Renzi fa evaporare Monti

Cambia di nuovo il panorama politico italiano, soprattutto al centro. In molti davano per scontata una sconfitta secca, ma nessuno prevedeva un flop così clamoroso: Scelta Europea, la lista basata su Scelta Civica, ha preso appena lo 0,72% dei voti alle elezioni per il Parlamento europeo. Nessun seggio. Evapora il partito fondato appena 16 mesi fa da Mario Monti.

Si tratta di uno dei tanti contraccolpi al terremoto politico provocato dal boom del Pd: i democratici sono balzato, contro ogni stima, al 40,81% dei consensi rispetto a poco più del 25% incassato alle politiche di un anno fa. Matteo Renzi ha preso voti al centro, a sinistra, a destra, al Movimento 5 Stelle. In particolare ha prosciugato Scelta Civica, il partito centrista di Monti. Gli elettori che avevano dato fiducia all’ex presidente del Consiglio, adesso hanno optato per Renzi. Stefania Giannini, ministra della Pubblica istruzione, si è dimessa dalla guida del partito. Andrea Romano e Gianluca Susta, capigruppo alla Camera e al Senato, hanno fatto altrettanto.

La prossima settimana Scelta Civica discuterà se chiudere i battenti o rilanciare e, se accettare o no, le dimissioni. Monti tace sulla strada da percorrere.  Dopo l’addio dato alla sua creatura centrista è di “buon gusto non dare suggerimenti”, dice l’ex presidente del Consiglio del governo tecnico ad Agorà, Rai3. Però il senatore a vita loda il suo successore a Palazzo Chigi. Precisa: Renzi “ha aggiunto” ai voti del Pd quelli di Scelta Civica, il presidente del Consiglio ha una impostazione europeista, non è di sinistra e ha realizzato “la linea del mio governo” sulla tenuta dei conti pubblici e sulle riforme strutturali. Sottolinea: non aderirà al Pd perché non ha “la missione di fare il politico”.

La parabola di Scelta Civica si è consumata in tempi rapidissimi. Fu creata da Monti nel gennaio 2013 d’intesa con forze cattoliche (Casini, Mario Mauro, Dellai) e di estrazione imprenditoriale (Italia Futura di Montezemolo). L’ambizione era di far nascere un partito centrista liberaldemocratico, aggregando l’elettorato moderato deluso da Silvio Berlusconi. L’obiettivo era di ottenere il 20% dei voti nelle elezioni politiche del febbraio dell’anno scorso, costruendo “un partito liberale di massa”, impresa che non era riuscita al fondatore di Forza Italia e del Pdl.

Il disegno è fallito. Le cose non si misero immediatamente bene: Scelta Civica, alleata con l’Udc di Casini e Futuro e Libertà di Fini, riuscì ad ottenere poco più del 10% dei voti alle politiche, appena la metà dell’obiettivo prefigurato. Gli elettori non premiarono la “cura da cavallo” operata dal governo Monti per ridurre il deficit pubblico italiano, aumentando le tasse e tagliando salari e pensioni.

L’epilogo c’è ora, dopo il risultato disastroso alle elezioni europee. Renzi sta prosciugando lo spazio politico centrista una volta presidiato dall’economista della Bocconi. SuperMario, come fu definito dai giornali, non c’è più e Scelta Civica è al collasso. Fiorella Mannoia canta: “Come si cambia per non morire, come si cambia per amore. Come si cambia per ricominciare”. Qualcuno ci riesce, altri no.

Rodolfo Ruocco

Renzi emula i fasti Dc

Ansie, paure, incubi. Ma alla fine Matteo Renzi ha tirato un grande sospiro di sollievo: il “nuovo Pd”, il suo, ha trionfato alle elezioni europee: ha incassato quasi il doppio dei voti del M5S e il triplo di Forza Italia.  Non era per niente scontato. Il giovane “rottamatore” è euforico: “E’ un risultato storico”. E’  segretario del Pd da appena cinque mesi e presidente del Consiglio da tre. Ha battuto uno scatenato Beppe Grillo che puntava al “sorpasso” sul Pd  e un Silvio Berlusconi indomito.

Renzi pur puntando ad arrivare “primo”, non aveva mai parlato di cifre. Poi qualche giorno fa, assalito dai dubbi, era arrivato perfino a porre un’”asticella” bassa al responso delle urne. Considerava “una sconfitta” solo se il Pd fosse andato sotto il 25% dei voti ottenuti da Bersani alle politiche del 2013 e il 26% avuto nelle precedenti europee del 2009. Si è buttato “pancia a terra” nella campagna elettorale collezionando una valanga di comizi e d’interviste a giornali, televisioni e radio. Senza trascurare internet, facendo piovere sul web almeno un suo twitter quotidiano. Ci ha messo “la faccia”, come ama dire.

Ha puntato a sottrarre voti al Movimento 5 Stelle e a Forza Italia, i principali avversari all’opposizione. Ha anche cercato di recuperare consensi a sinistra, invitando i dissidenti a non rifugiarsi nell’astensione. Ha risposto colpo su colpo agli attacchi di Grillo e di Berlusconi, il primo sostenitore dell’opposizione frontale anti sistema e il secondo totalmente critico col governo e in dubbio se far saltare l’accordo per realizzare le riforme istituzionali.

