Quirinale, caccia al “garante”

Confusione, incertezza, paura. Si avvicina l’addio anticipato di Giorgio Napolitano al Quirinale e per il futuro presidente della Repubblica si naviga a vista. L’intesa tra Matteo Renzi, Silvio Berlusconi, Matteo Salvini e Beppe Grillo appare quasi impossibile.

Contatti, incontri, riunioni anche oggi sono serviti a poco. Napolitano ieri ha confermato “l’imminente conclusione” del suo mandato di capo dello Stato. Potrebbe annunciare le sue dimissioni nel discorso di Capodanno agli italiani e lascerebbe il Colle a metà gennaio, subito dopo la fine del semestre europeo a guida italiana. Le elezioni per il Colle si terrebbero a febbraio.

La “corsa” per il Quirinale è cominciata da settimane. Emanuele Macaluso,dirigente storico del Pci, non è ottimista: «Sarà la più caotica che ci sia mai stata».

Si cerca un “personaggio super partes”, un “garante dell’unità nazionale”. I taccuini dei giornalisti parlamentari si sono riempiti di decine di nomi fatti sottovoce nel Transatlantico della Camera, nei conciliaboli dei deputati tra una votazione e l’altra. Ci sono ex presidenti del Consiglio: Romano Prodi, Giuliano Amato. Ex ministri: Walter Veltroni, Piero Fassino, Pier Luigi Bersani, Sergio Mattarella. Il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, uomo cruciale per la tenuta dei conti pubblici italiani. Sono possibili candidati gli ex presidenti del Senato e della Camera: l’anziano Franco Marini e Pier Ferdinando Casini, due cattolici che possono rivendicare l’alternanza al Quirinale con il laico Napolitano.

Sono in pista gli attuali presidenti del Senato, Pietro Grasso (forte delle sue credenziali di ex magistrato), e della Camera, Laura Boldrini (gettonata in “quota” donna). C’è una forte opzione per una donna. Sono in lizza Emma Bonino (ex ministra degli Esteri), Roberta Pinotti (ministra della Difesa), Paola Severino (ex ministra della Giustizia), Anna Finocchiaro (presidente della commissione affari costituzionali del Senato). Hanno le loro carte da giocare i giuristi Stefano Rodotà e Gustavo Zagrebelsky, apprezzati a sinistra e dal Movimento 5 Stelle. Hanno un ruolo da giuocare “lord protettori” dei conti pubblici italiani come i banchieri: Mario Draghi, Ignazio Visco, Lorenzo Bini Smaghi. Grasso oggi ha auspicato la convergenza «in breve tempo su una personalità condivisa e autorevole». Matteo Salvini oggi è tornato a battere sulla linea anti euro. Il segretario della Lega Nord ha tuonato: «Mi auguro che il prossimo presidente della Repubblica non sia un servo di Bruxelles».

Sotto pressione è Renzi, in quanto essendo presidente del Consiglio e segretario del Pd, il maggiore partito italiano. Il giovane “rottamatore” ha l’onore e l’onere di condurre la partita. Dovrà decidere su chi puntare (volti nuovi o no?) e quali voti sommare a quelli del centrosinistra. La scelta è tra Forza Italia, Nuovo Centrodestra, Lega Nord, Sel, M5S. L’obiettivo è la maggioranza più ampia possibile. Probabilmente partirà da un’intesa con Berlusconi, alleato nella realizzazioni delle riforme istituzionali. L’impresa non è semplice.

Un assaggio si è visto nei giorni scorsi. Il presidente di Forza Italia ha sottolineato: «Io spero che ci venga proposto qualcuno che possa essere votato anche da noi». Poi ha precisato: «Amato invece rientra in quel profilo». E subito si è levato un coro di no alla candidatura dell’ex presidente del Consiglio da parte delle opposizioni e da vasti settori del Pd. Berlusconi ha quasi“bruciato” Amato, uomo con grande credibilità in Europa e negli Stati Uniti, da qualche tempo giudice costituzionale.

