Pd, per ora evitata la scissione

Nel Pd è un coro. Nessuno nelle minoranze di sinistra, per ora, vuole la scissione. Gianni Cuperlo, leader di una delle minoranze, ha avvertito: “Scissione è un termine che non voglio nemmeno sentire”. Pier Luigi Bersani, ex segretario del Pd, è stato altrettanto netto: “Nessuna scissione”. Secondo Massimo D’Alema, ex presidente del Consiglio e già segretario del Pds-Ds, un addio “sarebbe un errore”. Stefano Fassina, ex ministro nel governo guidato da Enrico Letta, ha sottolineato: la scissione “non è inevitabile”.

I due Pd, quello della Leopolda di Matteo Renzi e quello che sabato scorso ha manifestato con la Cgil contro il governo a piazza San Giovanni a Roma, sono su posizioni diverse, per molti aspetti contrapposte; tuttavia, il “divorzio” non è in agenda al momento. Sia i giovani che la “vecchia guardia” delle minoranze, sia pure con parole e accenti diversi, hanno deciso di restare nel Pd: daranno battaglia dall’interno per condizionare Renzi e “far cambiare rotta” al premier-segretario dei democratici. Anche Susanna Camusso, segretaria della Cgil, ha chiuso la porta all’ipotesi scissione: “Non sono affascinata” dal tema. Ha spiegato: “Io sono sempre stata per un grande partito socialdemocratico. Le divisioni sono sempre state un guaio per la sinistra”.

L’unico a mantenere una posizione intransigente è Pippo Civati. Il leader di una delle minoranze oggi ha annunciato: “Ho votato contro” il decreto Sblocca Italia approvato ieri alla Camera. Sul suo tavolo c’è sempre la scelta dell’addio: “Decido se andare via dal Pd nelle prossime settimane”; ritiene che Renzi “ci porterà al voto”. Secondo un sondaggio di Ixè redatto per Agorà su Rai3, è contro la scissione il 67% degli elettori del Pd, è a favore il 25% mentre il resto non si pronuncia.

Svapora, per adesso, l’ipotesi di una scissione e di un nuovo partito della sinistra, diretto dal segretario della Fiom Maurizio Landini (anche l’interessato non ne vuol sentire parlare), con l’obiettivo di aggregare le minoranze di sinistra di Pd e Sel.

Lo scontro all’interno del Pd prosegue. Le minoranze continuano ad accusare Renzi di una “deriva a destra”. Sul governo è piovuta una valanga di accuse dopo le manganellate della polizia agli operai dell’acciaieria di Terni, che manifestavano a Roma contro la chiusura dell’impianto. La Camusso non è stata tenera: “Il premier dovrebbe provare ad abbassare i manganelli dell’ordine pubblico” ed ha parlato di “governo arrogante” per gli attacchi alla manifestazione della Cgil a Roma. Rullano i “tamburi di guerra”. A novembre sciopereranno i metalmeccanici della Fiom, ai primi di dicembre dovrebbe scattare lo sciopero generale della Cgil contro l’esecutivo.

Critiche al governo arrivano anche dall’’ex lettiano Francesco Boccia. Il presidente della commissione bilancio della Camera nei giorni scorsi ha “fatto le pulci” alla legge di Stabilità 2015, indicando la mancanza di una parte consistente delle coperture finanziarie. Oggi ha precisato: “La mia è stata una scelta tecnica”; nella legge di Stabilità “possono entrare solo misure” sui conti pubblici e sulla politica economica “e non norme micro settoriali”. Boccia è contrario al “mercato delle vacche e finché ci starò io questo non avverrà”.

Sul banco degli imputati ci sono soprattutto due scelte di Renzi: 1) il progetto del “Partito della nazione” indicato dal segretario per allargare il Pd “anche a realtà diverse” come i fuoriusciti da Sel e i centristi ex montiani; 2) il Jobs Act, la riforma del mercato del lavoro all’esame della Camera nei prossimi giorni.

Le minoranze minacciano di non votare il Jobs Act senza forti cambiamenti “perché si riducono i diritti dei lavoratori” e bocciano il Partito della nazione. Cuperlo è stato chiaro: “Se il Pd cambiasse nome e si chiamasse Partito della nazione, lascerei il campo ad altri”.

Le minoranze vogliono un Partito del lavoro, radicato a sinistra, a stretto contatto con la Cgil e gli altri sindacati, ma Renzi sembra deciso a marciare verso il Partito della nazione, una forza che peschi voti a sinistra, nel centrodestra e tra l’elettorato del Movimento 5 Stelle. Il presidente del Consiglio e segretario del Pd è in una posizione di forza: può vantare il 40,8% dei voti ottenuto alle elezioni europee di maggio e i sondaggi sempre favorevoli anche se in lieve flessione.

