Scontro tra due sinistre

Accuse infuocate, minacce di scissione, ipotesi per ricomporre i contrasti. Nel Pd riscoppia la “guerra” tra le due sinistre. Stefano Fassina, esponente della minoranza di sinistra del partito, ha messo sul banco degli imputati il presidente del Consiglio e segretario democratico: “Renzi ha preso il pacchetto del lavoro della destra”. L’ex ministro del governo di Enrico Letta ha rincarato: “Renzi dice no al diritto del lavoro di serie A e B. Propone tutti lavoratrici e lavoratori in serie C”.

Ancora una volta lo scontro è sul lavoro. Renzi vuole la riforma del mercato del lavoro, il Jobs Act. Dà lo stop all’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori contro i licenziamenti per i nuovi assunti, una norma già in parte modificata dal  governo di Mario Monti. Si è difeso intervenendo da New York: “Io sono di sinistra!”. Ha rilanciato: “La battaglia sull’articolo 18 è a sinistra, è della mia parte e non della destra”. Ci sono due tesi contrapposte. Per Renzi la riforma modernizza il sistema e aiuta l’occupazione, per i contestatori del Pd lede i diritti dei lavoratori e fa crescere la precarietà.

Due sinistre, una contro l’altra. Ad aprire il fuoco contro Renzi, segretario del maggiore partito della sinistra italiana, è stata una decina di giorni fa Susanna Camusso, segretaria della Cgil, il più forte sindacato del paese, un tempo bastione del Pci. La Camusso è andata giù dura: “Mi sembra che il presidente del Consiglio abbia un po’ troppo in mente il modello della Thatcher”. Si è riferita  a Margareth Thatcher, la Lady di ferro, ex primo ministro conservatore britannico che negli anni Ottanta sbaragliò i laburisti e i sindacati e divenne un modello politico. Fu il modello Thatcher, quello del liberismo duro che fece scuola in tutto il mondo.

Thatcher, la sola evocazione accende la miccia a pericolose “bombe”. Dalle minoranze del Pd è partita una valanga di critiche contro Renzi. Anche da personaggi tradizionalmente posati come Gianni Cuperlo, ex presidente del Pd, e Vannino Chiti, ex ministro per i Rapporti con il Parlamento, sono scattate accuse roventi. Da Cuperlo è arrivato un colpo calibrato: “Mi spiace dissentire dalla compagna Camusso: Renzi non è come la Thatcher ma come Blair, ossia la destra che si mimetizza da sinistra”. Chiti ha invitato a non confondere “un’innovazione di destra e un riformismo di sinistra”. Ha indicato il rischio dell’”amputazione della sinistra, scivolando così di fatto in una rincorsa a destra”.

Tradimento della sinistra, mutazione genetica, identità politica perduta. Il presidente del Consiglio ha respinto le accuse dei “conservatori” e dei “frenatori”. Ha rilanciato la riforma all’esame del Senato: occorre “bloccare l’emorragia di posti di lavoro e tornare a crescere” ed ”essere di sinistra significa combattere un’ingiustizia, non conservarla”. E ancora: “Non vogliamo il mercato del lavoro di Margareth Thatcher, ma un mercato del lavoro giusto”. Ha rilanciato una strategia riformista con un linguaggio massimalista: c’è la necessità di un cambiamento “ in modo quasi violento”.

Una parte delle minoranze cerca di superare i contrasti e tenta una mediazione da trovare nella direzione del Pd di lunedì prossimo. Secondo Pier Luigi Bersani “non esiste” l’ipotesi scissione. L’ex segretario del Pd auspica “una sintesi” con Renzi: “Basta volerlo”. Ma il presidente-segretario sembra attestato su una posizione di netta difesa del  Jobs Act: “Non è il tempo del compromesso ma del coraggio”.

Due sinistre. La storia si ripete. Da oltre cento anni l’Italia, con rari momenti di tregua, è il teatro dello scontro tra due sinistre: una riformista e l’altra massimalista. In alcuni casi si è arrivati anche ad una “guerra” interna alla sinistra con effetti devastanti. Alla fine del 1800 un Partito socialista riformista fece i conti con vari movimenti anarchici, alcuni rivoluzionari. Dal 1921 lo scontro fu tra il Psi e il Pci, autore della scissione di Livorno per “fare come in Russia”, la rivoluzione comunista. Non ci fu né la vittoria del primo né quella del secondo: non nacque né lo Stato socialdemocratico né l’Italia comunista dei soviet. Nel 1991, dopo la morte dell’Unione sovietica, cambiò ben poco. Nel Pds-Ds, partiti eredi del Pci, riemerse lo scontro tra riformisti e massimalisti, ancora una volta sul superamento dell’articolo 18.

