Italicum,Mattarellum,Porcellum.

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Una volta il latino terrorizzava dentro e fuori le aule di scuola, ora quasi affascina. Mattarellum, Porcellum, Consultellum, Italicum. Un poker di nomi ispirati ad un improbabile latino, per battezzare quattro sistemi elettorali diversi, domina la scena politica. I meccanismi elettorali sono una materia ostica e noiosa, per addetti ai lavori parlamentari.

Le leggi elettorali sono di difficile comprensione per i cittadini, così c’è stata una mossa ardita: vivacizzare il tema con il latino, una lingua morta, usata fino a cinquant’anni fa soltanto dalla Chiesa cattolica per le liturgie religiose e per le scritture ufficiali.

Eppure la trovata ha funzionato. Giovanni Sartori, effervescente professore di Scienza della politica e sociologia all’università di Firenze, fu l’inventore del “latinorum elettorale”. Con un editoriale sul Corriere della Sera battezzò, per assonanza, Mattarellum la legge elettorale per le politiche, per tre quarti maggioritaria e un quarto proporzionale, proposta dal democristiano Sergio Mattarella, con la quale si votò nel 1994, data di nascita della Seconda Repubblica basata sul leaderismo e il bipolarismo tra centrosinistra e centrodestra.

L’invenzione piacque. Giornali, televisioni e radio chiamarono tutti Mattarellum la legge Mattarella. Segretari di partito, ministri e parlamentari fecero altrettanto. La soluzione fece scuola. Roberto Calderoli nel 2005 propose un nuovo sistema elettorale proporzionale, ma con premio di maggioranza e soglie di sbarramento di accesso al Parlamento. Gli elettori però, non potevano scegliere i parlamentari, ma potevano votare solo il partito. Lo stesso proponente, allora ministro leghista, non fu molto soddisfatto della sua legge elettorale e la definì “una porcata”. Il geniale Sartori tornò alla carica e la battezzò Porcellum.

Il ricorso al latino è continuato. Quando nel 2013 la Consulta bocciò come incostituzionale il Porcellum venne fuori il Consultellum, nome della possibile nuova legge elettorale, proporzionale con soglia di sbarramento, basata sulle osservazioni della Corte costituzionale. Dopo il “tris”  è arrivato il “poker” con l’Italicum.  Matteo Renzi quest’anno ha proposto una nuova legge elettorale maggioritaria in chiave bipartitica. Ha precisato: occorre far sapere agli italiani “chi governa” subito dopo il responso delle urne con la proclamazione dei vincitori. Il presidente del Consiglio e segretario del Pd si è ispirato allo spumeggiante concittadino fiorentino Sartori, ormai novantenne: ha chiamato Italicum il progetto di nuovo sistema elettorale. Per l’Italicum ha usato sempre la desinenza finale latina “um”, quella dei nomi di genere neutro come bellum, guerra.

E una “guerra” si è scatenata in Parlamento sulla riforma elettorale. L’Italicum è stato approvato dopo una dura battaglia alla Camera e ora, modificato dal governo per ottenere un netto bipartitismo politico, è all’esame della commissione affari costituzionali del Senato. A Palazzo Madama si prepara una “guerra” su quasi 18.000 emendamenti. Non si sa come andrà a finire. I contrasti sono aspri con le opposizioni, con Silvio Berlusconi componente della maggioranza per realizzare le riforme istituzionali, e con le minoranze della sinistra del Pd.

La confusione è forte. Il vice segretario del Pd Lorenzo Guerini, stretto collaboratore di Renzi, ha lanciato l’allarme: se la ricerca di un ampio accordo sull’Italicum deve diventare “un calvario” allora è meglio tornare al Mattarellum. Pier Luigi Bersani, esponente della minoranza, è andato a vedere. «Se il governo fa sul serio, per me l’ipotesi numero uno» è il Mattarellum. L’ex segretario del Pd ha azzardato: «E non solo per la fase transitoria» prima dell’approvazione della riforma costituzionale del Senato. Il presidente del Gruppo Misto della Camera, Pino Pisicchio, ha contestato l’Italicum per “la modifica dei capilista bloccati” che non fanno scegliere i parlamentari agli elettori. Allora, ha sottolineato, «è meglio tornare ai collegi uninominali del Mattarellum».

Berlusconi invece tratta sulle modifiche all’Italicum e boccia il Mattarellum, perché giudica con sfavore il 75% dei seggi assegnati in collegi maggioritari uninominali, in quanto avvantaggerebbero i partiti più forti: il Pd, il Movimento 5 Stelle, la Lega di Matteo Salvini in ascesa. Forza Italia è corsa ai ripari presentando un emendamento al Senato alla riforma elettorale: l’Italicum deve entrare in vigore non prima del 30 giugno 2016 e, se le Camere venissero sciolte prima,  si andrebbe al voto con il Consultellum e non con il Mattarellum.

Renzi ha rilanciato: l’Italicum «ormai l’abbiamo messo in dirittura d’arrivo». Il presidente del Consiglio ha assicurato: le riforme strutturali saranno realizzate:  «Il Paese lo prendiamo per mano e lo portiamo fuori dalle sabbie mobili». Da Istanbul oggi ha avvertito:  «Se rinviamo le riforme ci condanniamo a un lento declino».

Un celebre motto dell’antica Roma diceva: «Si vis pacem, para bellum», se vuoi la pace prepara la guerra. Il concetto fu ripreso anche da Marco Tullio Cicerone nella settima filippica. Il grande avvocato e console romano tuonò in Senato contro il generale Marco Antonio, in quel momento in contrasto con Ottaviano Augusto: «Se vogliamo la pace, bisogna fare la guerra». Quando però Marco Antonio si alleò con Ottaviano e con Marco Emilio Lepido, nel cosiddetto secondo triumvirato, Cicerone fu punito per le sue parole e fu fatto uccidere da dei sicari.

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