Unioni civili scuotono il Pd

Più si avvicina l’appuntamento più si allarga il solco nel Pd: una minoranza sempre più consistente dice no alle unioni civili. Si tratta e si cerca una mediazione prima del 28 gennaio, quando il disegno di legge di Monica Cirinnà, Pd, andrà all’esame dell’aula del Senato. Matteo Renzi deve affrontare la sollevazione di gran parte dei parlamentari cattolici contro la riforma.  È un triplo fronte caldo: 1) c’è la rivolta del Nuovo centrodestra di Angelino Alfano, il primo alleato di governo; 2) esiste la contestazione all’interno dello stesso Partito democratico; 3) ci sarebbero i dubbi di Sergio Mattarella.

La questione è antica: il riconoscimento ai conviventi di fatto, sia omosessuali sia eterosessuali, dei diritti di una coppia sposata (come il subentro in un contratto di affitto e la pensione di reversibilità). Uno dei punti centrali dello scontro è la cosiddetta “stepchild adoption”, una espressione inglese per indicare la possibilità di adottare il figlio biologico del compagno.

Le critiche dei vescovi italiani alla riforma fanno presa. Crescono le adesioni al Family day, la manifestazione di piazza del 30 gennaio prossimo contro il testo Cirinnà, alla quale si contrappongono analoghe iniziative delle associazioni gay (il 23 gennaio ci sarà quella dell’Arcigay). I cattolici del Nuovo centrodestra contestano il progetto e soprattutto la possibilità di adottare un bambino da parte di una coppia omosessuale. Critiche simili solleva una parte dei cattolici del Pd: il 30 gennaio parteciperanno anche loro al Family day. Giuseppe Fioroni, deputato Pd cattolico, ex Margherita-Ppi-Dc, ha annunciato: «Parteciperò al Family day. L’ho già fatto nel 2007 quando ero ministro e a maggior ragione lo faccio ora. L’etica non si prende con la tessera di partito, né con il programma di governo».

Ma anche una parte dei parlamentari laici dei democratici la pensa in modo analogo. Giuseppe Lauricella ha firmato il documento dei colleghi cattolici del partito argomentando: «Socialista, riformista e laico, sì. Scriteriato, no». Ha invitato a guardare ai contenuti evitando gli schematismi ideologici. Ha proposto di approvare il testo sull’equiparazione dei diritti stralciando il tema delle adozioni. Ha bocciato «il tentativo subdolo» di aprire la strada all’“utero in affitto”, condannata perché «è un’aberrante violenza alla natura e soprattutto alla dignità delle donne-affittuarie, sia se richiesto da una coppia etero, sia omo». I senatori democratici di matrice laica Vannino Chiti, Stefania Pezzopane e Linda Lanzillotta la pensano in modo analogo a Lauricella e ad un’altra trentina di colleghi a Palazzo Madama, dell’anima cattolica del partito.

Ma non è tutto. Anche il presidente della Repubblica Mattarella avrebbe dei dubbi sull’eccessiva equiparazione tra i diritti delle coppie sposate e quelle di fatto. Una sentenza della Consulta del 2010 precisò, a proposito del matrimonio, che la Costituzione stabilisce che i coniugi siano «persone di sesso diverso». Pino Pisicchio, presidente del Gruppo Misto della Camera, cattolico ex sinistra Dc, ha considerato «sbagliata la guerra di religione sulle unioni civili» ma ha ritenuto «giusto farsi carico delle preoccupazioni relative alla coerenza del provvedimento con la norma costituzionale già richiamata dalla sentenza della Consulta del 2010».

Il governo starebbe pensando a delle modifiche al disegno di legge Cirinnà. Tuttavia la firmataria della riforma, Monica Cirinnà, ha confermato a ‘la Repubblica’: «Non c’è alcuna equiparazione e non c’è niente da cambiare nel testo».

Il Pd ha perso “pezzi” a sinistra (Stefano Fassina, Pippo Civati, Sergio Cofferati) quando si sono votate in Parlamento le riforme economiche ed istituzionali del governo, adesso potrebbe accadere altrettanto per il voto sulle unioni civili tra i senatori e i deputati cattolici. Il presidente del Consiglio e segretario democratico deve fare attenzione sia alla tenuta del governo sia a quella del Pd. Se affondasse ogni nuova mediazione, la soluzione è già stata indicata: libertà di coscienza e di voto all’interno della coalizione di governo e “maggioranza trasversale” per approvare la riforma. Renzi punta ad una convergenza con le opposizioni: M5S, Sinistra italiana, ala laica di Forza Italia (Stefania Prestigiacomo, Mara Carfagna) insofferente verso il no di Silvio Berlusconi alle unioni civili.

Il peso del Vaticano si sente. Pacs (Patti civili di solidarietà), Dico (Diritti e doveri delle persone stabilmente conviventi), Didore (Diritti e doveri si reciprocità dei conviventi) sono tra gli astrusi acronimi, ideati e dimenticati, per proporre una riforma mai attuata. Da trent’anni si trascina senza esito il problema del riconoscimento dei diritti alle coppie di fatto. A porre per prima il problema in Parlamento fu Agata Alma Cappiello: la deputata socialista presentò una proposta di legge nel lontano 1988.  Berlusconi si barcamenò quando fu a Palazzo Chigi alla guida di esecutivi di centrodestra, mentre il secondo governo di Romano Prodi, 2006-2007, presentò un disegno di legge criticato, per motivi opposti, sia dalle manifestazioni cattoliche del “Family day” sia da quelle delle associazioni gay. Poi crollò la maggioranza di centrosinistra che sosteneva Prodi e non se ne fece più niente.

I costumi di vita sono cambiati tumultuosamente e i diritti civili non si sono adeguati. Il problema è esploso negli ultimi anni: in Italia sono oltre 900 mila (dati Istat) le coppie di fatto che non vogliono o non possono sposarsi. In tutti i paesi sviluppati dell’Europa occidentale e centrale sono stati riconosciuti i matrimoni gay o le unioni civili.

L’Italia è rimasta la sola nazione, tra quelle avanzate, a non riconoscere diritti alle coppie conviventi. Disuniti sulle unioni civili. Finora tutte le maggioranze si sono sfaldate su questa riforma.  Ma Renzi vuole giocare la carta della libertà di voto e della “maggioranza trasversale”, non intende mollare la presa. Punta ad affrontare e vincere la battaglia al Senato, compresa quella sugli insidiosi voti segreti. Nei giorni scorsi  ha assicurato: «Sarà il voto segreto a definire le scelte. Quel che è certo è che nel giro di qualche settimana avremo finalmente una legge attesa da decenni».

Referendum di Renzi su di sé

Successo o sconfitta. Nel 2016 si giocherà la sorte del governo e dello stesso Matteo Renzi. Sono tanti gli scogli sulla navigazione del presidente del Consiglio e segretario del Pd: i timori per la tenuta dei conti della banche e le paure dei risparmiatori, la debole ripresa economica e dell’occupazione, le troppe tasse, l’ombra di una nuova recessione targata Cina, la corruzione pubblica, i miasmi dello smog, il fiume di immigrati, il terrorismo islamico.

