Dies Irap, la bussola di Renzi

Da “Dies Irae” a “Dies Irap”. Dal giorno dell’ira divina al giorno per scongiurare la collera dei contribuenti, riducendo l’Imposta regionale sulle attività produttive.

Un flash sul passato. Era il 1971, frequentavo il primo liceo classico e scoprii “Dies Irae”, il “Giorno dell’ira”. È una poesia medioevale in latino di Tommaso da Celano. Una poesia affascinante, sofferta e cupa. Parla del Giudizio universale, dell’Ira di Dio contro i peccatori. Nella classe un mio amico si alzò, s’infilò un cappuccio in testa, sollevò il libro e cominciò a declamare con tono ispirato e ritmico: “Dies Irae, dies illa, solvet saeclum in favilla: teste David cum Sybilla…”. Traduzione: “Il giorno dell’ira, quel giorno che dissolverà il mondo in cenere come annunciato da Davide e dalla Sibilla…”. Allora, all’inizio degli anni Settanta, una vita fa, gli studenti di sinistra alcune volte (rare!) scivolavano nella goliardia rispetto all’impegno politico (permanente!) nella “contestazione del sistema capitalista”. Adesso, aprile 2014, si passa da “Dies Irae” a “Dies Irap”. L’ira ora è quella dei contribuenti italiani tartassati. Matteo Renzi ha deciso il taglio del 10% dell’Irap (favorisce soprattutto gli imprenditori) e dell’Irpef (Imposta sul reddito delle persone fisiche) di 80 euro al mese per gli stipendi medio-bassi. “Dies Irap” è un’assonanza fulminante, anche se sono collere di diverso tipo. Il presidente del Consiglio ci ha scherzato su citando l’ideatore Filippo Sensi, il suo portavoce: “Voi sapete chi è il responsabile dei nostri hashtag e devo dire che #diesIrap è uno dei momenti più bassi di questi mesi di governo”. Ironie, battute, analisi, progetti. Il tema è serio: la pressione tributaria in Italia è altissima. Si arriva a dei paradossi provocati dalla crisi: tre aziende su cinque accendono prestiti per pagare le tasse. L’anno scorso il 68% delle 120 mila piccole e medie imprese associate a Uniimpresa, secondo un sondaggio del Centro studi dell’associazione, è stato costretto a chiedere un prestito bancario per pagare le scadenze fiscali (soprattutto Irap e imposte sugli immobili). Il “salasso” ammonterebbe a  7 miliardi di euro.

C’è la necessità di fare presto. Il decreto legge sulla riduzione di Irpef-Irap va all’esame del Parlamento, insieme ad altre misure dell’esecutivo per combattere la crisi e aiutare la debole ripresa economica. Il presidente del Consiglio ha annunciato: “La rivoluzione è cominciata”, sono diminuite l’Irap e l’Irpef ai lavoratori a medio e basso reddito “con misure strutturali”.  È tagliata la spesa pubblica, tipo auto blu dei sottosegretari, e gli stipendi dei dirigenti oltre i 240 mila euro l’anno, magistrati compresi.

La riforma del fisco, il taglio delle tasse sul lavoro, è la bussola di Renzi per far ripartire investimenti e occupazione. È simboleggiata dal “Dies Irap”. Le “riforme strutturali” marceranno insieme: il primo sì all’abolizione delle Province è passato in Parlamento. Nuova legge elettorale per le politiche e contratti di lavoro a tempo determinato più flessibili hanno superato il voto della Camera e aspettano quello del Senato. Ora toccherà a fisco, mercato del lavoro, giustizia, pubblica amministrazione, costi della politica, Senato. Uno “scoglio” è il depotenziamento delle funziono del Senato. Il progetto è contestato dall’opposizione, da una parte della maggioranza e dalla minoranza del Pd. Pino Pisicchio, vice presidente del Centro democratico, invita al dialogo: “Le riforme vanno fatte, senza spot, senza scambi e senza ricatti in Parlamento”. Renzi è disponibile a dei cambiamenti e ora sembra emergere un’ipotesi di mediazione.

