Euro, ricetta democratica di Tsipras

Contano di più gli utili delle banche o gli interessi dei cittadini europei? Pesano di più le speculazioni internazionali sui titoli del debito pubblico dei paesi dell’euro o trovare un lavoro ai disoccupati? E ancora. È meglio mantenere il rigore sui bilanci pubblici o aprire il rubinetto degli investimenti per aiutare consumi e crescita economica europea? Valgono di più i parametri tecnici per ridurre deficit e debito pubblico o le scelte elettorali dei cittadini? La sfida è tra i mercati finanziari e la democrazia.  Da 7 anni la più grave crisi economica internazionale dalla Grande depressione del 1929, sta devastando l’Europa: lo scontro è aperto sulle terapie da adottare per far ripartire lo sviluppo e porre fine alla recessione.

Tutto, ancora una volta, sembra legato alle sorti della Grecia.  Il Paese che inventò la democrazia, nel 2008 fu il primo Stato dell’Unione europea ad accusare i colpi della crisi finanziaria partita dagli Stati Uniti d’America. Dopo una cura lacrime e sangue di tagli alla spesa pubblica, Atene ha detto basta con l’austerità. Alexis Tsipras lo scorso 25 gennaio ha vinto le elezioni politiche, dicendo sì all’euro, ma no agli accordi sottoscritti dai precedenti governi greci e ai controlli della cosiddetta Troika (Banca Centrale Europea, Commissione Europea, Fondo Monetario Internazionale) sui conti pubblici ellenici.

Tsipras non vuole cancellare, ma rinegoziare l’enorme debito pubblico greco, allungandone i tempi del rimborso. Il nuovo premier ellenico ha fatto asse con il presidente del Consiglio Matteo Renzi e con il presidente della Repubblica francese François Hollande. Da quasi un mese ha avviato un duro braccio di ferro con la Commissione Europea e con la Germania, il paese campione del rispetto puntuale della politica di austerità e di riforme strutturali da parte delle nazioni indebitate. Alla fine venerdì è arrivata una intesa di “principio” tra i ministri delle Finanze dei 18 paesi del “club” dell’euro. La Grecia ha evitato la bancarotta, ha ottenuto lo sblocco del prestito richiesto con un’estensione di 4 mesi, ma gli aiuti saranno vincolati alle riforme; il primo “pacchetto” è atteso ad ore.. La partita, però, è appena cominciata.  Nei prossimi 4 mesi dovrà essere discusso e concordato un nuovo piano di salvataggio della Grecia.

Tsipras ha cantato vittoria: «Abbiamo fatto un passo decisivo, lasciando l’austerità, i piani di salvataggio e la Troika». Tuttavia il premier greco sa che lo scontro decisivo con i vertici della Ue e con la Germania è solo rinviato alla prossima estate: «In questo modo abbiamo raggiunto il nostro principale obiettivo. Abbiamo vinto una battaglia, non la guerra. Le difficoltà, le vere difficoltà … sono davanti a noi».

Il ministro delle Finanze tedesco, il “falco” Wolfgang Schäuble, ha accettato la mediazione, ma si prepara alla nuova battaglia dicendo: la Grecia «si impegna» a rispettare i patti. Da tempo ripete: «Gli impegni vanno mantenuti» perché altrimenti arriverebbero «tempi difficili per la Grecia e per l’Europa».

Il riferimento è ai micidiali colpi dello spread. Il differenziale dei tassi d’interesse tra i titoli del debito pubblico greco e tedesco, già altissimi, potrebbero diventare da collasso in caso di una rottura tra Atene e gli altri paesi europei. La Grecia potrebbe non essere più in grado di pagare i tassi d’interesse sui suoi titoli del debito pubblico e sarebbe il crac, con imprevedibili conseguenze anche sugli altri Stati europei. Dalle Borse europee arrivano segnali positivi sull’accordo di massima. L’uscita della Grecia dall’euro adesso sembra allontanarsi, ma c’è chi tifa ancora per questa ipotesi da apocalisse monetaria, economica e sociale.

