Senato scivoloso per il governo

Matteo Renzi controlla saldamente il Pd, ma ha parecchi problemi nei gruppi parlamentari. Il presidente del Consiglio e segretario del Pd ancora fa fatica a far passare le sue decisioni in Parlamento, eletto quando Pier Luigi Bersani era ancora al timone dei democratici. L’ex sindaco di Firenze deve fare i conti alla Camera, ma soprattutto al Senato, con contrasti e dissensi delle minoranze di sinistra del partito.
Deve affrontare la contestazione interna ancora adesso, anche dopo il clamoroso successo, il 40,8% dei voti, ottenuto alle elezioni europee. La gran parte dei dissidenti ha cessato le ostilità e stipulato una tregua, formalizzata con l’elezione di Matteo Orfini, ex dalemiano, alla presidenza del partito. Tuttavia la tensione resta altissima, una parte della minoranza bersaniana rimane sul piede di guerra. Vannino Chiti, toscano come l’ex sindaco di Firenze, continua a contestare la riforma del Senato presentata dal governo. La strada delle riforme costituzionali è scivolosa. L’esecutivo rischia di sbandare su una insidiosa macchia d’olio sull’asfalto.
Chiti critica l’elezione indiretta dei senatori (da parte dei consiglieri regionali), il cuore della riforma per dire basta alla lentezza del bicameralismo perfetto. L’ex presidente della regione Toscana ha presentato un sub emendamento per l’elezione diretta da parte dei cittadini firmato da 36 senatori: 16 sono del Pd, 19 della maggioranza, 17 delle opposizioni. Ha avvertito: “Sulla riforma del Parlamento le strade possibili sono due: o si adotta per intero il sistema tedesco o si sceglie la via del Senato elettivo”.
Silvio Berlusconi sta riflettendo su cosa fare. Il “soccorso azzurro” a Renzi è in bilico. Forza Italia è divisa. Oltre trenta senatori, con alla testa Augusto Minzolini, la pensano come Chiti. Converge sull’elezione diretta anche gran parte delle opposizioni, in testa il M5S e i senatori ex cinquestelle.
Il presidente di Forza Italia, componente della maggioranza istituzionale per realizzare le riforme, potrebbe essere determinante per la sorte di una del nuovo Senato delle autonomie di Renzi. L’ex Cavaliere, pur sollevando delle critiche, sembra intenzionato a non far saltare il “patto del Nazareno”, l’accordo siglato con il presidente del Consiglio a gennaio in un incontro nella sede del Pd a Roma. Qualche giorno fa ha preso le distanze dai suoi senatori che hanno annunciato battaglia contro Renzi. Ha scandito: “Forza Italia mantiene gli impegni”.
Prioritario, per il giovane “rottamatore”, è diventato il fronte interno. Da oggi la commissione affari costituzionali del Senato comincerà a votare il progetto di riforma del governo. In commissione non c’è problema perché, una volta sostituiti i dissidenti nelle scorse settimane, la maggioranza di governo è salda; ma i guai cominceranno quando la parola passerà all’aula del Senato. Qui il sub emendamento di Chiti può avere i numeri per essere approvato con imprevedibili conseguenze per la sorte del governo. Poi c’è l’altro tema, sempre scivoloso, dell’immunità per i componenti del nuovo Senato. C’è l’incognita dei possibili voti a scrutinio segreto. Pippo Civati, il leader di una delle minoranze del Pd, ha la posizione più dura contro il giovane segretario: “La gestione del partito è ai limiti dell’autoritarismo”.
Renzi ha grandi ambizioni. “Mister 40 per cento”, come lo ha chiamato con simpatia la cancelliera tedesca Angela Merkel, ha annunciato alla Camera un piano di “mille giorni” per attuare le riforme strutturali. Ha indicato un lavoro di tre anni per combattere la crisi economica, sostenere l’occupazione e modernizzare l’apparato pubblico italiano. È determinato ad arrivare al traguardo. Ha assicurato parlando davanti agli industriali veneti: “Non mollo di mezzo centimetro: andiamo avanti a testa alta” .
Quando le minoranze del Pd criticavano il decreto legge del governo sul lavoro (in particolare giudicavano “di destra” la maggiore flessibilità sui contratti a tempo determinato), il presidente del Consiglio ricorse a ben tre voti di fiducia per far passare il provvedimento in Parlamento. Ora quella minoranza, in gran parte, è passata a sostenere Renzi, ormai molto corteggiato. Poi c’è il dialogo sulle riforme in corso con Berlusconi e avviato con Beppe Grillo, che ha lasciato la trincea dell’opposizione totale. Nei prossimi giorni il presidente del Consiglio vuole incontrare Berlusconi, i cinquestelle e i parlamentari del Pd. È a caccia del massimo dei consensi. Paolo Conte canta: “Via, via, vieni via di qui…Vieni via con me, entra in questo amore buio”.

