Cinque leader extraparlamentari

È singolare la politica italiana, colleziona un’anomalia dietro l’altra. Da oggi la Camera e il Senato sono riuniti in seduta comune a Montecitorio per eleggere il presidente della Repubblica, tuttavia mancano all’appello i cinque leader dei maggiori partiti italiani. Sfogliando l’elenco dei 1.009 “grandi elettori” del capo dello Stato (deputati, senatori e delegati regionali) non si trovano i nomi di Matteo Renzi, Beppe Grillo, Silvio Berlusconi, Nichi Vendola e Matteo Salvini. Né il segretario del Pd, né i timonieri del Movimento Cinque Stelle, né di Forza Italia, né di Sel, né della Lega Nord sono deputati o senatori. Tutti e cinque, per motivi diversi, sono fuori del Parlamento.

Renzi è presidente del Consiglio ed ex sindaco di Firenze. Grillo è il guru, ultimamente contestato da un numero crescente di dissidenti, dei cinquestelle e prima era un comico di gran successo. Berlusconi è il presidente di Forza Italia, è il proprietario della Fininvest e non è più senatore da un anno. Vendola è il presidente di Sel, non è più deputato, ed è il governatore della Puglia. Salvini è segretario del Carroccio ed eurodeputato.

Tutti e cinque nelle ultime settimane hanno condotto frenetiche trattative per individuare il successore di Giorgio Napolitano al Quirinale. Hanno riunito i rispettivi parlamentari, si sono incontrati in modo formale e in maniera riservata, hanno passato ore al telefono, hanno sondato amici e avversari nel tentativo di trovare un’intesa su “un garante”,  un personaggio rispettato e “super partes”.  Molti incontri, ufficiali, ufficiosi o casuali, si sono svolti nelle sale e nei corridoi del Parlamento. Altre volte hanno tenuto delle conferenze stampa nelle Camere. Eppure tutti e cinque sono sempre entrati da ospiti e non in quanto componenti dell’assemblea di Montecitorio o di Palazzo Madama.

Renzi, mentre ieri era al Senato, è ricorso a una battuta per rispondere ai giornalisti. Il nome per il Quirinale? «Ce l’ho nella tasca del giaccone», ha detto  il presidente del Consiglio e segretario del Pd, ed oggi ha proposto il nome di Sergio Mattarella all’assemblea dei “grandi elettori” democratici per il Quirinale. Renzi ha avuto giornate infuocate. Tra ieri e oggi ha parlato alle assemblee dei suoi parlamentari alla Camera e al Senato,  ha incontrato a Palazzo Chigi lo stato maggiore dei democratici, Berlusconi, Bersani, Casini e Alfano. Già, Angelino Alfano: il leader del Nuovo Centrodestra è il solo capo di partito ad avere ancora un seggio in Parlamento come deputato.

È cambiato tutto. Nella Prima Repubblica tutti i leader dei partiti, di maggioranza e di opposizione, erano parlamentari: Alcide De Gasperi (Dc), Palmiro Togliatti (Pci), Pietro Nenni (Psi), Giuseppe Saragat (Psdi), Ugo La Malfa (Pri), Giovanni Malagodi (Pli), Giorgio Almirante (Msi). Anche nella fase terminale della Prima Repubblica questa era la regola. Erano deputati o senatori: Ciriaco De Mita (Dc), Enrico Berlinguer (Pci), Bettino Craxi (Psi), Giovanni Spadolini (Pri), Franco Nicolazzi (Psdi), Renato Altissimo (Pli), e ancora Almirante che passò poi la mano a Gianfranco Fini (Msi). I gruppi più radicali dell’opposizione, extraparlamentari, in genere puntavano ad entrare in Parlamento. Mario Capanna, leader di Democrazia Proletaria, e Marco Pannella, fondatore del Partito Radicale, divennero deputati.