Il giovane “rottamatore” ha avvertito: “Non consentiremo a quella classe dirigente di riprendere il Partito democratico e di riportarlo dal 41% al 25%, non consentiremo di fare del Partito democratico il partito dei reduci”. La partita è aperta. Si annuncia un lungo e duro scontro. Tra i possibili uomini anti premier non c’è solo Landini. Qualcuno parla di candidare il giovane Luca Zingaretti, presidente della regione Lazio, contro Renzi alle prossime elezioni primarie. Tuttavia il congresso del Pd è lontano, una “riscalata” del partito è ardua. Per ora non si vedono nemmeno all’orizzonte possibili elezioni politiche anticipate che, per altro, non farebbero paura a Renzi. Luca Carboni canta: “Ci vuole un fisico bestiale perché siamo sempre ad un incrocio: sinistra, destra oppure dritto, il fatto è sempre un rischio”.

Venti di scissione sul Pd

Sale, sale la tensione tra il “nuovo Pd”, quello di Matteo Renzi, e il “vecchio Pd”, quello della sinistra del partito. E’ scattato perfino l’allarme rosso, quello del “divorzio” più o meno consensuale. La pericolosa rottura è avvenuta l’altro ieri: una parte della sinistra del Pd è andata alla manifestazione della Cgil a Roma per il lavoro, premessa di uno sciopero generale contro il governo guidato da Renzi.

Susanna Camusso sabato ha attaccato il Jobs Act, la riforma del mercato del lavoro dell’esecutivo.La segretaria della Cgil, davanti a un milione di persone e un mare di bandiere rosse, ha sollecitato ogni sforzo per la crescita dell’occupazione, ma difendendo “uguaglianza e dignità” dei lavoratori. Alla manifestazione sono andati parecchi esponenti delle minoranze di sinistra del Pd: Gianni Cuperlo, Stefano Fassina, Pippo Civati.

Renzi, impegnato da venerdì sera a ieri nella quinta edizione della Leopolda, non l’ha presa bene. Il presidente del Consiglio e segretario del Pd aveva invitato tutti a discutere “in libertà” al centro congressi della ex stazione ferroviaria di Firenze; invece una parte del partito ha disertato l’appuntamento e ha manifestato contro il Jobs Act, una delle “riforme strutturali” del suo governo. Tra Roma e Firenze è cominciato a soffiare il vento di una possibile scissione. Da mesi le minoranze hanno accusato Renzi di “una deriva di destra”.

E’ stato uno scontro annunciato. Il presidente del Consiglio ieri ha alzato i toni parlando alla Leopolda: “Non ho paura che si crei a sinistra qualcosa di diverso”. Ha espresso “rispetto” per la protesta della Cgil, ma andrà avanti sulla strada delle “riforme rivoluzionarie”, come le ha definite in passato, per battere la crisi economica.

Ha confermato la strategia di pescare voti tra gli elettori di sinistra, del centrodestra e del Movimento 5 Stelle. La scelta ha portato il Pd al 40,8% dei consensi alle europee di maggio scorso, contro il 25% conquistato da Pier Luigi Bersani alle politiche del 2013.

Le minoranze “frenano” sull’ipotesi scissione. Gianni Cuperlo ha invitato a superare la rottura perché “la scissione sarebbe la sconfitta del progetto del Pd”. Il leader di una delle minoranze di sinistra ha sollecitato il premier a non esagerare: “Renzi ha una responsabilità enorme”. Matteo Orfini, in una posizione mediana tra maggioranza renziana e minoranze, è allarmato. Secondo il presidente del Pd, ex dalemiano, per la scissione “il rischio c’è”. Perciò ha invitato alla calma: “Non drammatizziamo le divisioni”, e basta con “l’usare il ‘noi’ e il ‘voi’” perché la contrapposizione “rischia di distruggere il partito”.

Voci, ipotesi, piani riservati. Si parla di Maurizio Landini come del possibile leader di una scissione a sinistra, una mossa che potrebbe aggregare Sel e i dissidenti democratici. Il segretario della Fiom Cgil, presente alla manifestazione della Cgil a Roma, ha smentito: “Io sono e resto segretario dei metalmeccanici”. Però ha attaccato Renzi: “Se una parte del Pd accorre al nostro corteo, è un problema suo… E’ evidente che c’è un Pd in crisi”.

La tenuta del Pd si vedrà nei prossimi giorni, quando la Camera discuterà il Jobs Act, il disegno di legge delega del governo sulla riforma del mercato del lavoro. Stefano Fassina ribadisce la linea dura. Il deputato della sinistra interna ha rilanciato le sue critiche e ha chiesto delle correzioni alla riforma. Ha avvertito: “Fiducia o non fiducia, non voto la delega lavoro senza reali modifiche”. Il presidente del Consiglio qualche giorno fa ha lanciato un monito: la libertà di coscienza è permessa in Parlamento anche sulle riforme costituzionali, ma non è ammissibile quanto il governo chiede il voto di fiducia. Il possibile voto di fiducia alla Camera sarà un test per la sorte dell’esecutivo. La partita nel Pd è tutta aperta. Mao Tse-tung, il grande timoniere della rivoluzione comunista cinese, diceva: “La rivoluzione non è un pranzo di gala”.