L’obiettivo del governo è di innovare, semplificare; rendere più competitivo il sistema produttivo, far ripartire l’occupazione ora in caduta libera. È “lo scossone” annunciato da Pier Carlo Padoan, ministro dell’Economia. Sono “i cambiamenti rivoluzionari” promessi dal giovane “rottamatore” del Pd. C’è una finalità economica e una di equità sociale: “Cambiamo verso. Stiamo restituendo agli italiani qualcosa che è degli italiani.  Lo facciamo stringendo la cinghia alla politica e alla pubblica amministrazione”.

Beppe Grillo e Silvio Berlusconi bocciano il presidente del Consiglio. Parlano di “imbroglio”, di “propaganda” e di “mancia elettorale”. Renzi respinge le accuse di scelte elettorali e di “televendita” per catturare consensi in vista del voto europeo del 25 maggio.  Ha precisato: “I mitici 80 euro” finiranno nelle buste paga a fine maggio, dopo il voto per il Parlamento europeo. Ha rincarato: “I comici milionari dicono che 80 euro sono una presa in giro. Se provassero a vivere con 1.200 euro al mese non lo direbbero”.

 

La partita è difficile per Renzi. È a un bivio dopo appena due mesi di governo. Deve anche affrontare i dissensi interni del Pd, il suo partito. La minoranza di sinistra dei democratici critica, e chiede cambiamenti, su tre riforme importanti: la legge elettorale, il Senato e il mercato del lavoro. Il presidente del Consiglio ha annunciato di volere andare avanti “come un treno” e di volersi giocare “la faccia” sul programma di cambiamento del governo. È attento a fare i conti con le paure e la crisi nella quale è piombato il ceto medio dopo cinque anni di grave recessione. Oscar Wilde ironizzava: “La vera tragedia dei poveri è che non possono permettersi altro lusso che il sacrificio”.

 

 

 

 

 