È una storia lontana e molto diversa da quella di adesso. Nella Prima Repubblica, quella dei partiti storici di massa, radicati sul piano territoriale e sociale, la centralità del Parlamento era assoluta. Nel 1994, con l’arrivo della Seconda Repubblica, la clessidra della politica è stata capovolta. Il passaggio ai partiti leaderistici e personali (in qualche caso padronali) e al sistema elettorale maggioritario da quello proporzionale ha indebolito, progressivamente, le funzioni del Parlamento. Le liste elettorali, in molti casi, avevano ed hanno il nome del leader candidato a Palazzo Chigi. La crisi dei partiti, il crollo della loro autorevolezza e credibilità politica ed etica, ha accentrato il potere nelle mani dei leader, del presidente del Consiglio e del capo dello Stato.

Così, progressivamente, si è indebolito e svuotato il ruolo del Parlamento, la suprema espressione della sovranità popolare. Di fatto si è introdotto nel sistema parlamentare un presidenzialismo senza i contrappesi democratici del modello statunitense.  Una gravissima crisi economica scoppiata nel 2008 e fenomeni estesi di corruzione politica hanno contribuito a innescare pesanti campagne anti partitocratiche e anti parlamentari. Oggi sì è arrivati a cinque leader dei principali partiti italiani fuori dal Parlamento, extraparlamentari, mentre si cerca un antidoto alla “malattia”.

Per molti si deve dare vita alla Terza Repubblica, mettendo la parola fine alla Seconda incapace di dare una risposta ai problemi italiani. Mattarella, in pista per il Quirinale, è un fautore della centralità politica del Parlamento. Winston Churchill, primo ministro britannico, disse parlando al Congresso Usa il 26 dicembre 1941, mentre divampava nel mondo la guerra contro il nazifascismo: «Sono un figlio della Camera dei Comuni. Mi è stato insegnato nella casa di mio padre a credere nella democrazia».

 

 

 

Colle, scomporre per ricomporre

Nomi “bruciati”, “semibruciati”, ”sommersi”. Candidature illustri, antiche, nuove e semisconosciute si susseguono riempiendo da un mese quotidiani, tv e radio, giornali on line. Sono decine: gli ex presidenti del Consiglio Giuliano Amato e Romano Prodi. Gli ex ministri Antonio Martino, Emma Bonino e Paola Severino.

E ancora: i ministri Carlo Padoan, Paolo Gentiloni, Roberta Pinotti; il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Graziano Delrio. I presidenti del Senato Pietro Grasso, ora capo dello Stato supplente, e della Camera Laura Boldrini. Gli ex presidenti della Camera Pier Ferdinando Casini e del Senato Franco Marini. Il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco e della Banca centrale europea Mario Draghi. Gli ex segretari del Pds-Ds-Pd: Walter Veltroni, Pier Luigi Bersani, Dario Franceschini, Piero Fassino.

I nomi dei papabili per il Quirinale compaiono e scompaiono vorticosamente, in genere durano appena 24 ore. L’unica eccezione, per ora, è Anna Finocchiaro, Pd, presidente della commissione affari costituzionali del Senato, ex magistrato. Da quattro giorni il suo nome è il più gettonato per essere eletta presidente della Repubblica, ma potrebbe essere “bruciato” dai guai giudiziari del marito. A Montecitorio e a Palazzo Madama, mentre si votano la riforma costituzionale e la nuova legge elettorale (battezzata Italicum), deputati e senatori fanno questo ragionamento: è una donna, è stimata e fuori dai grandi nomi della politica, può ricucire lo “strappo” tra Matteo Renzi e la minoranza di sinistra del Pd, è considerata positivamente da Silvio Berlusconi.

Per il Quirinale si cerca un volto per unire mentre la politica si disgrega. Soprattutto si frammentano il Pd e Forza Italia proprio mentre collaborano in Parlamento per votare la cancellazione del bicameralismo perfetto e l’Italicum. Le minoranze dei due partiti, con motivazioni diverse, attaccano il cosiddetto Patto del Nazareno, l’accordo Renzi-Berlusconi per realizzare le riforme istituzionali.

