” a cui “piace perdere e far perdere” rianimando Forza Italia. Poi ieri ha precisato: anche se il risultato “fosse un 4-3 sarebbe comunque una vittoria per il Pd. Ma credo che andrà meglio”.

I lavoratori e il ceto medio sono stremati da 7 anni di Grande recessione. Fanno paura la disoccupazione, le tasse, l’incerto avvenire dei giovani, così il “nuovo Pd” di Renzi starebbe perdendo consensi. Gli effetti della debole ripresa economica ancora non si sentono e il “tesoretto” da distribuire ai ceti sociali più poveri è svanito. Così il giovane “rottamatore” fiorentino rischia di subire una emorragia di voti a sinistra e di perdere parte dei consensi sottratti al centrodestra e al M5S. Preoccupa, soprattutto, la crescente volontà di una parte degli elettori democratici di scegliere la strada dell’astensione.

Ma non è tutto. Se in Liguria vincesse Pastorino, appoggiato da Sergio Cofferati e da Pippo Civati (due pezzi da novanta del Pd che recentemente hanno detto addio a Renzi), si rafforzerebbe la contestazione della minoranza di sinistra interna guidata da Pier Luigi Bersani, Stefano Fassina, Gianni Cuperlo e Roberto Speranza. Da mesi la sinistra interna, sulle orme di Civati che ai primi di maggio ha divorziato da Renzi, accusa il presidente-segretario del Pd di una “deriva di destra”, di realizzare una politica liberista in economia e una plebiscitaria sui temi delle istituzioni democratiche. Accuse pesanti che potrebbero aprire le porte ad una pericolosa scissione. Fassina ha annunciato che lascerà il Pd se al Senato la riforma della scuola del governo non avrà incisive correzioni. Si parla di un nuovo partito del lavoro, sul quale potrebbero impegnarsi Civati, Fassina, Sel, Susanna Camusso  e Maurizio Landini,  due colonne della Cgil.

Renzi ha rivendicato i risultati ottenuti: da quando è presidente del Consiglio e segretario del Pd ha sottratto “quattro regioni alla destra” ed ha ottenuto il 40,8% dei voti alle europee di un anno fa. Tuttavia adesso la prudenza gli consiglia di limitare la previsione di vittoria alle regionali “a 4 a 3” e di escludere ogni ipotesi di elezioni politiche anticipate.

Deve fare i conti con Silvio Berlusconi al tramonto ma sempre temibile, con Matteo Salvini in ascesa e con Beppe Grillo in rimonta. Giorni fa Renzi ha sottolineato: «Le regionali non sono un test per giudicare l’azione del governo», la legislatura «andrà avanti fino alla fine, la maggioranza è blindata di qui al 2018».  Nel 2000 Massimo D’Alema, allora presidente del Consiglio, commise l’errore di legare le sorti del governo alle elezioni regionali: così, dopo la sconfitta, si dimise. Alessandro Baricco fa dire a uno dei protagonisti del suo libro Smith & Wesson, esperto del fiume Niagara: «Io pesco morti dal fiume». Dopo il voto del 31 maggio si vedranno “i morti” ripescati dalle regionali.

 

Scissioni a catena

Lacerazioni, rotture, scissioni. La XVII legislatura repubblicana già quando nasce, due anni fa, non gode di una buona stella. La salute è malferma. Forse il numero 17 effettivamente non porta fortuna. Le elezioni politiche del febbraio 2013 non producono una maggioranza in grado di sorreggere autonomamente un governo. Pier Luigi Bersani, allora segretario del Pd, la definisce una “non vittoria” del centrosinistra, rispetto al centrodestra e al M5S.

Così la soluzione è la grande coalizione: nell’aprile 2013 sorge l’esecutivo diretto da Enrico Letta, Pd, sorretto da una maggioranza di “larghe intese”. comprendente il Pdl guidato da Silvio Berlusconi. Centrosinistra e centrodestra, tradizionali avversari da vent’anni, si alleano. Il sistema elettorale maggioritario avrebbe dovuto garantire bipolarismo e governabilità, invece accade il contrario. Così si offuscano i confini tra sinistra, centro e destra.

