Magnete Landini su sinistre Pd

Scioperi e manifestazioni del sindacato contro un governo di sinistra una volta erano fatti impensabili, eventi da fantascienza. La Cgil, invece, da un anno attua manifestazioni di protesta, scioperi generali ed articolati contro Matteo Renzi, presidente del Consiglio e segretario del Pd, il maggiore partito di centrosinistra in Italia. Ma in campo c’è anche e soprattutto Maurizio Landini, oltre a Susanna Camusso.

Landini ha assunto negli ultimi mesi un ruolo centrale di antagonista verso Renzi.  Ha accusato: «Il governo riduce i diritti di tutte le forme di lavoro».  Il segretario della Fiom è su posizioni molto più intransigenti della segretaria della Cgil, con la quale non sono mancati contrasti. Landini domani organizzerà a piazza del Popolo a Roma una manifestazione dei metalmeccanici della Cgil contro il governo di taglio per metà sindacale e per metà politico. Il programma di Landini è ampio: «La lotta» è contro la riforma del mercato del lavoro (Jobs act) e delle pensioni («Se abbassiamo l’età pensionabile aiutiamo l’occupazione»); è contro l’evasione fiscale e la corruzione pubblica; è per salvaguardare il diritto alla salute e allo studio. Non solo. Propone anche di introdurre il reddito minimo.

Landini è andato oltre il perimetro sindacale. Lancia “la coalizione sociale”, cercando punti in comune con movimenti ed associazioni. Non esclude anche «il ricorso ai referendum per abrogare le leggi sbagliate» proposte dal governo ed approvate dal Parlamento. Rivendica il diritto del sindacato a fare politica, ma ha smentito ogni ipotesi di voler fondare un partito.

Sel e le molteplici e spezzettate sinistre italiane sono attratte. Il “magnete” Landini funziona anche verso una parte delle sinistre del Pd.  Stefano Fassina, uno dei leader delle minoranze del partito, ha annunciato a Libero: «Andrò alla manifestazione della Fiom e ci sarà certamente un pezzo del popolo democratico».  Andrà anche Pippo Civati, leader di un’altra delle minoranze del Pd: «Ho già detto che sarò in piazza, come ogni anno, però trovo fuori luogo certe parole di Landini».

Pier Luigi Bersani, invece, apprezza l’iniziativa, ma non ci sarà. L’ex segretario del Pd, nettamente contrario ad ogni ipotesi di scissione, limita gli obiettivi di Landini a quelli sindacali: «Non mi pare che stia nascendo un soggetto politico».  Così la pensa anche la segretaria della Cgil. La Camusso, che pure domani andrà alla manifestazione della Fiom, ha invocato “l’autonomia” del sindacato: «La Cgil o una sua categoria non possono rappresentare una domanda politica».

Una parte consistente degli italiani, però, sembra favorevole ad un impegno in politica del segretario della Fiom. Secondo un sondaggio di Ixe’ per Agorà, Rai3,  il 57% è per il “no” e il 27% è per il “sì”.

Renzi prevede l’impegno in politica di Landini. Il presidente del Consiglio un mese fa ha detto a In Mezz’ora, Rai3: «Ha perso con la Fiom e si dà alla politica». Ha fatto riferimento alle battaglie sindacali nelle quali Landini è stato sconfitto, come nel caso della Fiat: «Non credo che Landini abbandoni il sindacato, è il sindacato che ha abbandonato Landini».  Un sindacalista che opta per la politica non è una novità, “non è il primo”.

La lista dei sindacalisti entrati in politica è lunga, soprattutto a sinistra. Guglielmo Epifani, lasciato il timone  della Cgil, è divenuto “segretario reggente” del Pd prima di Renzi e deputato. Fausto Bertinotti lasciò la Cgil e divenne segretario di Rifondazione comunista e presidente della Camera. Sergio Garavini, già segretario confederale della Cgil, divenne prima deputato del Pci e poi segretario di Rifondazione comunista. Luciano Lama, dopo la guida della Cgil, passò al Pci e  divenne vice presidente del Senato. Ottaviano Del Turco, segretario generale aggiunto della Cgil, diventò segretario del Psi e poi ministro delle Finanze.