L’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori ha una storia antica. La legge per portare “la democrazia in fabbrica” fu voluta alla fine degli anni Sessanta da Giacomo Brodolini, ministro socialista del Lavoro. La riforma fu approvata dal Parlamento nel 1970 su iniziativa di Carlo Donat Cattin, ministro del Lavoro Dc, succeduto a Brodolini morto poco prima. Ironia della sorte: votò a favore dello Statuto dei lavoratori la maggioranza di centrosinistra e si astenne il Pci perché lo giudicò una riforma moderata. Negli ultimi vent’anni i post comunisti nel Pds-Ds-Pd hanno considerato, invece, l’articolo 18 una conquista preziosa da conservare.

Due sinistre: una riformista e l’altra massimalista, la lotta è infinita. Paolo Ferrero, ex segretario di Rifondazione comunista “tornato in produzione” (come si diceva una volta), l’ha sparata grossa: “La Democrazia cristiana era più a sinistra di Renzi e Fanfani; rispetto al premier, era di Lotta continua. Ha fatto le case popolari”. Un motto che girava nel Pci era: “Nessun nemico a sinistra”, ossia nessun concorrente con il quale fare i conti.

Art. 18, rebus riforme forti Bce

Scontri, confusione, incertezza. Il Pd naviga a vista sul Jobs Act, termini inglesi per indicare il piano del lavoro, una delle “riforme rivoluzionarie” del governo. Lo scontro tra Matteo Renzi e le minoranze del Pd è scoppiato sul superamento dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori per i nuovi assunti. Le tesi sono contrapposte. Per il presidente del Consiglio si modernizza il sistema e si crea occupazione. Per la sinistra dei democratici si precarizza ulteriormente il mondo del lavoro.

Mercoledì prossimo il disegno di legge delega del governo sul Jobs Act andrà all’esame dell’aula del Senato e potrebbe accadere di tutto. La “guerriglia” parlamentare, opera dei “franchi tiratori” nelle votazioni a scrutinio segreto senza esito sui nomi di Luciano Violante (Pd) e Donato Bruno (Forza Italia) nelle elezioni per i due nuovi giudici costituzionali, potrebbe essere solo un antipasto di quello che si prepara.

Il goverrno cerca di correre ai ripari, si tratta e si cerca una mediazione. Domani ci sarà un’assemblea dei gruppi parlamentari democratici soprattutto sull’articolo 18. Maria Elena Boschi oggi lancia un appello a votare rapidamente la riforma in Senato e “a marciare compatti”. La ministra delle Riforme istituzionali ricorda i passati contrasti: “Per anni ci siamo sentiti dire che dobbiamo essere un gruppo unito, che dobbiamo voler bene alla ‘ditta’ (cioè il partito, n.d.r.), adesso è il momento di dimostrarlo”.

Sono volate parole forti, accuse, minacce. Il presidente del Consiglio e segretario del Pd ha strigliato i “conservatori”, i “frenatori” delle riforme. Ha redatto una lettera agli iscritti del Partito democratico: “Noi siamo qui per cambiare l’Italia e non accetteremo mai di fare le foglie di fico alla vecchia guardia che a volte ritorna. O almeno ci prova”. Intervistato dal Tg2 ha ulteriormente alzato il tiro ricordando il 40,8% dei voti ottenuti alle elezioni europee del 25 maggio. Ha usato il dialetto napoletano per esprimersi: se i contestatori pensano solo al “facimm ammunina” allora “sono cascati male, io ho preso qui voti perché voglio cambiare l’Italia davvero”.

La sinistra del partito è insorta. Pier Luigi Bersani ha replicato: “Con la mia storia conservatore no”. L’ex segretario del Pd si è appuntato sulla giacca il distintivo di “vecchia guardia, ma polemicamente ha chiesto di essere trattato con “rispetto” come Silvio Berlusconi e Denis Verdini (oppositori del governo, ma alleati nelle riforme istituzionali).