La soluzione è precaria e dura poco. Il virus delle scissioni è in agguato. Le riforme economiche ed istituzionali di Letta, con i loro costi di popolarità tra i ceti moderati, innescano un forte terremoto: il centrodestra si sgretola. Partono le scissioni a catena. Nell’ottobre 2013, anche per i guai giudiziari di Berlusconi, divampa lo scontro interno e si spacca il Pdl. Il Popolo della libertà si divide in tre parti: il Cavaliere ridà vita a Forza Italia, Angelino Alfano fonda il Nuovo centrodestra e Giorgia Meloni lancia Fratelli d’Italia. I contraccolpi sul governo sono immediati: nell’esecutivo Letta resta solo Alfano.

Sono rapide le ripercussioni sul governo e sul Pd: nel dicembre 2013 Matteo Renzi diventa segretario del Pd al posto di Bersani e nel febbraio 2014 sostituisce Letta come presidente del Consiglio. Il giovane “rottamatore” fiorentino dirige un esecutivo sostenuto da una maggioranza di “piccole intese” con dentro sempre Alfano, mentre Berlusconi e la Meloni sono all’opposizione.

Espulsioni e addii. Sono due anni travagliati anche per il Movimento 5 Stelle, la forza anti sistema che raccoglie la protesta sociale su battaglie sia di sinistra (reddito di cittadinanza) e sia di destra (lotta agli immigrati clandestini, contestazione dell’euro). Il Movimento fondato da Beppe Grillo perde circa 30 parlamentari, sui 160 eletti nel 2013. Il dissenso interno verso l’”autocrazia” di Grillo causa continui scontri ed emorragie. Una metà dei parlamentari ribelli cinquestelle finisce nel Pd, in Sel, in Scelta civica mentre l’altra metà dà vita nel gennaio 2015 ad Alternativa Libera, gruppi autonomi alla Camera e al Senato. Walter Rizzetto, capogruppo a Montecitorio di Alternativa Libera, contesta la linea dell’isolamento e precisa: «Restiamo all’opposizione, ma dialoghiamo con tutti. Siamo usciti dal M5S per questo».

Scissione è un virus mortale per Scelta Civica, il partito dei tecnici creato dall’economista Mario Monti nel gennaio 2013, poco prima delle elezioni politiche. Scelta Civica, guidata dall’allora presidente del Consiglio tecnico, raccoglie il 10% dei voti contro il 25% del Pd e del M5S, e comincia subito a sbandare. I centristi tecnici perdono via via mordente, Monti lascia il suo partito che comincia ad affondare. La scissione arriva lo scorso febbraio: da una parte Scelta Civica e dall’altra i Popolari per l’Italia, due gruppi ridotti al lumicino perché molti parlamentari aderiscono al Pd. Stefania Giannini, ministra della Pubblica istruzione, da poco non più segretaria del partito centrista montiano, dice addio e va nei democratici. Argomenta: «Scelta Civica ora ha esaurito la sua funzione» e Renzi sta guidando un forte “processo riformista”.

L’avvicinarsi del voto del 31 maggio in 7 regioni e 745 comuni è la “miccia” per far esplodere rotture e scissioni negli altri schieramenti. A metà marzo è divorzio tra Flavio Tosi, sindaco di Verona, segretario della Liga Veneta, e Matteo Salvini, leader della Lega Nord. Tosi vuole correre per la presidenza della regione Veneto, mentre Salvini appoggia la ricandidatura del governatore Luca Zaia. Tosi usa critiche al vetriolo: Salvini «è un Caino che si traveste da Abele». Il segretario del Carroccio replica ironico: «Auguri. Mi salutino Fini e Alfano». Con Tosi passano 6 parlamentari leghisti.