Rodolfo Ruocco

Per Renzi 4 forni bollenti

La Dc, nella seconda metà degli anni Settanta, aveva “due forni” per comprare il pane destinato a sostenere il governo: il Psi e il Pci. Così la Balena bianca calmierava pretese e richieste degli alleati. Oggi Matteo Renzi ha ben “quattro forni” per realizzare le riforme istituzionali e la nuova legge elettorale per le politiche. La maggioranza di governo, Forza Italia, Lega e M5S sono pronti a discutere con il presidente del Consiglio le riforme, per arrivare a un’intesa da votare in Parlamento.

È una novità di rilievo. Renzi si è sempre detto pronto a discutere con tutti sulle riforme, perché “le regole del gioco si scrivono insieme”. L’ha detto e lo ripete da quando, a fine febbraio, ha varato il suo esecutivo. Ma fino a poco tempo fa prevalevano le difficoltà. All’inizio ha avuto due soli interlocutori: i partiti della maggioranza e Forza Italia. Silvio Berlusconi, pur opponendosi al governo, immediatamente diede il disco verde al dialogo sulle riforme. Così l’Italicum, la proposta di riforma elettorale basata sull’intesa Renzi-Berlusconi, è stata votata alla Camera dalla maggioranza e da Forza Italia, mentre cinquestelle e leghisti si sono opposti.

Adesso, invece, sono arrivati “quattro forni bollenti”, uno in competizione con l’altro, ognuno con l’obiettivo di spuntarla e di raggiungere un accordo con Renzi. Gli originari “no” al dialogo di Beppe Grillo, leader del M5S, e di Matteo Salvini, segretario delle Lega nord, sono diventati dei “sì”. Il boom elettorale del Pd alle elezioni europee del 25 maggio ha determinato il miracolo. Il 40,8% dei voti conquistati dal giovane “rottamatore” ha innescato il dietrofront rapidissimo. Il governo punta sul ridimensionamento del Senato, sia sul piano dei poteri (non voterà più, come la Camera, la fiducia all’esecutivo) sia sul piano numerico (i senatori si ridurranno da oltre 320 a 100 e non avranno più un compenso).
Il Pd dopodomani s’incontrerà con il M5S, dopo le ripetute richieste di Grillo. Il leader dei cinquestelle ha giudicato “legittimato” Renzi dopo il responso elettorale. Anche su sollecitazione dei militanti favorevoli al dialogo con il Pd, vuole uscire dall’angolo dell’opposizione antagonista: “Il Movimento 5 Stelle ha offerto la disponibilità a sedersi a un tavolo di trattative ad un governo che ha sempre detto di non avere altra scelta che Berlusconi”. L’ex comico continua ad attaccare Renzi, ma ha messo da parte gli sberleffi e le offese tipo “l’ebetino di Firenze”. Oggi ha incontrato a Roma dei deputati cinquestelle per preparare il vertice con il Pd. Luigi Di Maio, vice presidente della Camera pentastellato, presente all’incontro, annuncia “buona volontà” e si aspetta “buona volontà” dai democratici, in particolare sulla riforma elettorale.

Si è aperto un nuovo gioco del cerino tra Renzi, Grillo, Berlusconi e Salvini; tutti e quattro sono attenti a non “bruciarsi le dita”. C’è anche un problema di contenuti. L’Italicum è un progetto di riforma elettorale maggioritaria e bipolare, il M5S è favorevole invece a un sistema proporzionale corretto. La lotta è tra Grillo, Berlusconi e Salvini su chi sarà l’interlocutore del presidente del Consiglio e segretario del Pd. Il prescelto sembra essere, però, l’ex Cavaliere. La ministra per le Riforme Maria Elena Boschi ha precisato: “Non si cambia partner all’ultimo momento quando c’è da costruire un percorso di riforme così importante”.