Rodolfo Ruocco

Due Pd, modello Leopolda e Cgil

Il Pd si macera nel dilemma: Leopolda o Cgil? Susanna Camusso suona la sirena della manifestazione della Cgil per il lavoro, critica verso il governo, fissata per domani a Roma. Matteo Renzi convoca tutti da oggi a dopodomani all’ex stazione Leopolda di Firenze, per discutere di riforme strutturali tese a far “cambiare verso” all’Italia. C’è una scelta sofferta da fare: andare dalla segretaria della Cgil a Roma a piazza San Giovanni, la tradizionale sede delle più grandi manifestazioni della sinistra? Oppure recarsi dal presidente del Consiglio e segretario del Pd nel centro congressi di Firenze, ex stazione ferroviaria del Granduca di Toscana Leopoldo II? Lo slogan della Cgil è: «Lavoro, dignità, uguaglianza per cambiare l’Italia». Il tema della Leopolda si snoda su «Il futuro è solo l’inizio».

Le scelte nel Pd sono le più diverse. «Io penso che sia giusto andare in quella piazza della Cgil», ha detto Alfredo D’Attorre, deputato della minoranza di sinistra. Ha accusato: «La Leopolda è un’iniziativa di una corrente. Quella non è la mia corrente e in ogni caso trovo singolare che sia il segretario del partito a organizzare un’iniziativa di parte». Guglielmo Epifani ha annunciato a Repubblica di preferire piazza San Giovanni alla Leopolda: «Andare in piazza un attacco a Renzi? Io non ho mai mancato una manifestazione della Cgil dal 1975, da quando ho cominciato nel sindacato con ruoli secondari…». Epifani è stato sia segretario della Cgil e sia del Pd, è un simbolo vivente di quanto un tempo era stretto il legame tra il più grande sindacato italiano e il maggiore partito della sinistra.

Marina Sereni, renziana, vice presidente della Camera, è su posizioni opposte: «Io sarò lì alla Leopolda» e «spero che diventi un modello per tutto il Pd». Ha assicurato: «Non c’è nessuna contrapposizione tra la piazza della Cgil e la Leopolda» che «non è una riunione di corrente, ma un luogo di confronto».

Il Partito democratico si spacca. La maggioranza renziana andrà alla Leopolda. Una parte della minoranza di sinistra andrà a Firenze da Renzi, una parte sarà in piazza a Roma con la Cgil e un’altra diserterà tutti e due gli appuntamenti. Infine c’è chi si recherà sia alla manifestazione e sia alla Leopolda.

La Leopolda, siamo alla quinta edizione. Fino a poco tempo fa era un nome noto solo agli iniziati della politica, ora invece è conosciuto come il luogo magico dal quale cominciò la scalata del giovane Renzi al Pd e al governo. L’ex sindaco di Firenze alcuni anni fa partì dalle discussioni e dalle elaborazioni avanzate nell’ex stazione ferroviaria per lanciare provocatori progetti di innovazione e di “rottamazione” della “vecchia guardia” del Pd, sia quella di estrazione Pci-Pds-Ds sia quella di matrice Dc-Ppi-Margherita.  Renzi lo scorso dicembre divenne segretario vincendo le elezioni primarie e battendo Gianni Cuperlo, il candidato della sinistra del partito.  Poi a febbraio entrò a Palazzo Chigi, dopo le dimissioni da presidente del Consiglio di Enrico Letta, anche lui del Pd.

La tensione è altissima. Pier Luigi Bersani, ex segretario del partito, esponente della minoranza, ha annunciato a Ballarò, su Rai3: «Non vado» a Firenze. Se la Leopolda fosse organizzata dal Pd  sarebbe “in prima fila”, ma bisogna fare attenzione: «Se ti inventi altri marchi, qualcuno, sbagliando, può pensare che stia promuovendo altri prodotti».  Ancora più duro è Pippo Civati. Il leader dell’area più intransigente dei dissidenti ha adombrato su La7 anche una possibile scissione: «Chi ha detto che devo andare con qualcuno? Con Landini per esempio. Magari faccio una cosa mia e se rimane il proporzionale e non si fanno le riforme costituzionali, io il 5% dei voti lo prendo».

Renzi ha spalancato le porte a tutti, negando la volontà di organizzare una corrente. Lunedì scorso, alla direzione del Pd, ha sottolineato: la drammatizzazione della Leopolda da parte dei dissidenti è stata “un autogol”. Ha insistito: «La Leopolda è uno straordinario spazio di libertà e di bellezza della politica», è «un’occasione» da non perdere. Ha espresso “rispetto” per la protesta della Cgil, ma «una parte dei sindacati gioca la piazza contro il governo: a mio giudizio sbaglia».

