Partiti malati, mazzette facili.

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Ognuno dice la sua. C’è addirittura chi parla di una sorta di tarlo genetico degli italiani verso la corruzione pubblica. C’è chi punta il dito contro l’impostazione perdonistica della religione cattolica. Il Censis individua in un “deficit reputazionale” la fuga degli investimenti esteri dall’Italia. Corruzione politica, criminalità, burocrazia, carenza di infrastrutture sono i mali da curare per il Centro di analisi sociali.
Il giro di “mazzette” scoperto dalla magistratura per l’Expo 2015 di Milano e per il Mose di Venezia (il sistema di dighe mobili per impedire l’acqua alta) ha provocato un traumatico terremoto nella politica italiana. Nelle decine di arresti sono coinvolti politici di vari schieramenti (in particolare di Forza Italia e del Pd), imprenditori, funzionari regionali, magistrati, ufficiali della guardia di finanza. Il Pd, pur portando a casa molti sindaci nei ballottaggi di domenica, ha pagato dei prezzi agli scandali perdendo città come Padova (conquistata dalla Lega) e Livorno (espugnata dal M5S), lì dove nacque il Pci nel 1921. Anche Forza Italia ha pagato un prezzo con la sconfitta ad opera del centrosinistra in molte città del Nord come Pavia (ceduta al centrosinistra).
C’è chi parla di ricorrere alla “ghigliottina”, come il senatore Michele Giarrusso, del Movimento 5 Stelle. Matteo Renzi ha annunciato nuove misure contro la corruzione politica. Il presidente del Consiglio e segretario del Pd ha avvertito: “Se nel Pd c’è qualcuno che ruba va a casa a calci nel sedere”.
La drammatica storia delle “mazzette” si ripete. Oltre vent’anni fa Tangentopoli provocò il crollo della Prima Repubblica, con la cancellazione di partiti storici come Dc, Psi, Psdi, Pri, Pli. L’onda d’urto colpì anche il Pci-Pds che, però non affondò. Nacque la Seconda Repubblica leaderistica, basata sul sistema elettorale maggioritario e bipolare. Gli alfieri assicurarono: è finita la corruzione pubblica. Invece il malaffare è puntualmente riemerso: negli anni scorsi con vicende come Calciopoli e adesso con gli arresti per l’Expo e il Mose. Anzi, rispetto a Tangentopoli, la situazione si è aggravata: le stime parlano di 60 miliardi di euro inghiottiti dalla corruzione pubblica, ben sei volte le imposte sulla casa. E mentre un tempo le tangenti erano indirizzate al finanziamento illecito ai partiti, oggi vanno per lo più a riempire le tasche dei disonesti.
Non c’è una tara genetica italiana. C’è una spiegazione: più la politica si indebolisce e più imperversa la corruzione pubblica. È accaduto così vent’anni fa alla fine della Prima Repubblica, la storia si ripete adesso. Oggi i partiti leaderistici, per vari motivi, sono in crisi, malati e delegittimati. Questa debolezza ha aperto la strada a vasti fenomeni di corruzione. Le varie “supplenze politiche” operate da imprenditori, pubblici ministeri, tecnici e comici non hanno funzionato: la malattia si è aggravata.
Si è ulteriormente incrinato il rapporto tra cittadino e Stato. Già la monarchia savoia, dopo l’unità d’Italia, era vista con ostilità, come un soggetto oligarchico insaziabile esattore di tasse. Il tragico fallimento della dittatura fascista causò una ulteriore delegittimazione della figura dello Stato. I partiti storici della Prima Repubblica riuscirono a radicarsi, interpretando le esigenze dei ceti popolari. I partiti ideologici ricostruirono l’Italia e riportarono la libertà; realizzarono la democrazia e il boom economico. Ma fu creata la “Repubblica dei partiti”: gli italiani erano leali verso i rispettivi partiti e non verso lo Stato.
Le gestioni leaderistiche e personali della Seconda Repubblica non sono riusciti a risolvere il problema: gli italiani, come nei secoli passati, non hanno senso di responsabilità verso la collettività, verso lo Stato. La sfiducia nei partiti post ideologici ha portato i cittadini a guardare solo al “proprio particolare”, come scriveva Francesco Guicciardini nel Rinascimento. Il proprio interesse prima di quello pubblico, alle volte si è trasformato in “mazzette”. Un sistema politico autorevole lascia poco spazio alla corruzione. Massimo d’Azeglio, presidente del Consiglio del Regno di Sardegna, uno dei padri dell’unità d’Italia realizzata nel 1861, diceva: “Abbiamo fatto l’Italia, ora dobbiamo fare gli italiani”. Siamo ancora a quel punto.

Rodolfo Ruocco

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