Lo scontro nel Pd è frontale. Stefano Fassina ha annunciato: «Una parte del Pd non voterà la legge elettorale». L’esponente di una delle minoranze democratiche ha lanciato pesantissime accuse al presidente del Consiglio e segretario del suo partito: «Non è un mistero» che Renzi abbia capeggiato nel 2013 i 101 “franchi tiratori” che affondarono la candidatura di Prodi a presidente della Repubblica. Fassina, comunque, esclude brutte sorprese da parte della minoranza del Pd: «A differenza di quelli che oggi chiedono disciplina e due anni fa hanno capeggiato i 101, noi siamo persone serie. Nessuno deve temere da noi i franchi tiratori». Lorenzo Guerini, vice segretario del Pd, ha replicato: è «una incredibile sciocchezza» l’accusa a Renzi..

Anche dai dissidenti di Forza Italia partono bordate contro Berlusconi. Raffaele Fitto ha tuonato: sull’Italicum c’è «una resa totale ai diktat di Renzi». Il leader della minoranza azzurra ha rincarato: «È una capitolazione totale» e «stiamo svendendo la nostra storia sulla strada di un percorso incomprensibile». È quasi un preludio di rottura con Berlusconi.

In molti nel centrosinistra e nel centrodestra fanno i conti: è cambiata la maggioranza, il Patto del Nazareno si sta trasformando in maggioranza politica da istituzionale.  Due emendamenti dei dissidenti democratici contro i “capilista bloccati” l’altro ieri al Senato, votati dalle opposizioni e dalla minoranza di Forza Italia, sono stati bocciati dai senatori renziani, dagli alleati di governo e dagli azzurri. L’emendamento all’Italicum del renziano Stefano Esposito, il cosiddetto “super Canguro” perché ha cancellato ben 35.800 richieste di modifica, è passato. Ma tutte queste sfide sono state vinte dal governo grazie ai voti determinanti di Forza Italia. Una trentina di senatori dissidenti del Pd hanno fatto mancare il loro voto favorevole e l’esecutivo si è salvato grazie ai voti azzurri, anche se una decina di parlamentari di Berlusconi si sono pronunciati contro.

La novità è forte. Per Fassina «dal patto del Nazareno siamo passati al partito del Nazareno».  Nunzia De Girolamo non è rimasta molto sorpresa: «Partito del Nazareno? Sia Berlusconi sia Renzi sono imprevedibili: da entrambi mi aspetto di tutto». La capogruppo del Ncd alla Camera guarda in prospettiva e vede un asse Renzi-Berlusconi: «Secondo me è nato il Patto della Nazione che porterà un presidente della Nazione».

La partita è delicata. Dal 29 gennaio si comincerà a votare per eleggere il successore di Giorgio Napolitano, lo scrutinio è segreto e può succedere di tutto. Bisognerà vedere se il Patto del Nazareno reggerà e se nel segreto dell’urna prevarranno o no i “grandi elettori” dissidenti del Pd e di Forza Italia, sommando i loro voti a quelli delle opposizioni. Il presidente del Consiglio e segretario del Pd l’altro giorno ha detto basta alla “palude”, ha sollecitato “responsabilità”, evitando un fallimento come due anni fa perché «noi saremmo additati come i colpevoli». Ha lanciato un monito alle minoranze: «Non si può usare un gruppo minoritario come un partito nel partito».

Per ora, dopo l’addio di Sergio Cofferati al Pd, solo Pippo Civati non ha escluso una scissione. Bersani, Fassina e Gianni Cuperlo hanno annunciato battaglia, ma dall’interno della “ditta”. Cuperlo oggi, comunque, ha attaccato «il partito della Nazione visto come una balena centrista» col rischio di «diventare un partito moderato che guarda a destra».