Giorgio Benvenuto, passata la mano alla Uil, fu eletto segretario del Psi, poi divenne deputato dei Ds. Franco Marini, numero 1 della Cisl, divenne prima deputato della Dc, poi divenne segretario del Ppi e successivamente presidente del Senato. Savino Pezzotta lasciò la segreteria della Cisl e fu eletto deputato dell’Udc. Sergio D’Antoni si dimise da numero 1  della Cisl,  prima divenne vice segretario dell’Udc e poi deputato della Margherita. Pierre Carniti lasciò il timone della Cisl e diventò eurodeputato del Psi e poi dei Ds.  Renata Polverini, segretaria dell’Ugl, fu successivamente presidente della regione Lazio per il Pdl e poi deputato di Forza Italia.

Quasi tutti i sindacalisti, però, in politica non hanno sfondato, non hanno raggiunto il ruolo di primo piano, a volte prestigioso, conosciuto nelle confederazioni sindacali. Un antico proverbio cinese dice: «La montagna è alta e l’imperatore è lontano».

Sinistre Pd in ordine sparso

Marzo è un mese di mobilitazione anti Renzi per le minoranze di sinistra del Pd. Tuttavia la confusione e la divisione è forte: c’è chi è passato con Matteo Renzi, chi lo ha criticato su posizioni dialoganti, chi lo ha attaccato frontalmente e qualcuno non ha escluso anche una scissione. Le minoranze democratiche prima hanno tenuto un convegno a Bologna il 14 marzo, poi il 21 a Roma. Sabato Stefano Fassina e Rosy Bindi andranno alla manifestazione della Fiom organizzata da Maurizio Landini contro la politica economica del governo. La protesta dei metalmeccanici della Cgil metterà sotto accusa soprattutto la riforma del mercato del lavoro che “lede i diritti dei lavoratori” e causerà “licenziamenti”. Probabilmente sarà una prova della “coalizione sociale” proposta dal segretario della Fiom per difendere i diritti dei lavoratori.

Le minoranze del Pd, però, sono frammentate. Massimo D’Alema, ex segretario del Pds-Ds, ex presidente del Consiglio, ha accusato il premier-segretario di aver costruito “un partito a forte conduzione personale e con un forte carico di arroganza”. Pier Luigi Bersani, ex segretario del Pd, è d’accordo con D’Alema: “Ha detto una cosa sacrosanta”.

Sulll’ex presidente del Consiglio, però, sono piovute critiche dalla sinistra e dalla destra delle minoranze. Gianni Cuperlo, esponente della minoranza, ex dalemiano, ha accusato: “La sinistra ha ceduto culturalmente negli anni in cui ha avuto il potere”. Nicola Latorre, altro ex dalemiano, è stato netto: “D’Alema ha perso la sua partita” e “l’assemblea della minoranza del Pd ha dimostrato che non esiste una proposta politica alternativa a quella di Renzi”. Matteo Orfini, altro ex dalemiano, presidente del Pd, ha attaccato a testa bassa: “Dispiace che dirigenti importanti per la storia della sinistra usino toni degni di una rissa da bar”. Claudio Velardi, già capo dello staff di D’Alema alla presidenza del Consiglio nel 1998-2000, è andato giù duro: “La vicenda rientra più nella sfera della psicoanalisi che in quella della politica”.

Stefano Fassina, altro esponente della minoranza, giovane ex vice ministro, ha chiesto a D’Alema e Bersani “discontinuità di cultura politica, di agenda e di classe dirigente”. Pippo Civati, leader di una delle minoranze che in passato non ha escluso l’ipotesi di dire addio al Pd, ha esortato: “Ci serve una scossa…Molti dei miei elettori alle primarie se ne sono già andati dal Pd. Se andiamo avanti così, l’ultimo spenga la luce”.

La battaglia sarà in piazza e in Parlamento. Le minoranze del Pd attaccano, in particolare, il Jobs Act, la riforma del mercato del lavoro approvata dalle Camere e divenuta legge, e l’Italicum, il nuovo meccanismo elettorale che ancora aspetta il disco verde di Montecitorio. Sotto accusa sono diversi punti e, in particolare, quello dei “capilista bloccati”. Bersani ha ripetuto il no ad ogni ipotesi di scissione (resterà “con tutti i piedi nel Pd” perché “questa è casa mia”) ma ha ribadito: se l’Italicum non cambia “io non sono in condizione di votarlo”.

Renzi non ha più il sostegno di Silvio Berlusconi sulle riforme istituzionali, il governo fibrilla per i contrasti con il Nuovo Centrodestra di Angelino Alfano dopo le dimissioni di Maurizio Lupi da ministro delle Infrestrutture, ma il presidente del Consiglio è fiducioso. Oggi è andato da Sergio Mattarella al Quirinale per discutere con il capo dello Stato su come e con chi sostituire Lupi. Renzi ritiene di avere i numeri in Parlamento (anche al Senato nel quale la maggioranza è risicata) per andare avanti e completare il programma di riforme strutturali per agganciare la ripresa economica e rinnovare le istituzioni.