Renzi naviga con il vento in poppa. È diventato una calamita dopo il clamoroso successo delle elezioni europee. Gran parte dei parlamentari centristi ex montiani, guidati da Andrea Romano, sta facendo rotta verso il presidente del Consiglio. L’ex capogruppo di Scelta Civica alla Camera ha lodato il “Grande Renzi” che saprà costruire “una grande tenda” riformista sul modello di Tony Blair in Gran Bretagna. Una parte dei deputati di Sinistra ecologia e libertà, su indicazione dell’ex capogruppo alla Camera Gennaro Migliore, sta facendo una scelta analoga. Migliore apprezza il bonus di 80 euro del governo nelle buste paga più basse e la priorità data all’occupazione: “Per la prima volta si dà qualcosa a chi più ha pagato per la crisi” e c’è l’obiettivo di percorrere una strada di crescita economica e non solo di rigore finanziario. Poi c’è il gruppo di parlamentari ex cinquestelle usciti o espulsi dal M5S proprio perché favorevoli al dialogo con il Pd. Anch’essi potrebbero diventare degli alleati. Napoleone Bonaparte diceva: “I generali non devono essere solo bravi, ma anche fortunati”.

Rodolfo Ruocco

Da Grillo insidioso doppio forno

L’impensabile spesso avviene in politica. Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio a sorpresa hanno capovolto la linea della “porta sbarrata” verso Matteo Renzi: vogliono discutere su come cambiare la legge elettorale per le politiche.  Il fondatore e il cofondatore del Movimento 5 Stelle nel blog su internet hanno sollecitato: Renzi “batta un colpo”.

Motivano la conversione ad U con due  fatti nuovi: il M5S ha un progetto di  riforma elettorale e ora il presidente del Consiglio  è “legittimato” dal grande successo riscosso nel voto europeo. Dunque basta con l’opposizione antagonistica, praticata dai cinquestelle da quando un anno fa ottennero il 25% dei voti alle elezioni politiche e conquistarono una valanga di parlamentari. Basta con le pesantissime accuse e insulti lanciati a tutto e a tutti tipo “sputi virtuali” e “colpo di Stato”.  Alt alle offese a Renzi definito fino a qualche giorno fa “l’ebetino di Firenze”.

Il presidente del Consiglio, con attenzione, va a vedere l’inaspettata apertura di Grillo. Ha risposto sì alla richiesta di un incontro perché, come ha sempre sostenuto, vuole discutere con tutti sulle regole del gioco, le riforme istituzionali. Ha avvertito: “Questa volta, magari, lo streaming, lo chiediamo noi”;  e non ci devono essere “né patti segreti né giochini strani”. Dell’apertura improvvisa del leader del M5S stamattina ha discusso al Quirinale con il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, deciso sostenitore delle riforme a larga maggioranza.

Grillo tenta lo spariglio e Renzi non vuole correre rischi. Le posizioni sono opposte. Il leader del M5S è per il sistema elettorale proporzionale (come i centristi della maggioranza di governo e la minoranza bersaniana del Pd) mentre Renzi è per mantenere il maggioritario, in modo da sapere chi va al governo subito dopo le elezioni. La Camera ha approvato l’Italicum, la proposta di riforma elettorale maggioritaria basata sull’intesa tra Renzi e Silvio Berlusconi. Ma l’Italicum per ora è su un binario morto: è bersagliato dalle critiche e dai dubbi spuntati dall’interno degli alleati di governo, dalla minoranza del Pd e da Forza Italia, componente della maggioranza istituzionale per realizzare le riforme.

Renzi è saldamente in sella dopo il clamoroso successo raccolto dal Pd alle elezioni europee con il 40,8% dei voti. Vuole utilizzare questa forza per realizzare le riforme istituzionale ed economiche per “cambiare verso” all’Italia. Ma il presidente del Consiglio e segretario del Pd è guardingo. Ricorda i brutti scherzi giocati dal leader del M5S a Pierluigi Bersani e a Enrico Letta; “Beppegufo”, come l’ha chiamato il giovane “rottamatore”.  Grillo in particolare fece affondare oltre un anno fa il tentativo di Bersani di formare “il governo del cambiamento” con i cinquestelle, durante le consultazioni in streaming su internet, diffuse in diretta televisiva, tenute dall’allora segretario del Pd.

