Leader carismatici offuscati

L’impensabile accade. I leader carismatici della Seconda Repubblica vanno in crisi. I partiti si dividono, i poli si frantumano e i “capi” un tempo osannati e potenti sono sotto schiaffo  o marciano su un binario morto..
Il M5S, che trionfò nelle elezioni politiche del 2013 ottenendo oltre il 25% dei voti partendo da zero, è in crisi. I cinquestelle negli ultimi due anni hanno subito duri colpi: hanno visto calare i voti nelle elezioni europee e amministrative, e ben 22 parlamentari sono stati espulsi o hanno detto addio.
Beppe Grillo, un tempo leader carismatico indiscusso, è contestato. Un gruppo di militanti pentastellati ieri è arrivato ad “assediarlo” sotto casa. L’inventore del Movimento 5 Stelle oggi si  dice “stanchino” e propone di essere affiancato da cinque garanti. L’ex comico genovese spiega così la svolta a sorpresa: «Il M5S ha bisogno di una struttura più ampia. Io, il camper e il blog non bastiamo più».
Da tempo in crisi è anche Silvio Berlusconi. Il fondatore del Pdl e di Forza Italia dal 2010 ha patito una valanga di scissioni, di abbandoni: Gianfranco Fini, Angelino Alfano, Giorgia Meloni, Francesco Storace. Fini ha fondato Futuro e Libertà, ha fatto flop, ed è scomparso dalla scena politica. Alfano ha dato vita al Nuovo Centrodestra ed è al governo; la Meloni ha creato Fratelli d’Italia e Storace a La Destra, due forze politiche all’opposizione.
Berlusconi è passato da oltre il 38% dei voti ottenuto alle elezioni politiche del 2008 a poco più del 16% avuto alle europee dello scorso maggio. Nel 1994 riuscì a unificare il centrodestra e divenne presidente del Consiglio. In vent’anni dall’opposizione o dal governo guidò il centrodestra.  Ora è all’opposizione, è azzoppato sul piano giudiziario, il centrodestra è disarticolato. Deve affrontare le critiche dentro Forza Italia, in testa quelle di Raffaele Fitto, autore della proposta di ”azzeramento di tutte le cariche” azzurre.
Grillo e Berlusconi sembrano aver perso “il tocco magico”, la dote carismatica di ipnotizzare militanti ed elettori. Il fondatore del M5S ha perso la capacità propulsiva dell’opposizione totale, antisistema, praticata a colpi di “vaffa…”. In molti contestano la conduzione autocratica di Grillo. C’è chi chiede più democrazia interna e qualcuno parla anche di scissione.
Il presidente di Forza Italia non riesce più a far presa proponendo “la rivoluzione liberale” e la contestazione anti tasse degli imprenditori e dei titolari delle partite Iva (l’ultima volta riuscì a spuntare l’abolizione dell’Imu sulla prima casa).  Gran parte del gruppo dirigente di Forza Italia teme le conseguenze dell’”opposizione responsabile” teorizzata e praticata dal proprietario della Fininvest verso il governo, hanno paura dell’“abbraccio mortale” di Matteo Renzi.
Anche la stella di Renzi si sta appannando. Il presidente del Consiglio e segretario del Pd da nove mesi è al governo. Ha trionfato alle elezioni europee del maggio scorso con il 40,8% dei voti, ma da allora è cominciata una rischiosa discesa. Il Pd è sempre il primo partito italiano, il centrosinistra domenica ha vinto anche alle elezioni regionali in Emilia Romagna e in Calabria, tuttavia calano i consensi e crolla l’affluenza alle urne.  Sono dei pericolosi campanelli di allarme per il “giovane rottamatore”. Tutti i sondaggi, anche quelli di oggi, vedono i voti al Pd in discesa al 38%.
Non solo. Renzi deve fare i conti sia con i durissimi attacchi delle opposizioni sia con le critiche delle minoranze delle sinistre del Pd, schierate con lo sciopero generale della Cgil proclamato per il prossimo 12 dicembre. Oltre 30 deputati democratici non hanno votato alla Camera il Jobs Act, la riforma del mercato del lavoro, uno dei passi considerati fondamentali da Renzi per far “cambiare verso” all’Italia. Così il presidente del Consiglio, per evitare brutte sorprese dal suo stesso partito, è costretto a ricorrere ad una valanga di voti di fiducia in Parlamento, soprattutto al Senato, nel quale ha una maggioranza risicata.
La ricetta del sistema elettorale maggioritario e del meccanismo bipolare, colonne fondanti della Seconda Repubblica, ha tradito le promesse: non ha garantito né lo sviluppo né la sconfitta della corruzione pubblica.  Di qui la crisi della Seconda Repubblica, sorta sotto la stella delle leadership forti, di capi carismatici ( come Berlusconi e Umberto Bossi) amati dalla base.
I colpi di ariete della Grande crisi economica scoppiata nel 2008 stanno facendo crollare tutto. La disoccupazione di massa oltre il 13%, la cassa integrazione, i contratti di lavoro precari stanno causando un terremoto sociale, un disagio crescente con possibili conseguenze anche sull’ordine pubblico. I partiti si spaccano, le vecchie alleanze politiche si disintegrano in cerca di nuovi equilibri. Renzi propone “le riforme radicali”, la lotta del suo governo alla “palude” per battere la crisi economica e rinnovare le istituzioni pubbliche. Renzi visita ripetutamente fabbriche e centri di ricerca avanzati. Oggi è andato a Catania e a Reggio Calabria. Ci sono state altre contestazioni. Non ha perso smalto: «Qualcuno ci vorrebbe chiusi nel palazzo, ma io giro come una trottola». Ha aggiunto: «Noi staremo in mezzo alle persone tutte le settimane, contestazione o no. Si stancheranno prima loro di noi». Cary Grant, nel film di Alfred Hitchcock
Intrigo internazionale, dice: «Non voglio disturbare, lasciandomi un tantino ammazzare».