Qualcosa di analogo è successo a Prodi, anch’egli dotato di grande credito internazionale, inventore dell’Ulivo, gradito alla sinistra e un tempo al M5S, ma ora attaccato da Beppe Grillo. Alcuni hanno avanzato il suo nome. In particolare Pippo Civati, leader di una delle minoranze di sinistra del Pd, ha osservato: «Per il Colle ci vuole Prodi». Renzi, per non farsi scavalcare a sinistra, lunedì ha avuto un lungo incontro con l’ex presidente del Consiglio a Palazzo Chigi. Bocche cucite alla fine del colloquio di quasi due ore.

La partita del Quirinale è insidiosa. Il presidente della Repubblica è eletto da una grande platea formata da deputati, senatori e delegati regionali, 1.008 “grandi elettori”. Per essere eletti nei primi tre scrutini servono almeno 672 voti (maggioranza dei due terzi), mentre dalla quarta votazione bastano 505 “sì” (maggioranza assoluta).

Il voto a scrutinio segreto è una forte incognita. Nel 2013 oltre 200 “franchi tiratori” affondarono Franco Marini e subito dopo 101 silurarono Prodi, i due candidati del Pd al Colle proposti dall’allora segretario Bersani. Fu una disfatta per Bersani e il Partito democratico. A quel punto tutti i gruppi parlamentari, con l’eccezione dei cinquestelle, votarono Napolitano al Quirinale per un secondo mandato, fatto senza precedenti. Napolitano impose un governo di “larghe intese” tra centrosinistra e centrodestra, perché dalle elezioni politiche del 2013 non era uscito un vincitore ma tre minoranze (M5S, oltre al centrosinistra e centrodestra). Presidente del Consiglio fu Enrico Letta, vice segretario del Pd.

Un caso simile accadde anche nel drammatico 1992, l’anno delle bombe mafiose e di Tangentopoli. L’intesa del Pentapartito, l’allora centrosinistra, puntò sull’elezione di Arnaldo Forlani alla presidenza della Repubblica. Ma i “franchi tiratori” silurarono il segretario della Dc. Nel segreto dell’urna sembra che si mosse contro Forlani la corrente andreottiana, per portare sul Colle il “divo Giulio”. Ma l’impresa fallì e fu eletto Oscar Luigi Scalfaro, in un clima di emergenza.

Renzi è fiducioso: «Credo che il Parlamento abbia imparato la lezione del 2013» e l’Italia «non avrà alcun tipo di problema» per eleggere il futuro presidente della Repubblica. Certo se le prime votazioni per il Quirinale andranno in bianco può succedere di tutto. In tanti prevedono l’arrivo di Mario Draghi, il presidente della Bce, la Banca centrale europea, il salvatore dell’euro e dei titoli del debito pubblico italiano. Da un mese la Velina Rossa, la nota politica di Pasquale Laurito, sostiene l’esistenza di «un coro unanime per la candidatura di Mario Draghi» anche «al di là delle posizioni di facciata». Anche l’altro giorno ha insistito su Draghi, «l’unico che potrebbe rompere questo cerchio magico». Un antico proverbio romano ammonisce: «Chi entra papa in conclave, ne esce cardinale».

Italicum,Mattarellum,Porcellum.

Una volta il latino terrorizzava dentro e fuori le aule di scuola, ora quasi affascina. Mattarellum, Porcellum, Consultellum, Italicum. Un poker di nomi ispirati ad un improbabile latino, per battezzare quattro sistemi elettorali diversi, domina la scena politica. I meccanismi elettorali sono una materia ostica e noiosa, per addetti ai lavori parlamentari.

Le leggi elettorali sono di difficile comprensione per i cittadini, così c’è stata una mossa ardita: vivacizzare il tema con il latino, una lingua morta, usata fino a cinquant’anni fa soltanto dalla Chiesa cattolica per le liturgie religiose e per le scritture ufficiali.