Renzi dà battaglia e canta vittoria contro gli attacchi e le previsioni pessimiste delle opposizioni, dei sindacati e di una parte delle stesse minoranze di sinistra del Pd: le riforme strutturali sono state realizzate o si stanno realizzando, l’Italia non ha fatto “flop” nel 2015 e i “gufi” sono stati smentiti.

Ma all’appello mancano altre riforme importanti e migliori risultati: il riconoscimento dei diritti nelle unioni civili, il taglio delle imposte sui redditi personali e da impresa, un deciso aumento dell’occupazione e il varo definitivo della revisione costituzionale (dopo il voto della Camera l’11 gennaio, è atteso subito dopo quello del Senato).

A giugno ci sarà l’importante test delle elezioni amministrative. Si voterà per eleggere i nuovi sindaci di Roma, Milano, Torino, Napoli, Bologna, Cagliari. Le opposizioni picchiano duro, parlano di un «Paese impoverito e in declino» danneggiato dall’euro e dall’Unione europea a trazione tedesca, definiscono Renzi “un abusivo” ed indicano “una deriva autoritaria”. Il presidente del Consiglio ha respinto le accuse: «Il Paese è solido e stabile, si rimette in moto». È ottimista: la disoccupazione diminuisce all’11,3% da quasi il 13% e «l’Italia riparte dal lavoro»; «l’indice di fiducia dei consumatori e degli imprenditori è altissimo. Un anno fa era venti punti più basso.
Stiamo migliorando tutto quello che può essere migliorato».

Sta cercando candidati ed alleanze credibili per vincere la sfida dei sindaci, superando le difficoltà apertesi nelle varie città, in testa Roma. Deve poi fare i conti con i sondaggi elettorali che, a livello nazionale, danno il Pd in forte discesa di consensi dal 40,8% dei voti ottenuti alle europee del 2014, ed ora è tallonato soprattutto dalla rimonta del M5S mentre il centrodestra è diviso su quale leadership scegliere dopo l’offuscamento della “stella” di Silvio Berlusconi.

Renzi ha smentito ogni valenza politica alle elezioni amministrative e, comunque, sta preparando una carta di riserva da usare: il referendum previsto ad ottobre con il quale i cittadini dovranno dire sì o no alla riforma costituzionale del governo. Ha avvertito: «Se perdo il referendum costituzionale, ritengo chiusa la mia esperienza politica». Ha aggiunto: «Io sto facendo il presidente del Consiglio, è il mio ruolo ultimo come personaggio pubblico». In sintesi: si giocherà tutto, ha trasformato la consultazione popolare sulla revisione costituzionale in un referendum su se stesso. Sfida la bocciatura e confida in una promozione dei cittadini. Sia la di vittoria di Renzi sia la sconfitta potrebbero aprire la strada, per motivi opposti, alle elezioni politiche anticipate.

La riforma costituzionale, già votata e modificata più volte dal Parlamento, mira a superare il bicameralismo paritario, riducendo il numero e le competenze dei senatori e riservando quasi tutti i compiti legislativi a Montecitorio. Le opposizioni contestano la riforma perché, abbinataall’Italicum (la nuova legge elettorale maggioritaria per le politiche), concentra troppi poteri nelle mani del presidente del Consiglio, così da trasformarlo in “un uomo solo al comando” con gravi rischi per la democrazia.

Renzi ha replicato: nessun rischio per la democrazia, decidono gli elettori. Ha citato il caso della Spagna, che non riesce a produrre un governo dopo le elezioni politiche per l’assenza di una maggioranza. Ed ha commentato: l’Italicum «è stato un capolavoro» perché subito dopo il voto si saprà chi avrà vinto le elezioni e potrà governare.

Marianetti: “Io c’ero”

I precursori in politica spesso hanno poca fortuna. Agostino Marianetti, familiarmente chiamato Dino, è stato un anticipatore: propose il reddito di cittadinanza e la riduzione delle preferenze alle elezioni politiche ad una, massimo due (nelle circoscrizioni elettorali più grandi ne erano permesse fino a quattro).  Presentò due proposte di legge nel lontano 1988. Allora era deputato e responsabile organizzativo del Psi. La prima riforma è rimasta al palo ed è diventata il cavallo di battaglia di una analoga idea del M5S; la seconda invece fu realizzata nel 1991 con il referendum di Mario Segni sulla preferenza unica, che diede il là alla fine della Prima Repubblica. Più preferenze servivano ad aumentare i consensi al partito e il deputato socialista trovò un muro contro la proposta di tagliarle per combattere le degenerazioni della politica e il clientelismo. Bettino Craxi «si schierò, piuttosto duramente, contro questa mia iniziativa» e «anche i comunisti si schierarono decisamente contro» scrive Marianetti in Io c’ero, un libro “Edizioni l’Ornitorinco”. La storia non si fa con i se, tuttavia «so cosa avvenne anche a causa della decisione di contrapporsi. E non è una storia felice». Marianetti, 75 anni, è rimasto sconvolto dalla cancellazione del Psi dopo Tangentopoli. In 264 pagine sofferte ripercorre la storia della sua vita, della fine del Partito socialista, della sinistra italiana, della Prima Repubblica. In «Io c’ero e c’ero da socialista» parla di lavoro, fabbriche, ideali, coraggio, sindacato, Psi. È un socialista riformista convinto, non pentito. Racconta la storia di un socialista unitario a sinistra, ma non subalterno del Pci. Molti politici parlano di operai senza aver idea di un’officina, lui ha lavorato in tuta blu e la famiglia è operaia. Lorenzo, il padre operaio socialista alla Bombrini Parodi Delfino (B.P.D.) di Colleferro, è licenziato per aver occupato la fabbrica con altri lavoratori negli anni Cinquanta.