Il morbo della scissione torna a colpire Forza Italia. Raffaele Fitto, dopo mesi di scontri con Berlusconi e l’annuncio di «voler combattere dall’interno di Forza Italia», rompe. Lo scontro avviene sulle candidature in Puglia, la regione di Fitto. L’ex governatore della Puglia annuncia lo strappo a metà maggio: «Non sono io fuori, è Forza Italia che non c’è più». Accusa: «Berlusconi si autorottama». Fitto intende costruire un nuovo centrodestra d’ispirazione liberale perché c’è uno spazio “molto ampio” tra Salvini e Renzi. Lancia “l’associazione dei Conservatori e Riformisti” sul modello dei Conservatori inglesi. Alla Camera si parla di circa 25 deputati e senatori pronti a passare con lui.

Berlusconi commenta: «Vadano! C’è sempre qualcuno che va via da Forza Italia. Questi qualcuno, poi, non sono mai finiti bene. Via! Ci siamo tolti un peso. Ne siamo felici». Annuncia di voler lasciare la politica restando “a bordo campo”, ma non vede ancora un erede con “il carisma” necessario per unire il centrodestra frantumato e condurlo alla vittoria.

Scissioni, anzi mini scissioni, per ora, nel Pd. Prima va via Sergio Cofferati, ex segretario della Cgil. Pippo Civati, dopo infuocate accuse a Renzi di una “deriva di destra”, dice addio ai primi di maggio. Uno dei leader delle minoranze democratiche annuncia: «Esco dal gruppo del Pd». Precisa: serve «una sinistra che si batta per una maggiore umanità. Contro il cinismo». Potrebbe non finire qui. Stefano Fassina, altro esponente della sinistra del Pd, indica la possibilità di seguire Civati: «Sono pronto a lasciare il Pd se non cambia radicalmente la riforma della scuola» quando a giugno andrà all’esame del Senato. Assieme ad altri 30 deputati della sinistra democratica non partecipa al voto alla Camera di l’altro ieri sulla “Buona Scuola” del governo. Lancia pesanti accuse a Renzi: «Dopo il Jobs Act e le questioni istituzionali il Pd si è riposizionato, in modo da accreditarsi a destra». L’ex vice ministro dell’Economia nel governo Letta rincara: «Il Pd ha un impianto liberista sul terreno economico e sociale e plebiscitario sul terreno della democrazia».

Il presidente del Consiglio e segretario del Pd respinge le accuse: «Il Pd non perde pezzi, anzi». Fa i conti: «Aveva un gruppo di 290 deputati e oggi ne ha 310, anche se qualcuno va in controtendenza». Contrattacca: «Bisogna fare gli interessi dei cittadini e non delle correnti del Pd»; l’Italia «sta ripartendo, ma non posso stare dietro a personaggi che vogliono bloccare la ripartenza». Fa riferimento in particolare alla Liguria, la regione nella quale Sergio Cofferati e i civatiani appoggiano un candidato a governatore alternativo alla scelta del Pd, rischiando di favorire il centrodestra. Sottolinea: «C’è una sinistra riformista e una sinistra masochista…Si vince su un profilo riformista, questo non significa essere di centro, puoi essere molto più radicale se sei riformista».

I conti, per tutti i partiti, si faranno a fine maggio, quando si chiuderanno le urne in 7 regioni (Veneto, Liguria, Toscana, Marche, Umbria, Campania, Puglia). Gli equilibri politici cambieranno secondo i risultati elettorali. Chi vincerà detterà le condizioni dentro il partito e con gli alleati. Giuseppe Stalin diceva: «Se non riusciremo ad ottenere la maggioranza, ci accontenteremo dell’unanimità». Ma sono molto lontani gli anni del dittatore sovietico.

Salvini varca il “Rubicone”

Fischi, urla, insulti, uova. Ma anche spintoni e, in qualche caso, pericolose contestazioni sul piano fisico. Matteo Salvini è uscito dal tradizionale perimetro del Nord e ha svolto comizi anche nel Centro-Sud per le elezioni del 31 maggio in 7 regioni. Palermo, Marsala, Foggia, Lecce, Roma, Livorno, Ancona, Macerata, San Benedetto del Tronto. In queste città il segretario della Lega Nord è stato pesantemente contestato. In alcuni casi ha sdrammatizzato: «Era solo qualche maleducato». Altre volte ha puntato il dito contro degli “imbecilli” dei centri sociali.