Syriza, il partito di sinistra radicale guidato da Tsipras, ha vinto le elezioni alzando la bandiera della fine dell’austerità, che ha prodotto disoccupazione e impoverimento di massa. Syriza è il nuovo partito d’ispirazione socialdemocratica, nato e affermatosi negli ultimi anni interpretando la protesta sociale e dei lavoratori contro i durissimi tagli alla spesa pubblica e ai salari imposti dalla Troika. La contestazione del liberismo e la solidarietà sociale sono alla base del suo programma.

Ora il governo ellenico vuole far pesare la vittoria elettorale (Syriza è divenuto il primo partito greco con  il 36,3% dei voti). Il ministro delle Finanze greco, Yanis Varoufakis, ha fatto appello alla realizzazione della volontà popolare: l’intesa all’Eurogruppo ha collegato  «il rispetto delle regole con il rispetto della democrazia». Nelle scorse settimane Tsipras ha avvertito, facendo il giro delle capitali europee: «Il governo greco non accetterà alcun ricatto e ultimatum. È determinato ad onorare il suo mandato e la storia della democrazia in Europa». Ha sottolineato: «Noi onoreremo le nostre promesse di cambiamento fatte nella campagna elettorale». Tsipras, in un modo più intransigente di Renzi, vuole “cambiare verso” alla politica europea per l’euro. Non sarà semplice. Oltre ad affrontare gli avversari europei e nazionali, deve rispondere anche alle critiche levatesi dall’interno di Syriza, contro l’intesa vista come un cedimento.

I tecnici possono elaborare delle regole, ma se non funzionano vanno cambiate, prendendo atto di una  drammatica crisi economica e sociale e in ossequio alla volontà popolare.  «Qui ad Atene noi facciamo così» disse Pericle difendendo la democrazia in un celebre discorso agli ateniesi. Era l’anno 461 avanti Cristo.

 

 

 

 

Riforme, 50 sfumature di rissa

Urla, spinte, pugni, calci. Insulti di tutti i tipi, da “fascista” a “venduto”. Ben 13 deputati espulsi (del M5S e di Sel), diversi contusi, due (sempre di Sel) costretti a farsi medicare all’infermeria di Montecitorio. La scorsa settimana è esploso il finimondo nell’aula della Camera. L’assemblea si è trasformata in un’infuocata arena, c’è stata una rissa continua con aggressioni verbali e fisiche. È scoppiata, in particolare, tra mercoledì e venerdì, dopo che la maggioranza ha deciso la “seduta fiume”, cioè il lavoro di giorno e notte senza interruzione, per battere l’ostruzionismo delle opposizioni sulla riforma costituzionale proposta dal governo.

Le opposizioni sono andate all’assalto accusando Matteo Renzi di “deriva autoritaria” e di essere “un bullo”. Lo hanno assimilato a “un dittatore sudamericano”. Hanno alzato il tiro. Da venerdì il Movimento Cinque Stelle, Forza Italia, Lega Nord, Sinistra Ecologia e Libertà, Fratelli d’Italia hanno abbandonato l’aula della Camera, non partecipando più alle votazioni sul disegno di legge del governo per cancellare il bicameralismo perfetto. Renato Brunetta, capogruppo di Forza Italia alla Camera, ha minacciato: al governo «faremo vedere i sorci verdi» in Parlamento. Alessandro Di Battista, componente del direttorio pentastellato, ha tuonato: «Noi parlamentari del M5S siamo pronti alle dimissioni per far cadere il Parlamento ed andare alle urne». Di elezioni politiche anticipate hanno parlato anche Brunetta, in una intervista a Repubblica, e Roberto Giachetti, renziano del Pd, vice presidente della Camera, in una intervista ad Avvenire.