Corsa ad handicap per Berlusconi

Audacia e poca prudenza. Silvio Berlusconi ha il rebus di come riconquistare il mondo dei moderati italiani alle elezioni europee del 25 maggio. Il presidente di Forza Italia è alle prese con un difficile tornante della sua vita politica. Ha 77 anni, lo scorso 27 novembre è decaduto da senatore, dopo la condanna in Cassazione per frode fiscale, e ora deve scontare la pena con l’affidamento in prova per un anno ai servizi sociali. Una volta la settimana, almeno per 4 ore consecutive, dovrà andare alla Sacra Famiglia di Cesano Boscone, il centro sanitario di assistenza ad anziani e a persone con problemi psichici vicino ad Arcore, la sua residenza milanese.
La campagna elettorale non potrà più essere a tutto campo. Il Tribunale di sorveglianza di Milano è stato chiaro: se Berlusconi insisterà con dichiarazioni “offensive” verso la magistratura, l’affidamento in prova potrebbe venire meno. L’ex Cavaliere, pur attento alle parole sul fronte magistrati, spinge sull’acceleratore. A Porta a Porta su Rai 1 e al Tg5 ha confermato la sua innocenza ed ha attaccato: “Sono stato colpito da un’ingiustizia enorme, da una sentenza mostruosa. Ma ho fiducia che la Corte europea dei diritti dell’uomo annullerà questa sentenza “.
Attacca Matteo Renzi, presidente del Consiglio e segretario del Pd, l’uomo con il quale ha siglato il patto sulle riforme istituzionali. Il primo terreno di scontro sono le tasse: “Renzi si è presentato come un simpatico rottamatore” e si trasformato in “un simpatico tassatore”. Sono tante le accuse: ha aumentato le tasse sulla casa e sui risparmi per compensare il taglio dell’Irpef sugli stipendi dei lavoratori dipendenti a basso e medio reddito. Comunque “gli 80 euro sono una mancia elettorale”. Il presidente di Forza Italia è arrivato a mettere una mina sotto il patto, sottoscritto con Renzi, sulle riforme: “Per il momento la riforma della legge elettorale è spiaggiata al Senato” e rischia la bocciatura di incostituzionalità su alcuni punti. Ha avvertito: “La modifica del Senato, così com’è, non è votabile”.
L’ex presidente del Consiglio cerca una rimonta alle elezioni europee. Intende riconquistare l’elettorato moderato che “è maggioranza nel Paese”. Cavalca il vento anti euro, tema elettorale forte dei cinquestelle e dei leghisti. Usa toni duri ma non di rottura: “Noi non siamo anti euro, ne vogliamo uno diverso”. Come? “Dobbiamo riscrivere tutti i trattati europei firmati con la pistola alla tempia dello spread”. Basta con il rigore e con l’”Europa a trazione tedesca “. È un messaggio inviato soprattutto ai piccoli imprenditori, che si sentono strozzati dalla crisi e dall’euro forte targato Germania. Gran parte del ceto medio, lavoratori dipendenti e autonomi, imputa alla moneta europea la crisi economica, la disoccupazione e l’impoverimento.
Pier Luigi Bersani, segretario del Pd prima di Renzi, voleva “smacchiare il giaguaro”, cioè Berlusconi. Non ci riuscì. L’ex imprenditore rispondeva: “Mi sento come un leone”. E dalle elezioni politiche di un anno fa non uscì un vincitore, ma tre minoranze: centrosinistra, centrodestra e Movimento 5 Stelle. Così prima nacque il governo di larghe intese (centrosinistra e Pdl) guidato da Enrico Letta e poi l’esecutivo di Renzi che conta su due maggioranze (una per il governo e una istituzionale per le riforme con Forza Italia).
Berlusconi nella sua vita ha fatto di tutto. Il suo motto è: “Bisogna sapersi fare concavi e convessi”. Da giovane cantava sulle navi da crociera assieme all’amico Fedele Confalonieri, poi fondò l’impero imprenditoriale della Fininvest e compì il miracolo politico di unificare il centrodestra. Prima con Forza Italia (1994), poi con il Pdl (2007) riuscì a essere l’aggregatore delle frammentate forze moderate italiane (con Fini, Bossi, Casini), portando per la prima volta tutto il centrodestra al governo.
Ma ora Forza Italia (nuova versione del 2013) è in crisi: i sondaggi la danno sotto il 20% dei voti; ha perso dirigenti storici come Alfano, Cicchitto, Tremonti, Bondi, Bonaiuti. Non solo: il centrodestra è di nuovo diviso (Lega, Fratelli d’Italia e vari spezzoni centristi vanno per loro conto), Renzi e Grillo sono agguerriti avversari, Berlusconi è fuori del Parlamento dopo 20 anni ed è affidato in prova ai servizi sociali per aiutare gli anziani. Le difficoltà si sono moltiplicate rispetto al passato. È una corsa ad handicap. Tuttavia l’ex presidente del Consiglio non si spaventa. Potrebbe ottenere voti anche dagli anziani per il suo impegno nei servizi sociali. Ripete spesso: “Mi fa piacere aiutare persone in difficoltà, nella mia vita l’ho sempre fatto”.
Quasi 80 anni, le critiche alle leggi ad personam dei suoi governi, la rottura con Angelino Alfano che ha fondato il Nuovo centrodestra, i guai giudiziari. Alcuni danno l’ex Cavaliere per finito. Si parla di un nuovo bipartitismo Renzi-Grillo, gli effervescenti avversari. Da vent’anni, però, il Cavaliere domina la scena politica italiana dal governo o dall’opposizione. Umberto Scapagnini, un tempo suo medico curante, assicurava: “Berlusconi è tecnicamente quasi immortale”.

Rodolfo Ruocco

TELEVENDITA IN CERCA D’AUTORE

Tappeti, gioielli, orologi, mobili antichi, quadri. E ancora: posate, pentole, materassi, aspirapolvere, pasticche per dimagrire. Nelle televendite si smercia di tutto: prodotti costosi e a buon mercato. Da quando, quasi 40 fa, comparve la televisione commerciale in Italia, venditori e imbonitori corteggiano gli acquirenti dal “vetro magico” del televisore. In genere gli affari prosperano.

Televendita, da tempo questo termine viene usato come un’arma impropria in politica ed è divenuto un tema di scontro anche in questa campagna elettorale per votare il Parlamento europeo. Tutto cominciò con Silvio Berlusconi, inventore della tv commerciale in Italia con le reti Mediaset. Fiorirono ironie ed elogi da quando nel 1994 scese in politica fondando Forza Italia. Sotto accusa è stata ed è la sua arte di grande comunicatore televisivo accompagnata da promesse roboanti. L’ex Cavaliere trasforma la politica in “una televendita”, è stata ed è l’accusa lanciata da molti avversari di sinistra. L’ultima volta accadde nel gennaio 2013. Promise di abolire l’Imu sulla prima casa e di rimborsare “cash” i cittadini di quanto avevano pagato durante il governo di Mario Monti. Fu un’esplosione di attacchi. Fotomontaggi ironici inondarono internet: uno raffigurava il leader del centrodestra con parte del corpo di Wanna Marchi, colei che fu la “regina” delle vendite televisive.

