Letta-Prodi, cavalli in riserva

La ripresa economica che stenta ad arrivare, il fiume di immigrati clandestini provenienti dall’Africa, i rischi del terrorismo islamico. E ancora: le critiche delle minoranze del Pd, gli attacchi della Cgil e delle opposizioni. Non solo. Dalla prossima settimana alla Camera i voti segreti sull’Italicum, insidiosi per la vita del governo. Matteo Renzi deve guardarsi da molti avversari, all’esterno e all’interno del Pd, il suo partito.

Sono tante “spine” alle quali se ne aggiungono altre due: Enrico Letta e Romano Prodi, due ex presidenti del Consiglio, tutti e due del Pd, entrambi cattolici di matrice Dc come lui, sono tornati a farsi sentire con voce critica nei giorni scorsi. Prodi ha in testa “chiarissima l’idea sull’Italicum”, ma non si è voluto esprimere. Soffre “in silenzio” per le divisioni del Pd, il partito che ha inventato per unire i riformisti dopo aver fondato l’Ulivo. Ha demolito il Partito della nazione che ha in mente Renzi perché cercare “di rappresentare tutti non ha senso, un partito è scelta”.

Letta ha annunciato che si dimetterà dalla Camera e rinuncerà alla pensione da deputato: “Voglio vivere del mio lavoro”. Farà il professore, andrà a guidare la scuola di affari internazionali dell’università di Parigi. Tuttavia non si dimetterà dalla politica e dal Pd. Se a maggio sarà ancora deputato non sa se voterà l’Italicum: “Vedremo” perché, per realizzare una riforma elettorale, “c’è bisogno di una maggioranza larga”. Ha polemizzato con il presidente del Consiglio e segretario del Pd: “Renzi racconta un Paese che non c’è?…Non aiuta a stare meglio, è metadone”. Il metadone, un farmaco usato per cercare di guarire i tossicodipendenti. Ha precisato: con “Renzi siamo sereni nei nostri rapporti”.

Siamo sereni”. L’affermazione riecheggia una famosa battuta lanciata nel gennaio del 2014 dall’allora neo segretario del Pd a Letta: “Enrico stai sereno!”. Era l’assicurazione che non doveva temere la caduta del governo per mano sua. Tuttavia ci fu la crisi, Letta si dimise, Renzi divenne presidente del Consiglio al suo posto. Quando a fine febbraio 2014 ci fu lo scambio di consegne a Palazzo Chigi e Letta passò la campanella delle riunioni del Consiglio dei ministri a Renzi, fu il gelo: nemmeno guardò in viso il suo successore.

Letta indicò le sue riforme da realizzare “col cacciavite” mentre Renzi gli contrappose le sue “col trapano”. Fu lo scontro tra la scelta della ponderazione e quella della velocità. Alcuni mesi fa il presidente del Consiglio aveva respinto di nuovo l’accusa di aver causato la crisi dell’esecutivo Letta: “Non c’è stato qualcuno che ha scelto di staccare la spina al governo precedente. Il governo precedente non riusciva ad andare avanti sul percorso delle riforme e per questo abbiamo votato in direzione del Pd”. Molte riforme, come quella del mercato del lavoro, sono state attuate dal quarantenne “rottamatore” fiorentino, altre restano da completare. Renzi ha accusato “i gufi” e “i frenatori” di voler impedire le riforme strutturali per far ripartire l’Italia: ”Noi dobbiamo correre. Il Pd deve essere il motore del cambiamento”.

Il quarantenne Letta e il settantenne Prodi l’anno scorso sono stati in procinto di conseguire importanti incarichi internazionali: il primo nell’Unione europea a il secondo alle Nazioni unite, ma poi non se ne è fatto niente. Sono entrambi professori di economia e di politica internazionale, ora non sono certo due pensionati. Non fanno più politica attiva, ma rimangono sulla scena politica italiana. Si sono collocati al di fuori della mischia, rimettendo i panni degli studiosi. Sono due cavalli della “riserva della Repubblica”, come si dice nel gergo della politica. Cioè sono dei personaggi stimati, di grande competenza, che potrebbero essere richiamati ad alti incarichi istituzionali in una situazione di emergenza. Così capitò al professor Mario Monti. Nel novembre del 2011 fu chiamato da Giorgio Napolitano, allora presidente della Repubblica, per guidare un governo tecnico ed affrontare l’emergenza finanziaria nella quale rischiava di collassare l’Italia. Amintore Fanfani e Giovanni Spadolini, altri due professori universitari, a lungo presidenti del Senato, furono due “riserve della Repubblica” chiamate a guidare governi in situazioni particolarmente difficili. Theodore Roosevelt, presidente degli Stati Uniti d’America nei primi anni del 1900, consigliava di “parlare piano con un grosso bastone in mano”.