E’ convinto che il Jobs Act e gli incentivi fiscali faranno crescere l’occupazione. In una intervista a “la Repubblica” ha replicato: non siamo “usurpatori” come sostiene una parte della minoranza del partito, “compito del Pd è cambiare l’Italia, sia che D’Alema voglia sia che D’Alema non voglia”. Ha chiesto lealtà e responsabilità. Lorenzo Guerini, vice segretario democratico, ha ricordato: “Renzi ha stravinto il congresso e portato il Pd al 41% dei voti” perciò “qualcuno se ne faccia una ragione”.

Nel Pd lo scontro oscilla tra la ricerca di una mediazione e una rottura. Henry Kissinger, segretario di Stato statunitense dal 1973 al 1977, ammoniva: “Bisogna sempre lasciare una possibilità al negoziato”.

Alleanza-competizione Fi-Lega

Umberto Bossi all’inizio attaccò Silvio Berlusconi chiamandolo “Berluskaiser”, ma poi si alleò con lui e lo definì “il capo” del centrodestra. La Lega Nord di Bossi, tra scontri, rotture e ricomposizioni, si alleò dal 1994 con Forza Italia per vent’anni. Berlusconi riuscì a mettere insieme i leghisti, la destra di Gianfranco Fini e i centristi di Pier Ferdinando Casini. Una impresa che sembrava impossibile per i reciproci veti. Nel 1994 per la prima volta nella storia repubblicana riuscì ad unificare il centrodestra: vinse le elezioni politiche e divenne presidente del Consiglio. Da allora, per vent’anni, fu il leader del centrodestra dal governo o dall’opposizione.

Poi Bossi, il fondatore del Carroccio, fu disarcionato anche per guai giudiziari e cambiò tutto. Al suo posto fu eletto segretario della Lega prima Roberto Maroni e poi Matteo Salvini e dall’alleanza si passò allo scontro. Forza Italia prima appoggiò il governo tecnico di Mario Monti, poi sostenne l’esecutivo di Enrico Letta e quindi assicurò “l’opposizione responsabile” sulle riforme istituzionali al ministero di Matteo Renzi, mentre il Carroccio praticò un’opposizione totale.

A maggio, però, si voterà per eleggere i governatori di diverse regioni e tutto sta cambiando in fretta di nuovo. Berlusconi e Salvini negli ultimi due mesi si sono visti ripetutamente. Devono sciogliere due nodi: il primo, impellente, sono le candidature e le alleanze per le regionali; il secondo, di prospettiva, è la leadership del centrodestra, rivendicata sia dall’anziano presidente di Forza Italia e sia dal giovane segretario della Lega.

I contrasti per adesso restano forti. «No, domani non incontro Berlusconi» ha precisato oggi Salvini smentendo un nuovo colloquio in tempi stretti. I vertici tra il segretario della Lega e il presidente di Forza Italia finora si sono susseguiti senza esito. Salvini, 44 anni, ha chiesto la fine dell’euro, ha proposto l’abolizione della riforma delle pensioni di Elsa Fornero, ha reclamato il secco taglio delle tasse, ha detto basta con “i regali” agli immigrati clandestini, ha indicato la strada di convertire la Lega da “padana” a “nazionale”, allargando la presenza elettorale dal nord al centro-sud. Ha anche rivendicato per sé la leadership del centrodestra: «Bisogna guardare avanti, Berlusconi leader del centrodestra sarebbe tornare indietro». Più volte ha ripetuto: «Sono io il competitor di Matteo Renzi». Così, progressivamente, ha visto crescere nei sondaggi i consensi elettorali per la sua Lega che un anno fa molti avevano data per morta.

Salvini cerca voti moderati e a destra. Ha stipulato un accordo con Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni e respinge ogni ipotesi d’intesa con il Nuovo centrodestra di Angelino Alfano, perché al governo con Renzi. Ha anche tenuto un comizio a piazza del Popolo a Roma con Fratelli d’Italia e con Forza Nuova, una formazione di estrema destra. In piazza del Popolo si sono visti diversi militanti neofascisti, saluti romani e un cartello inneggiante a Benito Mussolini

La Lega targata Salvini è modello Marine Le Pen, la formazione politica di estrema destra populista, in grande ascesa in Francia. «Il nodo più grave e serio resta la xenofobia», il vero collante «per questa nuova destra populista», scrive Franco Cardini su www.ytali.com, la nuova rivista on line di Guido Moltedo.