Il presidente del Consiglio e segretario del Pd canta vittoria: sabato è riuscito a far approvare i 40 articoli del disegno di legge di riforma costituzionale, anche se solo da una Camera semivuota per l’assenza delle opposizioni. Tuttavia non si è fatto grandi problemi: «Credo che a rammaricarsi debbano essere il centrodestra e le opposizioni». Il giovane “rottamatore” si è detto soddisfatto perché la riforma, una di quelle centrali dell’esecutivo, non è stata bloccata: «Bene così, andiamo avanti». Ha ringraziato la maggioranza e ha ironizzato: «Un abbraccio ai ‘gufi’ e ai ‘sorci verdi’». L’appuntamento per la prossima sfida è ai primi di marzo, quando è previsto il voto finale sulla riforma: a Montecitorio può succedere di tutto.

Domani ci sarà un altro match. I gruppi parlamentari delle minoranze vogliono protestare con Sergio Mattarella. Il presidente della Repubblica ha accettato d’incontrare le opposizioni, che hanno chiesto un colloquio per mettere sul banco degli imputati “l’arroganza” dell’esecutivo e della maggioranza. Domani Sel andrà al Quirinale.

Non si capisce se la trasformazione della Camera in un ring sia stata un’azione studiata oppure la situazione sia sfuggita di mano quando, in particolare, sono saltate le ipotesi di mediazione su alcuni punti, avviate dal Pd con il M5S e la Lega per levare di mezzo l’ostruzionismo. Certo ha pesato come un macigno la rottura del Patto del Nazareno, l’accordo siglato poco più di un anno fa da Renzi e Silvio Berlusconi per realizzare le riforme istituzionali. In base a quell’intesa, Forza Italia aveva votato insieme alla maggioranza la riforma elettorale alla Camera e quella costituzionale al Senato, la stessa che ha attaccato la scorsa settimana a Montecitorio. Poi, a gennaio, il Patto del Nazareno è crollato sulla candidatura non condivisa di Mattarella al Quirinale. Berlusconi è passato dall’”opposizione responsabile” all’”opposizione a 360 gradi” e anche per il governo, che ha perso la maggioranza per le riforme, sono cominciati i guai.

La fine del Patto del Nazareno ha causato ripercussioni a catena, si sono accentuate le risse nel Pd e in Forza Italia. Le minoranze di sinistra del Pd hanno ripreso spazio e vitalità. Pier Luigi Bersani ha commentato: con la caduta del Patto del Nazareno «si è creata una situazione nuova che suggerirebbe di avere un Pd molto attivo, compatto e dialogante stavolta con tutte le opposizioni». Raffaele Fitto ha chiesto l’”azzeramento totale” dei vertici nazionali e locali di Forza Italia. Si è aperto un braccio di ferro con Berlusconi, ma il leader della minoranza azzurra ha confermato la volontà di continuare la battaglia di rinnovamento nel partito: «Per cacciarci non esistono le condizioni» statutarie e politiche. Comunque nella rissa alla Camera ci sono stati pochissimi “ribelli interni”. In Forza Italia, dopo la decisione dell’Aventino, cioè di uscire dall’aula di Montecitorio, solo Saverio Romano è rimasto a votare sulla riforma costituzionale e nel Pd solo Stefano Fassina e Pippo Civati non hanno più partecipato alle votazioni come le opposizioni.

Altre risse furibonde sono scoppiate tra i parlamentari cinquestelle ortodossi, dissidenti, fuoriusciti, espulsi. Insulti politici e personali sono risuonati in Parlamento o si sono letti su giornali e siti internet. C’è chi resta fedele all’impostazione di Beppe Grillo sul “no” alle alleanze (anche quella con il Pd) e chi guarda con interesse a possibili battaglie comuni con Renzi per uscire dall’isolamento e abbandonare la linea di un’opposizione considerata sterile.