Piccolissimo, si dà da fare. A 11 anni va a lavorare dalle 6 alle 8 del mattino in un bar del suo paese per aiutare la famiglia e poi va a scuola, a 16 anni è operaio alla B.P.D., a 18 entra nella segreteria provinciale della Federazione metalmeccanici della Cgil (Fiom) di Roma, a 20 nella segreteria della Camera del lavoro della capitale. La bussola è la difesa del lavoro e dei lavoratori. Fatme, Apollon, Voxson, Autovox. Ripercorre le traversie delle fabbriche romane grandi e piccole. Vertenze sindacali, scioperi, ristrutturazioni, picchettaggi, assistenza contrattuale ai lavoratori, comizi e arresti negli anni del boom economico. Scrive per le pagine sindacali e politiche dell’Avanti!. Nel 1964 è nel mirino dei golpisti del Piano Solo e il suo nome compare nella lista degli “enucleandi”, cioè gli esponenti della sinistra da arrestare e confinare in Sardegna a Capo Marrargiu, in caso di colpo di Stato. Si fa apprezzare: a 31 anni entra nella segreteria nazionale della Cgil in quota socialista (circa il 62% dei dirigenti era comunista, il 33% socialista e il resto apparteneva alla cosiddetta “terza componente” (nell’ultima fase Dp). A 32 anni è eletto segretario generale aggiunto della Cgil “all’unanimità”, grazie anche al sostegno e alla stima di Luciano Lama. Con Lama si capiscono al volo e lavorano in tandem: uno è il riformista del Psi e l’altro del Pci, combattono la demagogia e il massimalismo operaista e puntano a difendere i lavoratori attraverso i contratti (trattando con la Confindustria) e il diritto alla casa, all’istruzione e alla sanità (negoziando con il governo). Dell’amico Lama non sopporta una sola cosa: quando pulisce la pipa al tavolo delle riunioni in Cgil prima di parlare e lui, lì accanto, patisce odori non proprio piacevoli di tabacco consunto. L’Italia va avanti: Statuto dei lavoratori, pensioni sociali e per i lavoratori, scuola di massa, sanità universale e gratuita, varo delle regioni, divorzio, investimenti pubblici. Affronta comizi di 100 mila persone parlando a braccio, combatte per l’unità sindacale con Cisl e Uil, rischia la vita negli “Anni di Piombo” del terrorismo rosso e nero.

Nel 1984 firma l’intesa assieme a Cisl e Uil per il Patto anti inflazione con il governo Craxi: arriva anche il consenso sofferto di Lama, poi però bloccato dal disco rosso di Enrico Berlinguer. Il segretario del Psi gli propone d’impegnarsi nel “Progetto socialista” di riforme per rinnovare l’Italia ed è eletto deputato a Roma subito dopo lo stesso Craxi, capolista. Uguaglianza, riforme, etica pubblica sono le sue bandiere. La tempesta di Tangentopoli, però, nel 1992-1993 travolge il Psi e la Prima Repubblica. Non sopporta falsità e ipocrisie. Turati, Nenni, Saragat, Craxi. Rivendica una «storia di popolo, di militanti, di elettori; storia della migliore Italia prefascista e della migliore Italia repubblicana». Scrive questo libro in difesa del Psi, dei suoi cento anni di storia, dei sacrifici di decine di migliaia di militanti  che «hanno lasciato un’impronta rilevante» nel costruire un’Italia libera, democratica, laica, progredita, più equa, abbattendo tante disuguaglianze e steccati classisti. Racconta mille episodi diversi: le telefonate brusche e affettuose di Sandro Pertini; il rapporto di stima, ma non idilliaco, con Craxi; la cena con Berlinguer, organizzata da Lama per attenuare lo scontro per la supremazia a sinistra tra socialisti e comunisti, che non approda ad alcun risultato. Racconta della generosità di Mario Marta, un compagno ed amico socialista della Camera del lavoro di Roma, che lesinava il tempo delle dialisi per i tanti impegni di sindacalista. Dal passato al presente. Da tempo è fuori dalla politica, è a casa, alla “finestra” e giudica “sofferente” la democrazia italiana. Precisa: negli ultimi 25 anni «è come se alle riforme mancasse un’anima morale e politica». Vede “un deficit” di democrazia nella Seconda Repubblica, scossa dalla crisi economica e dalla corruzione pubblica: i governi della Prima Repubblica avevano ben oltre il 50% dei voti e i votanti erano oltre l’80%, oggi gli esecutivi navigano con appena il 30% dei voti grazie al premio di maggioranza elettorale e alle urne va poco di più del 50% degli italiani. Ora ha il corpo martoriato dalla malattia, ma si è fatto forza, ha seguito le sollecitazioni a scrivere di Ugo Intini, ex direttore dell’Avanti!. Ha sofferto per le imputazioni contro di lui di Mani pulite, per le accuse «montate su carta copiativa». Presenta in una sala affollata e commossa al centro di Roma Io c’ero. È presente e applaude un frammento dell’antica comunità socialista, annichilita e dispersa. Marianetti scrive contro «il totale oltraggio, il fango, la ‘tabula rasa’, la cancellazione» del popolo socialista.

Renzi affronta l'”assedio”

Un diluvio di accuse da sinistra e da destra. Il bersaglio è Matteo Renzi. Le opposizioni e anche le minoranze del Pd non danno tregua. Gli attacchi e le contestazioni riguardano tutti i principali impegni del governo: il crac di quattro banche con il dissolvimento dei risparmi di migliaia di piccoli risparmiatori, le mozioni di sfiducia parlamentari delle opposizioni contro il “conflitto d’interessi” del governo e della ministra delle Riforme Maria Elena Boschi (figlia dell’ex vice presidente della Banca Etruria, uno degli istituti di credito dissestati).

Il presidente del Consiglio e segretario democratico ha tanti fronti aperti: la valanga degli immigrati, le misure di sicurezza contro il terrorismo islamico, la disoccupazione, la debole ripresa economica, i servizi dello Stato sociale tagliati, Mafia Capitale (l’inchiesta sulla corruzione pubblica che ha colpito anche esponenti del Pd di Roma), gli irrequieti gruppi parlamentari della maggioranza (i “franchi tiratori” della sinistra del Pd e centristi da un anno impediscono l’elezione dei tre nuovi giudici costituzionali da parte del Parlamento). E ancora: la revisione costituzionale, la riforma della Rai, il riconoscimento dei diritti delle unioni civili.

Renzi è nell’occhio del ciclone. Le accuse sono pesantissime. Per Silvio Berlusconi il presidente del Consiglio e segretario del Pd «è abusivo» e «il governo è illegittimo». Il presidente di Forza Italia lo ha bollato come «un uomo solo al comando» e l’Italia rischia «un regime». Il presidente di Sel Nichi Vendola ha attaccato: «Il centrosinistra è morto, l’ha ucciso Renzi che governa con pezzi della destra». Beppe Grillo, fondatore del M5S, lo ha considerato via via «un burattino», «un ebetino», «un personaggetto», «un moralmente ritardato». Al presidente del Consiglio ha imputato pure dei «colpi di Stato».

Anche la sinistra del Pd non è tenera con il suo premier e segretario. Roberto Speranza ha sparato contro il partito sempre più «una sommatoria di comitati e potentati elettorali» e in molte città «le porte girevoli del trasformismo sono spalancate, altro che rottamazione». Matteo Salvini, segretario della Lega Nord, ha tirato colpi micidiali soprattutto sul crollo delle banche: «Quell’infame di Renzi parla di sciacalli che si approfittano dei morti: lo vada a dire alla vedova del pensionato che si è suicidato. La morte del pensionato è colpa sua».

