Emerge “la strana minoranza”

Anomalie, stranezze. Dallo scontro al Senato per riformare il bicameralismo perfetto, arriva una valanga di sorprese. A Palazzo Madama emerge una “strana minoranza” che si contrappone a “una strana maggioranza”.

La “strana minoranza” e’ emersa sia oggi e sia ieri.A voto segreto oggi passa un emendamento della Lega  sul diritto alla salute, sul quale il governo e’ battuto. Votano a favore le opposizioni, i dissidenti della maggioranza (Pd e centristi ex montiani in particolare) e di Forza Italia, favorevole invece alla riforma del bicameralismo perfetto, in base all’accordo Renzi-Berlusconi. I “franchi tiratori” colpiscono nel segreto dell’urna ed è un brutto scivolone per l’esecutivo.

La “strana minoranza” si è materializzata già ieri, quando è stato votato e bocciato un emendamento per l’elezione a suffragio universale del futuro Senato, scelta contrapposta a quella contenuta nel progetto di riforma del governo, che introduce l’elezione indiretta da parte dei consiglieri regionali.

L’emendamento proposto da Augusto Minzolini, dissidente di Forza Italia, è stato votato da tutte le opposizioni e dalle varie “fronde” esistenti all’interno della maggioranza di governo. Corradino Mineo, dissidente del Pd, Antonio Azzolini (Ncd), Mario Mauro (Popolari per l’Italia) hanno votato “sì” all’emendamento Minzolini. La battaglia per lasciare ai cittadini l’elezione dei senatori è stata avviata oltre un mese fa da Vannino Chiti, esponente di punta dei dissidenti del Pd, che ha tentato invano di proporre una mediazione per evitare lo scontro frontale.

Così uomini con alle spalle storie politiche molto diverse si sono trovati insieme nella “strana minoranza”. L’ex berlusconiano di ferro Minzolini si è trovato accanto all’ex Ds Chiti. L’ex giornalista si è trovato nella stessa trincea di Mauro, ex berlusconiano passato con Scelta Civica e poi finito nei Popolari per l’Italia, e con Antonio Azzolini, un altro ex berlusconiano ora aderente al Ncd.

Ma la battaglia della “strana minoranza” formata dal Movimento 5 Stelle, Sel, Lega e dissidenti della maggioranza, continua. Ha di fronte la “strana maggioranza”, formata da forze politicamente eterogenee: il Pd di centrosinistra di Matteo Renzi; il Nuovo centro destra di Angelino Alfano, nato da una scissione del Pdl di Berlusconi; Scelta Civica e Popolari per l’Italia, forze centriste sorte dalla rottura del partito di Mario Monti. La maggioranza, con molti mal di pancia, sostiene il “Patto del Nazareno”, l’accordo sulle riforme istituzionali siglato a gennaio da Renzi e Berlusconi nella sede del Pd, appunto in via del Nazareno a Roma.

Tra le sorprese ci sono anche il “Canguro” e il “Cangurino”, due “strani animali politici” emersi nell’aula del Senato tra urla, proteste, scontri verbali divenuti quasi fisici tra senatori della maggioranza e delle opposizioni. Il “Canguro” è un meccanismo applicato da Pietro Grasso che ha permesso di far decadere con un sol colpo circa 1.400 emendamenti presentati al progetto di riforma del governo, perché simili e ripetitivi di uno in precedenza bocciato. Il “Cangurino”, come l’ha battezzato scherzosamente ieri il presidente del Senato, ha permesso di tagliare altri 38 emendamenti perché, anche in questo caso, ripetitivi di un altro già respinto. Il “Canguro” e il “Cangurino” permettono di sfoltire la foresta di quasi 8 mila emendamenti (oltre 6 mila di Sel) presentati contro il progetto di riforma costituzionale dell’esecutivo.

Il clima nell’aula di Palazzo Madama è rovente mentre si vota. Le mosse ostruzionistiche dell’opposizione rischiano di essere battute e la riforma potrebbe essere approvata, come previsto, entro l’8 agosto. Ma non mancano momenti di “leggerezza” come quando Maurizio Buccarella, senatore cinquestelle, ha messo sul banco del suo seggio un canguro di pezza. Il presidente del Senato ha ironizzato: “Non vorrei che diventasse senatore il canguro che è sul suo banco”. Poi Grasso ha invitato a togliere il peluche: “I pupazzi non sono ammessi nell’aula del Senato”.

Da tempo il panorama della politica italiana è dominata dalla metafora degli animali. Ci sono stati i “falchi” e le “colombe” del Pdl. Silvio Berlusconi è stato definito “caimano” da alcuni settori della sinistra e “giaguaro da smacchiare” da Pier Luigi Bersani, ex segretario del Pd. Il presidente di Forza Italia ha definito se stesso un “leone” e la figlia Marina  una “leonessa”. Daniela Santanché si è ritratta come una “pitonessa”. Renzi ha definito Berlusconi un “gatto” perché ha “sette vite come i gatti”. Il presidente del Consiglio ha accusato gli avversari di essere “gufi” e “sciacalli”. Grillo, in particolare, è stato denominato “sciacallo”. Il leader del M5S ha dipinto Renzi come “Genni ‘a carogna”, il soprannome dai tratti metà animali e metà umani del capo della tifoseria napoletana, che ha fatto venire i brividi di paura al pubblico dell’Olimpico che era allo stadio per vedere una semplice partita di calcio. Umberto Bossi definì il figlio Renzo non un “delfino”, ma un “trota”. Ora sono anche arrivati il “Canguro” e il “Cangurino”.