Ma adesso l’ex comico ligure deve fare i conti con la crescente tensione apertasi tra i cinquestelle dopo il deludente risultato avuto alle europee (al contrario delle previsioni di Grillo non c’è stata “una marcia trionfale”) e l’accordo raggiunto a livello Ue con Nigel Farage, leader di un partito della destra britannica (molti cinquestelle sono per una intesa a sinistra con il Pd e alcuni parlamentari sono stati espulsi perché favorevoli a un accordo con i democratici).

Renzi può avere a disposizione “due forni” per varare le riforme istituzionali: quello di Forza Italia-Lega e l’altro del M5S.  Sono “due forni” insidiosi. La teoria dei “due forni”  fu lanciata da Giulio Andreotti negli anni Settanta, quando la Dc poteva “comprare il pane” sia dal Psi e sia dal Pci per sostenere il governo.

Pino Pisicchio, con ironia, parla di “un miracolo renziano”. Il presidente del gruppo Misto della Camera osserva: “Dopo aver moltiplicato i voti converte gli apostati…”. E’ il miracolo prodotto dallo stupefacente successo del 40,8% incassato da Renzi. Charlie Chaplin, grande attore comico e drammatico, diceva: “Il successo rende simpatici”.

Pd vittorioso ma spaccato

Qualcuno parla di una strana congiunzione astrale negativa per Matteo Renzi. Il viaggio lampo del presidente del Consiglio in Vietnam, Cina e Kazakistan non ha portato bene alla sua stella politica. Si sono susseguiti tre giorni neri. Mercoledì 60-80 “franchi tiratori” della maggioranza (almeno 34 del Pd) hanno provocato una sconfitta del governo alla Camera. A scrutinio segreto è passato un emendamento della Lega sulla responsabilità civile dei magistrati. Ora lo “scivolone” dovrà essere recuperato nella votazione al Senato.
14 senatori democratici ieri si sono autosospesi contro la “rimozione” di Corradino Mineo e Vannino Chiti dalla commissione affari costituzionali che deve esaminare la riforma del Senato presentata dal governo. Chiti e Mineo contestano la riforma. Per ora lo scontro è tra sordi. L’esecutivo ha respinto le accuse: nessuna epurazione, è stata una scelta fatta democraticamente dal gruppo del Pd. Il governo, con Chiti e Mineo nella Commissione, rischiava di non avere la maggioranza al momento di votare la riforma.
Oggi Giorgio Orsoni si è dimesso da sindaco di Venezia: “Con grande amarezza concludo il mio mandato con la certezza di aver sempre operato per il bene della città e dei cittadini”. Poco prima Debora Serracchiani, vice segretaria del Pd, l’aveva invitato “a riflettere sull’opportunità di offrire le dimissioni”, dopo lo scandalo del Mose (il sistema di dighe mobili contro l’acqua alta).
Renzi ha davanti tre problemi da risolvere: 1) il dissenso interno del Pd, 2) le critiche degli alleati che sostengono il governo; 3) i dubbi di Silvio Berlusconi, componente della maggioranza per le riforme istituzionali, sull’accordo siglato con il presidente del Consiglio.
Per il giovane “rottamatore” il fronte più caldo è quello interno. Deve fare i conti con un Pd vittorioso ma spaccato. I 14 senatori autosospesi hanno denunciato “un’epurazione delle idee non ortodosse”. Mineo si è mostrato pronto a ricucire “se il partito si rende conto dell’errore”. Ma ha rincarato: “C’è una presa partitocratica sul Parlamento che è una vergogna”. Chiti si è detto amareggiato perché “non ho mai visto dimissionamenti autoritari dalle commissioni”.
Dalle minoranze c’è l’invito al disgelo. Stefano Fassina, esponente della minoranza della sinistra del Pd, invita al confronto evitando “prove di forza”. Indica la necessità di “una discussione politica, sulla base del risultato elettorale, per discutere di come far andare avanti le riforme”.
Il presidente del Consiglio per adesso usa il pugno duro. “E’ stupefacente che Mineo parli di epurazione. Il partito non è un taxi che si prende per farsi eleggere”. Vuole realizzare le riforme economiche e istituzionali, non mollerà di “mezzo centimetro”. Gioca la carta del consenso popolare: “Il Pd è davanti a un bivio. Non ho preso il 41% per lasciare il futuro del Paese a Mineo”. Il “nuovo Pd”, il suo, alle elezioni europee del 25 maggio ha ottenuto il 40,8% dei voti. Un successo inimmaginabile, una soglia elevatissima di voti raggiunta solo dalla Dc nella storia della Repubblica italiana.
In democrazia ci si confronta e si vota. Chi ha più consensi vince. La regola vale per risolvere i contrasti in un partito, oltre che per eleggere il Parlamento e il governo Winston Churchill, primo ministro britannico nella guerra contro il nazifascismo, diceva: “La democrazia non è un buon sistema di governo, tuttavia l’esperienza non ce ne ha fornito uno migliore”.