Ma va avanti fiducioso: «Triplicheremo i voti». Scommette sulla metamorfosi decisa qualche mese fa: tenta la trasformazione della Lega da “padana” a “nazionale”. Ecco la novità. Salvini, per il voto amministrativo di fine maggio, presenta delle liste anche nel Centro-Sud con la scritta “Noi con Salvini”.

È una svolta. Tenta lo sbarco al Sud puntando sul suo nome per un successo. Sono lontani i tempi degli slogan contro “Terronia” e “Roma ladrona”. Strategia e linguaggio sono cambiati. Il segretario del Carroccio ha rotto i ponti con la Lega d’impianto localistico, nordista, indipendentista. Va sempre in giro indossando le sue felpe, ma quando ha fatto i comizi al Sud, ha fatto stampare sulle maglie frasi-slogan inediti come “Sicilia” e “Roma”. Ha abbandonato l’obiettivo della secessione del Nord ricco e cerca di costruire una forza di centrodestra italiana. Niente più riti celtici come all’epoca di Umberto Bossi, basta con “la Padania indipendente” e rispetto per la bandiera tricolore un tempo oltraggiata. Ha annunciato una manifestazione per il 24 maggio sul Piave, fiume storico sul quale l’esercito italiano nella Prima Guerra Mondiale arrestò l’avanzata austriaca a prezzo di grandi sacrifici e di molto sangue. Ha sollecitato i veneti a tornare sul Piave “a cento anni dalla Grande Guerra” per “difendere i propri confini” dall’invasione degli immigrati clandestini.

Dice no con ruvidezza all’euro, all’immigrazione clandestina, alla riforma delle pensioni, alle troppe tasse, alle “ruberie” dei politici. Usa un linguaggio duro. Tiene comizi a colpi di “vaffa…” come quello a Roma contro Matteo Renzi. Ha tuonato: «Prendetevi a casa vostra gli immigrati!», vanno tassate le prostitute «per finanziare nuovi asili nido gratuiti», via a «un’aliquota fiscale al 15%». È un linguaggio di destra, delle volte di estrema destra. Fa comizi non solo con Fratelli d’Italia, ma anche con Casa Pound, un gruppo che inneggia al fascismo. Va a trovare Marine Le Pen in Francia e Vladimir Putin in Russia, personaggi con venature autoritarie.

Rivendica: «Sono un populista». Salvini, nuova generazione leghista dopo i fondatori, 42 anni, è da poco più di un anno e mezzo segretario della Lega, succedendo a Roberto Maroni e a Bossi. Ha ereditato un Carroccio in crisi profonda e adesso sta collezionando successi elettorali, facendo leva sulla paura del ceto medio e degli artigiani per l’immigrazione e la crisi economica. Nei sondaggi elettorali a livello nazionale ha anche superato Forza Italia, il partito di Silvio Berlusconi, per vent’anni la prima forza del centrodestra.

Ha subito la scissione di Flavio Tosi nel Veneto, tuttavia sembra resistere alla ferita. Adesso si gioca la leadership nella Lega, per la guida del centrodestra e per il governo. Sfida Matteo Renzi: è “un dittatore”, andrà “a casa” e verrà sloggiato dalla presidenza del Consiglio. Sfida Berlusconi, scosso dal caos nel quale è piombata Forza Italia dopo le sconfitte elettorali: «Fossi Berlusconi, a 79 anni, mi godrei il mio immenso lavoro e mi occuperei del Milan». Non sa se ci sarà per le elezioni politiche un’alleanza con il presidente di Forza Italia «ma i tempi e le condizioni le dettiamo noi. Berlusconi qualche errorino lo ha fatto».