Ad Albert Einstein chiesero: “Se l’uomo ha inventato l’energia nucleare perché poi ha fatto la bomba atomica?”. Il geniale scienziato rispose: “E’ semplice amico mio, perché la politica è più difficile della fisica“. E Einstein non conosceva la politica italiana, ben più complicata di quella americana.

Insidia voto segreto al Senato

Voto segreto e “franchi tiratori” sono strane parole del gergo politico. Da sempre raggelano il sangue nelle vene di presidenti del Consiglio e di ministri. Lo scrutinio segreto è la classica insidia posta sulla strada di un governo. Deputati e senatori della maggioranza, a vario titolo dissidenti, nel segreto dell’urna possono votare contro l’esecutivo con conseguenze imprevedibili: è l’arma finale per le crisi di governo e le elezioni politiche anticipate.

È il cosiddetto “fuoco amico”. Ora il bersaglio può essere Matteo Renzi. Al Senato sono state avanzate ben 900 richieste di voto segreto sul disegno di legge costituzionale per riformare il bicameralismo perfetto. È una riforma centrale nei piani del governo, diretta a semplificare le istituzioni: è imperniata sulla riduzione delle competenze e del numero dei componenti del Senato. Su questa innovazione il presidente del Consiglio si gioca “la faccia”. Renzi è sul chi vive ma sdrammatizza: “Sul voto segreto potranno anche farci qualche scherzetto, ma torneremo alla Camera e lo sistemeremo. Qui non molla nessuno”.

La sfida è cruciale. I senatori dissidenti nella maggioranza sono sul piede di guerra. I “frondisti” sono concentrati nel Pd e tra i centristi dei vari partiti della coalizione. Contestano soprattutto l’elezione indiretta dei senatori da parte dei consigli regionali e appoggiano la richiesta di Vannino Chiti, Pd, toscano come Renzi, di continuare a far scegliere ai cittadini i parlamentari. Anche i senatori dissidenti di Forza Italia, smarcandosi dalla linea dell’”opposizione responsabile” di Silvio Berlusconi, hanno annunciato di sostenere la linea Chiti.

M5S, Sel, Lega contestano, anch’essi, in particolare la proposta di elezione indiretta. Con i loro voti, sommati a quelli dei “franchi tiratori”, potrebbe essere battuto l’esecutivo al Senato. “Franchi tiratori”,  questa misteriosa definizione foriera di possibili pericoli illimitati per l’esecutivo, fu data ai volontari francesi che condussero una sorta di guerra partigiana alle spalle delle truppe tedesche nella guerra del 1870-1871, tra Francia e Prussia.

“Franchi tiratori” e voto segreto da tempo sono finiti sul banco degli accusati. Il mondo politico si divide in due settori: c’è chi difende lo scrutinio segreto come simbolo di libertà del parlamentare e chi chiede trasparenza e assunzione di responsabilità pubblica, usando lo scrutinio palese. Lo scontro è antico. Giovanni Grasso, su Avvenire, ricorda la storia. Precisa: un tempo Camera e Senato votavano quasi tutto con lo scrutinio segreto e quello palese era l’eccezione. Dal 1988, invece, vige la regola opposta. E’ stata la prima riforma istituzionale realizzata. “Fu –scrive– una strana accoppiata, un asse di ferro tra due leader che non si erano mai amati –Ciriaco De Mita, presidente del Consiglio e Bettino Craxi, segretario del Psi– a far dire addio, nell’autunno del 1988, alla prassi consolidata di votare in Parlamento tutto o quasi tutto con il voto segreto”.

Da quasi 26 anni, modificato il regolamento delle Camere, lo scrutinio palese è la norma e quello segreto l’eccezione (è limitato ai voti sulle persone, alla modifica dei regolamenti parlamentari e ad alcuni articoli della Costituzione riguardanti i diritti fondamentali). La riforma nel 1988 passò a voto segreto per un soffio, sostenuta dal pentapartito, vincendo i “franchi tiratori”, il no del Pci e delle altre opposizioni.

Il governo adesso rischia di “scivolare” a Palazzo Madama sulla riforma del Senato: in molti senatori la vivono anche come un poco piacevole suicidio. Già la settimana scorsa lo scontro frontale tra maggioranza e opposizioni è degenerato nel caos. Quando a maggioranza è stato deciso il contingentamento dei tempi al Senato, la cosiddetta “tagliola”, si è arrivati agli insulti, l’aula di Palazzo Madama è diventata una bolgia.

Ora il presidente del Consiglio sta tentando una mediazione con le opposizioni per ridurre la valanga di emendamenti (su quasi 8 mila, Sel ne ha presentati oltre 6 mila). Da domani il Senato riprenderà a votare sulla riforma: senza un’intesa si annuncia uno scontro finale senza esclusione di colpi. Renzi vuole far approvare la riforma tra agosto e settembre. Ha smentito di puntare alle elezioni politiche anticipate: “L’Italia la cambieremo con le riforme e si voterà alla scadenza della legislatura”.  In una lettera inviata oggi ai senatori della maggioranza sembra indicare, come mediazione, dei cambiamenti  all’Italicum, la proposta di riforma elettorale. Preferenze e soglie elettorali “sono nodi ancora aperti”, precisa. Sollecita a percorrere la strada del cambiamento: “Dalla vostra capacità di tenuta dipende molto del futuro dell’Italia”.