La tensione sale. I dissidenti del Pd alzano i toni. Pino Civati, leader di una delle minoranze, ha tuonato: se Renzi continua su questa linea “mezzo partito gli vota contro. Per questo mi piacerebbe che venisse consultata la base, anche con un referendum”. Cesare Damiano, presidente della commissione lavoro della Camera, ha invitato “a rifiutare il soccorso azzurro”, cioè dell’avversario-alleato Berlusconi. L’ex ministro Stefano Fassina ha accusato il presidente del Consiglio “di aver preso il pacchetto del lavoro della destra”.

Scontri, referendum, scissione. Suona l’allarme rosso contro i molti pericoli. I problemi per Renzi aumentano: gli attacchi delle opposizioni a tutto campo, di Berlusconi attestato sull’”opposizione responsabile”, del “fronte interno” del Pd. Poi deve fare i conti con l’Unione europea, l’Ocse (l’organizzazione internazionale per la cooperazione economica), la Germania: tutti chiedono all’Italia riforme strutturali per superare la crisi. Mario Draghi, presidente della Bce (Banca centrale europea), oggi avverte intervenendo al Parlamento Ue: “I rischi di riforme strutturali insufficienti possono pesare sull’ambiente per gli investimenti”. Era stato chiaro quando aveva ridotto al minimo storico i tassi d’interesse per aiutare lo sviluppo: “Non è possibile rilanciare la crescita senza riforme strutturali ambiziose e forti”. E la riforma del mercato del lavoro è in cima alla lista. I Nomadi cantavano anni fa: “Dove si va? Cosa si fa?”.

Consulta, il caso Violante-Bruno

C’è chi teme il peggio: paralisi del Parlamento, crisi di governo, elezioni politiche anticipate. Nel Transatlantico della Camera è allarme rosso tra i deputati, girano anche le ipotesi più estreme: in tredici votazioni il Parlamento, riunito in seduta comune a Montecitorio, non è riuscito ad eleggere i due nuovi giudici della Corte costituzionale. L’ultimo buco nell’acqua c’è stato ieri; martedì prossimo il Parlamento riproverà a tagliare il traguardo, ma l’impresa appare difficile.

Lorenzo Dellai, capogruppo alla Camera di Per l’Italia, cerca di buttarla in positivo: il rinvio a martedì del voto “è un atto di buon senso”. L’”inventore” della Margherita in Trentino Alto Adige, ex componente della galassia centrista montiana, è contro “l’accanimento terapeutico” delle votazioni a ripetizione. Ora ci sono un po’ di giorni per trattare e riflettere.

Luciano Violante (Pd) e Donato Bruno (Forza Italia) finora non ce l’hanno fatta nonostante il sostegno dei rispettivi partiti e della maggioranza di governo.  Hanno ottenuto quasi 550 voti ma non sono mai riusciti a superare il quorum di 570 “sì” necessari per essere eletti giudici costituzionali (i tre quinti dei parlamentari). In molti commentano nel Transatlantico: “Ormai sono due nomi bruciati, occorre cambiare l’accoppiata”. Fabio Mussi, ex deputato del Pci-Pds-Ds ha usato un linguaggio più elegante: “E’ probabile che la scelta della coppia Violante-Bruno non sia stata la più appropriata”.

Nel segreto dell’urna l’accordo tra Pd e Forza Italia non ha retto. Non ha retto nemmeno ieri, quando anche Sel ha annunciato di convergere sul tandem: i “franchi tiratori” hanno colpito nel segreto dell’urna. Hanno proseguito a sabotare l’intesa anche dopo l’appello di Giorgio Napolitano a raggiungere una intesa evitando settarismi di parte. La sollecitazione del presidente della Repubblica a scongiurare la paralisi del Parlamento per ora è stata ignorata.

E’ scoppiato un caso Violante-Bruno. Entrambi sono duramente contestati da alcuni settori del Pd, della maggioranza e di Forza Italia per motivi diversi. All’ex presidente della Camera viene rimproverato da molti di essere stato il capo del “partito dei giudici” nel Pci-Pds-Ds. L’avvocato Bruno è contestato perché ritenuto in passato vicino all’ex ministro Cesare Previti, incorso in diversi guai giudiziari. Nel mirino sembra essere finito lo stesso patto Renzi-Berlusconi sulle riforme istituzionali.

Per ora l’accoppiata resta in piedi. Roberto Speranza, capogruppo del Pd a Montecitorio, ha annunciato: “Andiamo avanti su questi due candidati, Violante e Bruno”. Francesco Sisto, Forza Italia, presidente della commissione affari costituzionali della Camera, ha rilanciato il sostegno ai  “nomi più che autorevoli di Violante e Bruno” anche se “i problemi dell’Italia non sono questi”.

