Sindrome del tiranno a sinistra

Perfino l’accusa di “dittatura”. Poco rispetto per il Parlamento, le opposizioni, i sindacati, la democrazia interna del Pd. Sulla testa di Matteo Renzi piovono una valanga di critiche da destra e da sinistra. Sotto accusa sono soprattutto tre riforme strutturali del giovane “rottamatore” di Firenze: della Costituzione, elettorale e del mercato del lavoro. Nelle battaglie parlamentari delle scorse settimane sono volate accuse pesantissime contro il presidente del Consiglio e segretario del Pd.
È scoppiato un putiferio contro la “seduta fiume”, voluta dalla maggioranza alla Camera, per battere l’ostruzionismo delle opposizioni e votare la riforma costituzionale. I capigruppo della Lega Nord alla Camera e al Senato, Massimo Fedriga e Gian Marco Centinaio, hanno bollato Renzi come un “piccolo dittatore” da fermare, andando a protestare al Quirinale con il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Luigi Di Maio, cinquestelle, vice presidente della Camera, ha attaccato la “dittatura della maggioranza” e i metodi “golpisti” del governo. Renato Brunetta, capogruppo di Forza Italia alla Camera, ha protestato con Mattarella. Il Mattinale, la pubblicazione supervisionata da Brunetta, ha tuonato contro la “deriva autoritaria” e i comportamenti “da despota” del presidente del Consiglio.
Sono accuse infuocate. Tuttavia, quelle che fanno più male arrivano da sinistra al presidente del Consiglio e segretario del Pd, il maggiore partito di centrosinistra. Maurizio Landini, segretario dei metalmeccanici della Fiom Cgil, ha bocciato senza appello il Jobs Act, la riforma del mercato del lavoro sulla quale punta Renzi per combattere la disoccupazione: «Oggi è a rischio la tenuta democratica del Paese», il governo «sta cancellando tutti i corpi intermedi, non solo i sindacati».
A Laura Boldrini, deputata di Sel eletta presidente della Camera nel 2013, non è piaciuto che i decreti attuativi del Jobs Act, varati dal governo, non abbiano tenuto conto del parere non vincolante del Parlamento a “frenare” sui licenziamenti. Di qui la reprimenda contro Renzi: «L’idea di avere un uomo solo al potere, contro tutti e in barba a tutto, a me non piace, non mi piace».
Nichi Vendola ha puntato il dito contro la valanga di decreti legge e di voti di fiducia chiesti da Renzi alle Camere: «Siamo arrivati a un Parlamento al guinzaglio e con la museruola». Il presidente di Sel ha segnalato “l’inaccettabile degenerazione” al capo dello Stato. Ha messo Renzi sullo stesso piano di Silvio Berlusconi, avversario storico della sinistra, per vent’anni leader del centrodestra: «Se le stesse cose le avesse fatte Berlusconi, avremmo parlato di deriva autoritaria».
La “ferita sanguinante” è aperta anche all’interno del Pd: riguarda l’abolizione per i nuovi assunti dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori in difesa dei licenziamenti. Roberto Speranza, capogruppo del Pd alla Camera, ha respinto il “teorema dell’uomo solo al comando”, ma ha invitato a rispettare il Parlamento: «Ritengo sia stato un errore non seguire l’indicazione che le commissioni di Camera e Senato avevano dato sul tema dei licenziamenti collettivi».
Le minoranze di sinistra del Pd hanno rotto l’”armonia” faticosamente raggiunta con Renzi a gennaio, siglando l’intesa di eleggere Mattarella presidente della Repubblica. Pier Luigi Bersani, Stefano Fassina, Pippo Civati, Rosy Bindi venerdì non sono andati all’assemblea dei parlamentari democratici convocata da Renzi per fare il punto su vari temi caldi. Bersani è stato durissimo in una intervista ad Avvenire: il Jobs Act si pone “fuori dell’ordinamento costituzionale”; egli non farà parte dei “figuranti di un film”. L’ex segretario del Pd ha lanciato l’allarme sulla riforma costituzionale e quella elettorale: «Il combinato disposto» tra i due testi «rompe l’equilibrio democratico. Se la riforma della Costituzione va avanti così io non accetterò mai di votare la legge elettorale».
La tensione sale. Area Rifomista, la corrente di Speranza, si riunirà il 14 marzo, i bersaniani si vedranno il 21. Dal 19 marzo ci sarà una settimana di mobilitazione e di scioperi per l’occupazione della Fiom e il 28 Landini parlerà ad una manifestazione a Roma. Le nuove sfide parlamentari sono molte a marzo. La Camera domani voterà il decreto legge per salvare l’Ilva di Taranto, la prossima settimana sarà il turno della riforma costituzionale ed entro marzo toccherà alla legge elettorale. Il capogruppo del M5S al Senato, Andrea Cioffi, ha ricordato su Facebook la fine del conquistatore della Gallia: «Il bullo di Firenze si crede Giulio Cesare? Bene, lo attendono le idi di marzo». Il riferimento è al 15 marzo del 44 avanti Cristo, quando Gaio Giulio Cesare, il vincitore dei galli e dei germani, fu assassinato a pugnalate nel Senato romano da un gruppo di congiurati che lo accusarono di voler instaurare una dittatura.
Un uomo solo al comando, dittatura, cesarismo, bonapartismo. Queste sono le infamanti accuse lanciate in 150 anni di storia dalla sinistra contro le svolte autoritarie della destra, ma anche dalla sinistra massimalista contro quella riformista. A sinistra riemerge la paura del tiranno, un’antica sindrome. I renziani respingono tutti gli attacchi. Graziano Delrio in una intervista a Repubblica ha replicato: «Non esiste un solo uomo al comando. Esiste un leader» e «non ha la volontà di umiliare le Camere e i sindacati». Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio ha sottolineato: «Abbiamo il massimo rispetto del Parlamento, però non rovesciamo la frittata. Il parere sul Jobs Act non era vincolante, non esisteva alcun obbligo di recepirlo». Ha puntato al cuore del problema: «Se la sinistra è spaventata dalla leadership» allora «ha un problema di modernità».
Renzi vuole procedere con determinazione sulla strada imboccata delle “riforme radicali”. Su Facebook ha parlato dei “piccoli ma importanti segnali” di ripresa economica e di uscita dell’Italia dalla recessione. Ha indicato la rotta: «Abbiamo preso l’Italia per mano e la portiamo fuori della palude, nessuno si senta escluso». Già nei mesi scorsi ha respinto le critiche di essere un uomo di destra, espressione dei cosiddetti ‘poteri forti’: al governo «non c’è un uomo solo al comando, c’è un popolo che chiede di cambiare per sempre». I prossimi obiettivi sono la riforma elettorale e costituzionale, strettamente legate. Canta Marco Mengozzi: «Io sono guerriero… Vinceremo contro tutti e resteremo in piedi».

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