La revisione del bicameralismo perfetto è parte della “rivoluzione pacifica” del governo, comprendente anche lavoro, fisco, burocrazia, costi della politica, giustizia. Mao Tse Tung, l’artefice della rivoluzione comunista in Cina, avvertiva: “La rivoluzione non è un pranzo di gala”.

Soffiano venti di elezioni

I disegni di riforme istituzionali non portano bene. Nella Prima Repubblica ci provarono Bettino Craxi e Ciriaco De Mita. Nella Seconda Repubblica furono affascinati dal progetto Silvio Berlusconi, Massimo D’Alema e Romano Prodi. Tutti, per un motivo o l’altro, fallirono. Ci riuscì Giuliano Amato, nel 2001, con il suo secondo governo appoggiato da D’Alema. Con una strettissima maggioranza di centrosinistra riuscì a modificare la Costituzione in chiave federalista, tuttavia fu un flop: la spesa pubblica esplose perché le Regioni, anche in conflitto con lo Stato, hanno aperto a dismisura il portafoglio senza avere la responsabilità di alcuna copertura.

Adesso ci riprova Matteo Renzi. Anche questa volta la strada è stretta e scivolosa. Il presidente del Consiglio e segretario del Pd si trova contro gran parte delle opposizioni, diversi settori del suo stesso partito e di Forza Italia, ostili all’accordo Renzi-Berlusconi sulle riforme istituzionali. L’aula di Palazzo Madama, che discute la revisione del bicameralismo perfetto, è diventata una bolgia: in sette giorni sono stati votati e respinti appena cinque emendamenti dei quasi 8 mila presentati. Da lunedì riprenderà il match e il governo dovrà anche affrontare le insidie del voto segreto: sono stati chiesti oltre 900 scrutini segreti e i “franchi tiratori” potrebbero impallinare l’esecutivo.

Comincia a tirare un’aria brutta per “il governo di legislatura” guidato da Renzi. Il vento delle elezioni politiche anticipate soffia tra il Senato, la Camera e Palazzo Chigi. Nel Pd c’è chi teorizza apertamente quello che, forse, si limita solo a pensare il presidente del Consiglio. Matteo Orfini per primo, alcuni giorni fa, ha rotto il tabù: “O si vota per le riforme, o si vota perché si va alle elezioni”. Il presidente del Pd si è detto fiducioso: “Sono convinto che prevarrà il buon senso e che quindi passeranno le riforme, a cui è legato il destino di questa legislatura”. Roberto Giachetti è entrato nei dettagli: “Visti i chiari di luna e l’azione concentrica contro ogni tentativo di riforma, torno a dire che la cosa migliore è il ritorno al voto popolare”. Il deputato renziano di origine radicale ha indicato la strada: “Per tornare al Mattarellum (il vecchio sistema elettorale n.d.r.) basta un mese e poi la parola passi agli italiani”.

La situazione politica da calda è diventata incandescente, da ieri. Cioè da quando la maggioranza e Forza Italia hanno deciso il contingentamento dei tempi della discussione, la “tagliola” per le opposizioni, in modo da battere “l’ostruzionismo” e ottenere il voto finale del Senato sulla riforma entro l’8 agosto, evitando la sonora sconfitta di uno slittamento a settembre. Il Senato si è trasformato in una bolgia. La maggioranza ha accusato le opposizioni di voler “paralizzare il Parlamento”. M5S, Sel e Lega sono andati a protestare al Quirinale da Napolitano: “Hanno ferito la democrazia”. Beppe Grillo ha tuonato: “Questo governo sta uccidendo la democrazia” siamo al “colpo di Stato”.Vito Crimi, senatore cnquestelle ha puntato il dito contro Renzi “dittatore”. Un gruppo di parlamentari del M5S, della Lega di di Sel sono andati al Quirinale quasi in corteo per protestare. Sono stati ricevuti dal segretario generale del Quirinale Donato Marra, e non dal presidente della Repubblica perché “indisposto”

La revisione del bicameralismo perfetto, la riduzione dei compiti e dei componenti del Senato è al centro delle riforme strutturali di Renzi. Costituisce il presupposto per velocizzare le istituzioni, la premessa delle riforme del lavoro e del fisco per far ripartire l’occupazione e superare la crisi. Renzi ha avvertito: va evitata “la dittatura della

minoranza”, “non mollo. Basta con chi dice sempre no”. Ha lanciato la sfida: “Piaccia o non piaccia le riforme le faremo!” e “mi gioco la carriera”. A Grillo che ha lanciato l’accusa di colpo di Stato, ha ribattuto con una battuta: “Caro Beppe: si dice sole, il tuo è un colpo di sole”.

Da lunedì il Senato tornerà a discutere e, senza una mediazione, sarà una “guerra” con al centro l’elezione indiretta dei senatori da parte dei consiglieri regionali, proposta dal presidente del Consiglio e attaccata dalle opposizioni, dai dissidenti del Pd e di Forza Italia. Vannino Chiti, esponente dei dissidenti del Pd, autore dell’emendamento favorevole all’elezione diretta dei senatori, ha commentato: “L’imposizione della ‘tagliola’ è un errore molto grave”.