Tuttavia la sfida del Quirinale e il suo esito potrebbe cambiare tutto. Già adesso i partiti si stanno frammentando e i poli ridisegnando. Pino Pisicchio, decano di Montecitorio di antica scuola Dc, ha notato i sommovimenti: «Questa legislatura segnala fin dal suo inizio la particolarità di una maggioranza che si allarga a parte dell’opposizione». Il presidente del gruppo Misto della Camera ha avanzato una previsione: «La sensazione è che dopo l’elezione del capo dello Stato le già mutevoli geografie parlamentari siano destinate a cambiare nuovamente». Per il Quirinale ha scommesso «su Padoan e Visco perché hanno una credibilità internazionale sui delicati temi della crisi economica».

 È possibile un rimpasto di governo o la nascita di un nuovo esecutivo Renzi, sostenuto da una maggioranza di “larghe intese” comprendente l’ex Cavaliere, come avvenne già nel 2013 con la fiducia al ministero guidato da Enrico Letta. Il capogruppo di Forza Italia al Senato oggi, però, ha frenato: è «improbabile» l’appoggio esterno al governo.

Scomporre per ricomporre. Molto dipenderà dalle mosse e dai rapporti di forza che usciranno dalla battaglia per il Quirinale. Robert De Niro, ispettore di polizia nel film La doppia identità, dice: «Molti rispettano il distintivo, tutti la pistola».

Colle, mosse anti frondisti

Avanti con cautela. Il barometro della Banca d’Italia segna “incertezza” per la sofferente economia nazionale nel 2015, un anno previsto invece di ripresa fino a pochi mesi fa. L’”incertezza” domina anche le tre stelle sulle quali Matteo Renzi scommette per il suo futuro politico: 1) l’Italicum, la nuova legge elettorale per le politiche; 2) la riforma costituzionale per abolire il bicameralismo perfetto; 3) l’elezione del nuovo presidente della Repubblica.

Il presidente del Consiglio e segretario del Pd punta ad approvare l’Italicum (in discussione al Senato) e la riforma costituzionale (all’esame della Camera) entro il mese, prima del 29 gennaio, quando partiranno le votazioni a scrutinio segreto per scegliere il successore di Giorgio Napolitano, dimessosi la scorsa settimana. Sull’Italicum e sul superamento del bicameralismo esiste, per quanto barcollante, la maggioranza del Patto del Nazareno, l’accordo Renzi-Berlusconi per realizzare le riforme istituzionali. Per il Quirinale, almeno formalmente, è tutto da inventare: candidato e maggioranza. Sottotraccia, nella confusione di decine di nomi, si fanno strada tre personaggi: l’ex presidente del Consiglio Giuliano Amato, l’ex segretario del Pd Walter Veltroni, il giudice costituzionale Sergio Mattarella.

I problemi, le fibrillazioni si moltiplicano, mentre il Patto del Nazareno non gode di buona salute. Parte delle minoranze del Pd lo contestano e critiche arrivano anche da vari settori di Forza Italia. I “frondisti” dei due partiti sono mobilitati. In molti vorrebbero tornare all’antico scontro frontale pro o contro Berlusconi.

È un fuoco di fila. Alfredo D’Attorre, deputato della minoranza della sinistra Pd, ha avvertito: se per il Quirinale  dovesse emergere «un accordo interamente riconducibile al Patto del Nazareno, le conseguenze sarebbero devastanti». Pippo Civati insiste per aprire un dialogo pure con il M5S e Sel, “quelli fuori dal Nazareno”. Il leader di una delle minoranze democratiche torna a ipotizzare una scissione,una possibilità  già avanzata a dicembre: «Se Renzi continua così a sinistra del Pd si costituirà un nuovo partito».