Da Grillo black out su Renzi

La sterzata è arrivata improvvisamente. Beppe Grillo, a sorpresa, si è imposto il silenzio su Matteo Renzi, il suo principale bersaglio da quando divenne presidente del Consiglio nel febbraio 2014.  “È primavera, si sbattono i tappeti” ed è “il momento ideale per derenzizzare il blog”. L’annuncio del leader del M5S è avvenuto il 12 aprile proprio dal suo blog su internet, la nave ammiraglia del fuoco mediatico contro gli avversari.

Un’assoluta novità. La parola d’ordine è stata il silenzio: “Da oggi il nome di Renzi non sarà più presente nei post”. La motivazione è stata di carattere mediatico: “L’ebetino (il soprannome attribuito a Renzi, n.d.r.) vive solo di visibilità: da oggi, almeno in questo blog, lo eliminiamo. Il Bomba (altro epiteto affibbiato al presidente del Consiglio, n.d.r.), senza appoggio dei media, starebbe al massimo a pescare carpe in Arno”.

Silenzio. E così è stato, almeno per ora, dopo 14 mesi di ininterrotti attacchi, da quando Renzi prese il largo con il suo governo. Grillo da otto giorni non spara più bordate dal suo blog, come avveniva puntualmente, contro il presidente del Consiglio e segretario del Pd. Black out sullo “spudorato” e propalatore di “balle”. Il fondatore del Movimento 5 Stelle, però, ha continuato le sue battaglie contro il governo. Ha difeso i 1.350 lavoratori tramutati in “esuberi” dalla multinazionale Whirpool che ha comprato la Indesit, ha contestato i dati sull’aumento dell’occupazione, ha annunciato “una marcia contro la povertà” a maggio, ha attaccato “la melassa” dell’immigrazione clandestina “incontrollata”, ha tuonato contro la crescita delle tasse e del debito pubblico, ha rilanciato il referendum contro l’euro, ha messo sul banco degli imputati “la corruzione” del Pd. Ma non ha più parlato dell’“ebetino di Firenze”, come aveva soprannominato Renzi.

Non più una parola. Alt al fiume di attacchi, sberleffi, insulti, offese all’ex sindaco di Firenze. È stato uno scontro continuo collegato alla scelta dell’opposizione antisistema, adottata dall’ex comico da quando ha deciso d’impegnarsi in politica. L’ultimo, pesantissimo affondo contro il presidente del Consiglio era arrivato il 27 marzo. Un passo falso. Grillo un mese fa aveva paragonato il giovane “rottamatore” del Pd al folle pilota tedesco che aveva causato l’orrendo massacro dei suoi passeggeri e del suo equipaggio: “Ci sono inquietanti analogie tra Andrea Lubitz, il copilota dell’Airbus A320 della Germanwings che si è schiantato sulle Alpi francesi, e Matteo Renzi che sta schiantando l’Italia. Si tratta in entrambi i casi di uomini soli al comando”. Sul blog era anche pubblicato un fotomontaggio del presidente del Consiglio alla guida dell’aereo.

Renzi commentò: “Non tiriamo in ballo persone che sono morte per le nostre piccole beghe di cortile. Serve un minimo di rispetto”. E ancora: “Grillo da spauracchio è diventato sciacallo”. Le critiche a Grillo furono generali e arrivarono anche dai militanti cinquestelle. In molti contestarono come una vergogna tirare in ballo quella tragedia per attaccare Renzi.

Pochi giorni dopo è arrivata la linea del silenzio. Una strepitosa “conversione ad U” rispetto alla strategia degli assalti all’arma bianca contro “l’ex sindaco nominato capo del governo dalla massoneria e dalla finanza internazionale”,  l’uomo del “colpo di Stato ‘intelligente’” . La strategia inventata da Grillo del continuo “vaffa…” non sembrava più pagare. Il M5S dal 25% dei voti ottenuti nelle elezioni politiche del 2013 era calato al 21% nel suffragio europeo dello scorso maggio, per poi finire ben sotto il 20% nei sondaggi fino a un mese fa.