Ha giocato una partita vincente. Sembra emulare la Dc  conquistando a sorpresa oltre il 40% dei voti, una enorme massa di consensi raggiunto solo dalla Balena Bianca nella storia della Repubblica italiana. Adesso, come lo Scudocrociato interclassista di una volta, non si sbraccia per la vittoria ma invita il partito alla “pacatezza” e all’”umiltà”. Ma la Dc, come gli altri partiti storici della Prima Repubblica, avevano una forte identità politica e un grande radicamento sociale, di qui la  quasi cinquantennale egemonia politica. .

Renzi ha invitato a votare chi dà la “speranza” (il Pd) e non chi cavalca la “rabbia” (i cinquestelle). Chiudendo la campagna elettorale a Firenze ha avvertito: “Noi vogliamo bene a questo Paese e non lo lasceremo in mano a chi lo vuole distruggere”. Ha attaccato i “pagliacci” e i “buffoni”, la politica degli “insulti” e del “vaffa…”. Ha parlato ai lavoratori e al ceto medio impaurito: la sfida è “fra chi prova a cambiare le cose e chi pensa che sia meglio evocare il terrore”.

Il test elettorale  ha certificato la piena leadership di Renzi non solo sulla maggioranza e sul Pd, ma anche sul sistema politico italiano. E’ svanita l’immagine  in affanno delle ultime settimane. Il presidente del Consiglio, forte del risultato del voto europeo, ora potrà meglio rispondere agli attacchi delle opposizioni, alle critiche dall’interno della maggioranza di “piccole intese” e anche dall’interno della sinistra del Pd (di qui la decina di voti di fiducia posti dal governo in Parlamento per far passare molti decreti legge, tre sul decreto lavoro).

Il referendum posto da Grillo tra sé e “l’ebetino di Firenze” non ha premiato il leader dei cinque stelle, che ha costruito la sua linea antagonista su dati reali, come il disagio sociale derivante dalla crisi economica  e l’indignazione per la corruzione pubblica.  L’annuncio di “processi pubblici” su internet e di “sputi virtuali” non sono state mosse vincenti. Accuse roventi come quella di costruire “una dittatura democratica ispirata da Gelli” non hanno portato alla sconfitta il segretario del Pd e non è stato eliminato dalla “lupara bianca” del sistema. La frenata finale del fondatore del M5S con il richiamo alla “rabbia buona”,  non ha dissolto le paure innescate in gran parte dell’elettorato.

Ora il presidente del Consiglio potrà riprendere la battaglia con la Ue per una maggiore flessibilità sui conti pubblici in modo da reperire più risorse per gli investimenti. Adesso potrà ripartire il treno delle “riforme rivoluzionarie” per rendere competitivo il sistema produttivo italiano e modernizzare le istituzioni. E’ una impresa difficile, ma intanto i mercati valutari salgono brindando alla vittoria del presidente-rottamatore.  Diceva Oscar Wilde: “Niente è impossibile in Russia, tranne le riforme”.  Tuttavia l’osservazione dello scrittore britannico è di l oltre un secolo fa e l’Italia non è la Russia. Renzi conferma la volontà di governare fino al 2018 e, per ora, smentisce ogni ipotesi di voto politico anticipato.

Triplo test di leadership

Si fronteggiano due tesi opposte, inconciliabili, sulle elezioni europee di domenica prossima. “Non considero le europee un voto politico”, è la posizione di Matteo Renzi. “Il voto del 25 maggio è un voto politico: o noi o loro”, è la valutazione di Beppe Grillo, impostando la vicenda come un referendum tra lui e il segretario del Pd. Traduzione: per il presidente del Consiglio le elezioni non riguardano la sorte del governo italiano perché non sono un pronunciamento politico nazionale, ma una consultazione per il Parlamento europeo; per il leader del Movimento 5 Stelle dalle urne, invece, uscirà un responso anche sulla vita dell’esecutivo Renzi.

Anzi, Grillo dà già per scontato l’affondamento del governo. Prevede “un trionfo”dei cinquestelle alle europee e anticipa le richieste: caduta del governo Renzi, elezioni politiche anticipate con il Porcellum rivisto dalla Corte costituzionale (sistema elettorale proporzionale senza premio di maggioranza), dimissioni del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Tutto il sistema politico e istituzionale, è il ragionamento, sarebbe “delegittimato”. Ma si tratta di ipotesi basate, per ora, solo sulle analisi e le speranze del fondatore del M5S.

Il presidente del Consiglio e segretario del Pd ha una impostazione esattamente opposta: saranno i democratici a conquistare più voti, salendo sul podio di primo partito. Così il governo andrà avanti per realizzare “le riforme rivoluzionarie” indicate nel programma per battere la crisi economica e rinnovare le istituzioni italiane.

La campagna elettorale è stata un continuo scambio di colpi durissimi, anche a livello personale. Grillo ha descritto Renzi come “l’ebetino di Firenze” agli “ultimi giorni di Pompei”, che sarà eliminato dalla “lupara bianca” del sistema politico italiano dopo la sconfitta elettorale.  Il presidente del Consiglio ha dipinto il comico diventato leader politico come un “gufo”, uno “sciacallo” che “urla” e ricorre agli “insulti” perché non ha nulla da proporre per cambiare l’Italia.