Nel centrodestra le contestazioni sono altrettanto forti. Durissimo è Maurizio Bianconi, deputato dissidente del partito di Berlusconi: Forza Italia «è ormai serva di questa maggioranza. Servirebbe una commissione d’inchiesta sul Patto del Nazareno». Raffaele Fitto, leader dei dissidenti azzurri, ha un carattere cauto ma ha usato parole decise. Qualche giorno fa ha detto: «Quando sento parlare di Patto del Nazareno mi viene da ridere». Ha precisato: «O ci si mette in condizione di far concorrenza a Renzi o non abbiamo prospettive».

Già da domani, quando si comincerà a votare l’Italicum al Senato e la fine del bicameralismo perfetto  alla Camera, si vedrà se Renzi si dovrà preparare ad affrontare una “tempesta”: sulle due riforme pendono una valanga di emendamenti e  su alcuni ci sarà l’insidioso scrutinio segreto.  Silvio Berlusconi incontra tutti: deputati, senatori, dissidenti, dubbiosi, fedelissimi. Invita alla compattezza e all’unità. Sollecita ad opporsi a Renzi sulla scelte economiche (“È un simpatico tassatore”), ma conferma l’intesa sulle riforme. Ha spiegato: «Paghiamo il Patto del Nazareno, ma non possiamo dire di no a queste riforme, anche se le chiede la sinistra, perché sono le stesse che abbiamo voluto noi nel 2005».

Renzi vede il passaggio a rischio. Due settimane fa ha avvertito: «A gennaio bisogna allacciare le cinture». È un messaggio lanciato a tutto il Pd, il suo partito in forte fermento. Ha presieduto assemblee  dei parlamentari democratici, ha riunito la direzione del partito, ha incontrato dissidenti come il senatore Vannino Chiti, che contesta vari punti dell’Italicum e, in particolare, quello dei “deputati capilista nominati”.

Altre “tegole” sono piovute sabato sia sulla testa di Renzi sia su quella di Berlusconi. Sergio Cofferati, ex segretario della Cgil e uno dei fondatori del Pd, ha detto addio al partito per l’”inaccettabile silenzio” dei vertici sul “voto inquinato” nelle elezioni primarie in Liguria, nelle quali è stato sconfitto.  La vice segretaria del Pd Debora Serracchiani ha replicato: «Non si sta in un partito solo se si vince». Il caso Cofferati rischia di deflagrare anche sul voto per il capo dello Stato.  Stefano Fassina, uno degli esponenti della minoranza di sinistra del Pd, ieri ha avvertito, parlando a Rainews24: «Il modo sbrigativo, offensivo per la dignità di Cofferati, con cui la sua scelta è stata trattata, pesa notevolmente sul Quirinale». Anche Berlusconi ha i suoi guai. Ha sconfessato Renato Brunetta, invitandolo “a cambiare atteggiamento”. Il capogruppo di Forza Italia alla Camera è un pasdaran di Berlusconi, ma è anche un acceso contestatore di Renzi, al quale aveva controbattuto: prima si elegge il presidente della Repubblica “e poi si fanno le riforme”. Una tesi opposta a quella del presidente del Consiglio.

Renzi si muove con prudenza, ma con determinazione. Ha puntato i piedi con la minoranza interna parlando oggi all’assemblea dei senatori democratici. Ha respinto le accuse «ingiuste e ingenerose» ed ha avvertito: «Non si può usare un gruppo minoritario come un partito nel partito». Ha lanciato un appello ad evitare «rotture». Ha proposto di aggiornare a domani l’assemblea per «la ricerca di soluzioni tecniche» su contrasti scoppiati su temi tipo i capilista bloccati.

Da settimane sostiene: il capo dello Stato va eletto anche con «tutti gli altri», compresi M5S, Sel e Lega. Tuttavia ha difeso l’intesa del Nazareno: «Quando sento parlare del Patto del Nazareno dico che Berlusconi ha votato gli ultimi due presidenti, Ciampi e Napolitano». L’intenzione del giovane “rottamatore” da poco quarantenne è di eleggere il nuovo presidente della Repubblica al quarto scrutinio, quando il quorum scenderà dai due terzi dei votanti alla maggioranza assoluta dei 1.009 “grandi elettori” riuniti a Montecitorio.

