Renzi alza il primato della politica

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A ognuno il proprio mestiere, basta con la confusione di ruoli e con le mille supplenze politiche. Matteo Renzi rivendica il primato della politica. Compie questa mossa forte dell’enorme e imprevisto successo elettorale ottenuto dal “nuovo Pd”, il suo, alle elezioni europee. Il presidente del Consiglio e segretario del Pd ha indicato la strada da percorrere: “La politica torni a fare il suo mestiere” altrimenti “nessuna misura economica potrà avere valore”.

Il problema vale sia per l’Unione europea e sia per l’Italia. Ormai l’euro è salvo, basta con la linea del rigore finanziario sui conti pubblici, l’Italia è stremata. Ora serve una politica per la crescita economica, per l’occupazione, per i cittadini, per i drammi umani tipo l’immigrazione clandestina. Renzi ha fatto un esempio: “L’Unione europea dice tutto sui decreti e sulle regole per la pesca, ma se un bambino di tre anni affoga, girano la testa”. C’è un problema di “democrazia europea” perciò la politica deve dire la sua con “una visione alta di indirizzo”.

Renzi, forte del 40,8% dei voti ottenuto dal Pd alle europee, può criticare con più autorevolezza il potere di “tecnocrati” e “burocrati”, chiedendo un cambiamento profondo dell’Europa anche nel comportamento verso l’Italia che “ha fatto i compiti a casa”, risanando i conti pubblici a prezzo di grandi sacrifici sociali. È un chiaro messaggio in vista del semestre europeo a guida italiana: senza investimenti e flessibilità sui conti difficilmente l’Italia potrà uscire dalla stagnazione economica, facendo ripartire l’occupazione, un problema centrale. Ma la crescita economica è debole in tutta la Ue e la stagnazione è un rischio comune.

Renzi in Italia deve fare i conti anche con “la palude”, i fautori della conservazione. Il presidente del Consiglio, in una intervista rilasciata al Corriere della Sera ai primi di maggio, ha accusato: “Una larga parte della classe dirigente ci osteggia”. Ha avvertito: “Sono qui per cambiare il Palazzo; non accetteremo che il Palazzo cambi noi”. Il Palazzo, cioè l’insieme dei cosiddetti poteri forti italiani: banche, Confindustria, sindacati, burocrazia pubblica, tecnocrazia. Per “cambiare verso” all’Italia vuole usare le riforme: lavoro, fisco, giustizia, pubblica amministrazione, riduzione dei costi della politica, nuova legge elettorale, rifondazione del Senato.

Lancia una sfida impegnativa. Renzi considera finita una fase storica. Dice basta alle molteplici supplenze subite dalla politica nei 20 anni della Seconda Repubblica da parte di imprenditori, pubblici ministeri, tecnici e comici. Rilancia il primato della politica forte del consenso  conseguito con il suffragio popolare. Certo non è una impresa facile. I partiti italiani, scossi da mille scandali, hanno perso la loro credibilità, lasciando ampi spazi alle incursioni dei poteri forti e alle diverse supplenze della politica indebolita e delegittimata. Tuttavia ora il “rottamatore” può far pesare quel 40,8% dei voti incassati dal Pd per far passare “la rivoluzione pacifica” e infrangere le tante resistenze alle riforme strutturali del governo. Serve determinazione. Lo scrittore Leonardo Sciascia avvertiva: “C’è qualcosa di peggio del non fare una rivoluzione o (a piacer vostro) del farla: ed è farla a metà”.

 

Rodolfo Ruocco

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