Il fondatore del M5S, dall’opposizione, ha una linea antagonista anti sistema: “Siamo populisti, per ricostruire dobbiamo mandarli via tutti, quindi pulizia generale”. Il segretario del Pd, dal governo, vuole riformare il sistema: “All’Italia nessun traguardo è precluso” sul piano del rilancio economico e istituzionale. Ha attaccato Grillo che cavalca “la rabbia” della crisi e “scommette sulla sconfitta del paese”.

Anche Silvio Berlusconi è ricorso a parole bellicose. Il presidente di Forza Italia, a caccia di voti dopo i suoi guai giudiziari e la frantumazione del centrodestra, ha definito Grillo un “pluri assassino” condannato per omicidio colposo, tuttavia mai finito in carcere. Fa anche il “moralista” in televisione mentre, quando faceva il comico, pare che si facesse pagare “in nero” gran parte dei compensi. Ha attaccato Renzi dipingendolo come “un simpatico tassatore di sinistra” e mettendo in discussione l’accordo per sostenere le riforme istituzionali. Tante le critiche al governo dei “dilettanti allo sbaraglio”. L’ex presidente del Consiglio non si è addentrato sul peso politico delle elezioni europee ma ha indicato la strada del voto anticipato in caso di “fatti traumatici”, come la vittoria di Grillo.

Le elezioni europee costituiscono un test triplo di leadership: per Renzi, Grillo e Berlusconi. Per Renzi sono la prima prova elettorale dopo appena cinque mesi di segreteria Pd e tre mesi di governo. Pensa di vincere, ma ha avvertito: “Alle scorse europee il Pd ha preso il 26%, alle politiche con Bersani il 25%, se noi andassimo sotto queste cifre il Pd ha nettamente perso”. Poi ha aggiunto: “Se non mi fanno fare le riforme, sì che è fallito il mio progetto e vado a casa”. Grillo ha vagliato tutte le possibilità. Ai primi di aprile ha sottolineato: ”O vinciamo o stavolta davvero me ne vado a casa. E non è uno scherzo”.  Berlusconi deve fare i conti con Forza Italia travagliata da tanti addii. Si è anche parlato di un passaggio di mano nella leadership anche per ragioni di età anagrafica. Qualcuno ha indicato Marina Berlusconi come possibile successore alla guida di Forza Italia, ma per ora l’interessata ha smentito e il padre l’ha sconsigliata.

Questa campagna elettorale ha avuto toni cruenti. L’ammiraglio Orazio Nelson disse ai suoi marinai prima della battaglia di Trafalgar contro la flotta di Napoleone Bonaparte: “Dovete odiare un francese come si odia il diavolo!”. Ma il 25 maggio si voterà  per il Parlamento europeo, non è la guerra tra l’impero britannico e quello francese.

Rodolfo Ruocco

La politica fa spettacolo.

Lo spettacolo s’intreccia alla politica. Anzi la politica, in alcuni casi, fa spettacolo in questa infuocata e singolare campagna elettorale per le europee. Matteo Renzi da “ebetino di Firenze” diventa “gnocco fritto” per Beppe Grillo. Sberleffi e insulti si accavallano e si moltiplicano con un ritmo frenetico. Il leader del Movimento 5 Stelle per attaccare la politica europea del presidente del Consiglio è arrivato a sparate clamorose al comizio di sabato a Torino: “L’ebetino è andato a dare due linguate a quel culone tedesco della Merkel”. A Silvio Berlusconi, che l’ha paragonato a dittatori come Stalin e Hitler, ha replicato: “Io non sono Hitler…sono oltre Hitler!”. Frasi bellicose a cascata. Prima ha pronosticato la vittoria elettorale dei cinquestelle, poi ha annunciato “una sentenza virtuale” e “uno sputo virtuale” contro i giornalisti, imprenditori e politici “che hanno rovinato questo Paese”. Tuttavia la violenza in Italia non c’è stata “grazie” al M5S.

 

È come nell’avanspettacolo: urla, sberleffi, insulti. Contano le frasi a effetto, al di là dei contenuti. Grillo se ne intende: da quasi 40 anni è un comico di grande successo. In questa campagna elettorale ha svolto un’attività instancabile a tutto campo. Al piatto forte, la propaganda sul web, ha aggiunto: teatri con pubblico pagante, comizi in piazza, interviste a giornali e televisioni, compresa Porta a Porta e la vituperata Rai. Grillo ha lo spettacolo nel sangue. Il 10 ottobre 2012 attraversò a nuoto perfino lo stretto di Messina per dare sprint alla sua campagna elettorale per le regionali siciliane. Appena approdato in Sicilia si levò la maschera e le pinne e, tra gli applausi dei militanti, tuonò: “È un sistema a delinquere di stampo illegale”, ora “questo sistema si sta sbriciolando”. L’impatto mediatico fu enorme. I cinquestelle ottennero un enorme successo elettorale.