Nella commissione affari costituzionali della Camera oggi è ripreso lo scontro sull’Italicum, la proposta di riforma elettorale del governo attaccata dal M5S. Sono stati presentati 135 emendamenti (11 dalle minoranze Pd);  i cinquestelle chiedono di votarli e minacciano di lasciare la Commissione se i “ribelli” democratici venissero sostituiti da Renzi. Tuttavia “regge” la linea del silenzio sul presidente del Consiglio decisa dal leader dei pentastellati.

Grillo è un leader carismatico osannato e contestato. Negli ultimi due anni, è finito più volte sul banco degli accusati all’interno del M5S. È stato rimproverato da molti militanti cinquestelle di gestione autocratica del Movimento, della scelta dell’opposizione totale che non dà risposta ai problemi e del no a qualsiasi tipo di alleanze (in particolare con il Pd). Più di 30 parlamentari grillini, sugli oltre 160 eletti nel 2013, o sono stati espulsi o hanno detto addio all’ex comico genovese. I dissidenti hanno aderito al Pd, a Sel, a Scelta Civica oppure sono confluiti nel Gruppo Misto della Camera e del Senato.

Da quando Grillo si è imposto il silenzio su Renzi, la barca del M5S sembra procedere meglio. Secondo un sondaggio elettorale elaborato venerdì da Ixe’ per Agorà, Rai3, i cinquestelle risalgono al 20% dei voti, guadagnando un punto in una settimana.  Invece il Pd scende al 36,9% dal 37,6% della settimana precedente (mesi fa era sopra il 40%, percentuale analoga al 40,8% ottenuto alle europee dello scorso maggio).

Anche Renzi perde colpi: il 64% degli intervistati pensa che stia lavorando peggio del previsto, mentre la fiducia nel presidente del Consiglio è calata al 36% dal 38% di una settimana fa. Certo pesa la persistente crisi economica mentre l’annunciata ripresa  ancora non si vede. Conta la paura   dell’”invasione” degli immigrati clandestini dalla Libia, bruciano i casi di corruzione pubblica che hanno colpito anche il Pd. Certamente Grillo, però, non spara più “vaffa…” contro Renzi perché, semplicemente, non ne parla più. Confucio, il filosofo sul quale si fondò la cultura dell’impero cinese, diceva: “L’uomo saggio è franco senza essere ostinato”.

Stallo Renzi-sinistre Pd sull’Italicum

La strada dell’Italicum diventa sempre più stretta e pericolosa. La proposta di riforma elettorale del governo, grazie ai voti di Forza Italia, alla fine è passata sia alla Camera e sia al Senato. Ma ora, dopo tanti cambiamenti, Matteo Renzi nella stesura definitiva dovrà vedersela non solo con gli attacchi delle opposizioni, ma anche con le critiche della minoranza del Pd, il suo partito. Cominceranno seri problemi: l’Italicum dovrà affrontare il terzo passaggio parlamentare a Montecitorio potendo contare solo e in parte sui voti della maggioranza di governo, perché le minoranze del Pd hanno chiesto altre modifiche, altrimenti minacciano di negare il loro disco verde alla riforma.

Le sinistre del Pd hanno reclamato soprattutto due cambiamenti: la riduzione dei “capilista bloccati” e il premio di maggioranza non assegnato alla lista, ma alla coalizione vincente. Pier Luigi Bersani ha ripetuto: “Nell’ipotesi che il progetto di legge elettorale rimanga così, io non sono in condizione di votarlo”. L’ex segretario democratico ha elencato i difetti: l’Italicum mette il Parlamento “a comando” del governo e apre “un’autostrada per le pulsioni plebiscitarie e populiste”. A forza di “colpi di mano” c’è il rischio che venga fuori “un presidenzialismo senza contrappesi, una sorta di democrazia d’investitura”. Se non si fa niente “qui è in gioco la democrazia”.