Per ora Berlusconi tace, ma sembra prepararsi al voto anticipato. Tempo fa più volte ha ripetuto: si tornerà a votare nel 2015. Pino Pisicchio ha invitato a “collaborare” sulle riforme. Il presidente del Gruppo Misto della Camera ha sottolineato: “Non è una guerra tra indiani e cowboys, è il confronto su un tema centrale dell’attuale Costituzione”. Nel film “Ombre Rosse” una diligenza con a bordo John Wayne, armato di fucile, procede in una prateria del West apparentemente deserta. Si sente un commento: “Quelle colline sono piene di Apaches”. Subito dopo la diligenza viene attaccata da centinaia di indiani a cavallo.

Rodolfo Ruocco

Berlusconi tenta di ricomporre centrodestra

Una sentenza toglie e una dà. Silvio Berlusconi esce dall’angolo dopo la sentenza di assoluzione in appello nel processo Ruby. È sempre azzoppato politicamente dalla condanna subita in Cassazione per frode fiscale, relativa al processo Mediaset, ma non ha più sulle spalle quella infamante per prostituzione minorile e concussione avuta in primo grado nella causa Ruby. È rinsaldata la sua alleanza con Matteo Renzi, la sua “opposizione responsabile” per realizzare le riforme istituzionali, adesso può affrontare con meno problemi la “fronda” comparsa in Forza Italia.

Già nei prossimi giorni riprenderà l’iniziativa politica. Il presidente di Forza Italia, come ha scritto Il Corriere della Sera, ha in mente una mossa a sorpresa: “Cambiamo tutto. Ci serve un partito più leggero, un partito nuovo, con una nuova sede”. Sarebbe la quarta rifondazione del partito: nel 1994 diede vita a Forza Italia, alla fine del 2007 fece decollare il Pdl, all’ultimo giro di boa del 2013 rimise in pista la nuova Forza Italia. Non solo. Pensa anche ad “elezioni primarie a dicembre” per decidere la nuova leadership del partito, da lui guidata come “padre nobile”.

Berlusconi non vuole lasciarsi trovare impreparato da eventuali elezioni politiche anticipate. Da tempo ripete che, probabilmente, si tornerà alle urne nella primavera del 2015. L’economia italiana non va bene, la ripresina economica non c’è e la recessione si sta trasformando in stagnazione. Difatti la Banca d’Italia ha ridotto le stime di crescita dallo 0,8% allo 0,2% per il 2014. Poco, troppo poco per combattere la disoccupazione arrivata quasi al 13%, con quella giovanile sfrecciata ad oltre il 40%.

Rischiano di andare fuori controllo anche i conti pubblici e c’è chi parla della necessità di una manovra economica in autunno di oltre 20 miliardi di euro. Renzi, finora, ha sempre smentito una nuova manovra economica che farebbe salire ancora di più la disoccupazione e sta contrattando con l’Unione europea maggiori margini di flessibilità sui conti pubblici, in modo da sostenere la ripresa e l’occupazione. Ma il presidente del Consiglio, per ora, ha ottenuto solo scarsi risultati nei vertici con la Ue e la Germania.

La via di uscita, per alcuni, sarebbero le elezioni anticipate nella prossima primavera, dopo la conclusione del semestre. Tuttavia l’ex Cavaliere non dispera: l’assoluzione in appello sul caso Ruby “è stato un messaggio importante per il destino del centrodestra. Può addirittura favorire la ricomposizione delle forze del centrodestra”. Berlusconi vuole riunificare Forza Italia con il Nuovo centrodestra e Fratelli d’Italia, una volta fusi nel Pdl, un partito che raggiunse il 38% dei voti nel 2008 e governò alleato con la Lega nord. Poi c’è l’obiettivo di ricostruire una intesa con la Lega.

Berlusconi è stato il solo personaggio, nella storia della Repubblica italiana,  a riuscire nell’impresa di unire tutto il centrodestra. Ci riuscì per la prima volta nel 1994 e per vent’anni guidò quattro governi da presidente del Consiglio. Poi dal 2010, con la frattura determinatasi con Fini e Casini, cominciò la frammentazione, poi consumatasi anche con il suo ex delfino Angelino Alfano (Nuovo centrodestra) e Giorgia Meloni (Fratelli d’Italia).

Il fondatore del Pdl e di Forza Italia vuole fermare il declino, riunificando la frammentata area del centrodestra. Non sarà facile. Dovrà fare i conti con il successo del Pd di Renzi arrivato al 40.8% dei voti alle elezioni europee, con il Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo arrivato fino al 25%  nelle elezioni politiche del 2013, con i particolarismi della galassia dei partiti del centrodestra.

La sua antica leadership è ferita. È costretto ad andare a svolgere servizi sociali a Cesano Boscone per scontare la pena della condanna per frode fiscale. È contestato anche dall’interno di Forza Italia da tanti, un tempo fedelissimi, ai quali sta stretto l’accordo sulle riforme istituzionali con Renzi. Tra i critici c’è Raffaele Fitto, leader dei “frondisti” del partito. Sarà un caso ma Berlusconi incontrerebbe Fitto tra breve e, pur ribadendo la bontà del “Patto del Nazareno” con Renzi, ha delle riserve sull’approvazione della riforma del Senato prima delle vacanze estive, come invece vuole il presidente del Consiglio.

L’ex presidente del Consiglio vuole recuperare un ruolo per Forza Italia: “Rischiamo di trovarci davanti a un bipolarismo con Renzi da un lato e Grillo dall’altro”. Di qui la necessità di non essere schiacciato su Renzi, costruendo un nuovo progetto politico per rinnovare le istituzioni e per battere la crisi economica. A 77 anni lancia il guanto di sfida a Renzi, giovane ed effervescente alleato-avversario di 39 anni. Tenta la difficile resurrezione politica già riuscita tante altre volte negli ultimi venti anni. Massimo Troisi, interpretando la parte di un ragazzo napoletano insoddisfatto, annuncia di voler cambiare vita in un suo celebre film del 1981: “Ricomincio da tre” e “non da zero”.