Tuttavia la situazione è in movimento, si tratta. Il tentativo è anche di allargare il più possibile il consenso per eleggere i due nuovi giudici costituzionali e gli altri due componenti laici del Consiglio superiore della magistratura (finora il Parlamento ne ha eletti solo 6). Silvio Berlusconi  sta discutendo con la Lega nord per ampliare l’intesa. Un dialogo complicato parrebbe aperto anche con il Movimento cinquestelle. Luigi Di Maio, esponente pentastellato, ha ribadito la “disponibilità” a discutere ma ha posto un paletto: “Violante non è compatibile con la nostra etica politica, finché è così non si va avanti”. Il M5S ha accusato ripetutamente Violante di aver favorito gli interessi del presidente di Forza Italia.

Contatti, incontri, colloqui si susseguono. C’è tempo fino a martedì mattina per trovare una soluzione. Matteo Renzi ha esortato ad “andare veloci”. Il presidente del Consiglio e segretario del Pd spera “in una soluzione di alto livello”. Il numero magico sul quale puntare è il 14, la quattordicesima votazione di martedì. Per ora, come scriveva in latino il filosofo britannico Thomas Hobbes nel 1600, è “bellum omnium contra omnes”, è guerra di tutti contro tutti.

Tiri al doppio incarico di Renzi

Colpi di “fioretto” e qualche tiro di “cannone”. I dissidenti del Pd sono incerti se decidere la “guerra” a Matteo Renzi o di percorrere la strada per trovare un accordo. Le minoranze del partito hanno mosso tre accuse al presidente del Consiglio-segretario: 1) la direzione centralistica del Pd; 2) l’intesa sulle riforme istituzionali con Silvio Berlusconi; 3) le scelte “di destra” del governo soprattutto sul tema del lavoro.
Massimo D’Alema, uno dei capi storici del partito “rottamato“ dal giovane Renzi, non è stato tenero. L’ex segretario del Pds-Ds già presidente del Consiglio, ha fatto partire una bordata pesante: “I partiti fondati sul culto della personalità, sulla fedeltà al capo, nei quali si ha paura di dire le cose, sono partiti che funzionano male”.
Sotto accusa è il doppio incarico di Renzi: da sei mesi è presidente del Consiglio e segretario del Pd, una concentrazione di potere molto forte. Il primo a porre il problema dell’incompatibilità tra la guida del governo e quella del partito è stato Pier Luigi Bersani. L’ex segretario del Pd a fine agosto ha sollevato il caso alla Festa dell’Unità di Bologna: “Se fossi diventato premier, non sarei rimasto segretario, ma ho altri gusti…”.
Il doppio incarico è divenuto un bersaglio. Dall’interessato è arrivato un secco no a rinunciare alla guida dei democratici. Qualche giorno fa ha detto a Porta a porta su Rai1: “Lasciare la segreteria? Non ci penso, nemmeno un nanosecondo”. Certo l’addio dell’ex sindaco di Firenze alla segreteria è poco credibile, anche perché Renzi l’ha conquistata con lo strumento delle elezioni primarie, uno straordinario meccanismo d’investitura democratica.
Ora si tratta. Il leader del Pd ha insistito per varare “una segreteria unitaria”, aprendo la porta a dei giovani esponenti delle minoranze. Gran parte dei dissidenti ex Ds vicina a Gianni Cuperlo, battuto nelle primarie da Renzi, è pronta a discutere. Lo stesso Cuperlo, che pure si è dimesso qualche mese fa dalla presidenza del partito per contrasti con il segretario-premier, è pronto al confronto. Pippo Civati, anche lui sconfitto alle primarie, invece sembra intenzionato a mantenere un “niet” ad ogni possibilità di dialogo.