Eppure la trovata ha funzionato. Giovanni Sartori, effervescente professore di Scienza della politica e sociologia all’università di Firenze, fu l’inventore del “latinorum elettorale”. Con un editoriale sul Corriere della Sera battezzò, per assonanza, Mattarellum la legge elettorale per le politiche, per tre quarti maggioritaria e un quarto proporzionale, proposta dal democristiano Sergio Mattarella, con la quale si votò nel 1994, data di nascita della Seconda Repubblica basata sul leaderismo e il bipolarismo tra centrosinistra e centrodestra.

L’invenzione piacque. Giornali, televisioni e radio chiamarono tutti Mattarellum la legge Mattarella. Segretari di partito, ministri e parlamentari fecero altrettanto. La soluzione fece scuola. Roberto Calderoli nel 2005 propose un nuovo sistema elettorale proporzionale, ma con premio di maggioranza e soglie di sbarramento di accesso al Parlamento. Gli elettori però, non potevano scegliere i parlamentari, ma potevano votare solo il partito. Lo stesso proponente, allora ministro leghista, non fu molto soddisfatto della sua legge elettorale e la definì “una porcata”. Il geniale Sartori tornò alla carica e la battezzò Porcellum.

Il ricorso al latino è continuato. Quando nel 2013 la Consulta bocciò come incostituzionale il Porcellum venne fuori il Consultellum, nome della possibile nuova legge elettorale, proporzionale con soglia di sbarramento, basata sulle osservazioni della Corte costituzionale. Dopo il “tris”  è arrivato il “poker” con l’Italicum.  Matteo Renzi quest’anno ha proposto una nuova legge elettorale maggioritaria in chiave bipartitica. Ha precisato: occorre far sapere agli italiani “chi governa” subito dopo il responso delle urne con la proclamazione dei vincitori. Il presidente del Consiglio e segretario del Pd si è ispirato allo spumeggiante concittadino fiorentino Sartori, ormai novantenne: ha chiamato Italicum il progetto di nuovo sistema elettorale. Per l’Italicum ha usato sempre la desinenza finale latina “um”, quella dei nomi di genere neutro come bellum, guerra.

E una “guerra” si è scatenata in Parlamento sulla riforma elettorale. L’Italicum è stato approvato dopo una dura battaglia alla Camera e ora, modificato dal governo per ottenere un netto bipartitismo politico, è all’esame della commissione affari costituzionali del Senato. A Palazzo Madama si prepara una “guerra” su quasi 18.000 emendamenti. Non si sa come andrà a finire. I contrasti sono aspri con le opposizioni, con Silvio Berlusconi componente della maggioranza per realizzare le riforme istituzionali, e con le minoranze della sinistra del Pd.

La confusione è forte. Il vice segretario del Pd Lorenzo Guerini, stretto collaboratore di Renzi, ha lanciato l’allarme: se la ricerca di un ampio accordo sull’Italicum deve diventare “un calvario” allora è meglio tornare al Mattarellum. Pier Luigi Bersani, esponente della minoranza, è andato a vedere. «Se il governo fa sul serio, per me l’ipotesi numero uno» è il Mattarellum. L’ex segretario del Pd ha azzardato: «E non solo per la fase transitoria» prima dell’approvazione della riforma costituzionale del Senato. Il presidente del Gruppo Misto della Camera, Pino Pisicchio, ha contestato l’Italicum per “la modifica dei capilista bloccati” che non fanno scegliere i parlamentari agli elettori. Allora, ha sottolineato, «è meglio tornare ai collegi uninominali del Mattarellum».