 

Politica spettacolo. Silvio Berlusconi è stato un precursore. L’8 maggio 2001 andò a Porta a Porta, su Rai1, e lì firmò “il contratto con gli italiani”, un programma in cinque punti centrato sul taglio delle tasse per rilanciare sviluppo e redditi. Cinque giorni dopo si votò per le politiche e il leader del centrodestra trionfò riconquistando la guida del governo. Attaccò il “teatrino della politica” e contrappose “la politica del fare” a quella delle “chiacchiere”. Di volta in volta si è presentato come “il presidente imprenditore”, “il presidente operaio”, “il presidente ferroviere”, mettendo in testa un casco da cantiere e un berretto da capostazione.

 

Berlusconi è un grande comunicatore. Da giovane ha imparato l’arte di ipnotizzare il pubblico cantando sulle navi da crociera. Il presidente di Forza Italia in queste elezioni si è scoperto animalista. È a caccia di voti, punta molto sugli amanti di cani e gatti. Ha avuto molti incontri con le associazioni animaliste. Ha annunciato sconti fiscali: tutti i proprietari di “cagnolini e gattini” non pagheranno più l’Iva sui prodotti per gli animali e ci saranno aiuti per le cure veterinarie. Ha lodato Dudù, il suo barboncino: “Mi ha sostenuto nei momenti delicati”. Ha aggiunto: occorre “imparare ad amare gli animali come meritano” e “così sembriamo vicini a Dio”. Al ceto medio è tornato a promettere il taglio delle tasse e alle casalinghe una pensione di mille euro al mese. Ha denunciato: nel 2011 fu disarcionato e sostituito da Mario Monti a Palazzo Chigi con “un colpo di Stato”. Grillo gli fa “paura perché è un aspirante dittatore” e Renzi resta un uomo di sinistra legato a tasse e spesa pubblica.

 

Politica e spettacolo. Matteo Renzi non ha nulla da imparare. Alle 7 di mattina di sabato scorso si è presentato a sorpresa all’ingresso della Technogym, azienda di Cesena leader nelle attrezzature del fitness. Tra lo stupore dei dipendenti è andato nella palestra: maglietta gialla e scarpe da ginnastica si è allenato per mezz’ora. Tapis roulant, cyclette, ginnastica ai cavi. Poi ha tenuto una valanga di comizi in Emilia per tutta la giornata: a Forlì, Medolla, Sassuolo, Modena, Reggio Emilia. La sua foto che pedala su una cyclette è finita su tutti i giornali. In una conferenza stampa a Palazzo Chigi, settimane fa, ha illustrato le riforme del suo governo con una raffica di diapositive.  Le accuse di “televendita” degli avversari le ha rispedite al mittente.

 

Anche il presidente del Consiglio è un grande comunicatore. Divide la sfida elettorale tra chi dà “speranza” (il suo Pd) e chi cavalca “la rabbia” (gli avversari). Grillo è dipinto di nuovo come “un gufo”. Ha puntato il dito contro “pagliacci” e “buffoni”: “Salveremo questo Paese dai disfattisti”; c’è “chi punta ad insultare, a non cambiare l’Italia e a scommette sulla sconfitta del Paese”. Gli sembra “che Grillo viva questa esperienza come un grande spettacolo”. Spettacolo o melodramma. Giuseppe Verdi fa dire nella sua opera a sir John Falstaff: “Tutto nel mondo è burla. L’uomo è nato burlone”.

 

 

 

 

 

 

 

 