Governo alla prova del Senato

Velocità, efficienza, coraggio. Matteo Renzi usa tre termini per definire le riforme strutturali del suo governo indirizzate “a cambiare l’Italia”. Al centro del progetto di riforme del presidente del Consiglio c’è la revisione del bicameralismo, con la riduzione dei poteri e del numero dei componenti del Senato.

Da lunedì prossimo la riforma sarà votata dall’aula di Palazzo Madama. Il progetto è l’architrave del piano di Renzi per svecchiare le istituzioni e renderle più agili. Non ci sarà più un rapporto paritario tra Camera e Senato, ma Montecitorio avrà un ruolo legislativo e politico preminente. Centrale è la proposta dell’elezione indiretta dei senatori da parte dei consigli regionali e non più da parte dei cittadini.

La battaglia al Senato sulla riforma sarà dura. Le opposizioni e i dissidenti della maggioranza indicano il rischio del “presidenzialismo”, la proposta di Forza Italia, cioè la volontà di introdurre di fatto un meccanismo di governo presidenziale sul modello degli Stati Uniti o della Francia. Si oppongono nettamente il M5S e Sel. Ma anche nella maggioranza e dentro Forza Italia, alleata con Renzi per le Riforme istituzionali, emergono critiche e riserve. Vannino Chiti è l’anima dei dissidenti del Pd al Senato. Nell’aula di Palazzo Madama ha contestato l’elezione indiretta: è “un dogma che non capisco”.  Ha difeso l’elezione diretta perché “non esiste una democrazia senza cittadini”. Ha lanciato un allarme: “Stiamo imboccando in senso contrario l’autostrada sul senso della democrazia”. Walter Tocci, un altro dissidente del Pd, ha indicato il rischio di “un presidenzialismo selvaggio, senza contrappesi”.

Anche in Forza Italia la dissidenza è forte. Diversi senatori contestano l’appello di Silvio Berlusconi a votare la riforma. Augusto Minzolini ha attaccato Renzi: “E’ peggio della Russia di Putin, perché lì almeno il presidente è eletto dal popolo”. Ha rincarato: “Non siamo a Putin, ma torniamo a Breznev” se poi verrà approvato anche l’Italicum, il progetto di riforma elettorale maggioritario e bipolare.

Ancora più pesante è Beppe Grillo. Il leader del Movimento 5 Stelle, mentre chiedeva un incontro a Renzi sulla riforma elettorale, lo ha attaccato: “Qui andiamo verso una dittatura di stampo legale”. Ma si intravedono ipotesi di mediazione. Pier Luigi Bersani, in più occasioni critico con il presidente del Consiglio, ha sollecitato “a portare avanti” la riforma del Senato, “giusta o sbagliata” che sia. L’ex segretario del Pd, invitando a “riflettere” sulla riforma del Senato e sull’Italicum, ha avvertito: “Alla Camera bisognerà dare una aggiustata senza drammi e bracci di ferro”.

Una bella sfida. Il presidente del Consiglio e segretario del Pd è fiducioso di superare la prova insidiosa del voto sulla riforma al Senato: “Noi le riforme le facciamo, è giusto farle perché l’Italia torni ad essere leader. Piaccia o no a chi vuole frenarci, il risultato a casa lo portiamo”. Ha lanciato un appello alla “lealtà” parlando all’assemblea dei parlamentari democratici. Ha respinto come assurde, da accogliere con “un sorriso” le accuse di dittatura. Il film giallo sulle riforme è partito.  Alfred Hitchcock, il regista maestro delle pellicole thriller, diceva: “Un buon giallo è come un incubo: se ne assapora il buono al risveglio”.

 

 

 

 

 

La flessibilità versione Grillo

Internet, televisioni, giornali, piazze, comizi, teatri. Conferenze stampa volanti davanti e dentro al Parlamento. Niente interventi nell’aula della Camera e del Senato perché non é né deputato né senatore. Beppe Grillo ha usato tutti i mezzi della comunicazione per aumentare il già clamoroso successo politico del Movimento 5 Stelle.

 

Da zero, nel febbraio del 2013, conquistò oltre il 25% dei voti alle elezioni politiche e una valanga di parlamentari. Fu un successo basato su una linea di opposizione totale al sistema tradizionale dei partiti, fondato su un linguaggio truculento condito da slogan come “vaffa…” e “tutti a casa!”. Tuttavia alle elezioni europee dello scorso maggio il bis non è arrivato. Gli annunciati festanti pronostici, “vinciamo noi” e “sarà una marcia trionfale”, non si sono avverati. Matteo Renzi ha sorpreso tutti e il suo Pd ha avuto una straordinaria vittoria, incassando il 40,8% dei voti, il 15% in più delle politiche. Il M5S si è dovuto accontentare della medaglia d’argento, è arrivato secondo scendendo a poco più del 21% dei voti, perdendo il 4% rispetto alle politiche.