Il grande comunicatore, però, riuscì a conseguire una rimonta insperata nelle elezioni politiche del febbraio 2013. Solo per una manciata di voti, il centrodestra fu battuto dal centrosinistra di Bersani e non spuntò il premio di maggioranza alla Camera. Così “televendita”, nel gergo della lotta politica, è diventata un’accusa bruciante, lanciata dall’interno della sinistra al leader del centrodestra. Un’accusa che veleggia dalla superficialità spericolata alla cattura con l’inganno del voto di elettori affascinati dagli slogan-spot berlusconiani.

Ora, direbbe Dante Alighieri, è arrivata la legge del contrappasso. Dal centrodestra piovono accuse di “televendita politica” sulla testa di Matteo Renzi, segretario del Pd, il maggiore partito del centrosinistra. Il presidente del Consiglio è un grande comunicatore televisivo come il proprietario della Fininvest. Ad innescare le accuse è stata la prima conferenza stampa di Renzi a Palazzo Chigi, quella dei primi di marzo che illustrava a colpi di slides il programma del governo per tagliare le tasse. Il consigliere politico di Berlusconi, Giovanni Toti, ha attaccato per primo: “E’ stata una conferenza stampa choc, si vede che Renzi è cresciuto nell’era televisiva delle televendite e promozioni”. Anna Maria Bernini, a fine marzo ha accusato Renzi di praticare “pubblicità ingannevole” su abolizione delle Province, riduzione delle tasse e riforma elettorale. La vice capogruppo di Forza Italia al Senato ha lanciato una bordata: per ora ci sono stati “solo spot e annunci da televendita”.

Accuse e controaccuse di televendita. Renzi, “uomo nuovo” della politica come vent’anni fa Berlusconi, ai primi di aprile, prendendo spunto dal comico Maurizio Crozza, ha ironizzato su tutto: “Crozza fa molto bene il venditore della televendita…E mi ha dato pure un paio di idee”.

Televendita, sempre televendita. Renato Brunetta a metà aprile ha attaccato ancora il presidente del Consiglio perché “vuole comprarsi il consenso” alle elezioni europee con il decreto per mettere in busta paga 80 euro in più, ma mancano le coperture finanziarie. E’ seguito l’affondo del capogruppo di Forza Italia alla Camera: “La televendita delle illusioni fa male al nostro Paese”, è ora “di dire basta a questa televendita”.

Beppe Grillo utilizza web, tv e giornali per comunicare. Ha alle spalle la grande esperienza di uomo di spettacolo, ancora nei giorni scorsi è tornato a calcare il palcoscenico come attore comico. Non ha pronunciato il termine televendita, ma ha usato parole simili e più pesanti per attaccare il giovane “rottamatore” del Pd. Il leader dei cinquestelle sul suo blog ha scritto: “Mentre in campagna elettorale Renzi promette 80 euro, una mancia miserabile, un voto di scambio politicomafiosomassonico con cui comprare voti, il debito pubblico aumenta ogni mese”.

Renzi ha respinto le accuse di televendita come “bufale a go-go”. Il 18 aprile, al Consiglio dei ministri, ha varato il decreto legge per mettere in busta paga 80 euro tagliando l’Irpef agli stipendi medio-bassi e per ridurre l’Irap alle imprese del 10%. Si è avvalso di 10 twits per esporre in una conferenza stampa a Palazzo Chigi tutti i provvedimenti. Ha precisato: sono tagliate le tasse sul lavoro con “misure strutturali”, ci sono le coperture finanziarie, non ci saranno nuove imposte e sarà ridotta la spesa pubblica. Ha polemizzato: ecco le risposte a chi parlava di “una televendita…”. Ha commentato: alla faccia “dei gufi e dei rosiconi”.

C’è un mago della televendita politica? Chi è il grande comunicatore televisivo? La campagna elettorale per le elezioni europee è in piano svolgimento. Tanti personaggi in cerca d’autore.