Riappare il rischio instabilità

Il fardello pesante delle tasse, la disoccupazione di massa soprattutto tra i giovani, il riemergere della corruzione pubblica all’Expo di Milano. La campagna elettorale per le elezioni europee del 25 maggio diventa rovente. Centrosinistra, centrodestra e cinque stelle si scambiano accuse di tutti i tipi e critiche esplodono anche al loro interno.
Riemerge e cresce anche lo scontro istituzionale. Silvio Berlusconi e Beppe Grillo attaccano, con motivazioni diverse Giorgio Napolitano. Il presidente di Forza Italia, disarcionato dal governo nel 2011 dal tecnico Mario Monti, torna a parlare di “colpo di Stato” dopo le rivelazioni dell’ex ministro del Tesoro Usa Geithner (da funzionari europei ebbe sollecitazioni, che bocciò, a sostituire il leader del centrodestra a Palazzo Chigi). Il capo dello Stato ha respinto ogni accusa di complotto lanciata da Forza Italia: non seppe nulla sulle pressioni e le dimissioni di Berlusconi da presidente del Consiglio furono “liberamente e responsabilmente rassegnate”. Tuttavia l’ex Cavaliere, che non ha risparmiato critiche ai magistrati per la sua “persecuzione” giudiziaria, ha replicato al presidente della Repubblica: “Le mie dimissioni furono responsabili, non certo libere”. Il braccio di ferro continua con il capo dello Stato che pure ha contribuito ad eleggere per un secondo mandato al Quirinale. .
Grillo lancia gravissime accuse a pioggia verso tutti e verso tutto. Il leader del M5S ha parlato perfino di dittatura: “Qui siamo in un fascismo latente. In un fascismo moderato che sta massacrando il Paese”. Parole pesantissime. Del resto Berlusconi l’ha definito un pericolo per la democrazia e ha paragonato Grillo ad Hitler e Stalin.
Matteo Renzi, l’uomo nuovo della politica, attacca il “Palazzo”, cioè gran parte della classe dirigente italiana (banche, Confindustria, Cgil, burocrazia pubblica). E’ arrivato anche a criticare i tecnici del Senato, che hanno sollevato dei dubbi sulla copertura finanziaria del decreto legge sul bonus di 80 euro al mese, da inserire nelle buste paga più basse. Critiche respinte dal presidente del Senato, Pietro Grasso, come “inaccettabili”. Anche qui si è sfiorato lo scontro istituzionale.
Il presidente del Consiglio e segretario del Pd vuole realizzare “riforme rivoluzionarie” per combattere la crisi economica e rinnovare le istituzioni. Ma, dopo appena tre mesi di vita, il suo governo sembra in affanno. Sempre più spesso è costretto a ricorrere ai voti di fiducia. Per far passare in Parlamento il decreto legge sul lavoro (che in particolare prevede più flessibilità per i contratti a termine) è dovuto ricorrere a tre voti di fiducia. Così l’esecutivo Renzi veleggia verso la boa dei 10 voti di fiducia.
Renzi definisce Berlusconi e Grillo due “chiacchieroni”. Sostiene: la lotta è tra la “speranza” e la “disperazione”. Ma sulle riforme deve fare i conti con i dissensi all’interno della maggioranza e dello stesso Pd, il suo partito. Ma i contrasti crescono anche con Forza Italia, componente della sua seconda maggioranza, quella istituzionale, per realizzare le riforme. Berlusconi lo ha definito “un simpatico tassatore di sinistra”.
Riappare l’instabilità politica. Del resto, nelle elezioni politiche del febbraio 2013, non emerse un vincitore ma tre minoranze: centrosinistra, centrodestra e cinquestelle. Nessuno aveva la maggioranza per governare. Così Enrico Letta, allora vicesegretario del Pd, nell’aprile dell’anno scorso diede vita a un esecutivo di ”larghe intese” comprendente Berlusconi. Poi il fondatore di Forza Italia, dopo la decadenza da senatore in seguito alla condanna in Cassazione per frode fiscale, uscì dal governo e Letta guidò un ministero di “piccole intese” (centrosinistra più il Nuovo centrodestra di Alfano che aveva lasciato Berlusconi).
Renzi ha dato vita a un governo con la stessa maggioranza politica di “piccole intese” e un programma ambizioso di riforme, ma la crisi economica perdurante e la campagna elettorale stanno moltiplicando le difficoltà. Il malessere sociale, la caduta del sistema produttivo, la corruzione pubblica sono una miscela esplosiva sulla credibilità dei partiti.
Si rischia un vuoto politico. Pietro Nenni, leader storico del Psi, avvertiva: il vuoto in politica non esiste, prima o poi c’è sempre qualcuno che lo occupa. Nenni, temendo uno sbandamento a destra, premette sulla Dc per “l’apertura a sinistra”: nel 1962, con l’astensione, diede il disco verde al governo Fanfani che aprì le porte alla stagione delle riforme del centrosinistra.

Renzi contro il Palazzo

Strana campagna elettorale. Banche, Confindustria, Cgil, cantanti, prefetti, alti dirigenti pubblici. Una valanga di critiche, con motivazioni diverse, cade sulla testa di Matteo Renzi. Gli attacchi non arrivano solo dalle opposizioni, ma anche da gran parte dei cosiddetti poteri forti italiani. C’è chi contesta le tasse eccessive (le banche), chi la troppa flessibilità del lavoro (la Cgil), chi i tagli alle sedi (i prefetti), chi la subalternità alla P2 di Gelli (il cantante Piero Pelù).

Il presidente del Consiglio ha respinto tutte le critiche. Ha rilanciato la volontà di “cambiare verso” all’Italia. Ha confermato il programma del governo di “riforme radicali”: lavoro, sviluppo, modernizzazione istituzionale; lotta agli sprechi, alla burocrazia, agli alti costi della politica e alla corruzione pubblica.

Ma i toni della polemica salgono, diventano roventi. È stato sfiorato perfino lo scontro istituzionale, quando i tecnici della commissione bilancio del Senato hanno messo in discussione l’esistenza delle coperture finanziarie al decreto legge per inserire 80 euro nelle buste paga dei lavoratori con redditi più bassi (una delle misure centrali di equità sociale del governo). Le coperture non ci sono? Il presidente del Consiglio ha tuonato: “Ci sono, i tecnici del Senato hanno detto una cosa falsa”.

Si è scatenato un putiferio. Il presidente del Senato, Pietro Grasso, ha difeso la correttezza e l’autonomia del lavoro dei tecnici di Palazzo Madama: le critiche di Renzi sono “inaccettabili”.  Il premier e il presidente del Senato sono entrati in rotta di collisione.

La polemica non sembra episodica, ma strategica. Il presidente del Consiglio e segretario del Pd ha rilanciato: gli 80 euro a fine maggio saranno in busta paga. Ha avvertito: “Io ho fatto questa battaglia con la consapevolezza di non dover chiedere il permesso a tutti, ai burocrati, a tutti i partiti della coalizione”.