Accuse pesanti seguite da una valutazione sui rapporti di forza alla Camera con i quali dovrà fare i conti Renzi: “Non sono così convinto che abbia i numeri per approvare l’Italicum“. Su posizioni analoghe sono gli altri esponenti delle minoranze democratiche: Roberto Speranza, Stefano Fassina, Gianni Cuperlo, Alfredo D’Attorre, Giuseppe Lauricella, Pippo Civati. Tutti, anche se con toni più o meno accesi, hanno chiesto modifiche. Qualcuno ha parlato di “deriva di destra” da parte del presidente del Consiglio e segretario del Pd. È tornato anche a spirare un vento scissionista. Civati in passato non ha escluso un addio al Pd, e i civatiani liguri qualche giorno fa hanno lasciato il partito proprio mentre cominciava la campagna per le elezioni regionali di maggio. Scissione sì e scissione no. Bersani, però, con il suo consueto linguaggio colorito e paradossale, ha assicurato: “Il Pd è la nostra casa e ci resteremo con tutti e tre i piedi”.

Per ora è il muro contro muro. Renzi ha respinto le critiche ed ha bocciato ogni ipotesi di cambiare l’Italicum. Punta a far approvare la riforma in via definitiva dalla Camera entro maggio. Il presidente del Consiglio ha ribattuto: “Io sono di sinistra” e non c’è “nessuna dittatura”. Ha decantato l’Italicum: “Chi vince le elezioni ha il diritto di decidere il governo”, la riforma “con il premio di lista toglierà il potere devastante di veto dei piccoli partiti”, propone “un modello di democrazia che decide”. Ha alzato una palla altissima: la riforma “tra dieci anni sarà copiata in mezza Europa”.

Ha invitato le minoranze del partito alla “responsabilità” e alla “lealtà”, rispettando la decisione, presa a maggioranza dalla direzione del Pd, di approvare l’Italicum. Anzi, non ha escluso di chiedere il voto di fiducia a Montecitorio sul disegno di legge. Ha nuovamente puntato il dito contro “i frenatori” delle riforme strutturali: “Bloccare la riforma elettorale adesso sarebbe un colpo alla credibilità” dell’Italia e del governo. Siamo allo stallo, in un clima è da resa dei conti.

Domani la commissione affari costituzionali della Camera riprenderà la discussione sull’Italicum, circa la metà dei componenti è della sinistra Pd e si parla di una possibile sostituzione con dei renziani. Bersani potrebbe decidere di lasciare la Commissione. Dopodomani l’assemblea dei deputati del Pd, presente Renzi, sarà chiamata a pronunciarsi sulla riforma elettorale. Il presidente del Consiglio e segretario del Pd è deciso ad andare avanti. Il governo ha dichiarato di “avere i numeri” a Montecitorio (secondo i calcoli dei renziani i deputati delle minoranze decisamente contrari sarebbero limitati a una trentina).

Il Senato è un’incognita. Se ci fossero modifiche, l’Italicum dovrebbe tornare a Palazzo Madama e qui il governo conta su una maggioranza ristretta e non si sa come potrebbe finire. Il voto favorevole dei senatori di Forza Italia, quando ancora era in piedi il Patto del Nazareno tra Renzi e Berlusconi, permise alla riforma elettorale di superare lo scoglio di Palazzo Madama, oltrepassando il dissenso di molti senatori delle sinistre del Pd.

Giorgio Napolitano dà una mano a Renzi. L’Italicum? “Non si può tornare indietro, disfare quello che è stato faticosamente costruito, elaborato, discusso in questi mesi. Guai se si piomba in un ricominciamo da capo”, ha detto oggi ai giornalisti l’ex presidente della Repubblica.

In gioco ci sono il governo, gli equilibri futuri nel partito e nei gruppi parlamentari del Pd. Le minoranze democratiche avevano già sferrato una dura battaglia contro il Jobs Act, la revisione del mercato del lavoro, un’altra riforma strutturale del governo Renzi, e l’hanno persa anche perché alla fine non ci fu un compatto no in Parlamento. Adesso, sull’Italicum, si svolge la sfida cruciale per conservare un ruolo. Renzi, dopo la carta Jobs Act e revisione del bicameralismo perfetto, gioca quella dell’Italicum. Egli ama la “velocità” sulle riforme radicali. Vasco Rossi canta: “Vado al massimo, vado a gonfie vele…Voglio proprio vedere come va a finire andando al massimo senza frenare…”.