BIPARTITISMO FIRMATO GRILLO

Più su, sempre più su. In alto sempre più in alto nel firmamento elettorale. Beppe Grillo vuole scalare la vetta delle elezioni europee del 25 maggio. Il Movimento 5 Stelle sarà primo, almeno è questo il traguardo, sulla cima del voto europeo. Intende superare il Pd di Matteo Renzi e Forza Italia di Silvio Berlusconi.
Grillo progetta un mese di campagna elettorale scoppiettante. L’anticipo si è già visto nei giorni scorsi: sortite ad effetto su web, tv e piazze. E’ anche piombato alla Camera annunciando in una conferenza stampa: “Il 25 maggio cambierà la storia di questo Paese. Questo Paese sta venendo giù, è sfasciato, sta franando. Noi siamo pronti a prenderlo, a prendere le macerie”. Un occhio è alle piazze affollate e un altro ai sondaggi elettorali. Le rilevazioni elettorali lo confortano: attribuiscono al M5S oltre il 20% dei voti, subito dopo il Pd (oltre il 30%) e sopra Forza Italia (sotto il 20%).
Ma si può fare di più. Il leader dei cinquestelle ha citato l’Italicum, la proposta di riforma elettorale per le politiche con premio di maggioranza ed eventuale ballottaggio. Renzi, ha argomentato Grillo, l’ha fatta “insieme a Berlusconi, ma ora non la vogliono più fare. Hanno capito che al ballottaggio ci va il Movimento 5 Stelle”. Cioè, alla fine, se si andasse al ballottaggio tra le due forze con più voti, i cinquestelle potrebbero piazzarsi o primi o secondi.
Il colpaccio potrebbe riuscire. Il malessere sociale provocato dalla grave crisi economica italiana è forte. Tasse, disoccupazione, precariato, imprese che chiudono i battenti. Una ripresa economica esile, dopo oltre cinque anni di recessione, stenta a decollare. La crisi ha messo in ginocchio lavoratori, imprenditori, pensionati, professionisti, commercianti e giovani in fuga all’estero. Gli scandali e la crisi di credibilità dei partiti tradizionali hanno inferto un ulteriore colpo mortale alla Seconda Repubblica.
Grillo punta sulla protesta sociale, vuole pescare voti a sinistra e a destra. Pratica una opposizione totale a Renzi, presidente del Consiglio e segretario del Pd. Spera in un referendum tra lui e il giovane “rottamatore” del vecchio gruppo dirigente del Partito democratico. Se andasse benissimo potrebbe vincere sbaragliando tutti, se andasse bene si piazzerebbe secondo, imponendo un inedito bipartitismo tra centrosinistra e cinquestelle. Il M5S, già nelle elezioni politiche del febbraio 2013, da niente è riuscito a diventare il primo partito italiano con il 25% dei voti, battendo il Pd e il Pdl che sono riusciti a superarlo in numero di parlamentari solo grazie ai rispettivi alleati di centrosinistra e di centrodestra.
“Sono un comico”, precisa Grillo e ricorda di essere tornato a calcare con successo il palcoscenico dei teatri. E’ molto soddisfatto del suo lavoro. Qualche anno fa si è definito uno straordinario comico, il migliore. Da anni è anche un leader politico, che attaccava e attacca tutto e tutti: “Sono orgoglioso di essere un populista”. Offese e sberleffi non mancano. Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, “non è saggio, ma cattivo”. Berlusconi è uno “psiconano”, un “condannato”. E’ stato messo “mezza giornata alla settimana ai servizi sociali per aver evaso? E’ un affare”. Renzi è “l’ebetino di Firenze che copia il nostro programma”. E’ “un pagliaccetto”, “un ragazzotto” messo a guidare il governo dai poteri forti succubi della Germania. Laura Boldrini, presidente della Camera, è “una dilettante allo sbaraglio”. Attacca i giornalisti: “Non avallate più le menzogne. Rischiate qualcosa, rischiate anche il posto”. Ultimamente ha sorvolato sul problema dei dissidenti cinquestelle che contestano la mancanza di democrazia interna e il suo autoritarismo e, con queste accuse, diversi parlamentari hanno lasciato i gruppi del M5S del Senato e della Camera.
Da qui alle elezioni europee può succedere di tutto. Può arrivare un bipartitismo firmato Grillo. Renzi può vincere sotto la bandiera del grande innovatore, realizzando “le riforme strutturali” annunciate per superare la crisi, restituendo fiducia e speranza al ceto medio impaurito e impoverito. Berlusconi, azzoppato sul piano giudiziario, potrebbe ricompattare Forza Italia e tornare ad essere il “campione” anti tasse di una volta. L’ex Cavaliere dato più volte per finito, per vent’anni è riuscito a risalire a china e a risorgere. Un dato è certo: già alle elezioni politiche dell’anno scorso il bipolarismo della Seconda Repubblica è morto ed è nato il tripolarismo tra centrosinistra, centrodestra e cinquestelle. Ora bisogna vedere se il processo maggioritario andrà ancora avanti, se nascerà una Terza Repubblica bipartitica e chi saranno i protagonisti. L’ex presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, avvertiva nel 2005: “La politica ha fantasia più grande dei suoi protagonisti”.