L’Italia deve fare i conti con una Unione europea sempre a trazione tedesca e rigorista sui conti pubblici e con una mappa internazionale insanguinata in Medio oriente, in Africa e in Libia, paese distante poche centinaia di chilometri dalle coste nazionali. I terribili attacchi dei terroristi islamici a Parigi, poi, potrebbero essere replicati in Italia e, in particolare, a Roma per il Giubileo della Misericordia e a Milano.

Di fatto la campagna elettorale per eleggere in primavera i sindaci di Milano, Roma, Torino, Napoli, Bologna e Cagliari è già partita. La cornice è molto difficile. Il governo rischia il logoramento, ma Renzi è sul chi vive e replica colpo su colpo, affronta e cerca di rompere l’”assedio”. Il presidente del Consiglio sulla Consulta naviga su un accordo con i cinquestelle e i centristi mollando Forza Italia, protagonista della precedente intesa. Ha negato ogni valore politico alle elezioni amministrative, ma si è mostrato sicuro: «Se si votasse oggi per le politiche sono sicuro che vinceremmo al primo turno, con percentuali superiori a quelle europee». Oltre il 41% dei voti del 2014, dunque. Ha insistito sulla necessità di raccogliere voti non solo a sinistra, ma anche tra gli elettori delusi del centrodestra e dei pentastelalti. Martella: in Italia «è ripartita» la ripresa economica anche se debole; la riforma del lavoro e della scuola hanno combattuto «il precariato e la disoccupazione».

Ha difeso Maria Elena Boschi e il governo: nessun conflitto d’interessi, il decreto del governo sulle banche ha salvato «il 99% dei risparmiatori» ed ha evitato «il caos». Ha accusato Salvini di «strumentalizzare» il suicidio del pensionato per raccogliere più voti. Ha bollato come «meschinità» le offensive accuse contro di lui e ha messo in guardia contro «l’odio». Ha promesso giustizia: «Chi ha truffato dovrà pagare e chi è stato truffato sarà risarcito». Ha confermato di voler «cambiare l’Italia».

In ogni caso è pronto a tutto: «Io non sono fatto per vivacchiare, o si fanno le cose o vado a casa». È pronto ad affrontare possibili “spallate” come ha avvertito un mese fa: «Destra e sinistra hanno passato l’ultimo anno ad assaltare il governo con ogni tono e ogni mezzo. Non ce l’hanno fatta: e dunque oggi indietreggiano, serrano le file e si riorganizzano».

Handicap “zero virgola”

Più 0,9%, 0,8%, 0,7%. No, più 0,8%. Le previsioni dell’Istat e del governo sull’aumento del reddito nazionale (Pil) nel 2015 sono incerte, ma sempre in discesa. Alla fine, quella che è arrivata quest’anno non è la tanto attesa ripresa economica, ma una ripresina. Matteo Renzi ne ha preso atto: «Alcune previsioni segnalano un potenziale rallentamento della ripresa». Le cause sono soprattutto due per il presidente del Consiglio e segretario del Pd: i tragici attentati del terrorismo islamico a Parigi e la crisi dei Paesi emergenti, che pesano sui mercati e «non sono due buone notizie».Tuttavia Renzi è fiducioso: «Dopo tre anni di recessione siamo ripartiti» e «l’Italia ha tutto per tornare ad essere una locomotiva. Abbiamo stabilità, stiamo facendo le riforme, abbiamo margini di miglioramento notevoli».

La recessione internazionale ha colpito duro sull’Italia. Dal 2007 il nostro Paese ha perso il 10% del reddito nazionale e il 25% della produzione industriale. La Grande crisi ha chiuso fabbriche, ha aumentato la disoccupazione fino a quasi il 13% e solo nell’ultimo anno i senza lavoro si sono ridotti al di sopra dell’11%. Il merito è, secondo il presidente del Consiglio, delle riforme strutturali realizzate dal governo e, in particolare, di quelle del mercato del lavoro, fiscali e costituzionali. Ma non basta. Occorre una ripresa economica più forte, almeno dell’1-2% nel 2016, in modo da far ripartire l’occupazione, far salire salari e pensioni congelati da anni, ridurre le tasse sul lavoro, ridare fiato allo Stato sociale, restituire un futuro ai giovani (la disoccupazione dei ragazzi è quasi al 40%), abbassare l’enorme debito pubblico. Poi c’è il “buco nero” del Sud. Il Mezzogiorno d’Italia va sempre peggio e si sente abbandonato. La crescita “dello zero virgola”, dunque, non basta. Giuseppe De Rita, il fondatore del Censis (Centro studi e investimenti sociali), ha puntato il dito contro il pantano dell’immobilismo, contro “il letargo esistenziale e collettivo”, contro “l’Italia dello zero virgola”. Renzi ha usato e usa tre parole per cercare d’invertire la rotta: “Coraggio”, “fiducia”, “speranza”. Sono la premessa per far “decollare l’Italia”.

Ha ripetuto: se c’è la fiducia i consumatori italiani spenderanno una parte dei loro grandi risparmi, ci saranno nuovi investimenti «e allora altro che Grecia: faremo meglio della Germania». Gli ostacoli sulla sua strada sono tanti. Il Parlamento deve votare la riforma costituzionale e della Rai, il disegno di legge di Stabilità 2016 che cancella le tasse sulla prima casa, il provvedimento sul riconoscimento dei diritti delle unioni civili. C’è il problema dei rimborsi ai tanti piccoli risparmiatori finiti quasi sul lastrico per la crisi di Banca Etruria, Cassa Marche, CariFerrara e CariChieti, un problema che potrebbe contagiare anche altre banche. Le Camere, inoltre, devono eleggere tre nuovi giudici costituzionali, un impegno ostico che si trascina senza esiti da circa un anno. Il 14 dicembre è fissata la trentesima votazione; è necessario superare almeno la soglia molto alta di 571 voti, il quorum di 3/5 di deputati e senatori. Si cerca un difficile accordo tra la maggioranza e le opposizioni (finora i “franchi tiratori” nei voti segreti hanno affondato l’intesa tra la maggioranza e Forza Italia). È un percorso ad ostacoli per il presidente del Consiglio. Una pioggia di critiche arriva dalle opposizioni, dai sindacati, dalle stesse minoranze del Pd (alcuni esponenti della sinistra, come Fassina, Civati e Cofferati hanno lasciato il partito). A giugno ci sarà la sfida delle amministrative: si dovrà eleggere il nuovo sindaco a Roma, Milano, Torino, Napoli, Bologna, Cagliari. Renzi ha tenuto a levare ogni valore politico alle prossime elezioni argomentando: si vota per eleggere i sindaci e non per il Parlamento. Se la ripresina muterà in ripresa tutto diventerà meno arduo. L’ex sindaco di Firenze deve superare l’handicap dello “zero virgola”.