L’ex presidente del Consiglio, quasi 80 anni, non molla anche se per ora non ha replicato. Ha lanciato l’allarme tempo fa: «Ci sono partiti che fanno della protesta, dell’estremismo, dello sfascio e dell’antieuropeismo la loro bandiera». Il fondatore della Fininvest, del Pdl e di Forza Italia ha avvertito: con “gli estremismi e i disfattismi” della Lega il centrodestra “non vince”. Bossi invita alla prudenza: Berlusconi non è finito, «la vita è fatta di cicli. Prima è andato su, adesso è giù. Ma potrebbe tornare in cima».

Salvini va avanti. Ha varcato “il Rubicone”, il confine ideale della Lega Nord verso il resto dell’Italia, e si dirige verso il Sud tutto da conquistare. Occhi puntati sul voto.  

Italicum, spunta il “ritocchino”.

Se si voterà nel 2018, alla fine della legislatura, nessun problema. Ma se dovessero comparire improvvisamente le elezioni politiche anticipate, l’Italia si troverebbe a fare i conti con un’altra grave anomalia politica: per la Camera si voterebbe con l’Italicum (meccanismo proporzionale con premio di maggioranza) e per il Senato con il Consultellum (praticamente sistema proporzionale puro). Due Camere elette con due diversi sistemi elettorali, basate su filosofie opposte, sarebbe un bel problema; probabilmente sarebbe assai complicato ottenere dalle urne una maggioranza in grado di sostenere un governo.

Così, appena approvato l’Italicum a Montecitorio dopo un anno di battaglie e di risse parlamentari, si parla già di possibili modifiche. C’è chi indica la necessità di “un ritocchino”, anche perché il Senato deve approvare la riforma costituzionale, strettamente legata alla nuova legge elettorale e l’impresa non sarà facile. Il governo a Palazzo Madama conta su una maggioranza risicata e la sinistra del Pd, critica verso la riforma, potrebbe decidere “uno strappo” soprattutto dopo l’addio di Pippo Civati a Matteo Renzi.

È utile pensare ad un intervento migliorativo sull’Italicum, condiviso e volto a garantire la funzionalità della legge”, ha proposto Pino Pisicchio giocando d’anticipo. C’è un problema “di funzionalità del meccanismo, in particolare nel turno di ballottaggio”, ha precisato il presidente del Gruppo Misto alla Camera. Un ragionamento analogo lo fa Giuseppe Lauricella, Pd, componente della commissione affari costituzionali di Montecitorio. In caso di patatrac e di urne anticipate sono da “armonizzare” i sistemi elettorali delle due Camere, applicando anche al Senato l’Italicum previso solo per la Camera. Lauricella ha indicato una soluzione: “Basta con il ballottaggio. Propongo un turno elettorale unico e l’assegnazione del premio di maggioranza soltanto a chi ottiene il 40% dei voti. Se non verrà raggiunta questa soglia si andrà solo alla ripartizione dei seggi su base proporzionale”.

All’inizio di giugno, dopo le elezioni amministrative del 31 maggio, ci sarà la battaglia al Senato sul superamento del bicameralismo perfetto (prevede la riduzione del numero dei senatori e la riduzione del loro ruolo legislativo). Maria Elena Boschi, ministra delle Riforme istituzionali, ha confermato la disponibilità a modificare alcuni punti del nuovo Senato: “Siamo pronti a un confronto vero, su varie ipotesi”.

Le opposizioni hanno contestato e contestano la riforma del governo assieme alle minoranze di sinistra del Pd. Diversi mesi fa, quando ancora era in piedi il Patto del Nazareno Renzi-Berlusconi sulle riforme istituzionali, la riforma passò a Palazzo Madama grazie ai voti determinanti di Forza Italia. Ma da gennaio Silvio Berlusconi ha rotto il Patto del Nazareno, è passato dall’”opposizione responsabile” all’”opposizione a 360 gradi” e la riforma costituzionale rischia a Palazzo Madama.

Corradino Mineo, senatore della minoranza del Pd, ha smentito di voler uscire dal partito come ha già fatto Civati, ma ha annunciato un duro match con il presidente del Consiglio e segretario del Pd: “C’è stata una riunione con altri 21 senatori con cui ci siamo opposti alla legge elettorale e abbiamo concordato di continuare la battaglia sulla riforma costituzionale del Senato”.