Da qualche giorno, però, il progetto di Salvini si è complicato per tre motivi: 1) Flavio Tosi, sindaco di Verona, ha detto addio a Salvini e ha annunciato la sua candidatura alla guida della regione Veneto in contrapposizione al leghista Luca Zaia; 2) Berlusconi ha rotto l’intesa con Renzi sulle riforme istituzionali ed è passato dall”opposizione responsabile” all’”opposizione a 360 gradi”, 3) il presidente di Forza Italia, rafforzato dall’assoluzione in Cassazione nel processo Ruby, ha rilanciato la sua leadership nel centrodestra.

Berlusconi, 78 anni, fondatore di Forza Italia, del Pdl e della Fininvest, ha lanciato il guanto di sfida a Salvini: «Sono di nuovo in campo per costruire, con Forza Italia e il centrodestra, un’Italia migliore». Ha sottolineato: «Uniti si vince, nel partito e nel centrodestra». Ha invitato il segretario della Lega ad evitare «ogni cedimento al narcisismo politico individualista» perché «nessuno può pensare di vincere da solo». Contemporaneamente Berlusconi ha ripreso i suoi “cavalli di battaglia” classici dei quali si è impossessato Salvini: o si tagliano le tasse sul lavoro e sulla casa o non c’è sviluppo, l’immigrazione clandestina va bloccata, l’egemonia tedesca ha impoverito l’Italia con l’imposizione dell’euro basato sul rigore finanziario, considera “un colpo di Stato” la sua sostituzione con Mario Monti a Palazzo Chigi nel 2011. Ha attaccato Renzi: «È un simpatico tassatore».

Con questa nuova strategia di opposizione totale, Berlusconi sta recuperando terreno. Nel sondaggio Ixe’ di oggi Forza Italia è data al 12,6% dei voti, dopo un crollo poco sopra il 10%. Il Carroccio, invece, pur confermando il “sorpasso” su Forza Italia, scende al 13,5% dei consensi.

Il centrodestra è diviso tra Forza Italia, Lega, Nuovo Centrodestra, Fratelli d’Italia. Non solo. Tosi ha fatto una scissione nella Lega mentre Raffaele Fitto e Denis Verdini contestano Berlusconi dentro Forza Italia (il primo è contro Renzi, il secondo a favore). Sono lontani i tempi in cui il Pdl con oltre il 38% dei voti, guidato da Berlusconi, comprendeva anche il partito di Alfano e quello della Meloni, e si alleava con il Carroccio. Ma ora con lo slogan “uniti si vince” l’ex presidente del Consiglio punta ad essere di nuovo “il federatore” dei moderati italiani. Nel 1994 riuscì nell’impresa ardita alleandosi al Nord con Bossi e al Centro-Sud con Fini e Casini, forze che non parlavano tra loro.

A maggio potrebbe riuscire un analogo progetto: Forza Italia potrebbe allearsi con la Lega in Veneto per sostenere Zaia e con il Ncd in Campania per appoggiare l‘azzurro Caldoro. La ricetta è sempre quella: alleanza-competizione. Ma dal 1994 sono passati 21 anni: allora era appena nata la Prima Repubblica mentre oggi appare in agonia. Allora la star in ascesa era Berlusconi, oggi è Renzi, mentre anche Salvini e Beppe Grillo sono in campo. Giulio Andreotti disse nel 2006, quando Romano Prodi sconfisse alle elezioni l’ex presidente del Consiglio: «Non so se considerare Berlusconi in anno sabbatico o in pensione».

Mattarellum per metà Magrellum

 