La scelta è tra il Pd modello Leopolda o Cgil: tra il “partito largo” di Renzi, che pesca voti a sinistra e anche nel centrodestra, e il “partito dei lavoratori” della Camusso, quello al quale è più legata soprattutto una parte dei militanti ex Ds. “Marciare divisi, colpire uniti”. Servirebbe la massima un tempo attribuita al generale prussiano Carl von Clausewitz, grande stratega dell’esercito prussiano, e adesso riferita all’allievo Helmut Karl Bernhard Graf von Moltke (soprannominato von Moltke il vecchio per distinguerlo dal nipote), altro geniale feldmaresciallo tedesco. In questa occasione è difficile che le anime diverse del Pd riescano ad applicare questa indicazione.

La Lega muta, da padana a italiana

Matteo Salvini cambia passo, muta pelle alla Lega Nord. “Pensiamo prima agli italiani” ha scandito sabato scorso nella manifestazione  a piazza Duomo a Milano contro l’immigrazione clandestina.         La novità è grossa. Il segretario del Carroccio non parla   più  di “padani” ma di “italiani”. Nel comizio a piazza Duomo ha tirato in ballo anche  i gufi, come l’avversario Matteo Renzi. E’ stato scaramantico: “Non siamo 100.000, siamo 101.000 contro i gufi!”.

La sua bussola è l’avversione all’euro, la lotta alla crisi economica, alla disoccupazione. Poi c’è la paura degli immigrati visti come concorrenti degli italiani in un mercato del lavoro sempre più difficile. In   una intervista ha detto oggi a‘Repubblica’:  “Non mi interessa avere la Padania libera se poi le fabbriche sono chiuse”.

Sono lontani i tempi di Umberto Bossi, quelli delle battaglie per “l’indipendenza della Padania”. Il fondatore della Lega per oltre vent’anni, tra le ovazioni,  chiuse i suoi comizi al grido: “Padania libera!, Padania libera!”. Bossi, parlando sabato a Milano, ha marcato la differenza col successore: “Si porrà il problema della libertà del Nord.  E per quella arriverà in piazza mezzo milione di persone”.

Salvini, 41 anni, uomo della nuova generazione, rispetta l’ex segretario della Lega ma va avanti per la sua strada. Ha tre parole d’ordine:no all’euro, all’  immigrazione clandestina, allo “Stato tassatore”. Sono tre bandiere tipiche della destra. Su questi temi cerca alleanze soprattutto a con i moderati, anche con la destra estrema come Casa Pound, il movimento presente alla manifestazione di Milano. Scattano le accuse, ma non se ne cura: “Chi mi dà del fascista è solo invidioso. Non mi interessa avere la Padania libera senza le fabbriche” e “non capiscono che l’unico vero argine al razzismo siamo noi”.

A destra dialoga con tutti: Forza Italia, Fratelli d’Italia, con l’esclusione del Nuovo centrodestra al governo con il Pd di Renzi. Tenta anche d’intavolare un confronto oltre il limite delle forze della destra, sui temi bollenti dell’euro e del lavoro. Ha cercato un’intesa con Beppe Grillo su un referendum  contro la moneta comune europea messo in pista dal Movimento 5 stelle e con Maurizio Landini, segretario della Fiom (i metalmeccanici della Cgil), per le battaglie in difesa del lavoro. Ma, almeno per ora, le due iniziative sono fallite.

I risultati positivi si cominciano a vedere: nel ceto medio moderato impaurito dalla crisi, Salvini sta mietendo consensi. Fino a due anni fa la Lega era in forte difficoltà, con i consensi in discesa. Alle elezioni politiche del 2013 ebbe il 4,33% dei voti, appena sopra la soglia di sbarramento elettorale del 4% necessaria per entrare alla Camera.   Ora la nuova Lega di Salvini nei sondaggi è data in forte crescita, tra l’8% e il 10% dei voti.

La “strategia italiana” di Salvini, l’abbandono degli attacchi a “Roma ladrona” e al Sud, sembra produrre consensi anche al di fuori del tradizionale bacino elettorale delle regioni settentrionali. Pesa anche l’appannamento politico di Silvio Berlusconi, che ha causato un vuoto nel centrodestra.  Qualcuno ha anche  proposto Salvini come leader del centrodestra. Giovanni Toti, consigliere politico di Berlusconi, tempo fa ha commentato: “Salvini leader del centrodestra? E perché no? Abbiamo detto che ci saranno le primarie di coalizione e Matteo Salvini potrà essere il leader”. Intanto il segretario del Carroccio si organizza per eventuali elezioni politiche anticipate; sul tavolo c’è il progetto della Lega dei popoli, una lista da lanciare nel centro-sud.

Il modello è  Marine Le Pen. Il Front National guidato da Le Pen è diventato il primo partito della Francia nelle elezioni europee di maggio, alzando le bandiere contro l’euro, gli immigrati clandestini e le battaglie per difendere il diritto al lavoro dei francesi. Marine Le Pen è riuscita ad assorbire le forze anche della destra estrema, ma ha  tagliato i ponti  con le vecchie impostazioni neo fasciste e razziste.  Salvini cerca di allentare la vecchia caratteristica localistica nordista per costruire una ossatura di destra nazionale.