Si tratta, ma la tensione è forte. La riunione della direzione del Pd è slittata da ieri a martedì prossimo. Si va ai tempi supplementari per cercare di evitare uno scontro e trovare una intesa. Il segretario-premier vuole chiudere un pericoloso “fronte interno”, anche perché deve concentrare gli sforzi nella battaglia contro le opposizioni a tutto tondo (M5S, Sel, Lega nord) e contro “l’opposizione responsabile” di Silvio Berlusconi. La dissidenza all’interno del Pd, che sembrava scomparsa dopo la grande vittoria elettorale alle elezioni europee dello scorso maggio (il 40,8% dei voti) è riapparsa soprattutto dopo i pessimi dati sulla crescita della disoccupazione e l’aggravarsi della recessione economica. Ai primi di agosto 16 senatori del Pd non hanno partecipato al voto per approvare la riforma costituzionale, uno dei provvedimenti chiave dell’esecutivo sul quale ha rischiato di inabissarsi. Ora i civatiani Giorgia Villa e Alessandro Galatioto hanno lasciato la segreteria unitaria del Pd a Bologna. E’ un episodio locale, ma significativo di un clima surriscaldato.
Adesso Renzi non vuole rischiare più brutte sorprese. Entro l’anno intende approvare il Jobs Act, il progetto di riforma del mercato del lavoro ritenuta dalla Ue e dai mercati finanziari internazionali un passaggio fondamentale per restituire competitività al sistema produttivo italiano. E su questo punto la sinistra del partito, forte soprattutto al Senato, non vuole sentire parlare di ulteriori “flessibilità” come l’abolizione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, le norme su una forte tutela contro i licenziamenti. Poi ci sono gli altri provvedimenti prioritari del governo: il Parlamento dovrà approvare la legge di Stabilità sui conti pubblici del 2015, la Camera esaminerà la revisione costituzionale e il Senato valuterà l’Italicum, la riforma elettorale basata sull’accordo Renzi-Berlusconi già votata da Montecitorio.
Il doppio incarico non porta fortuna alle personalità politiche. Amintore Fanfani nel 1958 divenne presidente del Consiglio e segretario della Dc, ma non durò troppo perché il partito non sopportava una tale concentrazione di potere. Fanfani nel 1959 perse prima Palazzo Chigi e immediatamente dopo la segreteria. Stessa sorte toccò a Ciriaco De Mita. Nel 1988 sommò presidenza del Consiglio e segreteria democristiana, ma dopo un anno perse entrambe gli incarichi. Un destino simile toccò a Bettino Craxi: dal 1983 al 1987 cumulò l’incarico di segretario del Psi e di presidente del Consiglio. Poi nel 1993 fu politicamente annientato da Tangentopoli.
Certo queste sono tre storie della Prima Repubblica, mentre da vent’anni viviamo nella Seconda Repubblica retta dal sistema elettorale maggioritario e dalle leadership carismatiche. Comunque la politica è piena di misteri e di imprevisti. Lo scrittore e comandante di marina inglese Joseph Conrad disse: “Nulla è misterioso per un uomo di mare se non il mare stesso”.