Renzi punta il dito contro “la palude”, chi preferisce, sia a destra sia a sinistra, la conservazione al cambiamento. All’inizio di maggio è stato netto con il Corriere della Sera: “È iniziata la rivoluzione. Una rivoluzione pacifica, ma che le resistenze del sistema non fermeranno”. Ha indicato i suoi avversari: “Una larga parte della classe dirigente ci osteggia”. Si è espresso con una prosa alla Pierpaolo Pasolini: “Sono qui per cambiare il Palazzo; non accetteremo che il Palazzo cambi noi”. Ha usato la parola Palazzo, un termine inventato dal poeta friulano per indicare il sistema di potere capitalistico fondato sui consumi, in contrapposizione alle esigenze dei ceti proletari e popolari.

Renzi, uomo nuovo della politica italiana, il “rottamatore” del vecchio gruppo dirigente del Pd, da tempo ha messo sotto accusa Il Palazzo, cioè le élites politiche, burocratiche, economiche e culturali; quei poteri forti che considera il “tappo” conservatore al cambiamento dell’Italia. Già lo scorso novembre, a pochi giorni dalle elezioni primarie di dicembre per scegliere il segretario dei democratici, aveva fatto partire un siluro contro i banchieri, un tempo vicini al Pd di Walter Veltroni. Aveva avvertito: “Se i banchieri non vengono alle primarie, io sono contento: facciano il loro lavoro, cioè diano i loro soldi agli artigiani”. Aggiungeva: “Se ce l’ho fatta io ce la può fare chiunque. Qui c’è un’Italia che non si rassegna alla tecnocrazia e al governo dei burocrati”.

La sua battaglia contro il “Palazzo” per cambiare l’Italia è in pieno svolgimento. Ora il Senato sta esaminando il decreto sul bonus Irpef di 80 euro, poi affronterà la riforma di se stesso (prevede un ridimensionamento del ruolo e del numero dei senatori) e la nuova legge elettorale per le politiche. La Camera discute il decreto su una maggiore flessibilità dei contratti di lavoro a termine. Montecitorio e Palazzo Madama dovranno esaminare o finire di votare importanti riforme: il mercato del lavoro, il fisco, la pubblica amministrazione. C’è il progetto di accelerare sul pedale delle privatizzazioni, di intensificare la battaglia contro l’evasione fiscale, di pagare tutti i debiti della pubblica amministrazione verso le aziende, di aumentare il taglio dell’Irap alle imprese, di allargare la riduzione dell’Irpef ad altri lavoratori e ai pensionati. Poi, dopo l’ennesimo episodio di tangenti sui lavori per l’Expo di Milano, punta a varare una task force anti corruzione e a realizzare le opere per l’importante appuntamento internazionale.

Tuttavia servono consistenti risorse finanziarie, facendo attenzione a rispettare i parametri europei sui conti pubblici stabiliti per l’euro. Per ora, sulla strada delle riforme, c’è il primo sì all’abolizione delle province, già votato dal Parlamento.

Winston Churchill, alla vigilia della Prima guerra mondiale, quando era primo lord dell’Ammiragliato britannico, ordinò: “Via alle navi a nafta e basta con le navi a vapore”.  Renzi è pronto a una battaglia impegnativa: contro le opposizioni, le resistenze all’interno della maggioranza e dello stesso Pd, i poteri forti. Vuole realizzare le sue “riforme rivoluzionarie” ad ogni costo e ci scommette “la faccia”. Bisognerà vedere se il risultato delle urne gli darà ragione nelle elezioni europee del 25 maggio.

 

 

 

 

Scoppia la zoomachia elettorale

Uccelli miti, rapaci,  belve feroci, pesci. La battaglia elettorale per il voto europeo sempre di più si arricchisce di metafore zoomorfiche. Matteo Renzi fino a qualche mese dava dei “gufi” ai suoi avversari politici, ma ora parla anche di “sciacalli”. Il presidente del Consiglio e segretario del Pd, in particolare, dà dello “sciacallo” a Beppe Grillo, mai tenero nei suoi confronti e lo accusa di aver strumentalizzato la tragedia di Piombino, l’acciaieria a rischio di chiusura. Il leader del Movimento 5 stelle parla dell’alluvione di Senigallia e replica: “Renzie, lo sciacallo a Senigallia”.

Animali, sempre animali. Alla fine del 2013 ha dominato la scena politica italiana  lo scontro tra le “colombe” e i “falchi” nel Pdl.  Le prime erano persone dai toni più pacati come Angelino Alfano e Fabrizio Cicchitto, che hanno detto addio a Silvio Berlusconi, e hanno fondato il Nuovo centrodestra. I secondi erano personaggi più sanguigni come Renato Brunetta e Daniela Santanchè, che sono rimasti con l’ex Cavaliere e hanno creato la nuova Forza Italia. Anzi la Santanchè, sempre battagliera, si è autodefinita “pitonessa”.