Duri scontri ci sono anche all’interno della Lega. Matteo Salvini è entrato in rotta di collisione con Flavio Tosi. Salvini ha rilanciato il Carroccio conducendo battaglie contro l’euro, l’immigrazione clandestina, la riforma delle pensioni. Il segretario della Lega, da un anno succeduto a Roberto Maroni, sta trasformando il Carroccio da “padano” in “italiano” e pone la sua candidatura alla guida del centrodestra, un tempo diretto da Berlusconi. Ma anche Tosi, sindaco di Verona dal 2007, segretario della Liga Veneta, ambisce alla leadership di un centrodestra nazionale. Rivendica anche un ruolo dei leghisti veneti contro il predominio dei lombardi (Salvini è lombardo come Maroni e Bossi).

È scontro permanente e a macchia d’olio. Cinquanta sfumature di rissa, parafrasando “Cinquanta sfumature di grigio”, un libro di grande successo sulle molteplici facce dell’amore audace, scritto da E. L. James, pseudonimo dell’autrice inglese Erika Leonard. Adesso, però, incombono sulla rissa i venti di guerra causati dai terroristi dello Stato Islamico protesi alla conquista della Libia.

Finisce l’era dei “tecnici”

«Io spero che torni presto il tempo nel quale non abbiate più bisogno dei professori, dei tecnici».  Mario Monti fu profetico, la sua speranza si è avverata: il ciclo dei tecnici in politica, in sostituzione dei partiti delegittimati, si è definitivamente concluso. Era il 13 dicembre 2011 quando il presidente del Consiglio-tecnico illustrò alla Camera, in un’atmosfera plumbea, la sua dura ricetta per evitare il crac finanziario dell’Italia: sanguinosi tagli alla spesa pubblica, aumento delle tasse, radicale riforma delle pensioni e del mercato del lavoro.

Monti da appena un mese era diventato prima senatore a vita e poi presidente del Consiglio di un governo tecnico. Il sistema politico italiano era paralizzato. Giorgio Napolitano, allora presidente della Repubblica, incaricò Monti di formare un esecutivo per affrontare l’emergenza economica. Il professore di economia, presidente dell’Università Bocconi di Milano, ex commissario europeo, compose un ministero di grande coalizione, appoggiato tra molte sofferenze sia dal centrodestra di Silvio Berlusconi e sia dal centrosinistra di Pier Luigi Bersani.

Il tecnico Monti, lodato da alcuni giornali americani come il “salvatore dell’euro”, sembrava destinato a grandi successi, ma non fu così. Nel febbraio del 2013 si presentò alle elezioni politiche con Scelta Civica, un partito da lui appena fondato; tuttavia la decisione di “salire” in politica non si rivelò un grande successo. Luca Cordero di Montezemolo, allora presidente della Fiat e della Ferrari, fondatore di Italia Futura, lo appoggiò a metà. Dopo tante promesse d’impegno in politica in nome della “società civile”, annunciò: «Scendo in campo ma non mi candido».

Scelta Civica ottenne al Senato il 9% dei voti e alla Camera l’8%. Fu un mezzo flop. Fu surclassata dal centrosinistra, dal centrodestra e dal Movimento 5 Stelle, la nuova forza politica di Beppe Grillo.

Subì un rapido declino. Alle elezioni europee di maggio 2014 Scelta Civica colò a picco: prese appena lo 0,71% dei voti contro il 40,8% del Pd di Matteo Renzi, il nuovo astro della politica italiana. Renzi è per ripristinare il primato dei partiti, non ha mai amato le supplenze politiche, né dei pubblici ministeri né dei tecnici. Nel febbraio dell’anno scorso varò un governo politico, annunciò riforme strutturali istituzionali ed economiche “per far ripartire l’Italia”. Il presidente del Consiglio e segretario del Pd attaccò “tecnocrati” e “burocrati” europei e italiani. Sottolineò: la politica deve dire la sua “con una visione alta d’indirizzo”.