Le opposizioni, le minoranze del Pd e vari senatori centristi della maggioranza insistono sulla necessità di far eleggere i senatori direttamente dai cittadini, come avviene adesso, modificando il disegno di legge del governo. Vannino Chiti, un esponente delle minoranze del Pd a Palazzo Madama, ha lanciato una proposta intervistato da Radio Radicale: “Dopo l’approvazione dell’Italicum, con il premier eletto direttamente, è necessario che il Senato abbia una funzione di garanzia e sia eletto dai cittadini, in concomitanza con le elezioni regionali”.

Nel sondaggio elettorale del 5 maggio effettuato da Piepoli per l’Ansa, il Pd è dato come il maggior partito italiano con il 38% dei voti e il M5S si è piazzato al secondo posto con il 20,5% dei consensi. I cinquestelle di Beppe Grillo, dopo essere scesi anche di alcuni punti sotto il 20%, sono risaliti nei consensi raccogliendo ancora la protesta sociale contro la crisi economica, la disoccupazione e l’immigrazione clandestina. Qualcuno nel Pd ha una preoccupazione: in un eventuale ballottaggio di lista previsto dall’Italicum, il M5S potrebbe battere i democratici di Renzi vincendo le elezioni politiche al secondo turno, sommando su di sé tutti i voti di protesta. Lucio Dalla cantava: “Chissà, chissà domani… Chissà come sarà il domani, su quali strade camminerà”. 

Paura del presidenzialismo

L’Italicum non piace né alle opposizioni né alle minoranze del Pd. Parte dei deputati di sinistra dei democratici hanno spaccato il partito a Montecitorio. Hanno fatto e minacciano di fare altre barricate contro la riforma elettorale di Matteo Renzi: meccanismo proporzionale, premio di maggioranza e soglia di sbarramento al 3% dei voti.

Nei tre voti di fiducia, chiesti e ottenuti alla Camera dal governo sull’Italicum, i dissidenti non hanno partecipato agli scrutini (la prima volta in 38, le altre due in 37). Giovedì si è sfiorato il patatrac del governo. La terza fiducia è stata ad alto rischio perché le opposizioni, improvvisamente, hanno disertato il voto e l’esecutivo ha rischiato di cadere per la mancanza del quorum di votanti.  La prossima battaglia si scatenerà domani sera, quando a Montecitorio ci sarà il voto finale sulla riforma.

Sono tante le accuse infuocate rivolte dai dissidenti del Pd al presidente del Consiglio e segretario del Pd, il loro partito. Sul banco degli imputati è il ricorso a tre voti di fiducia per approvare rapidamente l’Italicum alla Camera e alcuni punti del disegno di legge (“i capilista bloccati”, il premio di maggioranza assegnato alla lista e non alla coalizione). Non solo. Contestano la stessa filosofia che intravedono nella riforma: la trasformazione, di fatto, del sistema di governo da repubblica parlamentare a presidenziale.

Di qui un durissimo scontro. Mercoledì e giovedì un terzo dei 110 deputati delle minoranze del Pd (tra questi big come Bersani, Letta, Bindi, Cuperlo, Fassina, Civati, Speranza) non hanno partecipato alla Camera ai tre voti di fiducia voluti da Renzi sull’Italicum. È stata una spaccatura profonda. Non era mai accaduto, una netta presa di distanze dal loro governo, dal loro partito, dal giovane “rottamatore” fiorentino. La fiducia, la 39° dell’esecutivo Renzi, è passata lo stesso (sempre oltre la soglia dei 350 sì), ma senza i loro voti.