Sirena di allarme per il governo

L’imprevedibile è sempre in agguato. Matteo Renzi il 25 maggio ha ottenuto un grande successo alle elezioni europee conquistando ben il 40,8% dei voti. “Un risultato storico” per il Pd, ha commentato subito dopo il presidente del Consiglio.
L’enorme investitura popolare, anche se non derivante da una consultazione politica, sembrava rafforzare il governo nella sua travagliata navigazione. Ma adesso è arrivata una brutta doccia fredda: l’esecutivo è stato battuto alla Camera per 7 voti sul delicato tema della responsabilità civile dei magistrati. Un emendamento della Lega alla legge europea è passato a scrutinio segreto con 187 sì e 180 no, mentre il presidente del Consiglio è impegnato in un viaggio in Asia per promuovere le esportazioni italiane e per sollecitare gli investimenti nel Belpaese.
Nel segreto dell’urna, secondo fonti parlamentari, avrebbero colpito 60-80 “franchi tiratori” della maggioranza. L’obiettivo dei deputati dissidenti della maggioranza sarebbe quello di lanciare un segnale per pesare sulle riforme impostate dall’esecutivo. “È una indicazione sulla riforma della giustizia alla quale sta lavorando il ministro Orlando”, osserva Marco Di Lello, deputato del Psi.
È una sirena di allarme rosso per il presidente del Consiglio e segretario del Pd. Il giovane “rottamatore” democratico non può abbassare la guardia nemmeno dopo il grande successo alle elezioni europee. Deve fare i conti almeno con tre problemi: 1) le fibrillazioni con i partiti della maggioranza di governo, usciti con le ossa rotte dalla consultazione; 2) i contrasti ancora non risolti con le minoranze del Pd sulle riforme e sulla gestione del partito (nei ballottaggi per i sindaci di domenica il Pd ha perso roccaforti “rosse” come Livorno, Civitavecchia e Perugia); 3) i dissensi con Silvio Berlusconi, componente della maggioranza istituzionale per realizzare le riforme.
Lo “scivolone” dell’esecutivo alla Camera è ancora più grave perché a Montecitorio Renzi, a differenza del Senato, gode di una maggioranza molto ampia. In più il governo è inciampato in un voto segreto, non palese, sulla responsabilità civile dei magistrati, tema molto caro al presidente di Forza Italia, che in più occasioni ha accusato una parte della toghe di “perseguitarlo” per “eliminarlo politicamente”.
Ma il governo e la maggioranza considerano il voto un incidente di percorso. Renzi è determinato a realizzare le riforme per combattere la crisi economica e per rinnovare le istituzioni. Con il voto sulla responsabilità civile dei magistrati, però, è emersa la fragilità della tenuta parlamentare della maggioranza. Rischiano di essere bruciati anche gli incerti segnali di ripresa, come l’aumento della produzione industriale italiana registrata ad aprile, dopo i crolli continui subiti negli ultimi cinque anni. Rischia di andare in fumo anche l’immagine di autorevolezza del presidente del Consiglio verso gli interlocutori internazionali (adesso è impegnato nel viaggio in Asia e da luglio sarà alla guida della Ue, quando scatterà il semestre italiano di presidenza).
Dopo la vittoria alle europee la strada sembrava in discesa per il governo Renzi, dopo tanti travagli. Il presidente del Consiglio dovrà esaminare e dare una risposta a questi segnali di allarme. L’economista John Maynard Keynes avvertiva: “Non accade mai il prevedibile, ma succede sempre l’inatteso”.