Rodolfo Ruocco

Duello nel PD sulla deriva a destra

Punture di spillo, affondi di fioretto e colpi di mortaio. Il campo di battaglia è sulla “deriva di destra”. La minoranza del Pd contesta Matteo Renzi su un doppio piano: il programma del governo e la gestione del partito. Il presidente del Consiglio e segretario del Pd replica per le rime. Così, in parte sottotraccia e in parte in modo palese, si è aperto un nuovo braccio di ferro all’interno del Partito democratico, durante la campagna elettorale per le elezioni europee del 25 maggio.

Proprio quando sembrava ormai incontrastata la leadership di Renzi, nel Pd si sono surriscaldati i toni. E’ apparsa la più terribile delle accuse che si possa lanciare all’interno della sinistra: “Sbandi a destra!”. Un tempo era la premessa delle scissioni nel Pci e nel Psi. Il primo ad usare la parola “destra” nel Pd, come arma contundente, è stato Stefano Fassina a metà marzo. L’esponente della minoranza di sinistra dei democratici, ex vice ministro dell’Economia, ha puntato il dito contro il progetto di maggiore flessibilità del lavoro avanzato dal governo: “La proposta sul lavoro è la proposta della destra, di Sacconi e di Forza Italia”.

L’altro giorno ha rincarato la dose Gianni Cuperlo, leader della sinistra interna. L’ex presidente del Pd ha accusato in una riunione della minoranza: “Se sbagliava la destra a introdurre norme rischiose sul fronte dei diritti di chi lavora, quelle norme sono diventate di colpo giuste quando a proporle siamo noi”. Massimo D’Alema, sostenitore di Cuperlo, è tornato a farsi sentire attaccando la subalternità a Silvio Berlusconi: l’Italicum, la riforma elettorale “pare congegnata per mettere la destra attorno a Berlusconi”. Il leader storico del Pci-Pds-Ds-Pd, “rottamato” da Renzi, ha indicato la necessità d’impegnarsi per evitare la “morte” del Partito democratico. L’ex segretario del Pds-Ds ed ex presidente del Consiglio ha anche attaccato la gestione del Pd: “Ho l’impressione che stia diventando un comitato elettorale di Renzi”.

Ma il presidente del Consiglio va avanti dritto sulla strada di “cambiamenti radicali”, di “riforme storiche” per sconfiggere la crisi economica ed istituzionale italiana. Aprendo la campagna elettorale per il voto europeo del 25 maggio, ha ribaltato sulla minoranza del partito le accuse di mutazione genetica a destra: “La sinistra che non cambia si chiama destra”. Ha lanciato un nuovo appello all’unità interna: “Il Pd non perda tempo a litigare al suo interno, ma lavori per cambiare l’Italia”.

Il Pd sembra quasi vivere un’aria di congresso permanente. Quello vero è stato vinto da Renzi lo scorso dicembre, quando ottenne la grande maggioranza di voti nelle elezioni primarie per la segreteria democratica (Cuperlo non arrivò al 20% dei voti e Civati non raggiunse il 15%). Lorenzo Guerini, stretto collaboratore di Renzi, vicesegretario del Pd, ammonisce: il congresso “ha scelto Matteo come leader: i tentativi di ribaltare questa vittoria sono sbagliati”. Aggiunge: “Il dibattito è un elemento positivo, a patto che ci sia lealtà”. Cuperlo smorza e rilancia: “Il congresso è finito, Renzi è il nostro leader e il nostro premier”, ma “sbaglia quando liquida ogni critica come conservazione”.