Ora vuole consolidare l’intesa con il Front National; s’incontrerà di nuovo con la Le Pen e dopodomani terrà una conferenza stampa in comune a Strasburgo. Giorgia canta: “C’è da fare, c’è da fare, c’è sempre qualcosa da cambiare…C’è da fare, c’è qualcosa d’importante da fare”. La Lega Nord cambia pelle: da padana diventa italiana.

La manovra fa i conti coi mercati.

Morti e feriti per le alluvioni nel Centro-Nord, paure da infarto per i flop della Borsa. Per Matteo Renzi questi sono giorni tempestosi.  Il presidente del Consiglio deve far fronte al dissesto ambientale e alla fragilità dell’economia italiana.

I timori di un  addio della Grecia all’euro,la frenata economica degli Usa, i   conflitti in Medio Oriente e in Ucraina hanno causato i timori dei mercati valutari internazionali. Sono piovute le vendite: le  Borse europee, americane e asiatiche hanno ceduto. Tuttavia i colpi più duri sono piombati sull’Italia. Se all’estero piove in Italia grandina. Piazza Affari è inondata da una valanga di vendite: si gettano sul mercato azioni (soprattutto delle banche), obbligazioni e titoli del debito pubblico del Belpaese. La Borsa italiana ieri ha perso ben il 4,44% e oggi l’1,21%, dopo aver sfiorato ancora il meno 4%.  Una  brutta “sberla”  è arrivata anche dallo spread. Il differenziale tra   i Btp decennali italiani e Bund tedeschi oggi è volato,  da meno di  140 punti di appena qualche giorno fa, ad oltre quota 200, per poi chiudere le contrattazioni a 175. Così i tassi d’interesse per pagare l’enorme debito pubblico della Penisola sono risaliti ai livelli di qualche mese fa. Non è una bella notizia per Renzi.

Sui perché e sui come queste “zampate” dei mercati s’interroga il governo italiano. Il ministro dell’Economia, Pier Carlo  Padoan ha dato soprattutto uno spiegazione di carattere internazionale: c’è stato un brusco aggiustamento delle quotazioni dopo “una   euforia eccessiva” dei listini delle Borse mondiali. Ha avvertito:  “I mercati guardano alla crescita” e l’Italia può crescere.

Renzi si sente con la coscienza a posto: il Belpaese “ha fatto i compiti a casa” per battere la recessione e la disoccupazione. Il governo ieri ha varato una manovra economica da 36 miliardi di euro che ha abbassato le imposte sul lavoro per oltre 18 miliardi. Il “segnale forte” e “le coraggiose riforme strutturali” sollecitate all’Italia dalla Banca centrale europea e dalla Ue sono arrivate o sono per andare in porto, secondo il presidente del Consiglio.

Tuttavia c’è il problema del rigore sui conti pubblici. La Germania, assieme ai paesi alleati del nord Europa, chiede il rispetto preciso dei parametri per aderire all’euro. La cancelliera Angela Mekel, nonostante le difficoltà che sta incontrando anche la potente economica tedesca, non vuol sentire parlare di mettere da parte il rigore finanziario per spingere sul pedale delle misure espansive. Lo scontro tra la Germania, da una parte, e il tandem Italia-Francia prosegue. Renzi, come Francois Hollande, chiede investimenti per rilanciare la crescita economica, anche utilizzando tutte le “flessibilità” sui conti pubblici previste dai trattati sull’euro.

C’è anche un pericoloso “fronte interno” per Renzi. La legge di Stabilità  è stata bocciata oggi dalle Regioni e dai sindacati degli statali per i tagli agli stanziamenti. La manovra è “insostenibile” per le prime mentre i tagli sono “scellerati” per i secondi. Renzi ha puntato il dito contri i presidenti delle Regioni: li incontreremo “ma non ci prendano in giro. Se vogliamo ridurre le tasse, tutti devono ridurre le pretese”. Sergio Chiamparino, Pd, governatore del Piemonte, ha replicato: “Considero offensive le parole di Renzi”.  E’ un rischioso scontro per il governo.  Regioni e sindacati pubblici son o due soggetti in genere vicini al centrosinistra, all’elettorato del Pd.

E’ un problema in più per il presidente del Consiglio e segretario del Pd. Il tempo stringe. La tempesta di una nuova crisi finanziaria internazionale rischia di provocare altri disastri sociali, economici e politici. L’Italia è già prostrata da 6 anni per la Grande recessione partita nel 2007dagli Stati Uniti d’America.

Per il giovane “rottamatore” servono immediatamente “grandi investimenti” per la crescita. Renzi, anche da presidente di turno della Ue, si rivolge soprattutto “ai nuovi vertici europei” emersi dopo l’elezione dell’Europarlamanto: “O si esce da questa vicenda tutti insieme o la crisi che sta tornando prepotentemente sui mercati internazionali non avrà vincitori”.

Ora la manovra economica del governo, comunque, deve fare i conti con il giudizio dei mercati.