Non ha avanzato candidature, delineandone una solo per il 28 gennaio, il giorno prima dell’inizio delle votazioni. Per ora ha parlato della necessità di avere «un arbitro rigoroso» e di «una personalità di alto livello». Venerdì scorso alla direzione del Pd ha invitato a non ripetere il fallimento del 2013, quando i “franchi tiratori” del partito impallinarono Romano Prodi e Franco Marini, i nomi proposti dall’allora segretario Pier Luigi Bersani, dimessosi dopo quella sconfitta. Ha fatto un appello alla “responsabilità” perché in caso di flop «noi saremmo additati come colpevoli». Alessandro Baricco nel libro “Smith&Wesson” fa dire all’inventore Smith: «Io in ogni giorno so che tempo farà domani». Nella meteorologia come nella politica, però, non ci sono certezze ma solo previsioni, alle volte sbagliate.

La partita del Quirinale, giocata a voto segreto, è sempre stata difficile. Solo Ciampi e Francesco Cossiga furono eletti al primo scrutinio con un amplissimo consenso. In alcuni casi le “fumate nere” sono state 15, 20 e sono stati eletti candidati a sorpresa che hanno cambiato gli equilibri politici.

 

 

Colle, rischi “franchi tiratori”

Mosse e contromosse. Per il Quirinale ora i nomi non si pronunciano più ma su sussurrano alla Camera. L’approssimarsi della stretta per scegliere il successore di Giorgio Napolitano alla presidenza della Repubblica fa prevalere la prudenza. Oggi ha detto a un bambino incontrato in piazza del Quirinale: “Certo che sono contento di tornare a casa”.Domani Napolitano, infatti, dovrebbe dimettersi anticipatamente, come preannunciato, dal suo secondo mandato di capo dello Stato. Così la parola d’ordine è “cautela”.
Da giorni si sussurrano decine di nomi di papabili per il Quirinale: gli ex ministri Sergio Mattarella e Walter Veltroni, l’ex segretario del Ppi Pierluigi Castagnetti. Sono in pista anche il presidente del Senato Pietro Grasso e la presidente della Camera Laura Boldrini, forti del loro ruolo istituzionale. C’è, defilato, l’ex presidente della Camera Pier Ferdinando Casini, centrista cattolico, che può far pesare l’alternanza con il laico Napolitano, in caso di stallo.
Sul tavolo ci sono i nomi che hanno una vasta credibilità internazionale, importante per affrontare i gravi problemi economici e finanziari dell’Italia. Gli ex presidenti del Consiglio Romano Prodi, Giuliano Amato e Mario Monti sono molto stimati in Europa e negli Stati Uniti, tuttavia per diversi motivi in molti li considerano “bruciati”. Ci sono i banchieri Lorenzo Bini Smaghi e, soprattutto, il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco e il presidente della Banca centrale europea Mario Draghi.
La situazione è complicata. Gli oltre mille “grandi elettori” parlamentari e regionali per il Quirinale, voteranno a scrutinio segreto e potrebbe accadere di tutto. Ne sa qualcosa Pier Luigi Bersani. Nel 2013 i “franchi tiratori” democratici, a scrutinio segreto, impallinarono i due candidati proposti dall’allora segretario del Pd: Franco Marini e Romano Prodi. E Bersani quasi due anni fa, alla fine, per scongiurare la paralisi del Parlamento nel quale si succedevano votazioni senza esito, chiese a Napolitano di accettare per senso di responsabilità un secondo mandato di presidente della Repubblica. Il sì arrivò, ma è stato un secondo incarico a termine che il capo dello Stato ha annunciato di voler interrompere prima dello svolgimento completo.
Il “pallino” ora è nella mani di Matteo Renzi, in quanto presidente del Consiglio e segretario del Pd, il maggiore partito italiano. Lo spauracchio sono i “franchi tiratori”. Punta ad una “ampia maggioranza” comprendente anche le opposizioni e, in particolare, Silvio Berlusconi, contraente del Patto del Nazareno per realizzare con il governo le riforme istituzionali. E qui cominciano i problemi. Sia nel Pd e sia in Forza Italia molti dissidenti stanno contestando l’accordo Renzi-Berlusconi anche se limitato alle riforme. Alfredo D’Attorre, deputato della minoranza di sinistra del Partito democratico, oggi ha invitato Renzi a “trovare prima nel Pd la condivisione su un profilo alto, e poi a parlare con tutti i partiti”. Ha avvertito: il candidato al Quirinale dovrà essere “un garante delle istituzioni del Paese e non del Patto del Nazareno”. Pino Pisicchio ha parlato di “un complicato passaggio”. Il presidente del gruppo Misto della Camera ha indicato la necessità di scegliere “una persona che abbia dato prova delle sue capacità innanzitutto alla platea dei grandi elettori”. Il leghista Roberto Maroni ha auspicato una personalità condivisa, meglio se donna.
Renzi non avanza nomi, ma descrive le caratteristiche. Il presidente del Consiglio oggi ha indicato la necessità di “una personalità di grande livello” con “il profilo di un arbitro saggio”.
Una grave crisi economica, disoccupazione di massa, pericoli del terrorismo islamico, corruzione pubblica. I problemi dell’Italia sono tanti. Il presidente degli Stati Uniti John Fitzgerald Kennedy diceva: “In un periodo di crisi, occorre guardarsi dai pericoli ma saper riconoscere le opportunità”.