Partita tra i “due Pd”

Il lavoro è sempre stato un problema centrale per la sinistra; un tema d’identità culturale e politica, oltre che di battaglia. Su libertà e difesa dei diritti dei lavoratori è nato nel 1892 il Partito socialista italiano e poi all’inizio del 1900 la Cgil. Su libertà e lavoro sono sorti alla fine del 1800 in Europa i partiti socialisti, socialdemocratici e laburisti, mentre trionfava la rivoluzione industriale. Il lavoro è stata la discriminante storica tra sinistra e destra. Sulla scelta rivoluzionaria o riformista della classe operaia nel 1921 si consumò in Italia, come  in tutta Europa, la scissione comunista.

Ora il Pd, erede del Pci-Pds-Ds, rischia di andare in tilt proprio sul lavoro. Più esattamente: rischia di frantumarsi su come affrontare i giganteschi  mutamenti della globalizzazione e dell’economia digitale. La risposta di Matteo Renzi a questi cambiamenti si chiama Jobs Act. Il presidente del Consiglio e segretario del Pd vuole ripensare i meccanismi del mercato del lavoro per tutelare i lavoratori non garantiti ed aiutare la ripresa dell’occupazione.

Ma il Jobs Act, passato ieri alla Camera con 316 sì,  “strappa” il Pd. Su 307 deputati democratici,  in 40 (6 “assenti giustificati”) non hanno votato la riforma del mercato del lavoro del governo. Renzi ha ringraziato i deputati e ha incitato:”Adesso avanti sulle riforme”. Nel Pd si è aperto un solco difficile da colmare. Stefano Fassina,un esponente della minoranza della sinistra del partito che non ha votato il Jobs Act, è andato giù duro: “Renzi alimenta tensioni sovversive e corporative”.

Le posizioni sono contrapposte. Per il presidente del Consiglio vanno difesi  i precari, i giovani che rischiano di non avere un futuro. Insomma: basta con gli anziani garantiti e i giovani non garantiti. Il disegno di legge delega del governo approvato dalla Camera è basato su tre punti centrali: 1) il superamento per i neo assunti dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori sui licenziamenti;2) l’introduzione del contratto di lavoro unico a tutele crescenti; 3) la revisione degli ammortizzatori sociali.

La critica delle minoranze del Pd è pesante nonostante i “miglioramenti” apportati alla riforma:  dà la libertà di licenziare agli imprenditori e lede i diritti dei lavoratori facendo crescere il precariato. Inoltre, per i dissidenti,  vanno garantiti sia i giovani sia gli anziani; e, per qualcuno, va esteso a tutti anche l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Renziani e minoranze del Pd parlano due lingue diverse. Per i primi è necessario fare i conti con la nuova realtà dell’economia internazionale per sostenere la concorrenza e battere la crisi. Per i dissidenti  con il Jobs Act si rischia di tornare indietro nel tempo, al capitalismo selvaggio del 1800.

Lo scontro è frontale. Ma i contrasti dividono le stesse  minoranze del Pd.  Tra i dissidenti si muovono tre tendenze: 1) chi pensa di fondare un nuovo partito, 2) chi vuole “scalare” il Pd eleggendo un nuovo segretario, 3) chi  vuole condizionare Renzi spostando a sinistra la sua “deriva di destra”.

La partita più dura si giocherà ai primi di dicembre quando il Senato dovrà votare il Jobs Act. A Palazzo Madama la maggioranza di governo è risicata e rischia. I senatori dissidenti sono un buon gruppo e già contestarono duramente la riforma costituzionale passata grazie anche ai voti di Forza Italia. Probabilmente il l’esecutivo chiederà il voto di fiducia per evitare brutte sorprese. Non solo. Il 12 dicembre la Cgil, La Uil e la Ugl terranno uno sciopero generale contro il Joob Act e il disegno di legge di Stabilità dell’esecutivo. Molti esponenti della minoranza democratica si sono schierati al fianco della Cgil.

Renzi ripetutamente rigettato le accuse: “Io sono di sinistra”. Ha attaccato i “conservatori”, i “frenatori” delle riforme strutturali.  Pier Luigi Bersani, big della minoranza che però ha detto sì alla Camera il Jobs Act “per disciplina di partito”, ha respinto le critiche: “Non mi chiamassero conservatore se no mi incazzo”.

Lo storico e senatore Flavio Magno Aurelio Cassiodoro, crollato l’impero dei Cesari in occidente, teorizzò la convivenza tra i romani e i goti basandosi un  motto:  “ Due popoli, una sola volontà”. E’ aperta la  partita tra i “due Pd”, da una parte quello di Renzi, d’altra quello delle minoranze di sinistra.

Patto del Nazareno a rischio

Molti avevano previsto un’ampia disaffezione degli elettori, ma la realtà ha superato le stime più pessimistiche. Nelle elezioni regionali di ieri in Emilia-Romagna e in Calabria ha trionfato l’astensionismo: nel primo caso ha disertato le urne oltre il 60% dei votanti, nel secondo oltre il 55%. Un primato.

La crisi economica e la scarsa credibilità dei partiti hanno convinto la maggioranza dei cittadini a restare a casa, a non andare a votare. Lo “sciopero delle urne” c’è stato soprattutto in Emilia-Romagna, un tempo “roccaforte rossa”, primatista di affluenza alle urne grazie agli infaticabili militanti della sinistra. Matteo Renzi ha vinto, ha conquistato sia l’Emilia-Romagna sia la Calabria, tuttavia deve fare i conti con l’astensionismo e con il calo dei voti al Pd. Probabilmente ha inciso negativamente la battaglia del presidente del Consiglio e segretario del Pd contro i sindacati e, in particolare, contro la Cgil.

Il giovane “rottamatore” è soddisfatto e conferma il progetto di percorrere la strada delle riforme strutturali: «Male affluenza, bene risultati: 2 a 0 netto. Quattro regioni su quattro strappate alla destra in nove mesi. Lega asfalta Forza Italia e Grillo. Pd sopra il 40%». Ha avvertito: «L’agenda del governo non muta». Ha strigliato gli altri partiti di sinistra: chi appoggia lo sciopero generale della Cgil, Uil e Ugl del 12 dicembre «ha percentuali da prefisso telefonico».