Sergio Mattarella e Lucio Magri si videro nel Transatlantico della Camera, davanti all’ingresso dell’aula, quasi di fronte alla sala di lettura, e lì raggiunsero la difficile intesa. Nacque il Mattarellum, la legge elettorale per il 75% maggioritaria e per il 25% proporzionale, che durò fino al 2005, quando fu sostituita dal Porcellum (altro sistema con premio di maggioranza e soglie di sbarramento).
Erano i giorni successivi al 18 aprile del 1993. Giorni infuocati e drammatici. La Prima
Repubblica stava cadendo sotto i colpi di Tangentopoli e a fatica stava sorgendo la Seconda,
caricata di grandi speranze di palingenesi. Il referendum di Mario Segni aveva appena cancellato la
legge elettorale proporzionale, sulla quale per quasi cinquant’anni si era retta la Prima Repubblica.
Dall’opinione pubblica spirava un fortissimo vento in favore di un rinnovamento politico. Grandi
speranze erano riposte sulla “stagione” del sistema elettorale maggioritario e su quella dei sindaci
(Rutelli a Roma, Bassolino a Napoli, Orlando a Palermo e Castellani a Torino, Formentini a
Milano).
Mattarella all’epoca era un deputato Dc, relatore del disegno di legge per mettere fine al
proporzionale e varare un nuovo sistema maggioritario, un modello inedito per l’Italia repubblicana
nata dalla resistenza anti fascista. Magri, invece, era allora capogruppo di Rifondazione comunista
alla Camera. Erano due uomini molto diversi ma pronti al dialogo.
Le trattative tra le forze politiche furono difficili, ma rapide. Così il 4 agosto 1993 nacque il
Mattarellum, come battezzò il vulcanico Giovanni Sartori, la nuova legge elettorale maggioritaria,
latinizzando alla meglio il nome di Mattarella. La denominazione di Mattarellum, lanciata dal
professor Sartori in un articolo sul Corriere della Sera, ebbe grande fortuna e divenne di uso
comune nel linguaggio giornalistico e politico.
Ora invece si scopre l’esistenza di due padri per il Mattarellum: l’attuale presidente della
Repubblica e Magri, comunista irregolare, tra i fondatori del Manifesto e del Pdup, scomparso
alcuni anni fa. Il Mattarellum, in realtà, per metà è un Magrellum. Della doppia paternità del
Mattarellum ha accennato oggi Famiano Crucianelli in un convegno alla Camera, un incontro
dedicato alla presentazione di due volumi sull’attività parlamentare di Magri. «Mattarella e Magri
raggiunsero un punto di mediazione poi accettato da tutti», rivela Crucianelli, ex deputato del Pdup-
Pci-Prc-Pds. Crucianelli ha parlato dopo Laura Boldrini, presidente della Camera, e alla presenza di
Mattarella, da poco più di un mese nuovo capo dello Stato. «Magri con quella legge voleva dare
valore alle coalizioni programmatiche e non a quelle elettorali. Poi è finita in un modo diverso»,
osserva. Gli obiettivi erano due con il sistema elettorale misto: assicurare stabilità ai governi con la
quota maggioritaria (75% dei seggi) e garantire la rappresentanza politica anche ai partiti minori
con la parte proporzionale (25% dei seggi).
Negli anni della Prima Repubblica la centralità politica del Parlamento era assoluta. Tutte le grandi
decisioni politiche venivano prese alla Camera e al Senato e il sistema elettorale proporzionale
rappresentava tutti, anche le minoranze più piccole. Non a caso anche il Mattarellum nacque da una
travagliata discussione a Montecitorio.
Fino a Tangentopoli la credibilità dei partiti storici rinati nel 1945 dopo la dittatura fascista era
forte, così il Parlamento era altrettanto autorevole. Poi il degrado della politica e dei partiti, in
termini di incapacità di dare una risposta ai gravi problemi dell’Italia e alla corruzione pubblica, ha
provocato un terremoto. È crollata la Prima Repubblica e ora anche la Seconda sta vivendo una
lunga agonia. Il sistema maggioritario e leaderistico non è riuscito ad assicurare governi stabili,
progresso economico e sociale.
La Seconda Repubblica, sorta all’insegna del bipolarismo e della netta distinzione tra maggioranza
e opposizione, è dovuta invece ricorrere a governi di grande coalizione (esecutivi di “larghe intese”
di Mario Monti ed Enrico Letta e di “piccole intese” con Matteo Renzi) per cercare di combattere la
grave crisi economica internazionale e rinnovare le istituzioni. Anche la frammentazione politica
non è stata ridotta, anzi è cresciuta. Nella Prima Repubblica, con il sistema proporzionale, c’erano
7-8 gruppi parlamentari a Montecitorio; oggi, con la Seconda Repubblica maggioritaria, si sono
contati fino ad oltre 40 partiti con quasi altrettanti gruppi, sottogruppi e microgruppi nelle Camere.
Nonostante grandi sforzi, la ripresa economica ancora non è partita e dei fenomeni di corruzione
esplodono a ripetizione. Arrivano anche accuse al Parlamento. Per Laura Boldrini il Parlamento va
concepito «come il centro nevralgico della vita democratica del Paese» e va rafforzato perché
adesso «il dibattito politico si svolge altrove: sulla stampa, in tv, nei social media». La presidente
della Camera indica una cura: il Parlamento deve rispondere alle domande dell’opinione pubblica
dando «prova di efficienza, di tempestività e capacità decisionale». Riccardo Lombardi, uno dei
dirigenti storici del Psi, sosteneva: «La vita mi ha insegnato che anche non raggiungendo gli scopi,
ciò che si è fatto non è stato inutile e serve nella ininterrotta fatica del provare e riprovare».