Partiti malati, mazzette facili.

Ognuno dice la sua. C’è addirittura chi parla di una sorta di tarlo genetico degli italiani verso la corruzione pubblica. C’è chi punta il dito contro l’impostazione perdonistica della religione cattolica. Il Censis individua in un “deficit reputazionale” la fuga degli investimenti esteri dall’Italia. Corruzione politica, criminalità, burocrazia, carenza di infrastrutture sono i mali da curare per il Centro di analisi sociali.
Il giro di “mazzette” scoperto dalla magistratura per l’Expo 2015 di Milano e per il Mose di Venezia (il sistema di dighe mobili per impedire l’acqua alta) ha provocato un traumatico terremoto nella politica italiana. Nelle decine di arresti sono coinvolti politici di vari schieramenti (in particolare di Forza Italia e del Pd), imprenditori, funzionari regionali, magistrati, ufficiali della guardia di finanza. Il Pd, pur portando a casa molti sindaci nei ballottaggi di domenica, ha pagato dei prezzi agli scandali perdendo città come Padova (conquistata dalla Lega) e Livorno (espugnata dal M5S), lì dove nacque il Pci nel 1921. Anche Forza Italia ha pagato un prezzo con la sconfitta ad opera del centrosinistra in molte città del Nord come Pavia (ceduta al centrosinistra).
C’è chi parla di ricorrere alla “ghigliottina”, come il senatore Michele Giarrusso, del Movimento 5 Stelle. Matteo Renzi ha annunciato nuove misure contro la corruzione politica. Il presidente del Consiglio e segretario del Pd ha avvertito: “Se nel Pd c’è qualcuno che ruba va a casa a calci nel sedere”.
La drammatica storia delle “mazzette” si ripete. Oltre vent’anni fa Tangentopoli provocò il crollo della Prima Repubblica, con la cancellazione di partiti storici come Dc, Psi, Psdi, Pri, Pli. L’onda d’urto colpì anche il Pci-Pds che, però non affondò. Nacque la Seconda Repubblica leaderistica, basata sul sistema elettorale maggioritario e bipolare. Gli alfieri assicurarono: è finita la corruzione pubblica. Invece il malaffare è puntualmente riemerso: negli anni scorsi con vicende come Calciopoli e adesso con gli arresti per l’Expo e il Mose. Anzi, rispetto a Tangentopoli, la situazione si è aggravata: le stime parlano di 60 miliardi di euro inghiottiti dalla corruzione pubblica, ben sei volte le imposte sulla casa. E mentre un tempo le tangenti erano indirizzate al finanziamento illecito ai partiti, oggi vanno per lo più a riempire le tasche dei disonesti.
Non c’è una tara genetica italiana. C’è una spiegazione: più la politica si indebolisce e più imperversa la corruzione pubblica. È accaduto così vent’anni fa alla fine della Prima Repubblica, la storia si ripete adesso. Oggi i partiti leaderistici, per vari motivi, sono in crisi, malati e delegittimati. Questa debolezza ha aperto la strada a vasti fenomeni di corruzione. Le varie “supplenze politiche” operate da imprenditori, pubblici ministeri, tecnici e comici non hanno funzionato: la malattia si è aggravata.
Si è ulteriormente incrinato il rapporto tra cittadino e Stato. Già la monarchia savoia, dopo l’unità d’Italia, era vista con ostilità, come un soggetto oligarchico insaziabile esattore di tasse. Il tragico fallimento della dittatura fascista causò una ulteriore delegittimazione della figura dello Stato. I partiti storici della Prima Repubblica riuscirono a radicarsi, interpretando le esigenze dei ceti popolari. I partiti ideologici ricostruirono l’Italia e riportarono la libertà; realizzarono la democrazia e il boom economico. Ma fu creata la “Repubblica dei partiti”: gli italiani erano leali verso i rispettivi partiti e non verso lo Stato.
Le gestioni leaderistiche e personali della Seconda Repubblica non sono riusciti a risolvere il problema: gli italiani, come nei secoli passati, non hanno senso di responsabilità verso la collettività, verso lo Stato. La sfiducia nei partiti post ideologici ha portato i cittadini a guardare solo al “proprio particolare”, come scriveva Francesco Guicciardini nel Rinascimento. Il proprio interesse prima di quello pubblico, alle volte si è trasformato in “mazzette”. Un sistema politico autorevole lascia poco spazio alla corruzione. Massimo d’Azeglio, presidente del Consiglio del Regno di Sardegna, uno dei padri dell’unità d’Italia realizzata nel 1861, diceva: “Abbiamo fatto l’Italia, ora dobbiamo fare gli italiani”. Siamo ancora a quel punto.