Seniga, “Credevo nel partito”

18 giugno 1958, ore 16, Camera dei deputati. Palmiro Togliatti si accorge della presenza di Giulio Seniga e della sua compagna Anita Galliussi; cerca di parare il colpo e manda nella tribuna del pubblico Gerardo Chiaromonte. Ma non fa in tempo. Sull’assemblea di Montecitorio piove un fiume di volantini. C’è scritto:  “INFAMIA…A Budaspest sono stati assassinati i comunisti NAGY, MALATER, GIMES, SZILAGY. A Roma i capi del PCI solidarizzano con i boia. Viva i coraggiosi combattenti della rivolta popolare ungherese. Infamia a Togliatti, Longo, Amendola”.

La clamorosa protesta scoppia nell’aula della Camera mentre Pietro Ingrao ha “l’ingrato compito di difendere l’esecuzione dei quattro comunisti ungheresi, accusandoli di essere dei controrivoluzionari”. La Camera è convocata per discutere il dramma dell’uccisione di Nagy, Malater, Gimes, Szilagy, avvenuta   per mano dei sovietici nei giorni precedenti.  I quattro dirigenti comunisti due anni prima, nel 1956, alla testa del governo ungherese, si erano opposti all’invasione di Mosca del loro paese e di Budapest. È una delle pagine centrali di “Giulio Seniga. Credevo nel partito”, Bfs Edizioni, un libro sugli scritti, le lettere, gli appunti del dissidente comunista anti stalinista a cura di Maria Antonietta Serci, archivista e storica, e di Martino Seniga, giornalista, figlio di Giulio.

 “L’azione di volantinaggio di Seniga riesce anche perché attuata in totale segretezza e senza avvisare nessuno”, si legge nel libro. Giulio Seniga, classe 1915, morto nel 1999, era un esperto di riservatezza e di clandestinità. È stato un dirigente della sinistra italiana amante della classe operaia e della libertà: prima è un rivoluzionario convinto, poi un comunista dissidente con l’obiettivo di cambiare il Pci stalinista di Togliatti, quindi un socialista libertario e riformista attratto dal Psi di Pietro Nenni. È un uomo coraggioso: come operaio specializzato nell’Alfa Romeo a Milano quando comanda il fascismo; come ispettore partigiano delle Brigate Garibaldi (sottrasse ai nazisti un treno carico di metalli pregiati e lo portò in Svizzera); come contestatore di Togliatti, “il Migliore”, il segretario del Partito comunista più forte dell’Occidente.

La sua è una storia piena di misteri, in gran parte svelati in decenni e da questo libro. È un uomo d’azione e un intellettuale autodidatta. Fa una carriera veloce nel Pci. Nel 1947 è a Roma, uomo di fiducia di Pietro Secchia, vice segretario del partito, responsabile del settore chiave dell’organizzazione, un altro convinto stalinista. È il responsabile dell’”apparato di riserva” comunista. Ha incarichi delicatissimi: organizzare dimore clandestine per i dirigenti comunisti in caso di pericolo di colpi di Stato e vigilare sui fondi segreti del Partito comunista sovietico al Pci.

 Maneggia notizie riservatissime alle quali accedono solo altre due persone: Togliatti e Secchia. Il Pci però, lamenta Seniga, non sostiene le lotte operaie in Italia e reprime il dissenso interno.  Protesta con Secchia e preme su Togliatti per rompere la subalternità all’Unione sovietica, ma perde la partita.

Rompe con il Pci. Il 25 luglio 1954 esce per l’ultima volta da Botteghe Oscure, la mitica sede della direzione comunista. Ha “nella borsa che porta con sé una parte dei fondi segreti, che il partito riceveva regolarmente da Mosca, e alcuni documenti politici”, scrive Martino Seniga. Si dimette con una lettera dagli incarichi del partito, ma per ora non dal Pci. La decisione è motivata dal “malcostume fatto di opportunismo, paura e conformismo che vige nei massimi organismi dirigenti”. Contesta il “culto della personalità” creato da Giuseppe Stalin.

