Renzi scommette sulla ripresa

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La sperata e annunciata ripresa economica non si è vista nel 2014, anzi si è rivelato un altro anno difficilissimo di recessione e il Pil (Prodotto interno lordo) ha perso ancora lo 0,4%. Matteo Renzi ora, però, vuole finalmente agganciare la ripresa e scommette sul 2015. Sono emersi alcuni timidi segnali positivi: gli ordinativi dell’industria sono in crescita, il Pil (Prodotto interno lordo) recupera lievemente nei primi tre mesi dell’anno, la fiducia delle imprese e delle famiglie italiane sta risalendo da un profondo baratro, gli analisti nazionali ed esteri per quest’anno stimano una crescita dell’economia del Belpaese tra lo 0,5% e l’1%.

La disoccupazione è in lenta diminuzione. A gennaio è scesa al 12,6% dal 13,2% dello scorso novembre; quella giovanile invece è diminuita in un anno al 41,2% dal 43,2%. Sono ancora cifre pesantemente negative, ma indicano la possibilità di uscire dalla peggiore crisi degli ultimi cento anni: i senza lavoro sono quasi raddoppiati rispetto al 2007, l’ultimo anno positivo prima dell’arrivo della Grande recessione internazionale, che ha cancellato il 25% della produzione industriale nazionale e circa il 10% del reddito del Paese.

Il presidente del Consiglio e segretario del Pd, fin dalla nascita del suo governo nel febbraio del 2014, ha indicato nell’occupazione “la priorità” della sua azione. Adesso qualcosa sembra essersi rimesso in moto, grazie anche a tre favorevoli fattori internazionali: 1) il crollo dei prezzi del petrolio (riduce i costi di produzione), 2) la svalutazione dell’euro (incrementa la concorrenzialità delle esportazioni italiane), 3) l’acquisto da oggi dei titoli del debito pubblico dei Paesi di Eurolandia deciso da Mario Draghi, presidente della Banca centrale europea (i tassi d’interesse pagati dall’Italia sono calati all’1,30%).

Renzi riconosce l’aiuto di questi tre importanti elementi internazionali, ma sottolinea anche “la conquista storica” della riforma del mercato del lavoro divenuta operativa. Ha assicurato al Tg1: «Il Jobs Act farà uscire l’Italia dalle secche della disoccupazione». Ha respinto le critiche delle opposizioni, della Cgil e delle minoranze di sinistra del Pd per i quali cresceranno i licenziamenti:

«Il Jobs Act è una grande rivoluzione. Quest’anno ci saranno molte più assunzioni che licenziamenti. Nel 2015, grazie alle legge di Stabilità, chi fa assunzioni ha un incentivo fiscale».

L’esecutivo prevede per il 2015 almeno 150 mila occupati in più con benefiche ripercussioni sulle condizioni di vita dei lavoratori e sugli stessi conti pubblici. Per il “rottamatore” di Firenze l’uscita dell’Italia dalla crisi sarebbe una bella carta da giocare durante la campagna elettorale per le elezioni regionali del prossimo maggio.

Tuttavia la strada del governo è ancora costellata di ostacoli in Parlamento. Per sostenere la ripresa vanno tagliate le tasse, soprattutto quelle sulla produzione e sul lavoro, arrivate a livelli vertiginosi.

Qualcosa si è fatto, ma poco. Non a caso molte imprese (come la Fiat Chrysler Automobiles) hanno trasferito la sede legale e il domicilio fiscale all’estero e l’esecutivo “entro qualche settimana” vuole realizzare la riforma tributaria.

Una sfida dietro l’altra. Domani l’aula della Camera, dopo gli scontri di febbraio degenerati in insulti e in scene di lotta libera, si pronuncerà nel voto finale sulla riforma costituzionale del governo. Il superamento del bicameralismo perfetto è contestato duramente dalle opposizioni e, per diversi aspetti, anche da molti deputati delle minoranze del Pd. Stesso discorso vale per l’Italicum, il progetto di riforma elettorale. Renzi intende far approvare la riforma da Montecitorio entro l’estate, tuttavia vari deputati democratici, in testa l’ex segretario del partito Pier Luigi Bersani, hanno annunciato che non la voteranno senza cambiamenti, soprattutto sul tema dei “capilista bloccati” (una scelta concordata con Forza Italia quando ancora non era saltato il Patto del Nazareno con Silvio Berlusconi sulle riforme istituzionali).

Berlusconi suona i tamburi di guerra dell’opposizione intransigente: Renzi «ha violato i patti» perciò «voteremo contro». Renato Brunetta ha domandato se il presidente del Consiglio si stia “innervosendo” e secondo vari giornali «chiede aiuto a Verdini. Che paura!». Alfredo D’Attore ha confermato le critiche delle minoranze democratiche: « La spaccatura nel Pd è profonda. Le riforme sono a rischio». Il deputato bersaniano ha rinnovato la richiesta di modificare l’Italicum ed ha puntato il dito contro l’ipotizzata intesa tra il premier-segretario del Pd e Denis Verdini, ala dialogante di Forza Italia, sulle riforme istituzionali: Renzi «pensa di sostituire la minoranza del suo partito con i verdiniani».

Ma il presidente del Consiglio non vuole sentire parlare di cambiamenti all’Italicum. Ha sollecitato maggioranza ed opposizioni ad andare avanti: «È la volta buona per rimettere in moto il Paese. Ma perché questo accada davvero, occorre continuare con le riforme». E i dissensi delle minoranze del Pd? È fiducioso: «Io sono assolutamente certo che i voti in Parlamento ci saranno». Cerca l’avallo del popolo sovrano: dopo il voto del Parlamento «puntiamo al referendum finale» sulla riforma costituzionale dando la parola ai cittadini «con buona pace di chi ci accusa di atteggiamento autoritario».

Canta Jovanotti, nome d’arte di Lorenzo Costantino Cherubini: «Come in un sabato sera italiano, che sembra tutto perduto poi ci rialziamo». Finora Renzi è riuscito a superare mille ostacoli, si è sempre rialzato.

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