Il mini test politico ridimensiona le ambizioni del M5S, ma è un micidiale colpo soprattutto agli equilibri politici del centrodestra. Silvio Berlusconi ha perso la guida della Calabria e la sconfitta per Forza Italia è pesantissima in Emilia-Romagna. In questa regione è doppiata dalla Lega Nord, antico alleato. È un risultato boom per Matteo Salvini.

Il segretario della Lega è euforico: è “un risultato storico”. Ha spiegato ad Agorà su Rai3: «La mia scommessa non era superare Forza Italia ma dimostrare agli italiani, partendo dall’Emilia-Romagna, che l’alternativa a Renzi c’è». Salvini si propone da due mesi come la vera alternativa al centrosinistra guidato da Renzi. In una intervista a Libero, qualche giorno fa, ha lanciato il guanto di sfida a Berlusconi: «Mi prendo il centrodestra».

Forza Italia ha cominciato ad interrogarsi sulla disfatta. Raffaele Fitto, da tempo su posizioni critiche verso Berlusconi, parla di “un drammatico risultato” con il quale fare i conti. L’ex presidente della regione Puglia ha sollecitato come «minimo ad azzerare tutte le nomine, per dare il via a una fase di vero rinnovamento» di Forza Italia.

In molti, dentro Forza Italia, puntano il dito contro “l’abbraccio mortale” di Renzi. Sotto accusa è il Patto del Nazareno, l’accordo tra Renzi e Berlusconi per realizzare le riforme istituzionali. Il sostegno alla riforma costituzionale e a quella elettorale, passate in prima lettura al Senato e alla Camera grazie anche ai voti di Forza Italia, avrebbe demolito la credibilità degli “azzurri” come forza di opposizione. È sotto accusa ”l’’opposizione responsabile” teorizzata e praticata da Berlusconi verso il governo.

Già sulle modifiche chieste da Renzi a Berlusconi alla riforma elettorale sono sorti notevoli contrasti. Il presidente di Forza Italia nutre forti riserve sulla proposta di assegnare il premio di maggioranza al partito e non alla coalizione e di abbassare la soglia per entrare alla Camera dal 5% al 3% dei voti. La prima proposta avvantaggerebbe il Pd (è il partito in testa ai consensi) e la seconda danneggerebbe Forza Italia (i partiti minori del centrodestra sarebbero incoraggiati a correre da soli e non in coalizione).

Il Patto del Nazareno “scricchiola” disse un mese fa il presidente del Consiglio. Qualche giorno fa è stato Renato Brunetta a fare un’analoga diagnosi, lanciando l’allarme per “le pretese” di Renzi e della maggioranza. Il capogruppo di Forza Italia alla Camera ha sottolineato: «Il Patto del Nazareno scricchiola, ma in maniera pericolosa». Paolo Romani, capogruppo di Forza Italia al Senato, ha precisato proprio oggi al Corriere della Sera: il Patto del Nazareno è nato prevedendo “il premio alla coalizione” e stabilendo “che le modifiche dovessero essere condivise”. Gianfranco Rotondi ha invitato ad andare avanti sul Patto del Nazareno. L’ex ministro “azzurro” ha commentato: «Farlo saltare dopo questi risultati sarebbe il suicidio finale di Berlusconi e di Forza Italia».

Ora sull’accordo Renzi-Berlusconi per le riforme si scaricano anche i pericolosi contraccolpi delle elezioni in Emilia-Romagna e Calabria. Il Patto del Nazareno è in bilico, è a rischio. Ha bisogno di un urgente restauro per poter reggere ancora. Il filosofo britannico Tommaso Hobbes disse: «I patti senza la spada sono solo parole». La spada di Berlusconi è meno affilata di prima.

Autunno minato per Renzi

La disoccupazione alta, enorme tra i giovani. La valanga di tasse, le aziende che chiudono. L’economia tra recessione e stagnazione mentre la ripresa tanto attesa non si vede. Molte città del centro-nord alluvionate e alle prese con il dissesto idrogeologico. Le periferie delle grandi città strette tra la morsa della crisi e gli assalti della criminalità.

Renzi è alle prese con un autunno buio, peggiore del previsto. I conflitti in Ucraina e in Medio Oriente hanno colpito tutte le economie europee, ma si sono rivelate “una mazzata” per l’Italia, così il governo è stato costretto a rivedere in peggio tutte le previsioni economiche della primavera. Il presidente del Consiglio e segretario del Pd  per “rimettere in moto la macchina Italia” punta tutto sulle “riforme radicali”, come quella del mercato del lavoro all’esame della Camera, chieste dall’Unione Europea.

Ma gran parte dei sindacati non ci sta. Prima la Cgil, poi la Uil e la Ugl, sono scese sul piede di guerra. Il 12 dicembre organizzeranno uno sciopero generale contro la politica economica del governo. Solo la Cisl, almeno per ora, si chiama fuori. Nell’ultimo mese hanno già scioperato i metalmeccanici e i dipendenti pubblici della Cgil. Susanna Camusso il 25 ottobre ha già portato un milione di persone in piazza San Giovanni a Roma contro l’esecutivo a guida Pd. La segretaria della Cgil ha bocciato il Jobs Act, la riforma del mercato del lavoro. Ha contestato Renzi: «La tua ossessione quotidiana dovrebbe essere trovare posti di lavoro ed utilizzare tutte le risorse possibili per creare nuovi posti di lavoro, non la libertà di licenziare». Ha lanciato accuse pesanti al segretario del maggiore partito della sinistra italiana: «Renzi vuole ‘cambiare verso’? Stiamo invece tornando all’idea del lavoro del 1800, ma noi non ci rassegniamo». La Cgil  vuole confrontarsi, ma  il presidente del Consiglio «dialoga solo con chi gli dà ragione».

Renzi rifiuta i panni del demolitore dei diritti, rivendica quelli del modernizzatore. Vuole “far ripartire” l’Italia, dando un futuro ai lavoratori non garantiti, in particolare i giovani. Ha replicato: rispetta chi sciopera perché è un diritto costituzionale, ma «anziché passare il tempo ad inventarsi ragioni per fare gli scioperi, io mi preoccupo di creare posti di lavoro». Ha avvertito: «Il paese è diviso in due, tra chi si rassegna e chi va avanti. Io non mi rassegno, piaccia o non piaccia a chi fa scioperi, ai sindacalisti, ai gufi».