Renzi scommette sulla ripresa

La sperata e annunciata ripresa economica non si è vista nel 2014, anzi si è rivelato un altro anno difficilissimo di recessione e il Pil (Prodotto interno lordo) ha perso ancora lo 0,4%. Matteo Renzi ora, però, vuole finalmente agganciare la ripresa e scommette sul 2015. Sono emersi alcuni timidi segnali positivi: gli ordinativi dell’industria sono in crescita, il Pil (Prodotto interno lordo) recupera lievemente nei primi tre mesi dell’anno, la fiducia delle imprese e delle famiglie italiane sta risalendo da un profondo baratro, gli analisti nazionali ed esteri per quest’anno stimano una crescita dell’economia del Belpaese tra lo 0,5% e l’1%.

La disoccupazione è in lenta diminuzione. A gennaio è scesa al 12,6% dal 13,2% dello scorso novembre; quella giovanile invece è diminuita in un anno al 41,2% dal 43,2%. Sono ancora cifre pesantemente negative, ma indicano la possibilità di uscire dalla peggiore crisi degli ultimi cento anni: i senza lavoro sono quasi raddoppiati rispetto al 2007, l’ultimo anno positivo prima dell’arrivo della Grande recessione internazionale, che ha cancellato il 25% della produzione industriale nazionale e circa il 10% del reddito del Paese.

Il presidente del Consiglio e segretario del Pd, fin dalla nascita del suo governo nel febbraio del 2014, ha indicato nell’occupazione “la priorità” della sua azione. Adesso qualcosa sembra essersi rimesso in moto, grazie anche a tre favorevoli fattori internazionali: 1) il crollo dei prezzi del petrolio (riduce i costi di produzione), 2) la svalutazione dell’euro (incrementa la concorrenzialità delle esportazioni italiane), 3) l’acquisto da oggi dei titoli del debito pubblico dei Paesi di Eurolandia deciso da Mario Draghi, presidente della Banca centrale europea (i tassi d’interesse pagati dall’Italia sono calati all’1,30%).

Renzi riconosce l’aiuto di questi tre importanti elementi internazionali, ma sottolinea anche “la conquista storica” della riforma del mercato del lavoro divenuta operativa. Ha assicurato al Tg1: «Il Jobs Act farà uscire l’Italia dalle secche della disoccupazione». Ha respinto le critiche delle opposizioni, della Cgil e delle minoranze di sinistra del Pd per i quali cresceranno i licenziamenti:

«Il Jobs Act è una grande rivoluzione. Quest’anno ci saranno molte più assunzioni che licenziamenti. Nel 2015, grazie alle legge di Stabilità, chi fa assunzioni ha un incentivo fiscale».

L’esecutivo prevede per il 2015 almeno 150 mila occupati in più con benefiche ripercussioni sulle condizioni di vita dei lavoratori e sugli stessi conti pubblici. Per il “rottamatore” di Firenze l’uscita dell’Italia dalla crisi sarebbe una bella carta da giocare durante la campagna elettorale per le elezioni regionali del prossimo maggio.

Tuttavia la strada del governo è ancora costellata di ostacoli in Parlamento. Per sostenere la ripresa vanno tagliate le tasse, soprattutto quelle sulla produzione e sul lavoro, arrivate a livelli vertiginosi.

Qualcosa si è fatto, ma poco. Non a caso molte imprese (come la Fiat Chrysler Automobiles) hanno trasferito la sede legale e il domicilio fiscale all’estero e l’esecutivo “entro qualche settimana” vuole realizzare la riforma tributaria.

Una sfida dietro l’altra. Domani l’aula della Camera, dopo gli scontri di febbraio degenerati in insulti e in scene di lotta libera, si pronuncerà nel voto finale sulla riforma costituzionale del governo. Il superamento del bicameralismo perfetto è contestato duramente dalle opposizioni e, per diversi aspetti, anche da molti deputati delle minoranze del Pd. Stesso discorso vale per l’Italicum, il progetto di riforma elettorale. Renzi intende far approvare la riforma da Montecitorio entro l’estate, tuttavia vari deputati democratici, in testa l’ex segretario del partito Pier Luigi Bersani, hanno annunciato che non la voteranno senza cambiamenti, soprattutto sul tema dei “capilista bloccati” (una scelta concordata con Forza Italia quando ancora non era saltato il Patto del Nazareno con Silvio Berlusconi sulle riforme istituzionali).