Alle fine del 2011 l’Italia visse una analoga emergenza. Dai mercati internazionali arrivò una valanga di vendite di titoli del debito pubblico italiano e lo spread arrivò fino alla spaventosa quota 570, un livello da collasso finanziario. Silvio Berlusconi fu costretto a dimettersi da presidente del Consiglio e a Palazzo Chigi arrivò Mario Monti, alla guida di un nuovo governo tecnico. Duke Ellington, il fuoriclasse della musica jazz americana, disse: “La musica un giorno finirà dove è cominciata: con un uomo che batte su un tamburo”. E’ un pericolo da evitare.

Parlamento a rischio paralisi

Quattro mesi persi e ben diciassette voti inutili. Domani le Camere tenteranno la riscossa. Il Parlamento, riunito in seduta comune a Montecitorio, riproverà ad eleggere i due nuovi giudici della Corte costituzionale. Sarà un traguardo difficile  da tagliare, sarà il diciottesimo tentativo.

Da giugno le Camere cercano invano di assolvere ad un loro compito istituzionale. Martedì scorso è fallita l’ennesima votazione, la diciassettesima. Luciano Violante, Pd, e Ignazio Caramazza, Forza Italia, non sono riusciti a superare 570 voti, il quorum previsto per l’elezione. Il primo ha ottenuto 506 voti e il secondo 422. Più o meno era andata nello stesso modo due settimane fa: i due candidati avevano preso quasi gli stessi voti. Così Caramazza, al suo secondo flop, si è fatto da parte.

Lo scrutinio segreto non perdona. Nel segreto dell’urna i ‘franchi tiratori’ continuano a colpire da quattro mesi. Sembra che siano contestati, sia nel Pd e sia in Forza Italia, non tanto i candidati che si succedono ma la stessa intesa tra Matteo Renzi e Silvio Berlusconi, il cosiddetto Patto del Nazareno, così chiamato
perché l’accordo sulle riforme istituzionali fu raggiunto lo scorso gennaio nella sede del Pd a largo del Nazareno a Roma. Berlusconi ha assicurato a Renzi una “opposizione responsabile”, così sia la nuova legge elettorale (in prima lettura alla Camera) e sia la riforma costituzionale (in prima lettura al
Senato) sono state approvate anche con i voti di Forza Italia (a Palazzo Madama sono stati determinanti).

Tuttavia lo stallo in Parlamento sui due giudici costituzionali continua, qui l’intesa tra il presidente del Consiglio e il presidente di Forza Italia non funziona. Perfino i ripetuti appelli di Giorgio Napolitano a vaste convergenze sono rimasti inascoltati. «Rattrista e preoccupa il constatare che il Parlamento si “auto-priva”della facoltà di concorrere alla scelta dei giudici della Consulta», ha detto martedì scorso il presidente della Repubblica. Ha precisato: «E’ per me motivo di amara riflessione il fatto che a poco sono valse le mie ripetute, obbiettive e disinteressate sollecitazioni». Napolitano lo scorso 17 settembre, in un precedente appello, aveva perfino paventato il rischio di una paralisi del Parlamento. Aveva avvertito: con gli scontri ad oltranza e le pretese settarie «il meccanismo si paralizza».

E’ partita una nuova mobilitazione per scongiurare che il Parlamento vada in tilt. Già il governo fatica a far approvare i suoi provvedimenti dalle Camere e molto spesso ricorre al voto di fiducia, come è accaduto anche mercoledì scorso al Senato per l’approvazione del Jobs act, il disegno di legge delega di riforma del mercato del lavoro da questa settimana all’esame della Camera.

Domani la maggioranza di governo e Forza Italia cercheranno di serrare i ranghi sui giudici costituzionali e sull’elezione di un componente laico del Csm (Consiglio superiore della magistratura).  Sulla Consulta va evitato il fallimento, sarebbe il diciottesimo patatrac.  Il Pd insisterà su Violante e Forza Italia punterebbe su Francesco Paolo Sisto.  Inoltre si tenterà di allargare l’intesa anche alle opposizioni (in particolare a Sel e alla Lega nord, mentre un accordo con il M5S appare più difficile).  Il quorum di 570 voti, i tre quinti dei parlamentari, è una soglia molto alta da raggiungere. Domani un’eventuale, ennesima “fumata nera” potrebbe suonare come uno “schiaffo” a Napolitano e potrebbe sancire la paralisi del Parlamento con imprevedibili conseguenze.
Renzi a fine settembre ha confermato di voler governare fino al 2018 precisando: «Ora non è il momento di tenere elezioni». Abramo Lincoln disse nella sua campagna elettorale del 1860 per la presidenza degli Stati Uniti d’America:«Una casa divisa al suo interno non può reggere». In diciassette votazioni per
i giudici costituzionali il Parlamento si è diviso senza trovare una convergenza, vedremo alla diciottesima cosa succederà.