Si sente più tartassato del governo tecnico guidato da Mario Monti, autore della riforma delle pensioni lacrime e sangue. Per gli scioperi ha adombrato motivazioni politiche più che sindacali: «I sindacati non hanno fatto sciopero contro la Fornero e la riforma di Monti. Siamo sicuri che sia una protesta contro i contenuti o è soltanto una posizione politica?».

È uno scontro frontale tra gran parte dei sindacati e il segretario del maggiore partito della sinistra italiana. Contro Renzi c’è la Cgil, il più grande sindacato italiano un tempo vicino al Pci-Pds-Ds-Pd. Ora invece è “guerra” aperta. È un fatto senza precedenti, non era mai accaduto prima. È un bel problema per Renzi. Molti scioperanti ed iscritti ai sindacati sono sostenitori ed elettori del Partito democratico. Fino a qualche mese fa il presidente del Consiglio era riuscito a conservare i consensi a sinistra, allargandoli agli elettori delusi del centrodestra e del Movimento 5 Stelle. Così “il nuovo Pd”, il suo, nelle elezioni europee di maggio fece boom con il 40,8% dei voti.

Nell’ultimo mese è cominciato l’”appannamento”: tutti i sondaggi elettorali danno in discesa lui e i democratici. Una rilevazione di Ixé, realizzata a metà ottobre per il programma Agorà su Rai3, dava la fiducia degli italiani per Renzi al 49% e assegnava il 39,9% dei voti al Pd. Nei successivi sondaggi è seguita una brusca discesa. Nei nuovi dati diffusi oggi da Ixé la fiducia a Renzi è calata al 43% e i voti per i democratici sono scesi al 38,2%.

La tensione continua pericolosamente a salire. Oggi le agenzie stampa hanno diffuso accuse pesantissime di Maurizio Landini al presidente del Consiglio:  «Renzi non ha il consenso delle persone oneste, di chi lavora e di chi cerca lavoro». Poi il segretario della Fiom, a Napoli per lo sciopero dei metalmeccanici della Cgil, ha smentito: «Non ho mai pensato –come mi viene attribuito da alcuni mezzi d’informazione- che Renzi non ha il consenso degli onesti, ho detto –e ribadisco- che il premier non ha il consenso della maggioranza delle persone che lavorano o che il lavoro lo cercano e che sono nella parte onesta del paese che paga le tasse».

Il solco tra la Cgil e il giovane “rottamatore” cresce.  Il presidente del Consiglio l’altro giorno ha avvertito: «Possono insultarmi, attaccarmi, ma non possono fermarmi. Io voglio che l’Italia torni ad essere leader nel mondo».

Il malessere sociale è diffuso e forte, è una mina per il governo. Grandi acciaierie italiane come Terni, Piombino e Taranto, per motivi diversi, sono in crisi e rischiano addirittura la chiusura. Molte volte le proteste degenerano anche in problemi di ordine pubblico. Qualche settimana fa gli operai delle acciaierie di Terni, che manifestavano a Roma, sono stati manganellati dalla polizia. La disoccupazione, la precarietà, le tasse, la paura della crisi fanno diminuire i consensi. Il giovane “rottamatore” rischia di logorarsi se non riuscirà a risalire la china, a dare risposte alla crisi.  Si moltiplicano le contestazioni nelle piazze, volano anche le uova. Lui ha ironizzato: «Con le loro uova ci faremo le crepes, non ci fermano». Domenica si voterà per le regionali in Emilia-Romagna e in Calabria. Sarà un mini test politico.

Paolo Conte canta la paura di cadere in mare dalla nave: «Che notte buia che c’è, povero me, povero me. Che acqua gelida qua, nessuno più mi salverà». Ma poi si salva: «Stupenda isola è…Ci sono palme e bambù…Guardo in faccia al paradiso». Il naufrago in questo caso ha la fortuna di trovare la sua isola.

 

Rodolfo Ruocco

Anche dai sindaci rischio delusione

Alluvioni, smottamenti, frane. Da due mesi le città del Centro-Nord vivono nell’incubo dell’acquae del fango. Il bilancio è tragico: diversi morti, tanti feriti, miliardi di euro di danni a case, negozi, infrastrutture, fabbriche e culture. Bastano forti temporali a causare il disastro: fiumi e torrenti rompono gli argini e allagano le città, bloccano le strade, le autostrade e i treni.

Scene da fine del mondo si vedono quando torrenti interrati, in gergo definiti “tombati” o “intubati”, si ribellano alle “camice di forza” delle condotte sotterranee: con violenza fanno saltare tutto e trasformano le vie delle città in tumultuosi torrenti assassini. L’incredibile è avvenuto: grandi città come Genova e Milano sono finite “sott’acqua”. Bisagno e Polcevera a Genova, Seveso e Lambro a Milano sono corsi d’acqua divenuti tristemente famosi per le devastazioni provocate nei giorni scorsi invadendo vie e case. Marco Doria e Giuliano Pisapia, primi cittadini del capoluogo ligure e della metropoli lombarda alle prese con la costruzione dell’Expo 2015, devono affrontare problemi enormi..

Ma è andata male un po’ dappertutto. Sono bastate consistenti piogge: da settembre molti centri italiani sono stati messi in ginocchio in Liguria, Piemonte, Lombardia, Veneto, Emilia Romagna e Toscana. Negli anni scorsi i disastri ambientali hanno colpito soprattutto paesi e città della Campania, della Calabria, della Sardegna e della Sicilia.

Roma, dove è piovuto con meno violenza in questi giorni, se l’è cavata un po’ meglio: alcune fermate della metropolitana sono state bloccate da infiltrazioni d’acqua e dei marciapiedi sono stati sommersi dall’acqua perché i tombini delle fogne, intasati dai detriti e non puliti, si sono ingolfati. Ignazio Marino, da un anno sindaco della capitale, in compenso se l’è dovuta vedere con la rivolta di una periferia contro la presenza di centri per immigrati e zingari.