Gufi, gattopardi, struzzi

Belve feroci, uccelli miti e rapaci, pesci. Animali, comunque, esotici o casalinghi. Nella politica italiana torna a riaffacciarsi la metafora degli animali. Quando si parla del Parlamento e dei leader politici, alle volte, viene in mente la savana dei film sull’Africa.
Matteo Renzi insiste nell’attaccare “i gufi” che ostacolano le riforme strutturali del governo. Il presidente del Consiglio e segretario del Pd se la prende sia con gli avversari delle opposizioni sia con i dissidenti della maggioranza e del suo stesso partito: “Basta con i gufi, mettiamoci al lavoro per cambiare il Paese”.
In passato ha attaccato anche gli “sciacalli”. Durante la campagna elettorale per le elezioni europee, in particolare, diede dello “sciacallo” a Beppe Grillo perché aveva strumentalizzato la chiusura dell’acciaieria di Piombinp. Il leader del Movimento Cinque Stelle immediatamente gli rigirò contro l’epiteto: “Renzie, lo sciacallo a Senigallia”, perché il presidente del Consiglio andò a visitare le zone colpite da una alluvione.
Gli animali feroci sono preferiti nelle metafore politiche. Sergio Marchionne dà l’alt ai “gattopardi” e sollecita il governo ad “agire” contro l’immobilismo della conservazione. L’amministratore delegato della Fiat Chrysler, un tempo acceso sostenitore del vento del “cambiamento” di Renzi, adesso è diventato tiepido. Teme un cambiamento alla Gattopardo: tutto cambi perché nulla cambi.
Nella polemica oggi compaiono a sorpresa gli “struzzi” e “i cavalli di razza”. Stefano Fassina, esponente della minoranza del Pd, obietta: “Renzi più che ai gufi dovrebbe guardare con preoccupazione agli struzzi, a chi mette la testa sotto la sabbia”. Pino Pisicchio, presidente del Gruppo Misto alla Camera, non ha pregiudizi verso “i gufi, pacifici animali, eleganti e tiratardi. Ma ho qualche nostalgia per i cavalli di razza. Estinti come i dinosauri!!!”. Daniele Capezzone, Forza Italia, presidente della commissione finanze della Camera, obietta: ”Finora è stato lo stesso Renzi ad ‘autogufarsi’ con le tasse su case e risparmio”.
Gli animali feroci, comunque, tengono banco. Pier Luigi Bersani ha rivendicato il merito di “aver smacchiato il giaguaro”, cioè Silvio Berlusconi, sconfiggendolo nelle elezioni politiche del 2013. L’ex segretario del Pd critico verso Renzi ha sostenuto di aver portato il Pd alla guida del governo, cancellando l’era delle “leggi ad personam” del presidente di Forza Italia. Tuttavia il “giaguaro”, sia pure sconfitto e “azzoppato” sul piano giudiziario, è ancora in piedi. Garantisce “una opposizione responsabile” e ha permesso il primo sì alla riforma costituzionale di Renzi: il superamento del bicameralismo perfetto è passato al Senato con i voti determinanti di Forza Italia.
Berlusconi a quasi 80 anni, decaduto da senatore per la condanna in Cassazione per evasione fiscale che sta scontando ai servizi sociali in favore degli anziani, è ancora in sella e boccia ogni ipotesi di successione politica. Anzi, vorrebbe ritentare di guidare un centrodestra, ora diviso, alle prossime elezioni politiche. Una parte della sinistra lo ha chiamato “caimano”, lui si è definito un “leone” ed ha denominato “leonessa” la figlia Marina, da qualcuno indicata come possibile nuova guida di Forza Italia, ipotesi sempre smentita.
Non mancano gli uccelli e gli animali domestici nelle dispute politiche. Il presidente di Forza Italia se la deve vedere con la lotta di “falchi” e “colombe” all’interno del suo partito sull’opposizione responsabile concessa al governo Renzi. Il presidente del Consiglio ha commentato tempo fa: Berlusconi è “un gatto” perché “ha sette vite come i gatti”.
Le “successioni dinastiche” in Italia non sembrano funzionare. Non sembra funzionare nemmeno “la pesca”. Anni fa si parlava di Renzo Bossi come “delfino” del padre Umberto, allora segretario della Lega nord. Il fondatore del Carroccio fu secco con i giornalisti nell’allontanare l’ipotesi: “Mio figlio Renzo più che un delfino mi sembra un trota”. Difatti a Bossi senior successero prima Roberto Maroni e poi Matteo Salvini.
Ci sono anche i “canguri” e i “cangurini”. I marsupiali australiani sono comparsi improvvisamente sulla scena tra luglio e agosto, quando al Senato si scatenò una durissima lotta sulla riforma costituzionale del governo. Il M5S, Lega e Sel attuarono una aspra battaglia ostruzionistica su quasi 8 mila emendamenti. Piero Grasso applicò il “canguro”, la regola che cancella gli emendamenti ripetitivi e simili a quelli bocciati in precedenza. Il presidente del Senato lanciò anche il “cangurino”, cioè un taglio di un numero minore di emendamenti ripetitivi. Disse: “Ora ci sarà un canguro piccolo, un cangurino” e saltarono alcune decine di emendamenti rispetto al centinaio del “canguro”. Sul banco del senatore cinquestelle Maurizio Buccarella spuntò per protesta il pupazzo di un canguro. Grasso lo richiamò con una battuta: “I pupazzi non sono ammessi. Non vorrei che diventasse senatore”.
Nella storia della Seconda Repubblica l’uso dello zoomorfismo politico è stato frequente ed ha avuto un significato importante. Ha segnato l’affermazione di un linguaggio semplice, diretto, ad effetto, efficace sul piano comunicativo. Congeniale ad uno stretto rapporto tra leader ed elettorato. L’uso della metafora degli animali ha anche segnato i passaggi più importanti della Seconda Repubblica nei quali è salito il livello dello scontro, i cambiamenti di fase politica. Le metofare zoomorfiche hanno una storia anche nel cinema. Humphrey Bogart disse quando si innamorò di Lauren Bacall: “Mi sento come un topo che sta per essere sbranato da un gatto”.