Finisce l’era dei pm in politica

L’Italia “è una democrazia malata”. Luigi De Magistris si è professato innocente, ha contestato la condanna subita in primo grado di abuso d’ufficio, per un’inchiesta svolta quando era magistrato. La sentenza di condanna l’ha disarcionato da sindaco di Napoli; tuttavia l’ex pm è ottimista: la sua sospensione da sindaco sarà “breve”, di 3-4 mesi perché il processo di appello sancirà la sua innocenza.

Per ora, tuttavia, ha lasciato la scena della politica. È già accaduto ad Antonio Di Pietro e ad Antonio Ingroia, altri due ex pm. Di Pietro è stato sconfitto alle elezioni politiche del 2013 e l’Italia dei valori, il suo partito, è affondato. Adesso l’ex presidente dell’Italia dei valori fa, alternativamente, l’avvocato e l’agricoltore in Molise. Anche Ingroia ha fatto flop. Rivoluzione civile, la sua lista elettorale alle politiche, si è inabissata. Ingroia da febbraio è commissario straordinario della provincia di Trapani, un incarico ricevuto dal governatore della Sicilia, Rosario Crocetta.

Una vicenda analoga l’ha vissuta Michele Emiliano, anche lui ex pm. Per molti anni è stato sindaco di Bari. Da qualche mese è assessore alla Legalità e alla polizia municipale, a titolo gratuito, del comune di San Severo. La sua attività politica potrebbe continuare: sarebbe in pista come candidato a presidente della regione Puglia alle prossime elezioni.

In vent’anni di Seconda Repubblica sono stati molti i magistrati, in particolare i pubblici ministeri, che, abbandonata la toga, hanno scelto di svolgere attività politica. Alcuni sono diventati leader di prima grandezza. Tipico è il caso di Di Pietro. Nel 1992-1994 fu un pm mito di Mani pulite, il pool anti corruzione della procura della Repubblica di Milano. La Prima Repubblica crollò sotto i colpi delle inchieste e dei processi di Tangentopoli.

Molti pm divennero dei punti di riferimento nell’opinione pubblica stordita e infuriata per la corruzione politica e la crisi economica. Alcuni pubblici ministeri, come Di Pietro, incarnarono le speranze di cambiamento e di palingenesi politica dei cittadini italiani di fronte ai vecchi partiti screditati e delegittimati. In particolare furono travolti Dc, Psi e laici, i partiti che avevano governato l’Italia per buona parte della Prima Repubblica con maggioranze di centrosinistra.

La Seconda Repubblica maggioritaria e leaderistica portò grandi novità. Dal 1994 partì una sorta di “supplenza” politica. Agli elettori si proposero i pm e gli imprenditori come elementi di rinnovamento etico e politico. Silvio Berlusconi, proprietario del gruppo Fininvest e delle tv Mediaset, fondò Forza Italia e vinse le elezioni politiche del 1994 guidando una coalizione di centrodestra.

Da allora per vent’anni si sono succeduti una valanga di partiti e di movimenti nuovi per dare una risposta ai gravi problemi dell’Italia. C’è stata anche una “supplenza” dei tecnici. L’economista Mario Monti, alla presidenza di un governo tecnico, nel novembre 2011 scalzò da Palazzo Chigi Berlusconi mentre l’Italia era scossa da una grave crisi finanziaria ed economica. Nelle elezioni politiche del febbraio 2013 cambiò di nuovo tutto: Beppe Grillo, con alle spalle una attività di comico di successo, si tuffò in politica e stravinse raccogliendo oltre il 25% dei voti. Il Movimento 5 Stelle, prima assente da Camera e Senato, conquistò una valanga di parlamentari: Grillo riuscì ad intercettare la protesta sociale contro gli scandali politici e la crisi economica.

Per molti sta nascendo la Terza Repubblica. Uno dei protagonisti è Matteo Renzi, il giovane “rottamatore” di Firenze che a dicembre ha conquistato la segreteria del Pd e a febbraio la presidenza del Consiglio. Propone “riforme radicali” per rilanciare l’economia e l’occupazione. Ma per ora non è arrivata la ripresa e l’Italia, invece, è ripiombata nella recessione. Renzi attacca “poteri forti”, “tecnocrati” e “burocrati”; cerca di rilanciare il “primato” della politica. La sfida è tutta aperta, tuttavia l’era dei pm in politica sembra finita. Qualche anno fa cantava il giovane Emanuele Martorelli: “La crisi del mercato dei dischi un giorno finirà …”. L’Italia sta aspettando da vent’anni la conclusione di una interminabile crisi.

Pd di governo e d’opposizione.

Il Pd, pur tra mille problemi, è al governo. Ma non è un Pd, sono due: il “nuovo Pd”, quello di Matteo Renzi, e il “vecchio Pd”, quello delle minoranze di sinistra, di Pierluigi Bersani e di Massimo D’Alema. Le due anime del Pd si sono scagliate l’una contro l’altra scontrandosi sul Jobs Act, una delle riforme chiave del governo. Tema dello scontro è diventato il lavoro: il presidente del Consiglio e segretario del Pd vuole superare l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori per i nuovi assunti, le minoranze del partito si oppongono.