Scoppiò una crisi a catena al vertice di Scelta Civica. Monti si dimise dalla presidenza e disse anche addio alla sua creatura politica. Aderì al Gruppo Misto come senatore a vita. Seguirono scissioni (in testa i Popolari per l’Italia di Lorenzo Dellai) e singole fughe di parlamentari verso il Pd. Alla guida del partito centrista si sono avvicendati in rapida successione Alberto Bombassei, Stefania Giannini, Renzo Balduzzi ed Enrico Zanetti.

Scelta Civica ieri è arrivata stremata al suo primo congresso, che ha eletto segretario Zanetti, sottosegretario all’Economia. Alla vigilia del congresso altri 8 parlamentari hanno detto addio e sono passati al Pd. Stefania Giannini, ministra dell’Istruzione, ha motivato l’adesione ai democratici perché il grande progetto di Monti «ora ha esaurito la sua funzione» e Renzi sta guidando un forte “processo riformista”.  Scelta Civica è gravemente ferita: non ha più senatori mentre i deputati sono calati a 23.  Adesso Zanetti non dà per scontato il sostegno al governo e ha polemizzato con chi è uscito: «Più che una diaspora è un trasloco». Ma anche altri deputati potrebbero lasciare il partito centrista nei prossimi giorni.

Bombassei, deputato, presidente della Brembo (un gruppo di eccellenza produttore di freni per le auto), non ha abbandonato Scelta Civica ma è sconfortato: «In qualche modo mi sento respinto dal mondo politico». Il musicista Giacomo Puccini diceva: «Il melodramma è finito. L’arte muore come gli esseri umani». È una regola valida anche per i partiti. Comunque Corrado Passera, ex ministro dello Sviluppo del governo Monti, già alla guida di Olivetti, Poste, Banca Intesa San Paolo, progetta di presentarsi alle elezioni con Italia Unica, movimento politico da lui fondato. Anche Diego Della Valle è orientato a fare la stessa scelta. L’amministratore delegato di Hogan e Tod’s tempo fa ha annunciato: «Se serve sono disponibile a dare una mano, a fare cose, anche domani mattina…» .  Sia Passera sia Della Valle hanno bersagliato di critiche Renzi. Critiche basate sulla capacità e le competenze degli imprenditori, dei tecnici, della società civile. Vogliono riuscire là dove ha fallito Monti.

Governo, “consapevoli” in pista

Dal sole alla tempesta, dalla quiete al tifone. La politica italiana è come il clima tropicale: muta improvvisamente da un momento all’altro.  Sergio Mattarella il 31 gennaio è stato eletto presidente della Repubblica con 665 voti, quasi i due terzi dei consensi dei “grandi elettori”:  immediatamente dopo è arrivato il “terremoto” post Quirinale.

L’elezione di Mattarella, un nome subìto da Forza Italia e dal Nuovo centrodestra, ha destabilizzato l’accordo Renzi-Berlusconi sulle riforme istituzionali (il cosiddetto Patto del Nazareno) e lo stesso governo. Angelino Alfano, leader del Ncd e ministro dell’Interno, è stato messo sotto accusa da ampi settori del suo partito. Ci sono state dimissioni (come quelle del capogruppo al Senato Maurizio Sacconi) e qualcuno indica la strada dell’uscita dal governo. I senatori Roberto Formigoni e Carlo Giovanardi hanno chiesto “una verifica di governo”.

Sembra crollare l’intesa Renzi-Berlusconi. «Il Patto del Nazareno è rotto, congelato, finito», ha annunciato Giovanni Toti, consigliere politico di Forza Italia. Silvio Berlusconi ora vuole valutare “volta per volta” se votare in Parlamento i provvedimenti dell’esecutivo.  Una brutta notizia per Matteo Renzi: dalla prossima settimana la Camera riprenderà a discutere la cancellazione del bicameralismo perfetto e il nuovo sistema elettorale per le politiche (l’Italicum), due riforme alle quali tiene moltissimo il presidente del Consiglio e segretario del Pd. Il presidente di Forza Italia deve fare i conti anche con i dissidenti interni. Raffaele Fitto oggi ha ribadito il no alle due riforme care a Renzi vantando “40 parlamentari dissidenti”,  ha chiesto «l’azzeramento totale» del gruppo dirigente nazionale e locale di Forza Italia, ha detto basta “ai nominati” dall’alto. Il leader della minoranza azzurra  ha chiesto “una svolta” per il rinnovamento del partito e della linea politica, ma Berlusconi «è una icona che non si mette in discussione».