“Sparano” i Franchi Tiratori

Ben 29 votazioni a vuoto. Laura Boldrini e Piero Grasso stamattina hanno parlato fitto per qualche minuto nell’atrio di Montecitorio, il volto tirato per la preoccupazione. I presidenti della Camera e del Senato nei giorni scorsi avevano lanciato invano un appello alla maggioranza e alle opposizioni per eleggere i tre nuovi giudici costituzionali. In tarda mattinata Pino Pisicchio, presidente del Gruppo Misto della Camera, ha detto basta «al tiro a segno come al luna park» e ha chiesto «una intesa corale». La trentesima votazione, in un primo tempo attesa per oggi, è slittata. Alla conferenza dei capigruppo del pomeriggio alla Camera la maggioranza la maggioranza ha proposto di riprendere a votare il 15 dicembre e una parte delle opposizioni ha chiesto di votare ad oltranza. Poi in serata è arrivata la decisione di fissare il nuovo appuntamento per il 14 dicembre. In caso di esito negativo seguirà una votazione al giorno. Deputati e senatori, riuniti in seduta comune a Montecitorio, non riescono ancora ad eleggere i tre nuovi giudici costituzionali. L’accordo tra la maggioranza e Forza Italia non ha retto. I “franchi tiratori” (sembra della sinistra del Pd, dei centristi della maggioranza e di Forza Italia) hanno “cecchinato” nei voti segreti Augusto Barbera (candidato dei democratici), Francesco Paolo Sisto (Forza Italia) e Giovanni Pitruzzella (Scelta Civica). Dopo il ritiro di Pitruzzella è stata affondata anche la candidatura sostitutiva di Ida Angela Nicotra (Nuovo centrodestra). Il Movimento 5 stelle ha continuato a votare per Franco Modugno, il suo candidato. Anche ieri tutti i candidati sono rimasti ben lontani da quota di 571 voti, il quorum previsto dei 3/5 dei parlamentari. Solo Barbera si è avvicinato di più alla meta ottenendo 545 voti in uno scrutinio. È scattato l’allarme rosso da parte di Grasso e della Boldrini. Da quasi un anno alla Consulta mancano 3 giudici su 15 e c’è il pericolo della “paralisi”: la Corte costituzionale rischia di non potersi più nemmeno riunire, in caso di malattie da influenza, per l’assenza del numero legale. La posta è alta. La Consulta, tra le altre importanti decisioni, dovrà anche pronunciarsi sull’Italicum, la nuova legge elettorale per le politiche elaborata dal governo Renzi, impugnata per incostituzionalità e fortemente criticata dalle opposizioni e dalle minoranze del Pd. Si rischia, soprattutto, la paralisi del Parlamento, il cuore del sistema democratico. Eleggere una parte dei giudici è uno dei compiti costituzionali delle Camere e ulteriori “fumate nere” potrebbero innescare un pericoloso processo di discredito del Parlamento, per l’incapacità ad assolvere alle proprie funzioni, con imprevedibili conseguenze democratiche. Di qui la necessità di non perdere più tempo, cercando una soluzione positiva al prossimo appuntamento del 14 dicembre per eleggere i giudici. La minoranza del Pd apre al dialogo con i cinquestelle. Roberto Speranza ha lanciato il sasso: «Basta picchiare la testa al muro sui giudici della Consulta. E’ il momento di riaprire un dialogo vero con tutte le forze politiche. Non funzionano i patti ad excludendum». Ettore Rosato ha detto sì «al dialogo con tutte le forze politiche ma teniamo ferma la nostra candidatura di Barbera». Il capogruppo del Pd alla Camera ha indicato il qualificato curriculum e profilo professionale del costituzionalista. I pentastellati sono pronti a discutere e pongono condizioni, Danilo Toninelli ha chiarito su come procedere: «Le condizioni non cambiano. I nomi devono essere buoni e terzi». Ha ribadito il no a Sisto e ha mezzo bocciato Barbera perché le votazioni non lo hanno giudicato idoneo». Ha precisato: «Ora più che mai siamo indispensabili, verranno certamente a bussarci». “Franchi tiratori” è una definizione di origine militare. Erano i volontari francesi, dei gruppi di partigiani, che attaccavano alle spalle le truppe tedesche nella guerra del 1870-1871. I “franchi tiratori” sono una vecchia conoscenza della Seconda e della Prima Repubblica. Compaiono nei momenti di crisi e di transizione politica. Colpiscono nel segreto dell’urna e, molte volte, cambiano gli equilibri parlamentari e politici. Possono segnare la fine di una fase politica e l’inizio di una nuova. Sono deputati e senatori senza nome e volto: negli scrutini segreti non votano i candidati decisi dal loro partito, dalla loro maggioranza. Non rispettano la disciplina di partito e di maggioranza. In genere il campo di battaglia è per la conquista del Quirinale. Nel 2013 Romano Prodi, l’inventore dell’Ulivo e del Pd, fu affondato nel segreto dell’urna per l’elezione a presidente della Repubblica da 101 “franchi tiratori”, in gran parte provenienti proprio dalle file dei democratici (sotto accusa fu l’ala dalemiana). Anche Franco Marini, ex segretario del Ppi, subì la stessa sorte. Così Giorgio Napolitano in una situazione di emergenza, fu confermato per un secondo mandato al Colle, un fatto senza precedenti. I “franchi tiratori”, alle volte, hanno cambiato il corso della storia. Nel 1992 Arnaldo Forlani, segretario della Dc, fu “impallinato” dagli andreottiani e poi, mentre la mafia uccideva il magistrato Giovanni Falcone e la sua scorta, fu eletto capo dello Stato il democristiano Oscar Luigi Scalfaro. Questi, mentre scoppiava Tangentopoli, non diede l’incarico di formare il governo al socialista Bettino Craxi, ma al suo vice Giuliano Amato. Nel 1971 subì la stessa sorte Amintore Fanfani, “cavallo di razza” della Dc, e al Quirinale andò Giovanni Leone. Nel 1948 fu eliminato Carlo Sforza, candidato da Alcide De Gasperi, presidente del Consiglio e fondatore della Democrazia cristiana. I “franchi tiratori” della sinistra Dc “impallinarono” Sforza e fu eletto presidente della Repubblica Luigi Einaudi. De Gasperi, amareggiato, non nascose la preoccupazione per il futuro: adesso «non ci si potrà fidare nemmeno tra di noi».

Fassina sfida Renzi e Grillo

Immediatamente un’opposizione intransigente in Parlamento al governo di Matteo Renzi. Poi riunioni, incontri, programmi. Stefano Fassina e Nichi Vendola stanno preparando il decollo di Sinistra italiana, in sigla Si: un’assemblea a gennaio avvierà la fase costituente lunga un anno del nuovo partito. Quindi a giugno ci sarà la sfida per i sindaci da eleggere a Roma, Milano, Torino, Napoli, Bologna, Cagliari. Una vera prova del nove. Una competizione importante con possibili ricadute politiche.