Rodolfo Ruocco

Supermario spiazza la Germania

Freddo, di poche parole, determinato. Mario Draghi aveva annunciato “misure non convenzionali” per aiutare la debole ripresa economica europea e battere la disoccupazione di massa. Il presidente della Bce (Banca centrale europea), nonostante mille difficoltà, ha mantenuto l’impegno: ha ridotto i tassi d’interesse allo 0,15%, il mimino storico.

Non solo. Ha fissato i rendimenti negativi per i depositi effettuati dalle banche presso l’istituto di emissione europeo: è la prima volta che accade. E’ un altro record storico diretto a spingere i capitali dalla rendita verso gli investimenti produttivi. Sono misure finora contrastate dalla Germania, campione del rigore finanziario e sorda a decisioni pro crescita.

La ricetta dell’austerità finanziaria non ha funzionato. Italia, Spagna, Portogallo, Grecia, Irlanda sono state investite in pieno dal terremoto della recessione internazionale cominciata dal 2008. I tagli ai salari e alle pensioni per contenere il deficit pubblico hanno provocato gravi conseguenze sociali in tutta l’Unione europea. Dalla bufera si è difesa solo la Germania e pochi altri paesi del nord Europa. Stretta monetaria, euro forte e recessione internazionale hanno provocato disastri. In Italia la disoccupazione è salita quasi al 14% della forza lavoro, è stato cancellato il 25% della produzione industriale ed è sparito quasi il 10% del reddito nazionale in sei anni di crisi. Cifre drammatiche quasi da guerra mondiale.

Le protesta sociale, con forti venature populiste e autoritarie, si è diffusa in tutta la Ue. Non a caso le elezioni europee del 25 maggio hanno portato un forte successo dei partiti e dei movimenti euroscettici e favorevoli alla cancellazione dell’euro, per ritornare alle varie monete nazionali.

L’Unione europea è uno strano animale: è una specie di confederazione del vecchio continente con una moneta unica ma senza un governo comune e con un Parlamento senza poteri decisionali. Così dettano legge i paesi economicamente più forti: un tempo tutto ruotava attorno al tandem franco-tedesco, ora l’unico astro che continua a brillare è Berlino con i suoi alleati del Nord. Così, sempre di più, si è creata una Ue basata sugli interessi tedeschi, una Europa a trazione germanica che ha sollevato critiche e paure negli altri paesi.

E’ scattato l’allarme sulla stessa vita della Ue e dell’euro. Draghi ha raccolto le preoccupazioni ed è intervenuto, non come semplice tecnico ma con una visione politica in favore della crescita economica e della solidarietà europea. Alla manovra finanziaria espansiva decisa dal presidente della Bce, e avallata dal consiglio direttivo della banca centrale europea, hanno brindato i mercati valutari internazionali.

Draghi ha seguito la strada inaugurata dagli Stati Uniti d’America e poi emulata dal Giappone: immettere capitali sul mercato per combattere la crisi, in presenza di una inflazione inesistente. Washington e Tokio, stampando moneta, hanno riavviato un consistente crescita, combattendo la disoccupazione. Barack Obama, mesi fa, aveva sollecitato Angela Merkel a favorire una politica espansiva europea, non rimanendo barricata dietro i primati delle esportazioni tedesche. Ma la risposta della cancelliera tedesca al presidente americano fu un secco “nein”.