L’abusivismo e la speculazione edilizia hanno causato danni giganteschi. Le costruzioni sugli argini dei fiumi, l’interramento dei torrenti hanno provocato un disastro ambientale. Basta poco per far saltare precari equilibri ecologici in un paese come l’Italia, già fragile per mille motivi. Sono problemi non nuovi, studiati, risaputi. In molti casi già sono stati anche stanziati i fondi per i lavori di messa in sicurezza dei territori, ma quando si spendono sono impiegati solo in parte e male. Alla fine anche in questi giorni si contano morti, feriti e danni. Eppure il Belpaese, al contrario dell’America e dell’Estremo Oriente, non deve fare i conti con i terribili uragani e tifoni oceanici.

Così anche i sindaci, tra le ultime istituzioni a godere della fiducia dei cittadini, rischiano di deludere. Vent’anni fa i primi cittadini, votati per la prima volta direttamente dagli elettori, costituirono la speranza del rinnovamento della politica. Nel 1993 i sindaci vennero osannati come l’espressione della “società civile”, mentre i partiti erano stati delegittimati dopo le accuse di Tangentopoli. Ventuno anni fa fu acclamata la valanga di primi cittadini eletti tutti per il centrosinistra: Francesco Rutelli a Roma, Valentino Castellani a Torino, Antonio Bassolino a Napoli, Enzo Bianco a Catania, Leoluca Orlando a Palermo. Ma ora è cambiata la musica: sotto accusa non è più solo il governo e il Parlamento. Adesso i sindaci, visti un tempo come il simbolo del “nuovo che avanza”, vacillano perché gli annosi problemi delle città e delle regioni non sono stati risolti e, in alcuni casi, si sono aggravati.

Matteo Renzi se ne è reso conto. Il presidente del Consiglio e segretario del Pd, dal vertice del G20 in Australia, ha fatto sentire la sua voce: «Ci sono vent’anni di politica del territorio da rottamare, anche in alcune regioni del centrosinistra». Il governo ha un grande piano di risanamento idrogeologico basato su oltre 2.200 interventi, per un totale di 80 miliardi di euro d’investimenti (Renzi ha chiesto 40 miliardi all’Unione Europea).

Si sommano carenze, inadeguatezze, incapacità e, in alcuni casi, corruzione anche a livello locale. Marino, poi, si sta esibendo in una serie di autogol, tra polemiche sulle multe alla sua Panda rossa e altre questioni non di primaria importanza per una grande città. Tante le gaffe. Il sindaco di Roma, di professione chirurgo, qualche tempo fa ha detto a Radio Rai2: «Io sono fortemente attirato da qualunque sostanza stupefacente, ma non ne ho mai utilizzata nessuna perché ho paura da un punto di vista medico». Il commento non è stato molto apprezzato mentre la capitale è assalita dalla criminalità organizzata interessata al colossale giro di affari del narcotraffico. Anche il Pd, il suo partito, ha mandato segnali perché cambi rotta. Mark Twain, grande scrittore americano, diceva: «La storia ci insegna che prima o poi smette di piovere». Speriamo che sia così, sia sul piano atmosferico sia su quello politico.

La Cgil “divorzia” dal Pd

Prima mesi di critiche sempre più pesanti, poi la rottura ed ora siamo alla separazione in vista del “divorzio”. La rottura è profonda tra Susanna Camusso e Matteo Renzi. Il tema dello scontro è la legge di Stabilità del 2015 e il Jobs Act, la riforma del mercato del lavoro del governo.
La segretaria della Cgil oggi ha bocciato la mediazione realizzata ieri dal presidente del Consiglio con una parte della minoranza di sinistra del Pd, sull’ammorbidimento della cancellazione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori per i nuovi assunti: «Non mi pare che difenda i diritti dei lavoratori». Parlando alla manifestazione della Fiom Cgil a Milano ha avvertito: «La partita non è assolutamente chiusa». I metalmeccanici Cgil hanno indetto per oggi uno sciopero generale nelle industrie del Centro-Nord. Maurizio Landini ha rilanciato: «L’articolo 18 va mantenuto e allargato anche a quelli che non ce l’hanno, per difenderli dai licenziamenti». Il segretario della Fiom ha invitato il presidente del Consiglio e segretario del Pd a cambiare rotta: «Così va a sbattere!».
Disoccupazione di massa, precariato, valanghe di cassa integrazione, chiusura delle aziende stanno mettendo in ginocchio l’Italia e alimentano il grave disagio sociale provocato da una lunga crisi economica, in corso da ben 7 anni. Oggi i sindacati di base Cobas, Cub, Usl e Adl Cobas hanno indetto lo “sciopero sociale” con molti cortei in tante città. In diversi casi le proteste sono degenerate in scontri con le forze dell’ordine.
Da mesi la situazione è rovente. Susanna Camusso ha alzato il livello dello scontro verso Renzi lo scorso 19 settembre, inaugurando a Milano la nuova sede della Cgil della Lombardia: «Mi sembra che il presidente del Consiglio abbia un po’ troppo in mente il modello della Thatcher».
Un’accusa sanguinosa a sinistra, quella lanciata dalla segretaria generale della Cgil. Margareth Thatcher fu la premier conservatrice britannica che segnò gli anni Ottanta: ingaggiò un durissimo scontro con le Trade Unions in nome del liberismo e alla fine sconfisse il sindacato più antico del mondo.
Renzi, il suo governo e il suo Pd sono stati messi sul banco degli imputati. Sotto accusa è la politica economica del presidente del Consiglio e segretario del Partito democratico: ha adottato «un modello che negli ultimi venti anni ha prodotto precariato e divisioni, non competitività». Nel mirino della Camusso è finito soprattutto il progetto di Renzi di abolire, in gran parte, per i neo assunti la tutela dei licenziamenti assicurata dall’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Ha indicato la subalternità all’anima più rigorista della Ue: le modifiche all’articolo 18 sono «uno scalpo che proponiamo all’Europa e non che ci viene chiesto dall’Europa».
La Camusso il 25 ottobre ha portato un milione di persone a manifestare a Roma contro il governo, in nome del “lavoro”, della “dignità”, dei “diritti” e dell’”uguaglianza”. Queste parole da oltre cento anni sono le bandiere della sinistra e dei sindacati italiani. Dopo la manifestazione di piazza San Giovanni a Roma, la Cgil ha fatto scattare “gli scioperi articolati”, come quello dei dipendenti pubblici. Il 5 dicembre seguirà lo sciopero generale di 8 ore contro la Legge di Stabilità 2015 e il Jobs Act, la riforma del mercato del lavoro del governo al quale non hanno aderito la Cisl e la Uil. Le minoranze di sinistra del Pd hanno attaccato Renzi e si sono schierate al fianco della Camusso. In molti, come Cuperlo, Fassina e Civati, sono scesi in piazza con la Cgil a Roma contro il governo. Hanno accusato il loro segretario di adottare “proposte della destra”.
La Grande crisi dal 2008 colpisce duro. Il presidente del Consiglio insiste sulla necessità di varare “riforme radicali” per riavviare la crescita economica e l’occupazione. Si è difeso: «Ci hanno detto che siamo di destra», ma «noi non vogliamo il mercato del lavoro di Margareth Thatcher, ma un mercato del lavoro giusto. Con cittadini uguali». Ha invitato a volgere lo sguardo al futuro e non al passato abbandonando “gli scontri ideologici”. Ha sottolineato di avere il sostegno degli italiani: «Credo che la gente sia con noi, non con i sindacati». Ha invitato ad andare avanti usando parole forti: «Ci sono cose che vanno cambiate in modo quasi violento».
Ha rivendicato la sua identità di sinistra: «A me hanno insegnato che essere di sinistra significa combattere un’ingiustizia, non conservarla». Il riferimento è ai tanti disoccupati e ai precari, in particolare giovani, non garantiti.
Così è scoppiata la “guerra” tra la Cgil, il più grande sindacato italiano, e il “nuovo Pd” di Renzi, il maggiore partito della sinistra. Un fatto mai avvenuto: da quando del 2007 nacque il Pd e quando il partito, molto prima, si chiamava Pci-Pds-Ds. Sono due mondi, la Cgil e il Pd, ormai molto diversi, distanti, su posizioni contrapposte. Una volta non era così, c’era una profonda sintonia anche se a volte non mancavano contrasti. Oscar Wilde diceva: «L’America e l’Inghilterra hanno tutto in comune tranne la lingua».