Alla Camera e al Senato Si, che nelle scorse settimane ha costituito i nuovi gruppi parlamentari, mettendo insieme i deputati e senatori di Sel e quelli ex minoranza del Pd (come Fassina e D’Attorre), stanno dando battaglia sul disegno di legge di Stabilità 2016 e sulle riforme costituzionali. La tesi è secca: il Pd di Renzi ha subito “una mutazione genetica” ed è divenuta una forza centrista, che ha assunto posizioni e proposte della destra nelle scelte sociali, economiche ed istituzionali. Fassina va ripetendo: «C’è un vasto spazio a sinistra. Noi siamo alternativi a Renzi, lui è il nostro competitor». Ed indica la strada: «Va costruita una sinistra di governo larga basata sulla difesa dei diritti dei lavoratori e dei più deboli, aggregante, non minoritaria ed non antagonista. Occorre rappresentare il disagio sociale».

Tuttavia Si non deve affrontare solo la concorrenza del presidente del Consiglio e segretario del Pd. Dovrà anche sfidare prima di tutto il M5S, una forza in parte di sinistra e in parte di destra, schierata su una posizione di totale opposizione. O meglio, secondo una definizione del blog di Beppe Grillo: «Il Movimento 5 Stelle non è di sinistra (e neppure di destra). È un movimento di italiani». Eppure ha occupato gran parte dello spazio elettorale e politico un tempo della sinistra, con battaglie come il reddito di cittadinanza, contro l’austerità prodotta dall’euro, la lotta alle banche, lo sviluppo sostenibile, la tutela dell’ambiente. Ma i cinquestelle si sono fatti spazio anche a destra, alzando le bandiere della sicurezza e anti immigrati. Nelle elezioni politiche del 2013 ha raccolto il 25% dei voti e ora, nei sondaggi, starebbe tallonando il Pd sempre al primo posto nei consensi.

Fassina vuole pescare consensi tra gli elettori di sinistra delusi da Renzi, in parte rifugiatisi nell’astensione. Ma guarda anche all’elettorato grillino, intende anche dialogare con i pentastellati. Si è detto disponibile sia ad appoggiare un candidato del M5S a sindaco di Roma sia a scendere in campo in prima persona per cercare di conquistare il Campidoglio. Di qui le riunioni nelle disastrate periferie romane, iniziando da Ostia insidiata dai crimini di Mafia copitale, per capire bisogni e soluzioni. Tuttavia è arrivato un secco stop da Grillo. Dal blog del garante dei cinquestelle è arrivato un «no a intrusi di destra e sinistra» sulle candidature a Roma.

Il tandem Fassina-Vendola di Si rischia di trovarsi in una situazione difficile. Secondo gli analisti potrebbe contare su un bacino elettorale potenziale del 15% dei voti a livello nazionale, ma alle urne potrebbe restare bloccato al 4-5%.  C’è una pericolosa morsa. Da una parte ci sono i cinquestelle, che su una linea di opposizione anti sistema e anti partiti tradizionali, si sono fortemente insediati anche tra l’elettorato di sinistra e rifiutano ogni tipo di alleanza. Da anni hanno messo un’ipoteca sui voti a sinistra, da una posizione di protesta populista.

Dall’altra parte c’è “il nuovo Pd” di Renzi, il maggiore partito italiano di centrosinistra, fortemente contestato da Si con l’accusa di voler costruire “il Partito della nazione” aperto alle forze moderate, scosso dal dilemma tra le intese con il centrosinistra o con il Nuovo centrodestra di Angelino Alfano. Per Sinistra italiana, però, è difficilissimo non siglare delle alleanze per i sindaci, da eleggere con un sistema maggioritario, basato sui ballottaggi tra i due candidati che hanno raccolto più voti al primo turno.

Renzi ha indicato “tre avversari” da battere: «Il populismo del M5S, la sinistra radicale e la destra becera della Lega Nord». Il presidente del Consiglio ha respinto le accuse: «Le riforme funzionano e fanno diminuire la disoccupazione e il precariato. Questo significa essere di sinistra». Ha rincarato: «La nascita di ‘Sinistra italiana’ è la certificazione di una sconfitta: la loro» ed «è anche la prova del fallimento del lungo assalto teso a screditare me e a far cadere il governo».

Grillo lascia e raddoppia

Comizi nelle piazze e dal palcoscenico dei teatri, sorprendenti viaggi elettorali con effetti a sorpresa (tipo la traversata a nuoto dello Stretto di Messina), interventi a raffica dal suo seguitissimo blog su internet, interviste a televisioni e a quotidiani. È un’attività frenetica coronata da successi impensabili quella di Beppe Grillo: il suo blog nato nel 2005 si trasforma nel Movimento 5 Stelle nel 2009. La linea della protesta anti sistema raccoglie una valanga di consensi. Riesce a conquistare anche i sindaci di città importanti come Parma e Livorno.

Dal nulla ottiene il 25% dei voti nelle elezioni politiche del 2013 e il 21% in quelle europee del 2014. La politica del “vaffa…” contro Pier Luigi Bersani e Matteo Renzi (centrosinistra) e contro Silvio Berlusconi (centrodestra) paga, anche se il presidente del Consiglio e segretario del Pd gli sbarra la strada con il 40,8% dei voti incassati nelle europee dello scorso anno.

Poi, a sorpresa, la svolta. Esattamente un anno fa, nel novembre del 2014, mentre i cinquestelle accusano un appannamento alle elezioni amministretive, scossi dalle espulsioni e dagli addii di diversi parlamentari, annuncia: «Sono un po’ stanchino». E lancia l’idea di cancellare Beppe Grillo, il suo nome, dal simbolo del Movimento 5 Stelle, la forza politica che lui ha fondato sei anni fa assieme a Gianroberto Casaleggio. Subito dopo, con una consultazione sul web, è eletto un “direttorio” di cinque garanti per affiancare lui e Casaleggio nella direzione.

La “monarchia” di Grillo non è più assoluta. Tra il serio e il faceto ipotizza la candidatura alla presidenza del Consiglio di Luigi Di Maio, giovane componente del direttorio e vice presidente della Camera: «Maledetto, sei il leader!». Seguono consensi ed altolà. Quindi lo scorso 17 novembre annuncia dal suo blog: «Voglio cambiare il simbolo eliminando il mio nome». I cinquestelle gli danno ragione e sulla rete votano “sì” alla sua proposta. Lo stesso Grillo spiega la mossa: «Oggi che il Movimento 5 Stelle è diventato adulto e si appresta a governare l’Italia, credo che sia corretto non associarlo più a un nome, ma a tutte le persone che ne fanno parte».

Il comico genovese, carismatica guida del M5S, non scomparirà. Alessandro Di Battista, componente del direttorio cinquestelle, ha confermato: «Grillo resta il garante e il proprietario del simbolo, poi vedremo nei prossimi mesi e nei prossimi anni cosa accadrà». Nei sondaggi elettorali i pentastellati risultano in ascesa al secondo posto, all’inseguimento dei democratici. Adesso Grillo si pone il problema di governare, e non solo di svolgere un’opposizione totale contro i partiti tradizionali, senza stabilire alleanze con nessuno. A febbraio ha programmato di tornare a calcare il palcoscenico dei teatri di Milano e di Roma, alla vigilia delle elezioni amministrative.