Ora è arrivato lo “spariglio” di Draghi, Super Mario, l’allievo di Federico caffè, il grande economista italiano con solide radici a sinistra scomparso misteriosamente qualche anno fa. Quando nel 2012 la tempesta della crisi finanziaria stava travolgendo molti paesi europei e, in particolare l’Italia, Draghi annuncio: la Bce farà di tutto per salvare l’euro. Bastò quella dichiarazione di principio è cessò la speculazione finanziaria internazionale sui titoli del debito pubblico delle nazione più deboli e, in particolare, dell’Italia. Lo spread, il differenziale sui Btp italiani decennali e quelli tedeschi, lasciò vette pericolose da fallimento. I giornali internazionali salutarono Draghi come SuperMario e “salvatore dell’euro”.

Anche oggi è successo lo stesso: lo spread è calato da 160 a 150 punti, dopo le decisioni prese dal timoniere della Bce. Il filosofo inglese Francesco Bacone diceva: “Il denaro è come il letame: non serve se non è sparso».

Renzi alza il primato della politica

A ognuno il proprio mestiere, basta con la confusione di ruoli e con le mille supplenze politiche. Matteo Renzi rivendica il primato della politica. Compie questa mossa forte dell’enorme e imprevisto successo elettorale ottenuto dal “nuovo Pd”, il suo, alle elezioni europee. Il presidente del Consiglio e segretario del Pd ha indicato la strada da percorrere: “La politica torni a fare il suo mestiere” altrimenti “nessuna misura economica potrà avere valore”.

Il problema vale sia per l’Unione europea e sia per l’Italia. Ormai l’euro è salvo, basta con la linea del rigore finanziario sui conti pubblici, l’Italia è stremata. Ora serve una politica per la crescita economica, per l’occupazione, per i cittadini, per i drammi umani tipo l’immigrazione clandestina. Renzi ha fatto un esempio: “L’Unione europea dice tutto sui decreti e sulle regole per la pesca, ma se un bambino di tre anni affoga, girano la testa”. C’è un problema di “democrazia europea” perciò la politica deve dire la sua con “una visione alta di indirizzo”.

Renzi, forte del 40,8% dei voti ottenuto dal Pd alle europee, può criticare con più autorevolezza il potere di “tecnocrati” e “burocrati”, chiedendo un cambiamento profondo dell’Europa anche nel comportamento verso l’Italia che “ha fatto i compiti a casa”, risanando i conti pubblici a prezzo di grandi sacrifici sociali. È un chiaro messaggio in vista del semestre europeo a guida italiana: senza investimenti e flessibilità sui conti difficilmente l’Italia potrà uscire dalla stagnazione economica, facendo ripartire l’occupazione, un problema centrale. Ma la crescita economica è debole in tutta la Ue e la stagnazione è un rischio comune.

Renzi in Italia deve fare i conti anche con “la palude”, i fautori della conservazione. Il presidente del Consiglio, in una intervista rilasciata al Corriere della Sera ai primi di maggio, ha accusato: “Una larga parte della classe dirigente ci osteggia”. Ha avvertito: “Sono qui per cambiare il Palazzo; non accetteremo che il Palazzo cambi noi”. Il Palazzo, cioè l’insieme dei cosiddetti poteri forti italiani: banche, Confindustria, sindacati, burocrazia pubblica, tecnocrazia. Per “cambiare verso” all’Italia vuole usare le riforme: lavoro, fisco, giustizia, pubblica amministrazione, riduzione dei costi della politica, nuova legge elettorale, rifondazione del Senato.

Lancia una sfida impegnativa. Renzi considera finita una fase storica. Dice basta alle molteplici supplenze subite dalla politica nei 20 anni della Seconda Repubblica da parte di imprenditori, pubblici ministeri, tecnici e comici. Rilancia il primato della politica forte del consenso  conseguito con il suffragio popolare. Certo non è una impresa facile. I partiti italiani, scossi da mille scandali, hanno perso la loro credibilità, lasciando ampi spazi alle incursioni dei poteri forti e alle diverse supplenze della politica indebolita e delegittimata. Tuttavia ora il “rottamatore” può far pesare quel 40,8% dei voti incassati dal Pd per far passare “la rivoluzione pacifica” e infrangere le tante resistenze alle riforme strutturali del governo. Serve determinazione. Lo scrittore Leonardo Sciascia avvertiva: “C’è qualcosa di peggio del non fare una rivoluzione o (a piacer vostro) del farla: ed è farla a metà”.

 

Rodolfo Ruocco