Voto,allarmi e smentite

 “A marzo si voterà!”. E poi: “A gennaio Napolitano si dimetterà! Possono cambiare gli equilibri politici”. Quindi: “Niente voto politico anticipato”. Da una settimana la Camera è in fibrillazione. I partiti minori della maggioranza sono in rivolta contro la volontà di Matteo Renzi, presidente del Consiglio e segretario del Pd, di modificare l’Italicum, il progetto di riforma elettorale già votato da Montecitorio e da domani all’esame del Senato.

Si tratta di “limature” importanti: l’impostazione della legge elettorale diventerà iper maggioritaria, passando da un modello bipolare a uno bipartitico. Renzi intende assegnare il premio di maggioranza, per arrivare al 55% dei seggi, non più alla coalizione vincente, ma al partito con più voti. Non solo. Vuole alzare le soglie di sbarramento elettorale per entrare alla Camera.

Di qui l’allarme rosso dei partiti più piccoli, a rischio cancellazione. In rivolta è soprattutto il Nuovo centrodestra (Ndc), che nel governo detiene ministeri chiave come Interno, Infrastrutture, Salute. Nunzia De Girolamo, capogruppo del Ncd a Montecitorio, non ha usato perifrasi parlando a La7: “Sono convinta che l’accelerazione sulla legge elettorale significa che Renzi ha intenzione di andare a votare in primavera”. La “febbre” sale. Fabrizio Cicchitto ha indicato un limite invalicabile: “Il Ncd non voterà mai uno sbarramento alto. Dovrà essere nettamente sotto il 5%. All’8% poi è la strage di Fort Apache”. Ha rincarato: se Renzi “non si fa carico del problema esistenziale di un pezzo della sua maggioranza, il governo se lo può fare con altri”.

In allarme è anche Silvio Berlusconi. A La Stampa ha riferito un’impressione: “Che tutta questa fretta di Renzi, il quale vuol far passare la legge elettorale prima di cose più urgenti come i provvedimenti sul lavoro e sull’economia, sia figlia di una volontà chiara: andare a votare presto”. Il timore è la “sorpresa” delle elezioni politiche anticipate, una volta approvato un Italicum super maggioritario. Favorirebbe soprattutto il “nuovo Pd” di Renzi, quello che alle elezioni europee di maggio ha sbancato con il 40,8% dei voti.

E’ inquieta sia la maggioranza politica sia quella per le riforme, comprendente “l’opposizione responsabile” di Forza Italia, che ha votato in prima lettura l’Italicum (a Montecitorio) e la riforma costituzionale (al Senato).

Poi c’è da fare i conti con la possibile “maggioranza variabile” comprendente il M5S. Renzi ha sempre sostenuto: “Le regole del gioco si discutono con tutti”. Maria Elena Boschi, ministra per le Riforme, ha indicato la possibilità di votare il “nuovo Italicum” sostituendo i voti di Beppe Grillo a quelli di Berlusconi. Dal Parlamento è già arrivato un segnale: è stata votata una candidata del Pd alla Corte costituzionale e uno del M5S al Csm, mentre è stata bocciata un’altra di Forza Italia in corsa per la Consulta.

Mosse e contromosse. Berlusconi non crede nell’apertura del “doppio forno” e non ne ha paura: “Non temo un patto tra Renzi e Grillo…Perderebbero entrambi la faccia davanti ai propri elettori”. E “noi non vogliamo rompere l’accordo” con il presidente del Consiglio. Renato Brunetta, capogruppo di Forza Italia alla Camera, oggi ha rilanciato: se Renzi “ha tanta fretta” porti mercoledì nell’aula del Senato il testo già approvato a Montecitorio e “e noi siamo pronti a votarlo, anche con la fiducia”. Se propone dei cambiamenti, invece, “se ne deve discutere, come prevede” il Patto del Nazareno.