L’incubo è il presidenzialismo, antica paura della sinistra. Pier Luigi Bersani ha picchiato duro paventando “un presidenzialismo senza contrappesi, un meccanismo sconosciuto a tutte le democrazie del mondo”. L’ex segretario del Pd ha usato parole gravi: “Qui non stiamo parlando di Bersani contro Renzi e neanche il governo c’entra niente. Qui è in gioco una cosuccia chiamata democrazia”. È triste perché il partito di Renzi “non è più la ditta che ho contribuito a costruire”. Nel Pd soffia di nuovo il vento della scissione. Pippo Civati è tornato ad ipotizzare l’addio: vedrà “con un gruppo di ‘coraggiosi’ per discutere se restare in questo Pd”. Tuttavia Bersani ha smentito ancora una volta ogni ipotesi di separazione: “Io non esco dal Pd, nessuna scissione. Bisogna tornare al Pd, non uscirne”.

Bersani ha visto “rischi” per la democrazia. Un giudizio pesante, ma ancora lontano dalle terribili accuse delle opposizioni. Il presidente di Sel Nichi Vendola ha riparlato di “deriva autoritaria” del governo. Stefano Quaranta, deputato di Sel, ha indicato il pericolo di “un presidenzialismo alla fiorentina”. I deputati di Sel hanno lanciano nell’aula di Montecitorio mazzi di crisantemi per simboleggiare “il funerale della democrazia”. Il capogruppo di Forza Italia alla Camera Renato Brunetta ha fatto partire una bordata contro “il fascismo renziano”. Il presidente di Forza Italia Silvio Berlusconi ha definito l’Italicum, che pure ha votato al Senato, “una legge autoritaria”. I vertici della Lega Nord hanno dipinto l’ex sindaco di Firenze come “un dittatore”. Il leader del M5S Beppe Grillo ha accusato più volte Renzi di “colpo di Stato” e ha tuonato contro dei comportamenti alla Camera visti “solo ai tempi del fascismo”. Danilo Toninelli, deputato dei cinquestelle, ha paragonato l’Italicum alla legge Acerbo, il sistema elettorale maggioritario fatto approvare nel 1923 da Benito Mussolini per facilitare l’affermazione della dittatura fascista.

Traduzione dell’allarme: la centralità politica passerebbe dal Parlamento al governo e, in particolare, al premier. Soprattutto sotto accusa è il premio di maggioranza assegnato alla lista elettorale con almeno il 40% dei voti alle politiche o al simbolo che vincesse il ballottaggio, se nessuno raggiungesse questa soglia di consensi. L’accusa è netta: aprirebbe le porte al presidenzialismo. Il leader della lista vincente, è il ragionamento, di fatto verrebbe eletto direttamente presidente del Consiglio dai cittadini con un potere enorme, come il presidente nelle repubbliche presidenziali, ma senza i necessari contrappesi costituzionali.

Il presidente del Consiglio dà battaglia.  Ha difeso l’Italicum e ha respinto ogni richiesta di modifica perché “tre volte”, in 14 mesi, è stato cambiato discutendo con le minoranze del Pd, con gli alleati della maggioranza e con Forza Italia. Ha bocciato ogni accusa di autoritarismo: “Se un Parlamento decide, se un governo decide questa è democrazia, non dittatura”, mentre “se il Parlamento rinvia, se il governo temporeggia, il rischio è l’anarchia”. Ha avvertito: se il Parlamento non vota la riforma elettorale “il governo va a casa”. Ha precisato: l’Italia resta una repubblica parlamentare,  l’Italicum serve ad assicurare governabilità al Paese, evitando che dopo le elezioni manchi un vincitore con una maggioranza autosufficiente.

L’ultimo scoglio da superare ci sarà domani, quando la Camera, dopo il disco verde di tre voti di fiducia, si pronuncerà sul complesso della riforma. Questa di Montecitorio è la terza lettura dell’Italicum, già votato in precedenza dal Senato e sempre dalla Camera. Renzi vuole proseguire sulla strada delle riforme strutturali per far “cambiare verso” all’Italia. Alle minoranze del Pd ha offerto la disponibilità a migliorare la riforma costituzionale nell’esame del Senato. Vuole andare avanti per assicurare un futuro all’Italia in crisi ripiegata su un grande passato: “Occorre coraggio, però. E questo è il tempo del coraggio”. In ‘Un marito ideale’ Oscar Wilde scrive: “Bisogna giocare lealmente … quando si hanno in mano le carte vincenti”.