Ma è Berlusconi a collezionare più appellativi zoomorfici. Molti esponenti della sinistra radicale l’hanno definito il “caimano”, dal titolo di un film di Nanni Moretti. Pier Luigi Bersani, segretario del Pd prima di Renzi, lo considerava un “giaguaro da smacchiare”. Il fondatore del Pdl e di Forza Italia  replicava definendosi un “leone”,  che non si lasciava “smacchiare”. E così è stato: il presidente di Forza Italia, pur battuto alle elezioni politiche del 2013 e con molti guai giudiziari sulle spalle, è continuato a essere uno dei protagonisti della politica italiana.  Finora è stato l’unico leader capace di aggregare le forze disperse del centrodestra.

Adesso fa campagna elettorale e parla anche di polli. “”I leader non si allevano in batteria come i polli”, commenta a proposito di un possibile cambio della guardia al vertice di Forza Italia. Nella campagna elettorale propone cure per cani e gatti e ricorda il suo affetto per Dudù, il suo fedele amico a quattro zampe. L’attenzione verso gli animali può procurare voti. Il presidente del Consiglio è in guardia,  ha paragonato Berlusconi  a un “gatto” perché “ha sette vite come i gatti”.

Nella Prima Repubblica, nei primi decenni dopo la Seconda guerra mondiale, i simboli dei partiti di massa esprimevano la forte identità politica: lo scudocrociato (la Dc),  la falce e martello e la bandiera italiana (il Pci), la falce e martello più libro e sole dell’avvenire (il Psi). Poi arrivarono i simboli di fiori e alberi: la Rosa (radicali), il Garofano (socialisti). Quindi seguì la Quercia (Pds), la Margherita (popolari e liberaldemocratici), l’Ulivo, l’alleanza di centrosinistra messa in piedi da Romano Prodi.   Gli animali apparvero nella Seconda Repubblica: nel 1998 comparve il Gabbiano, simbolo dell’Italia dei valori fondata da Antonio Di Pietro. L’Asinello, ideato da Prodi nel 1999, fu il primo nucleo del Pd.  L’Elefante, creato da Fini e Segni, fu una lista elettorale di centrodestra per le europee del 1999, che ebbe vita effimera.

La crisi della Seconda Repubblica è coincisa con quella della guida carismatica di diversi partiti leaderistici. I partiti che avevano il nome del leader nel simbolo hanno perso quota o, addirittura, sono stati cancellati. La crisi ha fatto emergere la polemica che ha per metafora gli animali. E’ emerso uno scontro tra animali delle diverse specie. Molte volte si trascende e si arriva a gravi offese, come quando Cècile Kyenge, ex ministro del governo di Enrico Letta, fu definita un “orango” da alcuni esponenti leghisti perché di pelle nera e originaria del Congo. Un insulto, in questo caso, tanto rozzo quanto razzista.

Ma oltre ai mammiferi e agli uccelli ci sono anche i pesci. Nel 2008 Renzo Bossi era indicato come il possibile “delfino”, come il successore del padre alla guida della Lega nord. Ma Umberto Bossi liquidò con una battuta ironica l’ipotesi:  “Mio figlio Renzo? Più che un delfino è un trota”.  Non c’è stata successione dinastica. Il “trota” non è mai divenuto segretario della Lega, anche per i guai giudiziari piovuti  sulla sua testa alcuni anni fa.

Nei prossimi giorni della campagna elettorale per le elezioni europee del 25 maggio sono possibili altre sorprese. Probabilmente si tornerà a polemizzare tirando in ballo gli animali. La zoomachia elettorale è in pieno svolgimento. Deng Xiaoping, l’autore del miracolo economico cinese, diceva: “Non importa che il gatto sia bianco o grigio, l’importante è che prenda il topo”.

Grillo centauro comico-politico

Un po’ comico e un po’ politico. Negli ultimi anni Beppe Grillo alterna il doppio impegno di attore comico e di leader del Movimento 5 Stelle. Fece faville in televisione, in teatro, nei film come adesso in politica. Del resto è lui stesso a definirsi ancora un uomo di spettacolo, un comico impostosi in politica per la crisi dei partiti tradizionali e della Seconda Repubblica. Il leader del M5S, a metà aprile, in una incursione alla Camera ha detto ai giornalisti: “Io sono impreciso, ho i miei limiti, si ricordi chi sono…Io non dovrei essere qua, se lei mi sta intervistando vuol dire che il Paese non c’è più. Io sono un comico, sono uno che dice delle cose, tante cose…”.

Considera l’Italia “fallita” e “un cumulo di rovine”. Si impegna a fondo nella campagna elettorale per il voto europeo del 25 maggio nella doppia veste di comico, il suo antico mestiere, e di politico, l’attività degli ultimi anni. È un centauro. È infaticabile: ad aprile ha parlato nei comizi in piazza, ha scritto sul suo blog su internet, ha concesso interviste a giornali e alle televisioni (nelle reti Rai decollò la sua stella di comico).  Ed è tornato a calcare il palcoscenico dei teatri italiani davanti a spettatori-militanti paganti. Fa spettacolo, anche se di tipo particolare, cioè politico. Si esibisce in teatro, come un tempo, facendo pagare il biglietto al pubblico. È un tour politico per le elezioni europee. Lo chiama: “Te la do io l’Europa”. Riecheggia il titolo di un suo programma televisivo di successo degli anni Ottanta: “Te la lo io l’America”.