Berlusconi suona i tamburi di guerra dell’opposizione intransigente: Renzi «ha violato i patti» perciò «voteremo contro». Renato Brunetta ha domandato se il presidente del Consiglio si stia “innervosendo” e secondo vari giornali «chiede aiuto a Verdini. Che paura!». Alfredo D’Attore ha confermato le critiche delle minoranze democratiche: « La spaccatura nel Pd è profonda. Le riforme sono a rischio». Il deputato bersaniano ha rinnovato la richiesta di modificare l’Italicum ed ha puntato il dito contro l’ipotizzata intesa tra il premier-segretario del Pd e Denis Verdini, ala dialogante di Forza Italia, sulle riforme istituzionali: Renzi «pensa di sostituire la minoranza del suo partito con i verdiniani».

Ma il presidente del Consiglio non vuole sentire parlare di cambiamenti all’Italicum. Ha sollecitato maggioranza ed opposizioni ad andare avanti: «È la volta buona per rimettere in moto il Paese. Ma perché questo accada davvero, occorre continuare con le riforme». E i dissensi delle minoranze del Pd? È fiducioso: «Io sono assolutamente certo che i voti in Parlamento ci saranno». Cerca l’avallo del popolo sovrano: dopo il voto del Parlamento «puntiamo al referendum finale» sulla riforma costituzionale dando la parola ai cittadini «con buona pace di chi ci accusa di atteggiamento autoritario».

Canta Jovanotti, nome d’arte di Lorenzo Costantino Cherubini: «Come in un sabato sera italiano, che sembra tutto perduto poi ci rialziamo». Finora Renzi è riuscito a superare mille ostacoli, si è sempre rialzato.