Denaro e documenti segreti sono “un bagaglio che scotta”. Il Pci lo mette alla gogna per aver “rubato la cassa”. È emarginato e può rischiare la vita. Gira per tutt’Italia, contatta tutti i dissidenti comunisti e dà vita ad Azione Comunista. I soldi e i documenti sono lo strumento per sostenere il movimento. Vuole spingere Secchia ad abbattere Togliatti, ma è il segretario del Pci ad emarginare il suo vice imputandogli “la fuga con la cassa” di Seniga. L’ex partigiano “Nino”  ha uno stile di vita sobrio. Si dà uno stipendio da operaio qualificato. Ma il progetto affonda: Azione Comunista si sfalda per i contrasti interni. A quanto ammontava il segretissimo “tesoro” sottratto al Pci? Per anni non si sa niente. Poi Giulio Seniga confida a Carlo Feltrinelli“ di aver preso un totale di 421.000 dollari americani”.

Sempre di più si convince della scelta di creare una grande sinistra riformista, democratica, capace di difendere i diritti dei lavoratori.  Si avvicina al Psi che nel 1962 ha dato vita al centrosinistra, dopo aver rotto con lo stalinismo nel 1956.  In particolare, guarda alla corrente autonomista nenniana. È un operaista libertario. Quando nel 1969 c’è a Milano la strage di Piazza Fontana, difende l’anarchico Pietro Valpreda. Scrive su l’”Avanti!”. Quando nel 1978 le Brigate Rosse rapiscono Aldo Moro si schiera con il Psi di Bettino Craxi per la trattativa e si offre come ostaggio per salvare la vita del presidente della Dc.

Le delusioni sono tante. In Italia non nasce una grande sinistra riformista, Tangentopoli seppellisce nel 1992-1994 la Prima Repubblica nel fango dei tribunali e della corruzione politica. La Seconda Repubblica, nata sotto la spinta di grandi speranze di rinnovamento, delude. Quando Seniga muore nel 1999, il governo dell’Ulivo di Romano Prodi è da poco caduto e alla presidenza del Consiglio è subentrato Massimo D’Alema, il cui governo avrà vita breve.

La sinistra cambia pelle frammentandosi sempre di più, travagliata come nel passato da veleni e scissioni a catena. Nel 2007 nasce il Pd fondato da Walter Veltroni “a vocazione maggioritaria” e d’ispirazione liberaldemocratica, un partito kennedyano per far voltare pagina all’Italia.  L’impresa, però, fallisce.

Pietro Nenni diceva: “Le idee camminano con le gambe degli uomini”.  Adesso ci riprova Matteo Renzi. Il presidente del Consiglio e segretario del Pd vuole “cambiare verso”  all’Italia con le riforme strutturali e creare una sinistra blairiana. La sfida è cominciata  poco più di un anno fa. La Grande crisi economica, però, ancora non è stata sconfitta; il populismo attrae il ceto medio impaurito, impoverito e precarizzato; la corruzione pubblica divampa più di prima, colpendo quasi tutti i partiti e non risparmiando il Pd. Ora, poi, le tangenti non vanno tanto a finanziare l’attività dei partiti, ma riempiono le tasche dei politici corrotti.

Fi-Lega alleati a metà

Un’alleanza a metà dopo due mesi di difficili trattative. A metà perché Forza Italia e Lega Nord alla fine hanno trovato un accordo sulle liste elettorali per il Veneto e la Liguria: nella prima regione il candidato presidente della giunta sarà Luca Zaia, attuale governatore del Carroccio, nella seconda sarà Giovanni Toti, consigliere politico “azzurro”. In Campania, inoltre, la Lega non presenterà una sua lista, non disturbando così la corsa di Stefano Caldoro, Forza Italia, attuale governatore. In Umbria il candidato comune sarà il sindaco di Assisi, Claudio Ricci.

Per le altre tre regioni (Toscana, Marche, Puglia) non c’è, invece, almeno per ora, nessuna intesa. Ognuno correrà per proprio conto. Così, per le elezioni del 31 maggio, in 7 regioni e in oltre mille comuni (tra i quali Venezia e Trento), si profila un’alleanza “a pelle di leopardo” tra Forza Italia e Lega. L’accordo raggiunto l’altro ieri è stato annunciato solo con un comunicato stampa da Forza Italia: “Berlusconi e Salvini hanno chiuso l’accordo sulle Regionali”. Il segretario del Carroccio, invece, è intervenuto di persona: “Se gli alleati ci chiedono di fare un passo indietro per vincere lo facciamo”.