Il presidente del Consiglio e segretario del Pd punta a vincere le elezioni europee arrivando almeno al 30% dei voti, sconfiggendo Berlusconi e il sempre più temibile Beppe Grillo. Perciò cerca di presentare agli elettori risultati positivi. Ha portato a casa la legge sul riordino degli enti locali, premessa per l’abolizione delle Province (“Abbiamo detto basta a tremila politici nelle Province”). Entro maggio, in particolare, vuole il disco verde del Parlamento (almeno un primo sì)ad importanti riforme: del lavoro, del fisco, della legge elettorale (è stata già votata dalla Camera) e del Senato.

Non sarà facile. C’è da fare i conti con le critiche di Berlusconi alle prese con i suoi guai giudiziari e con la crisi di Forza Italia, con le riserve dei partiti minori della maggioranza, con l’opposizione frontale del Movimento 5 Stelle. Il presidente del Consiglio deve anche vedersela con i dissidenti del Pd, il suo partito. Cuperlo ha avvertito: “Non possiamo votare qualsiasi cosa”.

Il giovane segretario “rottamatore” del vecchio gruppo dirigente del Pd è convinto di farcela, ricompattando maggioranza istituzionale comprendente Berlusconi, quella politica in sostegno del governo e il Pd. Ha sottolineato: sulla riforme, in particolare quella del Senato,”mi gioco tutto”; “non solo il governo. Io mi gioco tutta la mia storia politica”.

Giorgio Gaber, nella confusione di identità e di programmi politici in Italia,cantava: “Ma cos’è la destra, cos’è la sinistra”. Il caustico cantautore milanese, un poeta irregolare di sinistra, ironizzava: “Fare il bagno nella vasca è di destra, fare la doccia invece è di sinistra, un pacchetto di Marlboro è di destra, di contrabbando è di sinistra”.

Rodolfo Ruocco

Scelta Civica cerca medici

La Seconda Repubblica non porta fortuna ai partiti centristi. I flop centristi sono arrivati a valanga negli ultimi vent’anni, il bipolarismo formato da centrodestra e centrosinistra ha fatto una strage. Anche Scelta Civica, l’invenzione centrista di Mario Monti, rischia di fare una brutta fine.

Da mesi è scossa da una forte crisi. Monti annunciò “le dimissioni irrevocabili” da presidente di Scelta Civica lo scorso ottobre e il partito centrista subì una scissione: da una parte i cattolici di Dellai alleati con l’Udc di Casini e dall’altra i liberaldemocratici, un tempo vicini a Montezemolo. Al  posto del senatore a vita subentrò Alberto Bombassei. Ma l’altro giorno si è dimesso anche Bombassei lamentando: manca lo spirito della nascita. L’ex colonna della Confindustria, proprietario della Brembo, una importante azienda che produce freni per le più grandi case automobilistiche del mondo, ha indicato il rischio di perdere “la terzietà” rispetto alle coalizioni di destra o di sinistra.

Ora Scelta Civica cerca di “guarire” le gravi ferite.  Stefania Giannini, segretaria di Scelta Civica e ministra della Pubblica istruzione,  ha espresso  “un forte rammarico” per  le dimissioni di Bombassei. Ha suonato l’allarme ed ha invitato tutti a impegnarsi per le riforme e per l’Europa. Andrea Romano, capogruppo alla Camera, ha insistito sulla  necessità di seguire la rotta liberaldemocratica. Scelta Civica, in una convention a Milano, discute su programmi e liste di candidati per le elezioni europee del 25 maggio. I centristi montiani cercano “medici” e “medicine” contro le gravi ferite e per battere temibili populismi. E’ una impresa difficile. Vari sondaggi elettorali indicano il pericolo della scomparsa dei centristi montiani: gli attribuiscono poco più del 2% dei voti, una cifra lontana dalla soglia di sbarramento del 4%.

Monti fondò Scelta Civica nel gennaio 2013, poco più di un anno fa, con grandi ambizioni. L’economista bocconiano, ex presidente del Consiglio del governo tecnico, voleva dare vita a un grande partito liberale di massa, l’impresa nella quale aveva fallito Silvio Berlusconi. Aggregò forze cattoliche (Dellai e Olivero), spezzoni dissidenti del Pdl (Mauro), professionisti e imprenditori (vicini a Montezemolo) e si alleo con l’Udc (Casini).  Le elezioni politiche del febbraio 2013 non andarono bene: Scelta Civica ottenne il 10% dei voti, la metà di quelli ipotizzati. Le battaglie su rigore e sacrifici non fecero breccia tra gli elettori e Scelta Civica si classificò solo al quarto posto: dopo il centrosinistra (Bersani), il centrodestra (Berlusconi) e il M5S (Grillo).