Proprio l’intesa Renzi-Berlusconi sulle riforme istituzionali finisce in tribunale. Il deputato 5 Stelle, Andrea Colletti, oggi ha comunicato di aver “depositato un esposto-denuncia alla Procura di Roma affinché provvedano ad accertare l’esistenza e il contenuto del Patto del Nazareno”.

Renzi ha sempre smentito di volere le elezioni anticipate. Intende realizzare le riforme per battere la crisi economica e rinnovare le istituzioni. Ha ribadito la bontà delle “riforme dei mille giorni” e ha come “orizzonte” di governare “fino alla fine della legislatura” nel 2018.

Non solo. Giorgio Napolitano sarebbe contrario al voto anticipato e potrebbe dimettersi da presidente della Repubblica a gennaio. Napolitano già indicò un anno fa “i limiti e le condizioni” del suo secondo mandato al Quirinale. Se effettivamente lasciasse tra qualche mese il suo incarico, il Parlamento dovrebbe eleggere un altro capo dello Stato e si allontanerebbe automaticamente l’ipotesi dell’apertura anticipata delle urne.

Qualche giorno fa Renzi fece temere a molti uno ‘strappo’ dicendo: il Patto del Nazareno con Berlusconi “scricchiola”. Ora sembra che l’accordo possa essere “restaurato” discutendo sui cambiamenti più delicati.

Fioccano gli inviti alla calma. Pino Pisicchio, presidente del Gruppo Misto alla Camera, ha indicato “il quadro allarmante” dell’Italia per il nuovo calo della produzione e per l’altissimo livello della disoccupazione. Di qui l’esortazione ad affrontare con priorità “l’emergenza sociale”; poi il governo “deve convincere il Parlamento a votare le riforme e, possibilmente, non con una maggioranza esigua”.

Il varo dell’Italicum in tempi rapidi sembra sfumare, così mancherebbe anche lo strumento per andare al voto anticipato. L’ispettore dell’Onu Hans Blix disse nel 2003, dopo i suoi viaggi in Iraq: “Non abbiamo trovato pistole fumanti”. Non aveva trovato le prove del possesso di armi di distruzione di massa da parte di Saddam Hussein. Per ora non ci sono “pistole fumanti” nemmeno per il voto anticipato.

Renzi lancia I “due forni”

Gioco veloce, audace, a tutto campo. Le mosse di Matteo Renzi sui campi della politica ricordano il “calcio totale” dell’Olanda di Hendrik Johannes Cruijff, detto Johan. Il centravanti olandese, instancabile, giocava la palla in ogni punto del campo e faceva gol. Fu il mito del calcio internazionale nei primi anni Settanta.

Il presidente del Consiglio e segretario del Pd non ama gli schemi. “Coraggio” e “innovazione” sono due parole chiave del giovane “rottamatore” fin dalla nascita del suo governo delle “riforme strutturali” nello scorso febbraio. Finora ha giocato con una maggioranza politica che ha sostenuto il governo e una per le riforme istituzionali comprendente anche Forza Italia. Ora il premier-segretario del Pd sembra cambiare schema, spariglia con la “mossa del cavallo”.

Sono tre i capitoli per i quali si profilano nuove alleanze. Sull’elezione per la Consulta e il Csm (oggi sono stati eletti due candidati del Pd e del M5S, ma è stato bocciato quello di Forza Italia), sulla responsabilità civile dei magistrati e sulla riforma elettorale.

Renzi adesso sembra pensare a maggioranze alternative con il M5S, finora collocatosi su una posizione di opposizione totale. La novità sarebbe una “bomba” politica. Nel caso di contrasti con Forza Italia, Renzi potrebbe rivolgersi ai cinque stelle per votare in Parlamento le riforme istituzionali. Il vertice di ieri a Palazzo Chigi con Silvio Berlusconi non sembra sia andato bene e oggi la ministra Maria Elena Boschi ha annunciato che il governo “andrà avanti” per approvare la riforma elettorale anche senza Forza Italia.

Da tempo Renzi ha precisato: “Le regole del gioco si discutono con tutti”. Di qui la possibilità di aprire un dialogo con Beppe Grillo. In passato ogni tentativo di dialogo con il M5S è fallito. Pier Luigi Bersani, predecessore di Renzi alla segreteria democratica, è stato “impallinato” quando ha tentato di formare “il governo del cambiamento” con il M5S. Ma anche tutti i tentativi di dialogo avviati da Renzi sono falliti in passato.

Grillo è rimasto ancorato su una posizione di opposizione totale anti sistema sulla quale, da zero, conquistò il 25% dei voti nelle elezioni politiche del 2013. Ha accusato più volte il sistema dei vecchi  partiti di voler realizzare “una dittatura” e di aver organizzato dei “colpi di Stato” contro la democrazia. L’ex comico genovese ripetutamente ha minacciato di cancellare i partiti; ultimamente li ha paragonati ai maya, uno dei popoli del Sud America sterminati dai conquistatori spagnoli.

Non a caso il presidente del Consiglio ha siglato un accordo con Berlusconi per realizzare le riforme istituzionali in un incontro tenuto nel lontano 18 gennaio nella direzione del Pd al largo del Nazareno, la sede nazionale del partito a Roma. Di qui il famoso “Patto del Nazareno”, un accordo furiosamente attaccato da tutte le opposizioni e aspramente criticato anche da una parte delle minoranze di sinistra del Pd. L’intesa Renzi-Berlusconi, in quasi nove mesi di governo, ha marciato abbastanza bene: Forza Italia, assieme alla maggioranza, ha votato al Senato la riforma costituzionale dell’esecutivo e la riforma elettorale alla Camera.