I mercati ci guardano

Torna un po’ di serenità in Europa e, in particolare, nei paesi economicamente più deboli come l’Italia. Mario Draghi è sceso in campo, ha preso la palla e ha fatto “gol”. I mercati valutari internazionali hanno brindato alle decisioni anti recessione prese dal presidente della Banca centrale europea (Bce). L’abbassamento dei tassi d’interesse europei di riferimento dallo 0,15% allo 0,05% e il progetto di acquistare titoli bancari cartolarizzati, rappresentativi di prestiti a imprese e a famiglie, fornisce liquidità al sistema produttivo in affanno di Eurolandia.
L’Italia, in particolare, è tra i maggiori beneficiari delle decisioni a sostegno della timida ripresa economica europea. Lo spread, che era tornato a “ruggire”, diventa “docile” e scende al livello minimo degli ultimi cinque anni. Lo spread tra i Btp decennali italiani e i corrispondenti Bund tedeschi, che ad agosto era risalito ad oltre 170 punti, è diminuito sotto quota 140. Così cala il costo dei tassi d’interesse che l’Italia paga sui titoli del suo altissimo debito pubblico.
Tuttavia i mercati hanno dato una fiducia a tempo all’Italia e ai paesi europei con una economia poco competitiva, aspettano le riforme strutturali per far ripartire lo sviluppo. Lo stesso presidente della Bce, segnato il gol, è stato chiaro sulla strada da seguire: “Non è possibile rilanciare la crescita senza riforme strutturali ambiziose e forti”.
E’ un messaggio indirizzato soprattutto a Matteo Renzi. Il presidente del Consiglio adesso deve fare lui “gol”. Tocca a lui mandare la palla in rete per far uscire l’Italia dalle secche della Grande crisi, attuando “le radicali riforme”. Il Belpaese è ricaduto in una pericolosa recessione invece di agganciare la tanto agognata ripresa. Renzi ad agosto è andato a trovare Draghi nella sua casa di vacanze in Umbria e si è detto “totalmente d’accordo” con il presidente della Bce.
Da settembre parte la difficile sfida per realizzare “le riforme rivoluzionarie” del governo. La ricetta è meno tasse sul lavoro e meno spesa pubblica per far ripartire il sistema produttivo e combattere la disoccupazione. Da ora alla fine dell’anno gli occhi sono puntati soprattutto su tre riforme: mercato del lavoro, tagli alla spesa pubblica, giustizia civile per dimezzare la durata dei processi. Non mancano gravi problemi da superare. I sindacati delle forze di polizia e delle forze armate, ad esempio, hanno annunciato per la prima volta nello storia uno sciopero generale “entro settembre” contro il blocco degli aumenti salariali, deciso dal governo per i dipendenti pubblici anche per il 2015.
Renzi ha annunciato un mese fa: “A settembre ci sarà una ripartenza col botto”. Le riforme verranno realizzate battendo “i gufi”, “i frenatori” e “i veti”. Il presidente del Consiglio e segretario del Pd ha assicurato parlando qualche giorno fa del programma di riforme in mille giorni del governo: “L’Italia la cambiamo, piaccia o non piaccia ai soliti esperti di palude. Mille giorni e l’Italia tornerà leader”.
I mercati finanziari internazionali, che per ora hanno dato fiducia all’Italia, aspettano il “gol” di Renzi sulle riforme strutturali entro l’anno. Nel 2011 ci fu una pioggia di vendite di titoli del debito pubblico italiano, lo spread schizzò a quota 570 provocando la caduta del governo di Silvio Berlusconi, sostituito da Mario Monti alla presidenza del Consiglio. Vittorio De Sica diresse il film “I Bambini ci guardano”. In questo caso i mercati ci guardano.