 

Grillo ha preso atto della sconfitta, ripiegando sulla più cauta linea del “vinciamo poi”, e ha cambiato strategia. Da giugno ha adottato, dopo tanti no, la posizione del dialogo sulle riforme istituzionali e sulla nuova legge elettorale per le politiche. Ha sposato la linea della flessibilità.È voluto uscire dall’angolo, dallo splendido e rischioso isolamento per cercare di portare a casa dei risultati. Ha cambiato quel secco no ad ogni tipo di intesa e di alleanza, compresa quella con il Pd, una posizione che aveva suscitato molte contestazioni nel Movimento cinquestelle, provocando anche l’uscita o l’espulsione di diversi parlamentari dissenzienti. Di qui la svolta: “Renzi batta un colpo. Il M5S risponderà”.

 

La pressione dal M5S sul leader è stata fortissima. Il governo Renzi non è caduto e “ora dobbiamo portare a casa dei risultati sulla legge elettorale”, ha detto Luigi Di Maio, astro emergente dei cinquestelle. Il vice presidente della Camera ha indicato la strada della “responsabilità” per il M5S “costretto in un limbo”.

 

Il presidente del Consiglio ha accettato e il confronto è partito tra mille difficoltà. Ci sono stati due incontri tra Pd e M5S e il terzo, ripetutamente annunciato, è saltato e si deve ancora svolgere. Sono emersi forti contrasti. Renzi vuole un sistema elettorale che assicuri governabilità (“Chi vince deve governare”) e già a gennaio ha siglato un accordo con Silvio Berlusconi sulle riforme istituzionali e sull’Italicum, un progetto di legge elettorale maggioritaria e bipolare. Il M5S, invece, propone il Democratellum, un meccanismo elettorale proporzionale corretto. Le distanze sono forti.

 

È scattata la flessibilità versione Grillo. L’ex attore comico alterna, citando due suoi termini, “vaffa…” e “carezze”. Ci sono i toni morbidi: “Stiamo calmi per un po’, teniamo i toni bassi”.Ci sono le iniziative dialoganti verso “un governo che ha sempre detto di non avere altra scelta che Berlusconi”. Insiste perché Renzi dia il disco verde al terzo incontro con i cinque stelle.

 

Contemporaneamente restano le posizioni dure antisistema, condite da sberleffi e offese. Continua ad accusare l’esistenza di “colpi di Stato”. Tira contro Renzi, “l’ebetino di Firenze”, il “bradipo”. Parla di “una dittatura fatta da questo ebetino che, invece, è un ebetone pericolosissimo”.Il patto del Nazareno sulle riforme istituzionali tra il presidente del Consiglio e il presidente di Forza Italia “è un salvacondotto per salvare il cu…di Berlusconi”, ossia “il noto pregiudicato”.

 

Il fondatore del M5S cambia continuamente toni. Ha osservato: “Capisco le persone, l’uomo. Sono un uomo di spettacolo”. Renzi più volte ha ripetuto di “voler conquistare” anche i voti degli elettori delusi del M5S e di Forza Italia. Alle elezioni europee l’impresa gli è già riuscita una volta. La competizione Renzi-Grillo è aperta. Vladimir Lenin teorizzava per realizzare la rivoluzione bolscevica: “Un passo avanti e due passi indietro”.

 

 

 

 

 

Lo spread torna a ruggire

C’è sempre un’occasione per innescare una nuova crisi. Ora la “bomba” si chiama Banco Espirito Santo. È un gigante sull’orlo del fallimento. La banca ha un valore di ben 93 miliardi di euro, la metà del Pil (Prodotto interno lordo) del Portogallo, sta mettendo in ginocchio Lisbona e rischia di destabilizzare le finanze pubbliche dell’Unione europea.

È uno dei “rischi geopolitici” indicati dalla Bce (Banca centrale europea), un pericolo per la debole ripresa economica. I venti di guerra in Medio Oriente e le incertezze nella crescita economica dei paesi emergenti sono le altre minacce incombenti.

L’Italia accusa il colpo. La flebile ripresa economica diventa incerta, la produzione industriale torna a diminuire, l’aumento del Pil sbanda. Del resto anche la potente Germania non se la vede molto bene. Gli ultimi dati di Berlino registrano una stasi nella crescita del reddito nazionale e della produzione industriale.

L’impatto sull’Italia è più forte. Mister spread torna a ruggire. Lo spread, il differenziale dei tassi d’interesse tra i Btp decennali italiani e i Bund tedeschi, riprende a salire. Adesso è a quota 170 punti mentre nei giorni scorsi era sceso anche sotto il livello 150. Per ora non si tratta di cifre drammatiche, ma così il costo degli interessi sul grande debito pubblico italiano riprende a salire. Lo spread è un termometro prezioso per misurare la salute economica e politica di un paese. Nel novembre 2011 la crisi dei conti pubblici italiani fece esplodere lo spread fino a quota 575, un livello quasi da bancarotta. Lo spread, allora, scalzò Silvio Berlusconi da Palazzo Chigi e divenne presidente del Consiglio il tecnico Mario Monti.

Matteo Renzi ha messo sotto accusa il rigore finanziario europeo. Il presidente del Consiglio ha attaccato “burocrati” e “tecnocrati” europei, chiedendo una politica di crescita economica per combattere la disoccupazione. Renzi intende incentrare il semestre italiano di presidenza Ue proprio sulla priorità della crescita. Da Bruxelles ha ottenuto “un migliore uso della flessibilità consentita” dalle regole sulle quali si basa l’euro.

Ma la battaglia è appena iniziata. I rigoristi tedeschi non vogliono sentire ragioni e indicano la necessità di ridurre il debito pubblico italiano. La Bundesbank, la banca centrale tedesca, resta la paladina dell’austerità finanziaria: ha suonato l’allarme contro l’aumento del debito pubblico del Belpaese.