Berlusconi invece tratta sulle modifiche all’Italicum e boccia il Mattarellum, perché giudica con sfavore il 75% dei seggi assegnati in collegi maggioritari uninominali, in quanto avvantaggerebbero i partiti più forti: il Pd, il Movimento 5 Stelle, la Lega di Matteo Salvini in ascesa. Forza Italia è corsa ai ripari presentando un emendamento al Senato alla riforma elettorale: l’Italicum deve entrare in vigore non prima del 30 giugno 2016 e, se le Camere venissero sciolte prima,  si andrebbe al voto con il Consultellum e non con il Mattarellum.

Renzi ha rilanciato: l’Italicum «ormai l’abbiamo messo in dirittura d’arrivo». Il presidente del Consiglio ha assicurato: le riforme strutturali saranno realizzate:  «Il Paese lo prendiamo per mano e lo portiamo fuori dalle sabbie mobili». Da Istanbul oggi ha avvertito:  «Se rinviamo le riforme ci condanniamo a un lento declino».

Un celebre motto dell’antica Roma diceva: «Si vis pacem, para bellum», se vuoi la pace prepara la guerra. Il concetto fu ripreso anche da Marco Tullio Cicerone nella settima filippica. Il grande avvocato e console romano tuonò in Senato contro il generale Marco Antonio, in quel momento in contrasto con Ottaviano Augusto: «Se vogliamo la pace, bisogna fare la guerra». Quando però Marco Antonio si alleò con Ottaviano e con Marco Emilio Lepido, nel cosiddetto secondo triumvirato, Cicerone fu punito per le sue parole e fu fatto uccidere da dei sicari.