Sindrome del tiranno a sinistra

Perfino l’accusa di “dittatura”. Poco rispetto per il Parlamento, le opposizioni, i sindacati, la democrazia interna del Pd. Sulla testa di Matteo Renzi piovono una valanga di critiche da destra e da sinistra. Sotto accusa sono soprattutto tre riforme strutturali del giovane “rottamatore” di Firenze: della Costituzione, elettorale e del mercato del lavoro. Nelle battaglie parlamentari delle scorse settimane sono volate accuse pesantissime contro il presidente del Consiglio e segretario del Pd.
È scoppiato un putiferio contro la “seduta fiume”, voluta dalla maggioranza alla Camera, per battere l’ostruzionismo delle opposizioni e votare la riforma costituzionale. I capigruppo della Lega Nord alla Camera e al Senato, Massimo Fedriga e Gian Marco Centinaio, hanno bollato Renzi come un “piccolo dittatore” da fermare, andando a protestare al Quirinale con il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Luigi Di Maio, cinquestelle, vice presidente della Camera, ha attaccato la “dittatura della maggioranza” e i metodi “golpisti” del governo. Renato Brunetta, capogruppo di Forza Italia alla Camera, ha protestato con Mattarella. Il Mattinale, la pubblicazione supervisionata da Brunetta, ha tuonato contro la “deriva autoritaria” e i comportamenti “da despota” del presidente del Consiglio.
Sono accuse infuocate. Tuttavia, quelle che fanno più male arrivano da sinistra al presidente del Consiglio e segretario del Pd, il maggiore partito di centrosinistra. Maurizio Landini, segretario dei metalmeccanici della Fiom Cgil, ha bocciato senza appello il Jobs Act, la riforma del mercato del lavoro sulla quale punta Renzi per combattere la disoccupazione: «Oggi è a rischio la tenuta democratica del Paese», il governo «sta cancellando tutti i corpi intermedi, non solo i sindacati».
A Laura Boldrini, deputata di Sel eletta presidente della Camera nel 2013, non è piaciuto che i decreti attuativi del Jobs Act, varati dal governo, non abbiano tenuto conto del parere non vincolante del Parlamento a “frenare” sui licenziamenti. Di qui la reprimenda contro Renzi: «L’idea di avere un uomo solo al potere, contro tutti e in barba a tutto, a me non piace, non mi piace».
Nichi Vendola ha puntato il dito contro la valanga di decreti legge e di voti di fiducia chiesti da Renzi alle Camere: «Siamo arrivati a un Parlamento al guinzaglio e con la museruola». Il presidente di Sel ha segnalato “l’inaccettabile degenerazione” al capo dello Stato. Ha messo Renzi sullo stesso piano di Silvio Berlusconi, avversario storico della sinistra, per vent’anni leader del centrodestra: «Se le stesse cose le avesse fatte Berlusconi, avremmo parlato di deriva autoritaria».
La “ferita sanguinante” è aperta anche all’interno del Pd: riguarda l’abolizione per i nuovi assunti dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori in difesa dei licenziamenti. Roberto Speranza, capogruppo del Pd alla Camera, ha respinto il “teorema dell’uomo solo al comando”, ma ha invitato a rispettare il Parlamento: «Ritengo sia stato un errore non seguire l’indicazione che le commissioni di Camera e Senato avevano dato sul tema dei licenziamenti collettivi».
Le minoranze di sinistra del Pd hanno rotto l’”armonia” faticosamente raggiunta con Renzi a gennaio, siglando l’intesa di eleggere Mattarella presidente della Repubblica. Pier Luigi Bersani, Stefano Fassina, Pippo Civati, Rosy Bindi venerdì non sono andati all’assemblea dei parlamentari democratici convocata da Renzi per fare il punto su vari temi caldi. Bersani è stato durissimo in una intervista ad Avvenire: il Jobs Act si pone “fuori dell’ordinamento costituzionale”; egli non farà parte dei “figuranti di un film”. L’ex segretario del Pd ha lanciato l’allarme sulla riforma costituzionale e quella elettorale: «Il combinato disposto» tra i due testi «rompe l’equilibrio democratico. Se la riforma della Costituzione va avanti così io non accetterò mai di votare la legge elettorale».
La tensione sale. Area Rifomista, la corrente di Speranza, si riunirà il 14 marzo, i bersaniani si vedranno il 21. Dal 19 marzo ci sarà una settimana di mobilitazione e di scioperi per l’occupazione della Fiom e il 28 Landini parlerà ad una manifestazione a Roma. Le nuove sfide parlamentari sono molte a marzo. La Camera domani voterà il decreto legge per salvare l’Ilva di Taranto, la prossima settimana sarà il turno della riforma costituzionale ed entro marzo toccherà alla legge elettorale. Il capogruppo del M5S al Senato, Andrea Cioffi, ha ricordato su Facebook la fine del conquistatore della Gallia: «Il bullo di Firenze si crede Giulio Cesare? Bene, lo attendono le idi di marzo». Il riferimento è al 15 marzo del 44 avanti Cristo, quando Gaio Giulio Cesare, il vincitore dei galli e dei germani, fu assassinato a pugnalate nel Senato romano da un gruppo di congiurati che lo accusarono di voler instaurare una dittatura.
Un uomo solo al comando, dittatura, cesarismo, bonapartismo. Queste sono le infamanti accuse lanciate in 150 anni di storia dalla sinistra contro le svolte autoritarie della destra, ma anche dalla sinistra massimalista contro quella riformista. A sinistra riemerge la paura del tiranno, un’antica sindrome. I renziani respingono tutti gli attacchi. Graziano Delrio in una intervista a Repubblica ha replicato: «Non esiste un solo uomo al comando. Esiste un leader» e «non ha la volontà di umiliare le Camere e i sindacati». Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio ha sottolineato: «Abbiamo il massimo rispetto del Parlamento, però non rovesciamo la frittata. Il parere sul Jobs Act non era vincolante, non esisteva alcun obbligo di recepirlo». Ha puntato al cuore del problema: «Se la sinistra è spaventata dalla leadership» allora «ha un problema di modernità».
Renzi vuole procedere con determinazione sulla strada imboccata delle “riforme radicali”. Su Facebook ha parlato dei “piccoli ma importanti segnali” di ripresa economica e di uscita dell’Italia dalla recessione. Ha indicato la rotta: «Abbiamo preso l’Italia per mano e la portiamo fuori della palude, nessuno si senta escluso». Già nei mesi scorsi ha respinto le critiche di essere un uomo di destra, espressione dei cosiddetti ‘poteri forti’: al governo «non c’è un uomo solo al comando, c’è un popolo che chiede di cambiare per sempre». I prossimi obiettivi sono la riforma elettorale e costituzionale, strettamente legate. Canta Marco Mengozzi: «Io sono guerriero… Vinceremo contro tutti e resteremo in piedi».