Sono state alzate diverse bandiere su come combattere la piaga della disoccupazione: precari contro lavoratori garantiti, giovani contro anziani, solidarietà contro egoismo sociale. Renzi ha attaccato “la sinistra ideologica” che «va bene per il museo delle cere». Ha precisato: «Non cancelliamo solo l’articolo 18» ma «cancelliamo tutte le forme di co.co.co., di precariato». Pippo Civati, il leader di una delle minoranze, è andato giù duro: «Ho visto un premier che diceva cose di destra, simile a quello che diceva la destra 10 anni fa».

Lo scontro è sul lavoro, delicatissimo tema a sinistra. Il Senato da oggi discute la riforma del governo. Per Renzi l’abolizione dell’articolo 18 contro i licenziamenti senza giusta causa può aiutare l’occupazione dei giovani e dei cinquantenni espulsi dalle fabbriche e dagli uffici. Per le minoranze non è vero, la riforma non combatte la disoccupazione, bensì lede i diritti dei lavoratori e fa crescere la precarietà. Secondo Bersani, Cuperlo, Fassina, Chiti si rischia “una deriva a destra”. Massimo D’Alema ha attaccato «le affermazioni prive di fondamento» di Renzi e gli scarsi risultati del governo. L’ex presidente del Consiglio, già segretario del Pds-Ds, ha lanciato un micidiale siluro: «Meno slogan, meno spot». Nel mirino sono finiti gli “spot”, la stessa accusa lanciata qualche giorno fa dai vescovi italiani al presidente del Consiglio.

Il giovane segretario contro il vecchio segretario del partito. Renzi si è rallegrato delle critiche: «D’Alema, se non ci fosse bisognerebbe inventarlo. Tutte le volte che parla recupero un punto nei sondaggi elettorali». E’ seguita una strigliata: «Se quando al governo c’era D’Alema avessimo fatto la riforma del lavoro, come hanno fatto in Germania e nel Regno Unito, non saremmo a questa discussione».

Per ora ha vinto il primo tempo. Nella riunione della direzione di lunedì scorso ha allargato la sua maggioranza dal 68% dei voti all’80%. Ha messo sul piatto il reintegro nel posto di lavoro per i licenziamenti disciplinari oltre che per quelli discriminatori, due miliardi di euro per gli ammortizzatori sociali e la riapertura del confronto con i sindacati. Così ha ottenuto 130 sì contro 20 no e 11 astensioni.  Il suo “magnete” ha conquistato molti dissidenti e ha spaccato le minoranze.

Adesso il secondo tempo della partita tra “vecchia guardia” (come l’ha chiamata Renzi) e “giovane guardia” si è spostata al Senato. I dissidenti per ora hanno confermato i loro emendamenti, in attesa delle modifiche annunciate  dal governo. A Palazzo Madama le minoranze sono particolarmente forti e da martedì si comincerà a votare sul Jobs Act. Il presidente-segretario vorrebbe ottenere il varo della riforma da parte del Senato entro l’8 ottobre. E’ ottimista: «Non c’è alcun timore di ‘franchi tiratori’ al Senato» nei voti segreti perché alla fine ci sarà rispettato il documento votato dalla direzione del Pd. Roberto Speranza, giovane capogruppo del Pd alla Camera, ex bersaniano, propende per un’intesa: «Nessuno ha in mente di mettere in difficoltà il governo».

Tuttavia c’è da combattere anche la battaglia contro la Cgil, il sindacato storico della sinistra sostenuto dalle minoranze. Susanna Camusso è orientata a proclamare uno sciopero generale contro il governo: le modifiche all’articolo 18 sono “uno scalpo” proposto all’Europa «che non ci viene chiesto». La segretaria della Cgil punta il dito contro uno scambio: «Si è scelta la linea di ‘diventiamo i più rigorosi riformatori’ del mercato del lavoro, così magari ci date la flessibilità sui conti pubblici».

Il presidente del Consiglio ha risposto picche con un’intervista al giornale americano Washington Post: «Credo che la gente sia con noi, non con i sindacati».  Renzi, la Cgil e le minoranze del Pd; lo scontro è ancora tutto aperto.  C’è chi punta a un’intesa alla fine della battaglia e chi non esclude una pesante rottura, perfino una scissione. Civati ha avvertito lunedì: «Potrebbe essere la mia ultima direzione». Comunque i democratici adesso offuscano tutte le altre forze della maggioranza e delle opposizioni. C’è un Pd di governo e di opposizione che domina la scena senza lasciare spazio ad altri. Conquista il centro del ring della politica. Enrico Berlinguer negli anni Settanta parlava del “Pci di lotta e di governo”. Ma allora era tutto diverso. Il segretario comunista governava con polso fermo il partito, con la regola leninista del “centralismo democratico”: il dissenso non era ammesso e bollato con il marchio del frazionismo.