Parlamento a rischio paralisi

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Quattro mesi persi e ben diciassette voti inutili. Domani le Camere tenteranno la riscossa. Il Parlamento, riunito in seduta comune a Montecitorio, riproverà ad eleggere i due nuovi giudici della Corte costituzionale. Sarà un traguardo difficile  da tagliare, sarà il diciottesimo tentativo.

Da giugno le Camere cercano invano di assolvere ad un loro compito istituzionale. Martedì scorso è fallita l’ennesima votazione, la diciassettesima. Luciano Violante, Pd, e Ignazio Caramazza, Forza Italia, non sono riusciti a superare 570 voti, il quorum previsto per l’elezione. Il primo ha ottenuto 506 voti e il secondo 422. Più o meno era andata nello stesso modo due settimane fa: i due candidati avevano preso quasi gli stessi voti. Così Caramazza, al suo secondo flop, si è fatto da parte.

Lo scrutinio segreto non perdona. Nel segreto dell’urna i ‘franchi tiratori’ continuano a colpire da quattro mesi. Sembra che siano contestati, sia nel Pd e sia in Forza Italia, non tanto i candidati che si succedono ma la stessa intesa tra Matteo Renzi e Silvio Berlusconi, il cosiddetto Patto del Nazareno, così chiamato
perché l’accordo sulle riforme istituzionali fu raggiunto lo scorso gennaio nella sede del Pd a largo del Nazareno a Roma. Berlusconi ha assicurato a Renzi una “opposizione responsabile”, così sia la nuova legge elettorale (in prima lettura alla Camera) e sia la riforma costituzionale (in prima lettura al
Senato) sono state approvate anche con i voti di Forza Italia (a Palazzo Madama sono stati determinanti).

Tuttavia lo stallo in Parlamento sui due giudici costituzionali continua, qui l’intesa tra il presidente del Consiglio e il presidente di Forza Italia non funziona. Perfino i ripetuti appelli di Giorgio Napolitano a vaste convergenze sono rimasti inascoltati. «Rattrista e preoccupa il constatare che il Parlamento si “auto-priva”della facoltà di concorrere alla scelta dei giudici della Consulta», ha detto martedì scorso il presidente della Repubblica. Ha precisato: «E’ per me motivo di amara riflessione il fatto che a poco sono valse le mie ripetute, obbiettive e disinteressate sollecitazioni». Napolitano lo scorso 17 settembre, in un precedente appello, aveva perfino paventato il rischio di una paralisi del Parlamento. Aveva avvertito: con gli scontri ad oltranza e le pretese settarie «il meccanismo si paralizza».

E’ partita una nuova mobilitazione per scongiurare che il Parlamento vada in tilt. Già il governo fatica a far approvare i suoi provvedimenti dalle Camere e molto spesso ricorre al voto di fiducia, come è accaduto anche mercoledì scorso al Senato per l’approvazione del Jobs act, il disegno di legge delega di riforma del mercato del lavoro da questa settimana all’esame della Camera.

Domani la maggioranza di governo e Forza Italia cercheranno di serrare i ranghi sui giudici costituzionali e sull’elezione di un componente laico del Csm (Consiglio superiore della magistratura).  Sulla Consulta va evitato il fallimento, sarebbe il diciottesimo patatrac.  Il Pd insisterà su Violante e Forza Italia punterebbe su Francesco Paolo Sisto.  Inoltre si tenterà di allargare l’intesa anche alle opposizioni (in particolare a Sel e alla Lega nord, mentre un accordo con il M5S appare più difficile).  Il quorum di 570 voti, i tre quinti dei parlamentari, è una soglia molto alta da raggiungere. Domani un’eventuale, ennesima “fumata nera” potrebbe suonare come uno “schiaffo” a Napolitano e potrebbe sancire la paralisi del Parlamento con imprevedibili conseguenze.
Renzi a fine settembre ha confermato di voler governare fino al 2018 precisando: «Ora non è il momento di tenere elezioni». Abramo Lincoln disse nella sua campagna elettorale del 1860 per la presidenza degli Stati Uniti d’America:«Una casa divisa al suo interno non può reggere». In diciassette votazioni per
i giudici costituzionali il Parlamento si è diviso senza trovare una convergenza, vedremo alla diciottesima cosa succederà.

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