La competizione tra le due principali forze del centrodestra è fortissima. La mediazione è stata molto difficile da raggiungere. All’inizio Matteo Salvini batteva la linea dura con Silvio Berlusconi: “O accettate i nostri candidati o corriamo da soli”. Il giovane segretario della Lega aveva “sorpassato” Forza Italia nelle elezioni regionali in Emilia Romagna. Sembrava pagare, la sua campagna a testa bassa contro il Patto del Nazareno Renzi-Berlusconi sulle riforme istituzionali, contro l’euro, le tasse, la riforma delle pensioni, l’immigrazione clandestina.

Non solo. Salvini sembrava cogliere i frutti di un’offensiva frontale contro Matteo Renzi, definito “servo sciocco di Bruxelles” e trattato a suon di poco cortesi “vaffa…” nel suo primo comizio d’esordio a Roma, sostenuto da Fratelli d’Italia e CasaPound (quest’ultimo alzava cartelli inneggianti a Mussolini).

È cambiata la politica rispetto a quella dell’era di Umberto Bossi. Il segretario del Carroccio ha trasformato la Lega da “padana” a “nazionale” con il lancio delle liste “Noi con Salvini” nelle regioni del Centro-Sud, si è alleato con Fratelli d’Italia e  CasaPound, destra moderata ed estrema. La Lega è divenuto un partito modello Front National di Marine Le Pen, all’estrema destra in Francia.

Queste scelte sembravano pagare, mentre Forza Italia si frammentava e collezionava addii. Difatti i sondaggi elettorali su base nazionale davano il Carroccio al 13%-14% dei voti, sopra o a ridosso di Forza Italia, una volta il partito maggiore ed egemone del centrodestra.  Salvini voleva mettere in un angolo Berlusconi. Qualche mese fa diceva a Libero: “Mi prendo il centrodestra”, Berlusconi è il passato.

Ma il mese scorso è esploso il contrasto strisciante con Flavio Tosi, ed è arrivata la rottura. Il sindaco di Verona e segretario della Liga Veneta voleva correre per la presidenza della regione Veneto, Salvini sosteneva Zaia e così è arrivata la scissione della Lega. Il pericolo di cedere il Veneto al centrosinistra nelle elezioni di maggio per la concorrenza di Tosi, ha spinto Salvini a siglare un accordo con Berlusconi, sfidando le proteste della base leghista in Liguria.

Berlusconi, rotto il Patto del Nazareno con Renzi “che ci ha fatto perdere consensi”, è passato all’attacco. Ha proclamato “un’opposizione a 360 gradi” al presidente del Consiglio e segretario del Pd. Ha parlato di rischio di “deriva autoritaria”. È tornato a cavalcare il tema del taglio delle tasse sulle imprese e sulla casa per battere la crisi economica: il governo Renzi “ci sottopone a una oppressione giudiziaria, fiscale e burocratica che porta a dire al 51% degli italiani che preferirebbero cambiare Paese”.

Poi ha criticato Salvini per “il narcisismo” e perché “da soli non si vince”. Ha sollecitato un centrodestra compatto, su posizioni liberali e moderate:”Ci sono partiti che fanno della protesta, dell’estremismo, dello sfascio e dell’antieuropeismo la loro bandiera. Noi invece rappresentiamo quella maggioranza di buon senso e tranquilla, ma coraggiosa, che non è portatrice di estremismi e disfattismi”. Ha concluso: “Uniti si vince”. In questo modo il presidente di Forza Italia ha recuperato spazio e consensi.

Ora è arrivata la mezza intesa con Salvini. Il clima politico e i rapporti personali tra i due leader restano difficili. Berlusconi ha avuto contatti e si è incontrato con Salvini, ma i colloqui sono stati lontani dalle telecamere e dai taccuini dei giornalisti. Sono lontani i tempi in cui Berlusconi e Bossi siglavano un’alleanza stringendosi la mano davanti a tutti, eppure allora il fondatore del Carroccio teorizzava la secessione del Nord dall’Italia.

L’anziano presidente di Forza Italia, che ha appena finito di scontare una condanna ai servizi sociali per frode fiscale, sta cercando di risalire la china. Sono due le priorità: mantenere almeno la presidenza della Campania ed evitare la frantumazione di Forza Italia, dilaniata dai contrasti con Raffaele Fitto, ex governatore della Puglia. Poi si vedrà. C’è il problema della leadership del centrodestra rivendicata sia da Salvini sia da Berlusconi. San Tommaso diceva: “Si raggiunge più facilmente la verità partendo dall’errore piuttosto che dalla confusione”.