L’Italia non ha “paura”, ha replicato il presidente del Consiglio. Ha lanciato un appello: “Cerchiamo di difendere insieme la Ue dall’assalto della tecnocrazia”. Ha sollecitato una Ue dei cittadini perché “l’Europa non può diventare la patria delle burocrazie e delle banche”. Adesso la battaglia è sull’interpretazione da dare al “migliore uso della flessibilità” sui conti pubblici. Renzi non vorrebbe calcolare nel deficit e nel debito pubblico gli investimenti diretti a sostenere la ripresa e l’occupazione. Il presidente del Consiglio e segretario del Pd punta sulla “scambio” tra riforme strutturali e maggiore flessibilità di spesa pubblica.

I campioni europei del rigore, Germania e paesi alleati del nord, restano rigidi sul rispetto delle regole sull’euro. Anzi qualcuno, in Europa e in Italia, parla della necessità di una manovra economica correttiva in autunno sui conti pubblici della Penisola. Renzi ha messo le mani avanti: “Non ci sarà nessuna manovra. Per il governo il problema non si pone“. Si prepara una dura battaglia in Europa e in Italia. Humphrey Bogart, interpretando l’avvocato Andrew Morton nel film “I Bassifondi di San Francisco”, dice prima di affrontare l’arringa in difesa di Nick Romano, ragazzo italo-americano accusato di omicidio: “Mischiare bene e agitare prima dell’uso”.

 

Due fronti aperti per Renzi

Un ponte è crollato stamattina in provincia di Agrigento, tra Ravanusa e Licata. Due automobili sono precipitate nel vuoto. Per fortuna il bilancio è solo di alcuni feriti. Ma il crollo del ponte, per ora con lievi danni, lancia un sinistro simbolismo: sembra l’immagine dell’Italia colpita dal collasso della crisi. Il Belpaese è un ponte che regge a fatica.

Matteo Renzi ora somma tre incarichi: segretario del Pd, presidente del Consiglio e presidente per sei mesi dell’Unione europea (il turno italiano è scattato dal primo luglio). Ha grandi progetti. Parlando alla Camera ha proposto al Parlamento un programma di riforme strutturali da realizzare in “un arco di tempo quasi triennale, mille giorni, dal primo settembre 2014 al 28 maggio 2017”.

Ha indicato un lungo elenco di riforme da realizzare: lavoro, fisco, pubblica amministrazione, giustizia, scuola, opere pubbliche, moralizzazione pubblica, riduzione dei costi della politica, fine del bicameralismo perfetto, legge elettorale per le politiche.

Il presidente del Consiglio si batte su due fronti: quello economico e quello istituzionale. Ci sono le riforme economiche per combattere la Grande crisi, aiutare la crescita e riavviare l’occupazione. Poi vengono sono le riforme costituzionali per rinnovare l’impolverata macchina istituzionale italiana. A febbraio, quando si è insediato il suo governo, è partito subito a razzo ma gran parte del lavoro è da compiere. Renzi ha chiesto ”di cambiare l’Europa”, di passare dal rigore finanziario alle iniziative per stimolare la crescita. Ha invocato la flessibilità sui conti pubblici italiani, quella già prevista dalle regole del Patto di stabilità per l’euro, perché non vuole “sconti”.

È subito partito lo scontro. I “falchi” tedeschi custodi del rigore finanziario hanno risposto un secco “nein”, cominciando da Jens Weidmann, presidente della potente Bundesbank. Il presidente della banca centrale tedesca ha attaccato: “Renzi ora ci dice cosa fare” ma “fare più debiti non è il presupposto della crescita. Il presidente del Consiglio ha replicato: la Bundesbank non ci fa paura. Per il “rottamatore” va costruita l’Europa dei “cittadini” e non delle “banche”, la Ue va difesa “dall’assalto della tecnocrazia”.

La partita europea è aperta, si somma a quella italiana per approvare “le riforme radicali” del governo in Parlamento. L’impresa non è facile. Renzi deve affrontare le critiche e le riserve delle opposizioni, della maggioranza e della sinistra del Pd. L’incontro fissato per oggi tra il Pd e il M5S è saltato tra le polemiche. Luigi Di Maio, M5S, ha addossato al Pd la responsabilità di aver fatto saltare “il tavolo” e “da ora in poi parliamo solo con Renzi”. I contrasti sulla riforma elettorale e del Senato restano forti, sono già emersi nei due precedenti vertici tra il Pd e il Movimento 5 Stelle. Invece Silvio Berlusconi ha confermato la scorsa settimana, in un incontro a Palazzo Chigi, l’intesa con il presidente del Consiglio sulle riforme istituzionali. Ma all’interno di Forza Italia una parte dei parlamentari continua a contestare la linea dell’”opposizione responsabile”. Così l’ex Cavaliere domani tornerà ad incontrarsi con i suoi parlamentari per convincerli a ribadire il “sì” all’intesa sulle riforme.