Camusso e Merkel sfidano Renzi

Uno-due. Entro pochi giorni Matteo Renzi dovrà superare due pericolosi “scogli”, insidiosi per la navigazione del suo governo. Dovrà affrontare la sfida di due donne: prima quella di Susanna Camusso, segretaria della Cgil, e poi quella di Angela Merkel, cancelliera della Repubblica Federale Tedesca. Si tratta di due critiche quasi opposte: quella della Camusso è per la disattenzione verso il disagio sociale dei lavoratori, quella della Merkel è rivolta allo scarso impegno al rigore dei conti pubblici.
Venerdì prossimo scatterà lo sciopero generale della Cgil, al quale ha aderito anche la Uil. Lo sciopero generale proclamato dalla Camusso è contro il governo, in particolare contro il Jobs Act e il disegno di legge di Stabilità economica per il 2015. La segretaria della Cgil oggi ha precisato in una conferenza stampa: «Se il governo tira dritto proseguiremo la mobilitazione. Non ci rassegniamo». Da settembre infatti sta attaccando la riforma del mercato del lavoro e, in particolare, il superamento dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori per i nuovi assunti: le modifiche dell’articolo 18 sono «uno scalpo che proponiamo all’Europa».
La Camusso ha portato un milione di persone in piazza a Roma il 25 ottobre contro il governo e poi ha fatto scattare una raffica di “scioperi articolati” nei mesi scorsi, in testa quelli dei metalmeccanici e del pubblico impiego. Nei comizi la segretaria della Cgil ha difeso il “diritto al lavoro”, l’”uguaglianza” e la “dignità” dei lavoratori. Ha accusato il governo di “arroganza”, di ledere i diritti dei lavoratori e di favorire i licenziamenti: l’articolo 18 «non è un totem. Tutto lo Statuto dei lavoratori è fatto di tutele concrete e non di ideologia. Sono le tutele concrete che fanno la differenza tra il lavoro servile e il lavoro moderno. Perciò l’articolo 18 deve essere esteso, anziché tolto, anche a chi non ce l’ha».
Ma il Jobs Act, nonostante i no delle opposizioni e i dissensi delle minoranze di sinistra del Pd, è passato in Parlamento: anche a colpi di voti di fiducia, è divenuto legge. Il presidente del Consiglio e segretario del Pd il 3 dicembre, il giorno dell’approvazione della riforma, non ha nascosto la soddisfazione: «Oggi è un giorno storico per il Paese». Le sue tesi sono opposte a quelle della Cgil: il Jobs Act servirà ad aiutare la ripresa economica e dell’occupazione, a sostenere i lavoratori precari e non garantiti. Ha attaccato i “gufi”, i “conservatori”, i “frenatori”. Ha avvertito: «È finito il tempo nel quale bastava una manifestazione per mettere in crisi un governo».
Pensa al futuro: «Possono insultarmi, attaccarmi, ma non possono fermarmi. Io voglio che il mio Paese torni ad essere leader nel mondo». Di qui l’intenzione “a spingere sull’acceleratore” per varare rapidamente i decreti delegati per attuare la legge delega del Jobs Act (il primo dovrebbe arrivare entro dicembre) e per realizzare le altre riforme strutturali: sistema elettorale per le politiche, superamento del bicameralismo perfetto, fisco, giustizia civile, pubblica amministrazione.
I tempi rapidi sono importanti anche per il braccio di ferro con la Merkel. Renzi la prossima settimana presiederà il Consiglio europeo e rilancerà la necessità di puntare sulla crescita economica, superando il tabù del rigore finanziario sui conti pubblici che sta strangolando l’economia italiana. Contesterà il dogma dell’austerità finanziaria, del quale è paladina la Merkel. Respingerà le critiche della cancelliera tedesca alle “riforme insufficienti” di Italia e Francia. Il presidente del Consiglio e timoniere del semestre europeo fino alla fine dell’anno, punta proprio sul Jobs Act per smentire le critiche di “annunci” senza risultati lanciate al suo governo: l’esecutivo realizzerà rapidamente le riforme e “si dissolveranno” i rischi indicati da Standard & Poor’s, l’agenzia statunitense che la settimana scorsa ha declassato il livello di solvibilità del debito pubblico italiano.
Da vent’anni l’economia del Belpaese cresce poco o addirittura è in picchiata, come avviene dal 2008 per la Grande recessione, facendo chiudere migliaia di aziende e provocando oltre 3 milioni di disoccupati. Anche quest’anno l’Italia ha mancato la ripresa e vede calare ulteriormente il suo reddito nazionale. Pier Carlo Padoan alla riunione dei ministri finanziari europei oggi ha espresso soddisfazione per l’accordo sul bilancio, perché permette «di trovare risorse per il rilancio della crescita». Il ministro dell’Economia ha precisato: «Lo sforzo in più» chiesto dalla Ue all’Italia dipende «dall’efficacia delle misure già decise dal governo». Traduzione: niente manovra bis sui conti pubblici.
La situazione è incandescente. La speculazione finanziaria internazionale è pronta a ripartire. L’incertezza politica in Grecia, con possibili elezioni anticipate, ha affossato la Borsa di Atene: oggi il listino ha chiuso le contrattazione con un crollo del 12,78%. E’ il peggior flop degli ultimi 27 anni. Male anche le Borse europee: perdono tutte intorno al 2%, Milano compresa.
L’anno scorso Lawrence Henry “Larry” Summers, ex ministro del Tesoro Usa, preconizzò il rischio di “una stagnazione secolare” del mondo. È più di un rischio. Il Giappone è ripiombato nella recessione dalla quale era uscito, dopo oltre dieci anni di pesante stagnazione. La crisi economica ha avuto effetti devastanti anche su diversi paesi europei come la Grecia, l’Irlanda, la Spagna, il Portogallo, l’Italia. Ora anche sulla Francia incombono nuvole nere e perfino la potente Germania vive una ripresa più debole del previsto.

Corruzione produce astensionismo

Ogni tanto salta fuori “un “pozzo nero”: ne escono i peggiori miasmi della politica. È il caso di Roma. Mazzette, minacce, imposizioni. L’inchiesta “Mafia capitale” sgomenta l’opinione pubblica per l’intreccio tra corruzione politica, criminalità, affari. La magistratura ha disposto una valanga di arresti, c’è un fiume di indagati.