Tra la paura degli attentati dei terroristi islamici, in primavera si voterà per eleggere i sindaci a Roma, Milano, Torino, Napoli, Bologna, Cagliari e Grillo punta al colpo grosso di piazzare sindaci pentastellati nella maggiori città italiane, approfittando dello scontento provocato tra i cittadini dalla crisi economica e da numerosi episodi di corruzione pubblica. Cercherà soprattutto di vincere a Roma, città traumatizzata dal processo contro Mafia capitale (ha coinvolto esponenti del centrosinistra e del centrodestra) e dalla caduta del sindaco Ignazio Marino, determinata dal Pd, il suo partito.

Si avvicina la battaglia in vista delle elezioni amministrative, ma anche per il possibile voto politico anticipato. Grillo alza i toni della polemica su tutti i temi. Sul suo blog pubblica un intervento dei cinquestelle alla Camera e la domanda al presidente del Consiglio: «L’Italia ha aiutato l’Isis? ». Le elezioni legislative sono previste nel 2018, tuttavia tutto è possibile e il garante del M5S da tempo chiede di andare a votare “prima possibile”. Mike Bongiorno, celebre presentatore televisivo della Rai, all’esordio della tv in Italia quasi 60 anni fa, lanciò un famosissimo programma a premi: Lascia o raddoppia?. Grillo lascia cadere il suo nome dal simbolo, ma vorrebbe raddoppiare. Si tratta di una nuova sfida a Renzi.

Sinistra cerca spazio a sinistra

Prima c’è stata la rottura. Stefano Fassina, Alfredo D’Attorre, Pippo Civati e Sergio Cofferati hanno detto addio a Matteo Renzi uno dopo l’altro. Le accuse al presidente del Consiglio e segretario dei democratici sono state e sono pesanti: il Pd ha subito una “mutazione genetica”, ha assunto una fisionomia “di forza centrista” e ora guarda “più a destra che a sinistra”.

Adesso Fassina e D’Attorre scommettono sull’esistenza di uno spazio politico a sinistra per la nascita di un nuovo partito. Hanno rotto gli indugi: sabato 7 novembre hanno deciso la nascita di Sinistra italiana in un’affollata assemblea tenuta al Teatro Quirino di Roma. Hanno aderito al progetto anche altri ex parlamentari democratici e Sinistra ecologia e libertà, il partito guidato da Nichi Vendola. I nuovi gruppi parlamentari di Sinistra italiana saranno all’opposizione: 31 deputati alla Camera (26 di Sel e 5 ex Pd) e una decina di senatori a Palazzo Madama. A gennaio si svolgerà una assemblea per lanciare una fase costituente per dare vita nell’autunno 2016 al nuovo partito di Sinistra italiana, Si (l’acronimo è lo stesso di Socialisti italiani, il nuovo nome scelto da Enrico Boselli per il Psi nel 1994 dopo il ciclone di Tangentopoli).

Per Fassina «la sinistra non è finita, non è stata cancellata. C’è l’esigenza di esprimere le necessità e di dare rappresentanza a vaste aree di sofferenza sociale». Lo spazio elettorale «è molto ampio» perché «vanno recuperati i tantissimi elettori delusi e quelli rifugiatesi nell’astensione anche nelle regioni tradizionalmente rosse come l’Emila Romagna». Al centro del «nuovo inizio» c’è la tutela del lavoro, dei diritti dei precari, delle minoranze, la difesa dello stato sociale, delle «riforme vere, progressive e non regressive». Il progetto è di creare «una sinistra larga, non identitaria, non antagonista, ma di governo». Fassina ha attaccato «le riforme strutturali» di Renzi perché quelle economiche sono liberiste e quelle istituzionali plebiscitarie, insomma «sono le proposte della destra».

La prossima battaglia in Parlamento sarà contro il disegno di legge di Stabilità presentato dal governo: «Questa manovra economica è iniqua e sinergica al Partito della nazione. Renzi ha detto che attua il programma che Berlusconi non è riuscito ad attuare». Previsione: «Molti altri arriveranno dal Pd».

L’ex vice ministro del governo Letta per la prima volta ha polemizzato anche con la sinistra del Pd, la minoranza in cui ha militato a lungo. Ha criticato soprattutto Pier Luigi Bersani: «Dispiace per le parole di Bersani: il gioco della destra lo fa la destra con il Jobs act, con l’intervento sulla scuola, con l’Italicum, con la riforma del Senato e della Rai». Fassina, D’Attorre e Vendola marciano assieme e rimangono in attesa di Civati, Cofferati, dei militanti dissidenti della sinistra Pd e di quelli del M5S critici con Beppe Grillo.

Tuttavia per ora la scissione è contenuta e gran parte della minoranza del Pd resta con Bersani. L’ex segretario democratico ha dato ragione a Fassina e D’Attore sul no «a un partito neocentrista» e al “Partito della nazione” delineato da Renzi, ma «l’alternativa noi dobbiamo costruirla nel Pd». Bersani non vede spazi politici per nuove formazioni a sinistra del Pd. A la Repubblica ha argomentato: «Senza il Pd il centrosinistra non lo fai più» e se sono cancellati i democratici «la nostra gente va prima da Grillo che nella sinistra nascente».

Anche Renzi è scettico sulle prospettive elettorali di una forza alla sinistra del Pd: li rispetta «ma se pensano di poter intercettare magari i delusi dal Pd, credo che abbiano sbagliato i conti: il contenitore di quelle delusioni non sono loro, ma Grillo e i suoi cinquestelle». Il presidente del Consiglio e segretario del Pd a La Stampa ha difeso le riforme del governo che hanno aiutato la ripresa e fatto aumentare l’occupazione. Ha respinto «le offese e gli insulti» lanciati contro di lui, come di attentare alla democrazia: «La nascita di ‘Sinistra italiana’ è la certificazione di una sconfitta: la loro» ed «è anche la prova del fallimento del lungo assalto teso a screditare me e a far cadere il governo».

Considera un fallimento anche la manifestazione del centrodestra a Bologna con Salvini e Berlusconi sullo stesso palco: «Destra e sinistra hanno passato l’ultimo anno ad assaltare il governo con ogni tono e ogni mezzo. Non ce l’hanno fatta: e dunque oggi indietreggiano, serrano le file e si riorganizzano». La dirittura di marcia non cambia. La prossima battaglia è far approvare dal Parlamento la manovra economica, che è «di sinistra».

L’obiettivo è di allargare i consensi. Il vice segretario democratico Lorenzo Guerini ha ricordato i successi: «Da quando Renzi è segretario mi pare che l’obiettivo fondamentale di conquistare nuovi elettori lo abbiamo centrato». Il riferimento è al 40,8% dei voti conquistato dal “rottamatore” di Firenze nelle elezioni europee dello scorso anno.