Renzi non sembra preoccupato, vuole realizzare le “riforme strutturali”, istituzionali ed economiche, per sostenere i segnali della ripresa produttiva. Il presidente del Consiglio è pronto a discutere, ma boccia “i veti” degli alleati. Ha usato parole dure: «Quella stagione è finita per tutti; partitini, partitoni, partitucci».  Niente verifica di governo: «Le verifiche si fanno a scuola».

Tuttavia adesso è diventata problematica la navigazione dell’esecutivo, che punta ad arrivare fino al 2018, la scadenza naturale della legislatura. Il ministero Renzi, soprattutto al Senato, rischia: potrebbe affondare perché conta su un’esile maggioranza. Il giovane “rottamatore” del Pd come salverà il governo? Debora Serracchiani è fiduciosa nel sostegno da partiti “al di fuori della maggioranza”. La vicesegretaria del Pd oggi a Canale 5 non ha escluso che la scelta di tanti parlamentari di votare per Mattarella «li renda consapevoli della responsabilità che hanno da qui al 2018». È un richiamo ai “responsabili”?  Ha sottolineato: «Non so se sono responsabili, mi auguro che siano consapevoli».

Il governo potrebbe salvarsi, in caso di necessità, con “i consapevoli”, senatori pro Renzi all’interno del centrodestra e tra quelli ex M5S. Poi ci sono anche i parlamentari di Sel, la sinistra all’opposizione, che però hanno deciso dall’inizio di votare per Mattarella presidente della Repubblica.

C’è un’analogia con un episodio di circa cinque anni fa. Berlusconi nel 2010, quando fu abbandonato da Gianfranco Fini, salvaguardò il suo esecutivo lanciando un appello ai “responsabili” del centrodestra e del centrosinistra. Così, per pochi voti, il 14 dicembre 2010 salvò il suo governo alla Camera, dopo l’addio di Futuro e libertà, il partito di Fini. Tuttavia Berlusconi un anno dopo, nel novembre del 2011, fu costretto a dimettersi da presidente del Consiglio e a lasciare Palazzo Chigi al tecnico Mario Monti, sotto i colpi della crisi economica e dello smottamento dei titoli del debito pubblico italiano.

Per il rebus sulla sorte del governo alla Camera girano tre soluzioni diverse: 1) il superamento dei contrasti con una mediazione tra Renzi e Berlusconi; 2) il soccorso dei “consapevoli” per salvare l’esecutivo; 3) le elezioni politiche anticipate in primavera (gira l’ipotesi di maggio). Le scosse del “terremoto” post Quirinale sono continue. Il regista Mario Monicelli diceva: «A 90 anni sei pienamente libero. Non temi niente. Nessuno ti può fare niente». Matteo Renzi, sul piano anagrafico è in una situazione differente, ha 40 anni.

Dc risorge, sinistra cambia pelle

“Non moriremo democristiani, (se questo terremoto sveglia Pci e Psi)”. Era il 28 giugno 1983 e Il manifesto, il giornale della sinistra eretica uscita dal Pci, commentò con questo titolo-auspicio il risultato delle elezioni politiche: la Dc guidata da Ciriaco De Mita aveva perso ben il 6% dei voti e tutto pareva possibile.  Il titolo corrosivo del quotidiano era di Luigi Pintor, brillante e puntuto editorialista.

L’analisi era centrata. Gli equilibri politici italiani andarono in frantumi: Bettino Craxi divenne presidente del Consiglio, decollò il primo governo a guida socialista della storia e il primo non presieduto da un democristiano. L’egemonia scudocrociata subì un colpo, tuttavia non fu sconfitta.