Ai primi di aprile dice al Teatro Metropolitan di Catania: “Deve essere uno spettacolo politico. Mi sento di fare così perché dobbiamo vincere le elezioni”. Sembra avere qualche dubbio sulla vittoria. Poco dopo annuncia in una intervista a La Repubblica:” O vinciamo o stavolta davvero me ne vado a casa. E non è uno scherzo”.

È un crescendo scoppiettante. Da centauro comico-politico passa da un teatro all’altro, molte volte pieno, facendo campagna elettorale. Attacca soprattutto Matteo Renzi. Sempre ai primi di aprile, calcando il palcoscenico a Milano, definisce “voto di scambio” la decisione del presidente del Consiglio di mettere 80 euro in più al mese nelle buste paga dei redditi medio bassi. Il portavoce dei cinquestelle lo dipinge come “un ebetino di una cattiveria incredibile. Bisogna essere cattivi per dire: ti do 80 euro a famiglia, ti do la pizza se mi dai il voto”.

Cambia teatro e se la prende con Silvio Berlusconi, condannato in Cassazione per frode fiscale e assegnato in prova ai servizi sociali per scontare la pena. Dal Palamalaguti di Casalecchio di Reno, in provincia di Bologna, tuona contro il presidente di Forza Italia: “Mezza giornata di volontariato per una evasione di 300 milioni è un affare!”. Lo definisce un “condannato”, uno “psiconano”.

A metà aprile va anche a Firenze, la città di Renzi. Dal palcoscenico sono lazzi, sberleffi, offese: “Siete passati da Lorenzo il Magnifico a Matteo l’ebetino”. Ricorda il trionfo elettorale alle politiche del 2013: “Abbiamo preso il 25% votando a febbraio, quando faceva freddo. E milioni di persone non sono andate a votare”. Ironizza e spara una enorme iperbole: “Abbiamo fatto sondaggi, ma quelli seri, non quelli della Rai. Siamo all’88%”. Il regista Dino Risi ha commentato qualche tempo fa: “Grillo è più attore adesso che non quando girava film”.

Tutti i sondaggi elettorali danno il M5S in fortissima ascesa. Qualcuno parla di un testa a testa con il Pd e perfino di “sorpasso” su Renzi. Grillo a fine aprile torna a cannoneggiare con una intervista ad Agorà, Rai3, e dal suo blog: “Mi aspetto una marcia trionfale, prima pensavo di vincere, ora penso di stravincere”. L’obiettivo è eleggere alle europee “un candidato in più del Pd”, così “vado io da Napolitano, ci deve dare l’incarico” per formare un nuovo governo. Alza ancora il tiro: se il M5S sarà il “primo gruppo politico alle europee” immediatamente “Napolitano dovrà dimettersi, non rappresentando più da tempo il sentimento del Paese né la volontà degli elettori”.

Va a Siena all’assemblea dei soci del Monte dei Paschi e picchia duro dicendo ai giornalisti: “Questa è la vera dittatura: un Parlamento di non eletti, un presidente del Consiglio non eletto con Napolitano che gestisce la roba che arriva dalla Troika, sono figli di Troika” .

Spettacolo e politica, il legame da un po’ di tempo è stretto. Renzi replica a fine aprile da Porta a porta e da In mezz’ora: “Forse Grillo è il più furbo di tutti, anzi si levi il forse, e considera tutti spettatori costanti del suo show. Lui ironizza sugli 80 euro che sono due biglietti per il suo spettacolo, ma ad una mamma possono fare comodo”. Rincara: “Non ha a cuore l’Italia ma il suo spettacolo” e “vuole che l’Italia vada male” Lo invita a calmarsi: “Smetta di urlare, il Pd è il primo partito”.  Insiste: l’Italia si cambia con “radicali riforme”.

Silvio Berlusconi è più pesante: “Gli italiani devono imparare ad avere molta paura di Grillo”. Il presidente di Forza Italia, intervistato a Mattino Cinque, definisce i cinquestelle “una setta”  e paragona il fondatore del M5S a dittatori sanguinari come Robespierre, Stalin e Hitler: “Grillo è esattamente il prototipo di questi signori”.

Il leader dei pentastellari ripete lo slogan fortunato delle elezioni politiche del 2013: “Tutti a casa!”. Il 23 maggio vuole concludere la campagna elettorale delle europee a piazza San Giovanni a Roma, un tempo incontrastato “regno” dei comizi della sinistra e dei sindacati. Il colpaccio gli riuscì già un anno fa: chiuse proprio a piazza San Giovanni la campagna elettorale per le politiche con un comizio-show, acclamato da una folla enorme.

Spettacolarizzazione della politica e politica spettacolo. Il fenomeno è in fortissima crescita. La conferma viene anche dal concerto del Primo maggio organizzato a Roma dai sindacati. Il cantante Piero Pelù, durante la sua esibizione musicale, si è lasciato andare ad una inedita sparata politica. Ha lanciato una bordata contro Renzi: è  “il boy scout di Licio Gelli”. I lettori più anziani ricorderanno il personaggio: Gelli fu l’artefice della Loggia massonica segreta P2.