Qualche luce nel buio della crisi

Dei momenti di sconforto alle volte fanno breccia nel granitico ottimismo di Matteo Renzi. “Sarà un caso, ma da quando c’è questo governo, piove sempre”, ha detto lo scorso 13 agosto arrivando a Milano per controllare l’avanzamento dei lavori in preparazione dell’Expo del 2015. Quel giorno pioveva a dirotto nel capoluogo lombardo. Quest’anno ha dominato un’estate anomala, fatta di poco sole, temporali e perfino qualche tromba d’aria. Le piogge sono arrivate assieme alle cattive notizie cadute sull’economia ad agosto e a luglio. E i temporali, di tutti i tipi, proseguono anche a settembre.
L’attesa ripresa economica non arriva e al suo posto ricompare la recessione: calano i consumi e la produzione industriale. La disoccupazione veleggia verso il 13%, quella giovanile viaggia oltre il 42%, i lavoratori che sono attualmente o sono passati per la cassa integrazione hanno superato un milione, il debito pubblico continua a salire e corre verso il 135% del Pil (Prodotto interno lordo). Sono cifre pesantissime con le quali fare i conti.
L’autunno si fa fosco. Le previsioni meteorologiche paventano un inverno gelido. Tuttavia nel buio, compaiono anche delle luci. Il calo dei tassi d’interesse sui titoli del debito pubblico libera delle risorse per diverse iniziative (tipo il bonus fiscale di 80 euro al mese per oltre 10 milioni di buste paga a basso reddito). Alcune luci ci sono tra le aziende che, malgrado tutto, riescono a competere con la concorrenza internazionale. Delle luci sfavillanti esistono perfino nel difficilissimo e trascurato settore della ricerca scientifica, della tecnologia elettronica e della biotecnologia. All’Istituto italiano di tecnologia (Iit) di Genova un gruppo di ricercatori ha messo a punto una inedita super batteria al grafene che garantisce una efficienza superiore del 25% rispetto a quella tradizionale al litio. Le potenziali applicazioni industriali sono gigantesche: vanno dai telefonini di tutti i tipi alle auto elettriche.
Un’altra scoperta importante viene dal Ceinge, il Centro di ricerca per le biotecnologie avanzate dell’Università Federico II di Napoli. I ricercatori napoletani hanno creato un vaccino sperimentale contro Ebola, una micidiale malattia quasi incurabile che sta mietendo migliaia di morti in Africa. Sia nel caso della super batteria al grafene e sia in quello del prezioso vaccino sperimentale contro Ebola sono anche pronti gli impianti per avviare la produzione in Italia.
Si tratta di importanti segni di vitalità in un sistema produttivo e scientifico nel buio della crisi. Anche i venti di guerra stanno alimentando la paura e la recessione. I combattimenti in Ucraina e in Medio Oriente hanno aggravato la crisi internazionale: ora sono in difficoltà anche molti paesi europei, compresa la Francia e la potente Germania, caduta in recessione per la discesa delle sue esportazioni. Certo i problemi dell’Italia sono più gravi: troppe tasse, debito pubblico eccessivo e una burocrazia scarsamente efficiente danneggiano la competitività e impediscono la crescita economica. Il presidente del Consiglio ha rilanciato la necessità di realizzare le riforme: “La situazione è drammatica, ma l’Italia non è una macchina sgangherata”. Renzi resta ottimista, l’Italia ha sempre la seconda industria manifatturiera dell’Unione europea: “Sono certo che tra dieci anni torneremo ad essere la guida dell’Europa”.
“Passo dopo passo” è la nuova parola d’ordine di Renzi. Oggi il presidente del Consiglio e segretario del Pd ha indicato le linee della riforma della scuola, con l’obiettivo di assumere 150.000 docenti precari nel settembre del 2015. Venerdì scorso ha varato il progetto di riforma della giustizia civile per dimezzare la durata dei processi e ha messo in pista il decreto “sblocca Italia”, che prevede in tutto 10 miliardi di euro per finanziare grandi opere pubbliche. Poi toccherà alla revisione del mercato del lavoro, del fisco, della pubblica amministrazione, al superamento del bicameralismo perfetto, alla legge elettorale (su questi due ultimi provvedimenti c’è già stato un primo voto di una delle Camere).
Il presidente del Consiglio ha abbandonato lo “sprint” iniziale: dalla “velocità” è passato alla “maratona” e ora “al passo dopo passo” per battere la crisi, illustrato nel sito internet del governo. L’attore americano Danny De Vito nel 2012 parlò del suo lavoro con Serena Dandini: “E’ come mangiare il pollo. Non si può mangiare tutto insieme, ma un pezzo alla volta”.
Venerdì scorso c’è stato “il primo calcio d’inizio” del piano di riforme del governo “in mille giorni” con scadenza nel 2017. Sul sito internet dell’esecutivo sono illustrate le riforme: “Passo dopo passo. Mille giorni per cambiare l’Italia”. Per le opposizioni si tratta di scelte sbagliate che non risolvono i problemi; per le minoranze del Pd, come l’ex Ds Stefano Fassina, sono misure insufficienti. La partita politica è aperta.