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Patto del Nazareno alla prova

Il Patto del Nazareno qualche volta ha traballato, ma ha sempre retto. Almeno finora. Matteo Renzi e Silvio Berlusconi siglarono l’intesa per realizzare la nuova legge elettorale per le politiche e la riforma costituzionale quasi un anno fa, lo scorso 18 gennaio.

Il giovane “rottamatore” fiorentino, allora solo segretario del Pd da appena un mese e non ancora presidente del Consiglio, commentò subito dopo l’incontro con il presidente di Forza Italia: c’è “profonda sintonia”. Così, come lo battezzarono i giornali, nacque il Patto del Nazareno sulle riforme istituzionali. Il nome evangelico non ha nulla di mistico, ma prende spunto dall’accordo raggiunto tra Renzi e Berlusconi  in largo del Nazareno, la sede della direzione nazionale del Pd a Roma. L’intesa tra i due avversari non è piaciuta molto in varie aree del Pd e di Forza Italia, contrarie al disgelo anche se limitato alla discussione delle “regole del gioco”.

Lo scorso febbraio il segretario del Pd divenne presidente del Consiglio e le riforme istituzionali furono tra le priorità del suo governo. Il Patto del Nazareno, tra un problema e l’altro, ha marciato abbastanza bene in 11 mesi: Berlusconi ha praticato “una opposizione responsabile” votando in prima lettura alla Camera il nuovo sistema elettorale maggioritario (il cosiddetto Italicum)  e al Senato l’abolizione del bicameralismo perfetto.

Ora, però, arriva la prova più difficile per il Patto del Nazareno. Da oggi l’Italicum è all’esame dell’aula del Senato e sono state respinte le pregiudiziali di costituzionalità presentate dalle opposizioni;  da domani la riforma costituzionale sarà in discussione nell’aula della Camera.  La tensione è forte nel Pd e in Forza Italia, in entrambi i partiti stanno riprendendo spazio i dissidenti ostili all’intesa Renzi-Berlusconi sulle riforme istituzionali, soprattutto dopo l’”incidente” sul decreto delegato fiscale. Il presidente del Consiglio ha sospeso il decreto “salva Berlusconi”, ma il clima resta rovente.