C’è di tutto. Esponenti politici di centrodestra, di centrosinistra, ex terroristi di matrice neo fascista, appaltatori, criminali comuni. Sotto inchiesta c’è anche Gianni Alemanno, ex sindaco di Roma, uomo simbolo del centrodestra nella capitale. «Sono sconvolto», ha detto Matteo Renzi. Il Partito democratico della metropoli è stato commissariato per il coinvolgimento di alcuni suoi esponenti nello scandalo. Il presidente del Consiglio e segretario del Pd ha commentato esterrefatto: «Mancano solo Jack lo squartatore e il mostro di Lockness». Ha aggiunto: «Voglio che i colpevoli paghino e che gli innocenti siano assolti».

Le ripercussioni politiche sono a catena. Silvio Berlusconi oggi ha chiesto «uno scioglimento immediato del consiglio comunale». Il presidente di Forza Italia quindi ha indicato la strada «dell’immediata convocazione di nuove elezioni».

Gli italiani sono rimasti attoniti ma non sorpresi, apprendendo le drammatiche notizie dell’intreccio politica-criminalità-affari dai giornali e dalle televisioni. Un sondaggio diffuso oggi da Ixe’ e realizzato per Agorà, Rai3, fa emergere che i cittadini non sono stupiti: per l’89% delle persone lo scandalo scoperto a Roma è un problema che investe tutto il Paese e non è circoscritto solo alla capitale. Nei mesi scorsi gravi episodi di corruzione politica già emersero per il Mose a Venezia e per l’Expo 2015 a Milano.

Il discredito verso i partiti cresce sempre di più e fa aumentare l’astensionismo. C’è una vera “fuga” dalle urne. Nelle regionali dello scorso 23 novembre, in Calabria non ha votato oltre il 55% degli elettori e la “diserzione” dai seggi è stata eclatante perfino in Emilia Romagna (oltre il 60% di non votanti),  roccaforte “rossa”, fino agli anni Ottanta in testa alla classifica dei votanti con percentuali stratosferiche di oltre il 90%. La forte passione politica tra i militanti e gli elettori dei partiti di sinistra faceva arrivare l’affluenza alle urne a vette elevatissime.

Adesso è cambiato tutto. Crisi dei partiti e degenerazione della politica sono alla base della delusione popolare. Nel 1989 arrivò il crollo del muro di Berlino, si disintegrò il comunismo, nel 1992-1993 scoppiò Tangentopoli e si disintegrò la Prima Repubblica. La Seconda Repubblica, nata del 1994 con leader e partiti nuovi ha fallito. Fondata sul sistema elettorale maggioritario e sul bipolarismo centrosinistra-centrodestra, aveva promesso sviluppo e fine della corruzione pubblica. In vent’anni, invece, gli italiani hanno vissuto una crisi economica sempre più forte e un degrado politico sempre più grave. Sulla scena politica si sono impegnati Silvio Berlusconi, Gianfranco Fini, Antonio Di Pietro, Massimo D’Alema, Francesco Rutelli, Pier Ferdinando Casini, Romano Prodi, Umberto Bossi, Mario Monti, Beppe Grillo, Matteo Salvini e Matteo Renzi. Politici puri, imprenditori, pubblici ministeri, sindaci, tecnici, comici. In molti hanno promesso una riscossa, ma la rinascita non è arrivata. Per ora non è stato ancora trovato l’antidoto alla crisi di sistema, alla delegittimazione dei partiti e della politica italiana.

Ernesto Guevara, detto il “Che”, diceva: la politica è “una passione durevole”. La “passione” per la politica, cara al rivoluzionario argentino, in Italia ora pare  quasi estinta. La passione disinteressata per la politica è diventata merce rara. Di qui anche la “fuga” per protesta dalle urne.