Ora il “Patto del Nazareno” sembra traballare, quanto meno deve essere restaurato perché sono comparse alcune crepe. L’incontro di ieri con Berlusconi sull’Italicum, il progetto di riforma elettorale, non sembra sia andato bene. Renzi vuole modificare l’Italicum, passando da una impostazione maggioritaria bipolare ad una bipatitica. Ha proposto anche di assegnare il premio di maggioranza non alla coalizione più forte, ma al partito

con più voti alle elezioni. Al presidente di Forza Italia queste modifiche sembrano piacere poco perché il suo partito sta perdendo colpi ed è superato sia dal Pd e sia dal M5S. I democratici hanno conquistato ben il 40,8% dei voti alle elezioni europee di maggio, mentre i cinque stelle hanno retto con oltre il 20%. Forza Italia, invece, è sceso ben sotto il 20% e ora nei sondaggi sta crollando attorno al 15%.  Approvare adesso una riforma elettorale in chiave bipartitica sarebbe un suicidio per Berlusconi, che medita di tornare in campo nonostante l’offuscamento politico e l’”azzoppamento” giudiziario.

Il gioco a tutto campo di Renzi mette in un angolo l’ex Cavaliere. Le prove d’intesa con Grillo danno un maggiore potere contrattuale al presidente del Consiglio verso gli alleati di governo, verso Forza Italia e verso le minoranze del Pd. La strategia ricorda la politica dei “due forni” e delle “maggioranze variabili” praticata dalla Dc nella Prima Repubblica: l’intesa col Pci veniva giocata contro quella col Psi. Oggi il giovane “rottamatore” ha lasciato cadere i paralleli politici con “i gufi” e ha parlato dei “calabroni”. Ha precisato: “Il calabrone, nonostante il suo peso, vola e qualche volta punge”.

Giulio Andreotti, uno dei “cavali di razza” della Dc, presidente del Consiglio di governi centristi, di centrosinistra e di unità nazionale con il Pci, teorizzò e pratico il “doppio forno” a vantaggio del Biancofiore. Nel 2005, ormai anziano, si propose per fare la pubblicità alla società telefonica 3. Seduto in aereo, si rivolgeva a Claudio Amendola e a Valeria Marini, e consigliava ai due attori coprotagonisti degli spot promozionali di 3, che armeggiavano con i loro telefonini: “La prossima volta rivolgetevi a un senatore a vita”.

Scissione, Renzi sfida sinistra Pd

Toni altissimi, roventi, da rottura. Lo scontro divampa tra Matteo Renzi e una parte del Pd, il suo partito, la sinistra interna. Le conseguenze possono essere imprevedibili: crisi di governo, elezioni politiche anticipate, scissione del Pd. Le minoranze democratiche contestano il Jobs Act, la riforma del mercato del lavoro, uno dei “cambiamenti strutturali” del governo Renzi, all’esame della Camera e già approvato dal Senato.

Pier Luigi Bersani, Gianni Cuperlo, Stefano Fassina ripetono: occorrono cambiamenti, altrimenti non votano la riforma del lavoro. Tuttavia, sia pure con toni diversi, ribadiscono: “Nessuna scissione” perché “il Pd è casa nostra”. A Montecitorio il governo ha grossi problemi, la sinistra del Pd è forte, molti deputati chiedono “miglioramenti”. Cesare Damiano, presidente della commissione lavoro della Camera, ha avvertito: il disegno di legge delega del governo “non può essere approvato così com’è, magari con il voto di fiducia, io sono dell’avviso contrario”.

Anche Roberto Speranza, capogruppo alla Camera, ex bersaniano, è critico e chiede modifiche: “Il Parlamento non può essere ridotto a passacarte”. Speranza e Damiano spingono per una mediazione, puntando sull’ammorbidimento delle norme sull’abolizione, per i nuovi assunti, delle difese dai licenziamenti stabilite dall’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Il capogruppo del Pd a Montecitorio propone “la tutela dell’articolo 18 anche per i licenziamenti disciplinari”. E’ una richiesta con una logica, anche perché è contenuta in un ordine del giorno approvato dalla direzione del partito. Ma Pippo Civati, leader di una delle minoranze, è scettico sul successo della mediazione: Renzi “ora taglia fuori tutti, anche chi sperava in cambiamenti significativi alla Camera”.

Per ora il presidente del Consiglio e segretario del Pd non parla di una mediazione e va dritto: “La delega sul lavoro non cambierà”. Non ritiene possibile la scissione, ma ha lanciato la sfida alle minoranze: “Se qualcuno dei nostri vuole andare con la sinistra radicale faccia pure”, questo progetto identitario “non mi toglie il sonno”. Teme la spaccatura dell’Italia. Ha indicato “il rischio pazzesco di dividere il mondo del lavoro” in una Italia “dei lavoratori e dei padroni”. Ha respinto la critica di scivolare a destra: “A casa mia la sinistra che non si trasforma si chiama destra”.

Lavoro, fisco, scuola, pubblica amministrazione, Europa, Costituzione, sistema elettorale. Il giovane “rottamatore” ha elencato le riforme per superare la crisi e “far cambiare verso” all’Italia: “Non sono più libri dei sogni, ma atti del Parlamento”. Ha respinto l’accusa di essere espressione dei ‘poteri forti’ italiani: al governo “non c’è un uomo solo al comando, c’è un popolo che chiede di cambiare per sempre”.

Le tante promesse della Seconda Repubblica sono rimaste sulla carta. L’Italia ha vissuto finora vent’anni di immobilismo; di degrado politico, etico, economico, sociale e culturale. La recessione economica internazionale ha avuto un gravissimo impatto sul Belpaese, impreparato ad affrontare la competizione mondiale di paesi emergenti come la Cina, e l’occupazione è franata. Troppe e macchinose tasse sono una zavorra per il sistema produttivo. Pino Pisicchio, presidente del Gruppo Misto della Camera, ha sollecitato“una riforma organica del fisco”, punto centrale per far riparrire investimenti e occupazione. Ha notato: “Se Renzi riesce a fare questa riforma si guadagna davvero un posto della storia d’Italia”.

Napoleone Bonaparte disse all’inizio del 1800: “Quando la Cina si sveglierà, il mondo tremerà”. La previsione dell’imperatore di Francia si è avverata, ma di fronte alla resurrezione economica della Cina e degli altri paesi asiatici “trema” soprattutto l’Italia, la più fragile tra le nazioni occidentali.