Si vedrà se il Patto del Nazareno reggerà nelle votazioni, alcune probabilmente anche a scrutinio segreto, al Senato sull’Italicum e alla Camera sul superamento del bicameralismo perfetto. Le due riforme, già approvate in prima lettura dalle Camere con i voti degli alleati di governo e di Forza Italia, hanno una navigazione difficile.  Il governo, in più, ha modificato l’Italicum rispetto al testo già approvato in prima lettura a Montecitorio. Le opposizioni sono all’attacco, ma riserve sono riemerse anche dai dissidenti del Pd e di Forza Italia, pur con motivazioni diverse.

Berlusconi non sembra vedere di buon occhio i cambiamenti proposti dal presidente del Consiglio.   Renato Brunetta oggi ha puntato il dito contro il premio di maggioranza assegnato alla lista e non alla coalizione che ha più voti: «Noi siamo contrari” perché «è un’innovazione voluta dal solo Renzi». Il capogruppo di Forza Italia alla Camera ha avvertito: «Chiediamo al governo di ritirare questo testo al Senato perché noi non lo voteremo. E se non lo votiamo salta il Patto del Nazareno». Roberto Calderoli dà per finito l’accordo Renzi-Berlusconi. Per il vice presidente leghista del Senato «il Patto del Nazareno non sembra godere di buona salute visto come è iniziato il 2015!».  Un attacco al «burattino Renzie» oggi è arrivato anche da Beppe Grillo. Secondo il leader del M5S «il governo non durerebbe una settimana» senza l’ex Cavaliere.

Il presidente del Consiglio vuole andare avanti con determinazione: mira ad approvare l’Italicum e ad introdurre il monocameralismo in Italia. Punta ad ottenere il sì del Senato e della Camera alle due riforme entro gennaio. Più volte ha ripetuto: «Non mollo». Sulle riforme istituzionali Renzi, ormai quasi quarantenne, più volte ha detto di volersi giocare “la faccia”. Saranno anche un anticipo della sfida per il Quirinale. Nelle prossime settimane partiranno le insidiose votazioni a scrutinio segreto per eleggere il successore di Giorgio Napolitano: le sue dimissioni da presidente della Repubblica sono prossime.

Il presidente del Consiglio e segretario del Pd punta “alla maggioranza più ampia possibile” per eleggere il nuovo capo dello Stato, ma un’intesa comprendente anche Grillo appare molto ardua. Tuttavia anche “un nome condiviso” tra la maggioranza di governo e quella per le riforme istituzionali comprendente anche l’ex Cavaliere potrebbe risultare difficile per i reciproci veti.  In serata ha indicato la strada presiedendo l’assemblea dei deputati democratici: «Vediamoci per impostare un metodo di elezione del presidente della Repubblica» e non per decidere un candidato. Ha invitato i suoi parlamentari ad «allacciare le cinture a gennaio». Ha avvertito: «Se viene meno l’architrave delle riforme costituzionali viene giù tutto».

Renzi ha scommesso tutto sulle riforme strutturali per far ripartire l’economia dell’Italia e sulle innovazioni istituzionali per velocizzare e rinnovare gli apparati pubblici. Quando lo scorso 24 febbraio chiese al Senato il voto di fiducia per il suo governo fu netto: «Abbiamo una sola occasione, questa. Se perderemo non cercheremo alibi, la colpa sarà soltanto mia». Precisò: «Il nostro è un governo che vi chiede la fiducia sulla base di un cambiamento radicale». Aggiunse: «Comunico di voler essere l’ultimo premier a chiedere a questa Aula la fiducia»; si riferiva all’assemblea del Senato che, depotenziata secondo la sua riforma costituzionale, non avrebbe più dato la fiducia ad un esecutivo, come la Camera.

Gennaio e febbraio sono mesi ad alto rischio per Renzi. Il saggista Luca Ricolfi nel libro la “Sfida” ha citato un antico proverbio cinese: «Se vuoi entrare in un pentagono, e non ci riesci da nessuno dei cinque lati, cerca il sesto».