Poi, per Renzi, c’è il fronte interno. Le minoranze di sinistra del Pd criticano il progetto del governo sulla riforma del Senato e l’Italicum, la proposta di legge elettorale basata sul’intesa Renzi-Berlusconi. Vannino Chiti insiste nel chiedere l’elezione diretta e non indiretta dei senatori (da parte dei consiglieri regionali). Chiti ha presentato un emendamento per l’elezione diretta. Da domani la richiesta di modifica sarà messa in votazione nella commissioni affari costituzionali di Palazzo Madama e poi la parola passerà all’aula. E, nell’assemblea di Palazzo Madama, potrebbero arrivare dei guai per il governo. Una trentina di senatori della maggioranza (20 del Pd e 10 centristi) e una trentina di Forza Italia potrebbero votare contro il progetto dell’esecutivo.

Sono volate pesanti accuse contro Renzi, su queste riforme, per la gestione del Pd e dei gruppi parlamentari del partito. Pier Luigi Bersani, ex segretario dei democratici, ha accusato: “Non funzionano le democrazie padronali, e semplificare e basta non significa necessariamente far funzionare”. Il senatore Chiti è stato altrettanto duro: “Con il partito personale che sta bene a Renzi, la democrazia parlamentare è a rischio”.

Renzi è deciso a dare battaglia all’esterno e all’interno del Pd, forte del successo elettorale ottenuto alle elezioni europee. Più volte ha ripetuto: le riforme aspettano da più di venti anni, non lo bloccherà “la palude”. Lo scontro, ha sottolineato, non è tra destra e sinistra ma tra innovatori e conservatori. Canta Eros Ramazzotti: “Questo inverno finirà con le sue difficoltà”. Ma in questo caso l’inverno è passato, siamo in estate e le difficoltà sono ancora forti.

 

Renzi conquista il centrocampo

Nel calcio chi domina il centrocampo alla fine segna i gol e vince la partita. Così accade in politica. Quando un leader conquista la centralità politica domina la scena: regna sul suo partito, controlla la coalizione di maggioranza, discute con le opposizioni  e fa marciare il governo.

Matteo Renzi, tra difficoltà di tutti i tipi, sta conquistando il centrocampo della politica e prova a fare gol in Italia e in Europa. Il presidente del Consiglio e segretario del Pd prosegue sulla rotta di dialogare con le opposizioni sulle riforme istituzionali e sulla nuova legge elettorale per le politiche.  Stamattina ha incontrato a Palazzo Chigi Silvio Berlusconi, accompagnato da Gianni Letta e Denis Verdini, le due “colombe” di Forza Italia, favorevoli al confronto con il governo in contrapposizione ai “falchi”.

Il presidente del Consiglio  ottiene la conferma della sostanza dell’intesa, già siglata a gennaio, con l’ex Cavaliere sulle riforme istituzionali e sull’Italicum, il progetto di riforma elettorale maggioritario e bipolare. La palla è andata in buca. Lorenzo Guerini, braccio destro di Renzi, presente al colloquio alla presidenza del Consiglio, ha commentato: “L’incontro con Silvio Berlusconi è andato molto bene”. Il vicesegretario del Pd ha aggiunto: “E’ stato confermato l’impianto dell’accordo del Nazareno, andiamo avanti in quella direzione”.  Traduzione: Renzi può contare sull’”opposizione responsabile” del presidente di Forza Italia per votare la riforma del bicameralismo perfetto ora all’esame del Senato.

Il dialogo, tra alti e bassi,  è aperto anche con il Movimento 5 Stelle anche se è lontana una intesa. Il secondo incontro sulla riforma elettorale, già previsto per oggi, slitta a lunedì prossimo.  Beppe Grillo, dopo il grande successo del Pd alle elezioni europee, ha considerato Renzi “legittimato”, abbandonando la linea dell’opposizione totale. Così il presidente del Consiglio la scorsa settimana si è incontrato con una delegazione del M5S e un bis è stato messo in calendario per lunedì. Grillo stamattina ha usato il bastone e la carota:  lo ha accusato di aver incontrato “il Noto Pregiudicato”, Berlusconi; e di fare melina sul match atteso per oggi.

La strada delle riforme è ancora in salita, il presidente del Consiglio e segretario del Pd, tuttavia, può vantare di discutere sulle “regole del gioco” con le due maggiori forze delle opposizioni. Tra intese e contrasti è diventato il punto di riferimento del sistema politico italiano. Ha conquistato il centrocampo, la centralità politica ponendo sul tavolo della discussione la sua agenda di riforme.

Certo le difficoltà non finiscono qui.  Deve fare i conti anche con i contrasti esistenti nella maggioranza di governo e nel suo stesso partito, il Pd. Non a caso la commissione affari costituzionali di Palazzo Madama, che sta votando il progetto del governo di riforma del Senato, ha accantonato i punti più controversi. L’elezione indiretta del Senato (da parte dei consiglieri regionali), ad esempio, è contestata dalla minoranza di sinistra del Pd. Vannino Chiti ha presentato un emendamento per chiedere l’elezione diretta da parte dei cittadini, ottenendo la firma di altri 36 senatori della maggioranza e delle opposizioni. Così l’esame dell’emendamento Chiti è stato rinviato alla prossima settimana, mentre si cerca una possibile soluzione.

E non finisce qui. Poi ci sono i problemi della Grande crisi economica: la ripresa stenta, la disoccupazione continua a salire, nell’Unione europea la Germania (e i suoi alleati del nord Europa) bocciano le richieste avanzate da Renzi di una maggiore flessibilità sui conti pubblici italiani, per aiutare investimenti e crescita.  Il presidente del Consiglio e  presidente di turno della Ue più volte ha detto di voler “cambiare verso” all’Italia e all’Europa. Il poeta Gabriele D’Annunzio diceva: “ Il verso è tutto”.