Presto cominceranno le nuove sfide elettorali. In primavera ci sarà la battaglia per eleggere i sindaci in molte importanti città, qualcuno avanza l’ipotesi della candidatura di Fassina a sindaco di Roma ed egli per ora dice: «Valuteremo programmi e candidature e poi si vedrà». Aggiunge anche ad a Agorà su Rai3: se ci fosse accordo sul programma «non precludo la possibilità di sostenere un candidato del Movimento 5 stelle».

La vera partita si giocherà nel voto politico previsto nel 2018, ma c’è anche chi ipotizza urne anticipate l’anno prossimo. Sel nel 2013, alleata con il Pd di Bersani e il Psi di Riccardo Nencini, raccolse il 3,2% dei voti. La coalizione di centrosinistra “Italia Bene Comune” ottenne una «non vittoria», come la definì Bersani, perché conquistò la maggioranza alla Camera, ma non al Senato e così nacque il governo di “larghe intese” guidato da Enrico Letta con il centrodestra di Silvio Berlusconi. Gira una stima all’interno di Sinistra italiana: potenzialmente potrebbe ottenere il 15% dei voti. Sarebbe una cifra molto più alta di quella di Sel.

Italicum,traballa il ballottaggio

 

È maturata sottotraccia. È la proposta di legge numero 3385: vuole modificare l’Italicum abolendo il ballottaggio, nel caso in cui nessuna lista ottenga il 40% dei voti per incassare il premio di maggioranza. Il progetto l’ha presentato alla Camera Giuseppe Lauricella, deputato del Pd, che da mesi indica la necessità di rivedere la legge elettorale per le politiche.

È il cosiddetto “ritocchino” all’Italicum approvato dal Parlamento nei primi giorni dello scorso maggio. Ma il ballottaggio non è stato sempre un cavallo di battaglia del Pd? Lauricella invita a distinguere: «In Francia il secondo turno è di collegio e non nazionale». Indica la necessità di evitare il rischio di “forzature” con ricadute come “l’effetto Parma”.  È il richiamo alla città emiliana che fu una bruttissima sorpresa per il Pd: è divenuta un caso perché lì al primo turno era nettamente in testa il candidato sindaco del centrosinistra mentre al secondo vinse il M5S, raccogliendo tutti i voti di protesta a sinistra, nel centrodestra e tra quelli prima rifugiatisi nell’astensione.

Dunque sì al premio di maggioranza alla lista che ottenga almeno il 40% dei voti (dà diritto al 55% dei seggi della Camera), sì alla soglia di sbarramento del 3%, no al ballottaggio e no al premio alle coalizioni. Lauricella argomenta: «Va garantita la stabilità politica e anche la rappresentanza delle forze minori, ma se il premio di maggioranza si desse alla coalizione elettorale e non alla lista, si rischierebbero le dinamiche ‘ricattatorie’ dei piccoli partiti». Ma se nessun partito raggiungesse il 40% dei voti e non scattasse il premio di maggioranza, non arriverebbe l’ingovernabilità? La risposta è no: «Si formerebbe un governo di coalizione. Lo ha fatto la Merkel in Germania e ha seguito questa strada Cameron in Gran Bretagna nella precedente legislatura».

Le pressioni per cambiare l’Italicum sono sempre più ampie, stanno diventando fortissime. Il Coordinamento democrazia costituzionale ha avanzato ricorso contro la legge elettorale presso 15 Corti d’appello: nel mirino c’è il ballottaggio e il premio di maggioranza. Silvio Berlusconi, la sinistra del Pd, i partiti minori della maggioranza e delle opposizioni da tempo sono sul piede di guerra per assegnare il premio di maggioranza alla coalizione e non al partito più forte.

Ad insistere è soprattutto Angelino Alfano, presidente del Nuovo Centrodestra, il maggiore alleato di governo di Matteo Renzi.  Il motivo è semplice: il Ncd, nato alla fine del 2013 da una scissione di Forza Italia, oscilla intorno al 4% dei voti. Ora gli addii, come quelli di Gaetano Quagliariello e Nunzia De Girolamo, si stanno moltiplicando e rischia l’estinzione se nelle elezioni politiche non potrà contare su un accordo di coalizione. Riccardo Nencini, segretario del Psi, rilancia: «Chi sostiene la coalizione vincente non può che godere del premio di maggioranza».

Anche Berlusconi, ferito dalle scissioni di Alfano, Giorgia Meloni, Denis Verdini, Raffaele Fitto, punta ad ottenere il premio di maggioranza per le coalizioni: «Sono abbastanza fiducioso che si possa cambiare la legge elettorale nel senso di dare il premio di maggioranza non alla lista, ma alla coalizione». Il presidente di Forza Italia ha spiegato il motivo: «Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia insieme superano di un punto percentuale il Pd. Possiamo tornare a vincere».

La sinistra Pd una volta considerava un rischio autoritario “il combinato disposto” tra Italicum e riforma costituzionale, perché concentrava troppo potere nelle mani del presidente del Consiglio. Adesso i dissidenti democratici, dopo aver spuntato da Renzi nella riforma costituzionale l’elezione dei futuri senatori “in conformità” con le scelte dei cittadini, hanno aggiustato il tiro anche se dei “ribelli” restano.  Per Vannino Chiti «ora diventa prioritaria la legge elettorale per il nuovo Senato» che deve essere approvata «il prima possibile» senza attendere il referendum sulla riforma costituzionale previsto per l’autunno del 2016. L’esponente della minoranza democratica, invece, per quanto riguarda l’Italicum ha previsto tempi più lunghi: «Realisticamente una riconsiderazione potrà aver luogo dopo il referendum, al termine dell’iter della riforma costituzionale».

Beppe Grillo, invece, non spinge per cambiare l’Italicum che diventerà operativo dal prossimo luglio. Chiede sempre le elezioni politiche anticipare e vede «il tacchino del Pd nel forno». Il leader del Movimento 5 Stelle ha detto ai giornalisti: «L’Italicum? Probabilmente penalizza più chi l’ha scritta che noi». Sembra piacergli il premio alla lista e non alla coalizione perché, se nessuno conseguisse il 40% dei voti, ci sarebbe il ballottaggio e «se andremo al ballottaggio vedremo». Grillo rifiuta le alleanze: in un ballottaggio tra Pd e M5S conta di vincere.

Renzi, però, per ora conferma il no a cambiare l’Italicum. Vuole realizza le riforme strutturali per far risvegliare “la bella addormentata”, come ha definito l’Italia. Punta a far svolgere le elezioni politiche regolarmente nel 2018, alla fine della legislatura. E niente modifiche all’Italicum perché  garantirà la stabilità politica:  “Qualcuno ha avanzato questa idea. Mi sembra assurdo…A me, peraltro, la legge piace così com’è”.