È un episodio lontano anni luce dalla politica italiana di adesso: da allora è crollata la Prima Repubblica, sono scomparsi la Dc, il Pci, il Psi e gli altri partiti storici nati dopo la Seconda guerra mondiale.  Nel 1994 sorse la Seconda Repubblica, ancora in piedi oggi per quanto gravemente ammalata. Ma la Dc, improvvisamente, è quasi risorta. Roberto Calderoli e altri parlamentari leghisti l’altro giorno hanno agitato nell’aula della Camera la prima pagina del “manifesto”, di quasi 35 anni fa, contro “la resurrezione della Dc”, quando si stava affermando la candidatura di Sergio Mattarella per il Quirinale.

Mattarella giudice costituzionale, professore universitario, più volte ministro,  il fratello  Piersanti assassinato dalla mafia, è un uomo molto stimato. È stato eletto presidente della Repubblica con 665 voti, quasi i due terzi dei consensi dei “grandi elettori”.  È stato deputato per 25 anni a cavallo tra la Prima e la Seconda Repubblica: prima esponente della Dc, poi tra i fondatori del Ppi  e della Margherita.

Ora il Pd, nato dalla fusione tra Ds e Margherita, i partiti eredi del Pci e della Dc, ha ai vertici dello Stato due suoi esponenti cattolici: Mattarella, ex Dc, al Quirinale; Matteo Renzi, di matrice democristiana, a Palazzo Chigi. Per alcuni la sinistra non c’è più, è stata cancellata. Moriremo democristiani? «È una lettura totalmente assurda. Siamo nel 2015 e la Ditta è il Pd», ha detto Bersani, già segretario del Pd, ex Pci-Pds-Ds. Bersani, leader di una delle minoranze democratiche più in sofferenza per la “scomparsa” della sinistra, ha sostenuto la necessità di cambiare. Ha ricordato il secondo mandato di Giorgio Napolitano alla presidenza della Repubblica: «Cosa avrebbero dovuto dire i democristiani, che abbiamo avuto per 9 anni un focoso comunista al Quirinale? Sono cose ridicole».

La sinistra non è scomparsa, ma ha subito una metamorfosi attraversando i vent’anni della Seconda Repubblica di stile leaderistico basato su un meccanismo elettorale maggioritario e non più proporzionale. Nei mesi scorsi  Stefano Fassina, Gianni Cuperlo, Pippo Civati hanno accusato Renzi di aver assunto politiche e proposte della “destra”, sia per rivedere il mercato del lavoro e sia per riformare le istituzioni pubbliche.  Il presidente del Consiglio e segretario del Pd ha respinto le accuse degli esponenti delle minoranze di sinistra del partito. Renzi più volte ha ripetuto: «Non è vero che sono di destra», «io sono di sinistra». È una sinistra, però, diversa che fa i conti con le novità enormi della globalizzazione e della grave crisi economica.  Lo scontro è “tra progressisti e conservatori”.

Domani Mattarella giurerà fedeltà alla Costituzione repubblicana e parlerà al Parlamento riunito in seduta comune a Montecitorio. Per la sua elezione a capo dello Stato hanno votato i partiti della maggioranza di governo e (in modo palese o nel segreto dell’urna) gran parte delle opposizioni di sinistra e di destra. È una grande vittoria di Renzi, che ha proposto Mattarella. Ora il presidente del Consiglio vuole procedere velocemente sulla strada delle riforme strutturali. Oggi ha usato una metafora automobilistica: «L’elezione del presidente della Repubblica ci mette il turbo». Arnaldo Forlani disse all’assemblea elettorale dell’Udc nel 2004: «La Dc non è mai morta, si è solo sciolta. Non è detto che non si possano ricomporre le divisioni». L’ex segretario democristiano aggiunse: «Credo che si possa dire che gli ultimi 50 anni del secolo scorso siano stati i migliori della nostra storia nazionale».