I centristi hanno sempre fatto flop in venti anni di Seconda Repubblica, basata su sistemi elettorali maggioritari. Molteplici tentativi sono falliti. Nel 2012 s’inabissò il Terzo polo formato da Udc (Casini), Fli (Fini) ed Api (Rutelli).  Nel 2001 Sergio D’Antoni (ex segretario della Cisl) e Giulio Andreotti (per sette volte presidente del Consiglio nella Prima Repubblica) si presentarono alle elezioni sotto le bandiere di Democrazia europea (De) e fu un fiasco.. Ambivano a formare “il Terzo polo”, accanto al centrodestra e al centrosinistra. Ma per la lista centrista d’ispirazione democristiana fu un disastro. Giulio Andreotti, parlando al Senato sulla riforma dell’ordinamento giudiziario nel gennaio 2005, disse tra il serio e il faceto: “Non siamo né carne né pesce, ma esistono anche le uova”. In politica, almeno in Italia, non sembra più esistere l’”uovo centrista”.

Rodolfo Ruocco

Corsa ad ostacoli di Renzi

Matteo Renzi guida il governo da un mese e mezzo e il Pd da quattro mesi. Poco, pochissimo tempo, ma vuole “correre” per cambiare l’Italia.”Correre” per fare le riforme economiche e costituzionali, “correre”  per combattere la crisi economica, “correre pancia a terra” per vincere le elezioni europee del 25 maggio.

Il presidente del Consiglio e segretario del Pd ha un occhio attento verso il ceto medio in crisi e gli imprenditori. Promette 80 euro in più al mese in busta paga per i lavoratori che guadagnano fino a  1.500 euro. Annuncia più flessibilità nel mercato del lavoro (in particolare per i contratti a termine) e il taglio del 10% dell’Irap (Imposta sulla attività produttive) alle imprese. L’obbiettivo è di combattere la disoccupazione di massa arrivata alla cifra record del 13%  (addirittura oltre il 40%

tra i giovani).

 

La lista degli impegni è lunga: riforma delle elezioni politiche, del Senato, delle autonomie locali, della giustizia, del fisco, della burocrazia, della politica (competenze precise e taglio dei costi).  Riforme “storiche”, le ha definite, per agganciare la ripresa economica, rendere competitivo il sistema produttivo italiano e svecchiare l’impolverata macchina della pubblica amministrazione.

 

Ma le difficoltà  davanti alla “corsa” di Renzi sono molte.  La crescita italiana è inferiore perfino a quella della disastrata economia greca, la disoccupazione potrebbe restare alta, i paletti europei sui conti pubblici sono pesanti.  Forza Italia, componente della maggioranza istituzionale per le riforme, scalpita e attacca la riforma del Senato. I partiti minori della maggioranza politica puntano i piedi contro l’Italicum, la riforma elettorale basata sull’intesa Renzi-Berlusconi, perché temono di essere strozzati dai raggruppamenti maggiori. La minoranza del Pd critica la riforma del Senato non perché ne ridimensiona il ruolo e ne dimezza i componenti (e abolisce i compensi), ma perché Palazzo Madama in futuro non sarebbe più eletto dai cittadini, bensì composto dai governatori, dai consiglieri regionali e dai sindaci.  Beppe Grillo, confermando una opposizione totale ed antisistema, accusa Renzi di aver copiato il programma anti Casta del M5S.

 

Ma il giovane “rottamatore” del vecchio gruppo dirigente del Pd va avanti dritto. Replica alle critiche: il governo mantiene tutti gli impegni “alla faccia dei gufi”. Nei giorni scorsi ha avvertito: “O facciamo le riforme o non ha senso che gente come me sia al governo”. Ha sottolineato: la sfida è tra chi lavora per cambiare l’Italia e “un esercito di gufi e di rosiconi”. Traduzione: la sfida è tra riformatori e conservatori.

 

Velocità, innovazione, discontinuità sono le parole chiave. Una strada complicata per Renzi. Il grande economista John Maynard Keynes avvertiva: “Nel medio periodo saremo tutti morti”.